Qualcosa si sta muovendo davvero, e chi segue con attenzione i segnali deboli del mondo videoludico lo ha percepito chiaramente. The Adventures of Elliot: The Millennium Tales è riemerso nei registri di classificazione brasiliani, uno di quei passaggi burocratici che, per esperienza, spesso anticipano trailer, date di uscita o nuove ondate di comunicazione ufficiale. Non è un annuncio in senso stretto, ma è uno di quei tasselli che fanno drizzare le antenne a chi vive di hype ben calibrato. E quando dietro c’è Square Enix, l’attenzione sale automaticamente di livello.
Il progetto, sviluppato da Team Asano insieme a Claytechworks sotto l’ombrello di Creative Studio 5, punta a uscire nel 2026 su Nintendo Switch 2, PlayStation 5, Xbox Series X|S e PC. Una finestra temporale ancora lontana, certo, ma già abbastanza definita da permettere al gioco di costruirsi un’identità forte, soprattutto dopo la presentazione ufficiale avvenuta durante un Nintendo Direct che ha lasciato il segno tra gli appassionati di action RPG.
The Adventures of Elliot: The Millennium Tales si muove su coordinate familiari ma affatto scontate. L’ambientazione è Philabieldia, un continente martoriato dalla presenza delle tribù di bestie, dove l’umanità sopravvive grazie all’ultima roccaforte rimasta, il Regno di Huther. Elliot, avventuriero dal look che ha già acceso più di un sorriso complice tra i fan di vecchia data, viene incaricato di esplorare misteriose rovine emerse al di fuori delle mura protettive. Al suo fianco c’è Faie, una fata che non è una semplice mascotte narrativa, ma una presenza attiva e fondamentale tanto nel racconto quanto nel gameplay.
La magia che tiene in piedi la barriera difensiva del regno è affidata alla principessa Heuria, e già qui si intuisce come la storia non si limiterà a un classico viaggio dell’eroe. Il punto di svolta arriva con la scoperta della Doorway of Time, un artefatto capace di collegare passato e presente, trasformando l’esplorazione in un racconto che gioca apertamente con il tempo, con le sue ferite e le sue possibilità. È difficile non sentire, sotto la pelle, un’eco lontana di Chrono Trigger, e non sorprende che diversi commentatori abbiano già parlato di una sorta di erede spirituale.
Dal punto di vista ludico, The Adventures of Elliot segna una svolta interessante per Team Asano. Addio combattimenti a turni e party multipli: qui si combatte in tempo reale, con un sistema immediato ma tutt’altro che superficiale. Elliot può utilizzare sette tipologie di armi diverse, dalle spade agli archi, passando per catene e falci, ciascuna con abilità ed effetti specifici. La possibilità di equipaggiarne due alla volta e alternarle liberamente durante lo scontro invita a sperimentare, a trovare sinergie, a costruire il proprio stile.
Faie non resta a guardare. In modalità cooperativa, un secondo giocatore può controllarla direttamente, contribuendo agli scontri, recuperando oggetti, aiutando nella risoluzione degli enigmi e nelle sezioni platform. Anche in solitaria, la fata resta centrale grazie a meccaniche come il warp, che permette a Elliot di teletrasportarsi istantaneamente sulla sua posizione, aggiungendo verticalità e dinamismo all’esplorazione. Scudo, parate, bombe per aprire passaggi segreti e dungeon disseminati di puzzle completano un impianto che profuma di grande classico reinterpretato con sensibilità moderna.
I frammenti di magicite, nascosti in forzieri e santuari, permettono di potenziare le armi con effetti aggiuntivi, dando ulteriore profondità alla progressione. E sì, il termine magicite non è passato inosservato a chi mastica da anni Final Fantasy, alimentando quel dialogo silenzioso tra opere che Square Enix sembra saper orchestrare con naturalezza.
Visivamente, il gioco abbraccia senza esitazioni lo stile HD-2D, marchio di fabbrica di Team Asano già visto in Octopath Traveler e Live A Live. Pixel art dettagliata, ambienti tridimensionali, luci dinamiche e una direzione artistica che punta dritta al cuore di chi è cresciuto con i 16 bit ma non vuole rinunciare alla spettacolarità contemporanea. Un’estetica che rende immediato il paragone con i grandi action-adventure bidimensionali del passato, in particolare con la saga di The Legend of Zelda, soprattutto nelle sue incarnazioni più classiche come Link’s Awakening.
Le reazioni post-annuncio non si sono fatte attendere. C’è chi ha visto nel sistema di combattimento un’eredità della serie Mana, chi ha colto affinità con i giochi Nihon Falcom come Ys e Zwei, e chi ha sottolineato con ironia la somiglianza nominale tra Philabieldia e Philadelphia, trasformando il nome del continente in un meme istantaneo. Segnali, tutti, di un titolo che ha già iniziato a vivere nella community, tra analisi, battute e teorie.
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