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Tex La cavalcata del destino: il ritorno alle origini tra memoria, dolore e mito del Ranger

Ci sono storie che non smettono mai davvero di esistere, restano lì come una cicatrice sotto la pelle della narrativa popolare italiana, pronte a riaprirsi ogni volta che qualcuno decide di tornarci sopra con rispetto, con coraggio, ma soprattutto con quella consapevolezza che solo chi ha attraversato davvero certe pagine può permettersi. “Tex. La cavalcata del destino” è esattamente questo tipo di ritorno, uno di quelli che non si limita a celebrare un anniversario ma affonda le mani nella memoria viva di un personaggio che, nel bene e nel male, è parte del nostro DNA geek prima ancora che fumettistico.

Parlare di Tex Willer significa inevitabilmente parlare anche di noi, di pomeriggi passati a sfogliare albi con l’odore della carta che si mescolava a quello della merenda, di quel bianco e nero che sembrava più reale di qualsiasi blockbuster ipercolorato arrivato anni dopo, di una narrazione che non aveva bisogno di gridare per essere epica. E allora tornare oggi, nel 2026, su uno dei momenti più dolorosi della sua storia, quello legato alla perdita di Lilyth, non è solo un’operazione editoriale, è un atto emotivo, quasi un confronto con qualcosa che credevamo di conoscere già abbastanza bene.

Chi ha vissuto davvero “Il giuramento” di Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini sa che non si tratta semplicemente di una storia, ma di un passaggio iniziatico, uno di quei momenti in cui il fumetto smette di essere intrattenimento e diventa memoria condivisa. Riprendere quel nodo narrativo oggi, con Mauro Boselli alla sceneggiatura e Claudio Villa alle tavole, non era una sfida banale, anzi, era probabilmente una delle più rischiose possibili, perché quando tocchi il passato di Tex tocchi un terreno sacro, fatto di aspettative altissime e di una fedeltà dei lettori che rasenta la devozione.

Eppure, quello che colpisce davvero in “La cavalcata del destino” non è tanto il coraggio dell’operazione, quanto la sua naturalezza. Boselli scrive come qualcuno che non ha bisogno di dimostrare nulla, perché conosce ogni piega del personaggio, ogni silenzio, ogni sguardo. La storia scorre con un ritmo che ha qualcosa di antico e moderno allo stesso tempo, come quei vecchi western che oggi riguardi e ti accorgi che funzionano ancora meglio di tanta roba contemporanea, perché hanno una struttura solida, un’anima, una direzione chiara. Non c’è mai la sensazione di forzatura, di operazione nostalgica fine a se stessa, ma piuttosto quella di un racconto che aveva bisogno di essere completato, come se alcune ombre fossero rimaste in sospeso per decenni in attesa del momento giusto.

E quel momento arriva, paradossalmente, proprio ora, in un’epoca in cui il fumetto ha cambiato pelle più volte, si è contaminato con il linguaggio del cinema, delle serie TV, dei videogiochi, ma continua a trovare la sua forza nelle storie che sanno scavare nei personaggi. Tex, da questo punto di vista, è quasi un paradosso vivente: un eroe nato in un’Italia che non esiste più, capace però di parlare ancora a chi oggi cresce tra anime, open world e streaming compulsivo.

Le tavole di Villa fanno il resto, e lo fanno con una potenza visiva che non ha bisogno di effetti speciali per colpire. Ogni vignetta è costruita con una precisione quasi chirurgica, ma senza mai perdere quella dimensione umana che rende i volti dei personaggi qualcosa di più di semplici disegni. Gli occhi, le rughe, la postura, tutto contribuisce a restituire un mondo che sembra tangibile, reale, sporco al punto giusto. Guardando queste pagine viene quasi da sorridere pensando a quanto oggi siamo abituati a una spettacolarità diversa, più rumorosa, più immediata, e quanto invece un tratteggio così controllato riesca ancora a essere devastante sul piano emotivo.

E poi c’è il colore, quello di Matteo Vattani, che non si limita ad accompagnare ma diventa parte integrante del racconto, modulando le atmosfere con una sensibilità che tradisce una visione profondamente contemporanea. La luce cambia, respira, si adatta agli stati d’animo, trasformando ogni sequenza in qualcosa che dialoga con il lettore senza bisogno di parole. Eppure, per chi viene da una certa scuola, resta intatta anche la fascinazione per il bianco e nero, quello puro, essenziale, che ti costringe a soffermarti sulle linee, sulle ombre, su quella profondità che solo la china sa restituire davvero.

Ripensare a un’operazione del genere nel contesto dei 75 anni di Tex significa anche fare i conti con il tempo, con quello che è cambiato e con quello che incredibilmente è rimasto uguale. In un panorama dove tutto sembra accelerare, dove le icone nascono e muoiono nel giro di una stagione, Tex continua a essere lì, immobile e allo stesso tempo in continua evoluzione, come certi personaggi che non appartengono più solo ai loro autori ma a chi li legge, li vive, li tramanda.

“La cavalcata del destino” non è soltanto un volume celebrativo, è un passaggio di testimone tra generazioni di lettori, un punto di incontro tra chi ha conosciuto Tex negli anni in cui il fumetto era uno dei pochi portali verso l’immaginazione e chi oggi lo scopre magari per la prima volta, incuriosito da un nome che continua a tornare, a resistere, a imporsi.

E forse è proprio questo il punto più interessante, quello che vale la pena portarsi dietro dopo aver chiuso l’albo: capire perché alcune storie continuano a funzionare, perché certi personaggi non invecchiano davvero mai, e soprattutto chiedersi cosa succede quando il passato smette di essere nostalgia e diventa materia viva, pronta a dialogare con il presente.

Perché alla fine Tex non è solo un ranger, non è solo un fumetto, è una linea sottile che attraversa decenni di cultura pop italiana e arriva fino a qui, a noi, che continuiamo a parlarne, a discuterne, a rileggerlo con occhi diversi ogni volta. E la sensazione, neanche troppo nascosta, è che questa cavalcata non sia affatto finita, anzi… forse sta solo cambiando direzione, e vale la pena capire insieme dove ci porterà.


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Enrico Ruocco

Enrico Ruocco

Figlio della GOLDRAKE generation, l’amore che avevo da bambino per il fumetto è stato prima stritolato dall’invasione degli ANIME, poi dall’avvento dei Blockbuster e annientato completamente dai giochi prima per PC e poi per CONSOLE.
In seguito con l’arrivo del nuovo millennio, il tanto temuto millennium bug , ha fatto riaffiorare in me una passione sopita soprattutto grazie ad INTERNET.
Era il 2000 quando finalmente in Italia internet diventava sempre più commerciale, ed io decisi di iniziare la mia avventura sul web creando il mio sito TUTTOCARTONI. Sito nato da una piccola ricerca fatta fra quello che “tirava” sul web e le mie passioni. Sappiamo bene cosa tira di più sul web … sinceramente non lo ritenni adatto a me, poi c’era lo sport, altra mia passione ma campo altamente minato. Infine c’erano i cartoon e i fumetti…beh qua mi sentivo preparato e soprattutto pensavo di trovare un mondo PACIFICO…
Man mano che passava il tempo l’interesse si spostava sempre più verso il fumetto, ed oggi, nel 2017, guardandomi indietro e senza vantarmi troppo posso considerarmi un blogger affermato e conosciuto, uno dei padri degli eventi salernitani dedicati al mondo del fumetto ma soprattutto lettore di COMICS di ogni genere.

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