5 agosto. Segnatelo come si faceva una volta con le date dei videogiochi in uscita o delle nuove stagioni degli anime che aspettavi mesi, perché stavolta il ritorno non è solo una premiere: è uno di quei momenti che fanno rumore dentro, tipo quando senti la sigla giusta al momento giusto e capisci che stai per tornare in un posto che non è reale, ma che ti ha comunque insegnato qualcosa di concreto.
Ted Lasso riaccende i motori su Apple TV+ con la quarta stagione, e già solo scriverlo ha qualcosa di surreale, perché per molti di noi quella terza stagione sembrava davvero una chiusura, una di quelle uscite di scena che non ti fanno arrabbiare ma ti lasciano con quella malinconia da fine partita, quando rimani sugli spalti qualche minuto in più senza sapere bene perché. E invece eccolo di nuovo lì, con il suo sorriso un po’ fuori contesto, con quell’energia da coach che sembra arrivare da un altro pianeta, o forse da un’altra epoca dove essere gentili non era una debolezza ma una scelta precisa.
Il trailer ha iniziato a girare come succede sempre ormai, tra notifiche, reaction e gruppi Telegram che esplodono, ma la sensazione è diversa dal solito hype prefabbricato. Qui si parla di qualcosa che negli anni si è infilato sotto pelle, un po’ come certi anime che all’inizio guardi distrattamente e poi ti ritrovi a citare nelle conversazioni serie, quelle dove di solito non tiri fuori le serie TV. E il motivo è semplice, anche se dirlo così sembra riduttivo: Ted Lasso non ha mai raccontato il calcio, ha sempre raccontato le persone, solo che lo faceva usando un campo come palcoscenico, un po’ come succede nei migliori spokon dove la partita è solo la scusa per arrivare a qualcosa di molto più umano.
E qui arriva la parte che ha fatto scattare quel mix di curiosità e paura che ogni fan conosce bene: cambiare tutto senza tradire nulla. Perché la nuova stagione prende una direzione che sembra quasi una sfida lanciata direttamente allo spettatore, come a dire “ti fidi ancora di me?”. Ted torna, sì, ma non per riprendere da dove aveva lasciato. Torna per ricominciare da zero, e stavolta lo fa entrando in un universo che molti sottovalutano ancora, quello del calcio femminile, che nel mondo reale sta vivendo una crescita pazzesca ma che nella narrazione mainstream è sempre rimasto un passo indietro.
E già qui, se ci pensi, è perfettamente coerente con lui. Perché Ted è sempre stato uno che sceglie le sfide sbagliate nel modo giusto, o forse le sfide giuste nel modo più improbabile possibile. Allenare una squadra femminile di seconda divisione non è il classico upgrade narrativo, non è la solita escalation da “ora arriviamo ai livelli più alti”, è quasi il contrario, ed è proprio questo che lo rende interessante. Non si tratta più di vincere trofei o salvare la stagione, ma di costruire qualcosa che ancora non ha una forma precisa, e in questo caos c’è tutto il potenziale emotivo che ha reso la serie quello che è diventata.
Rivedremo Jason Sudeikis nei panni di Ted, e già questo basta a dare un senso di continuità, ma il ritorno di volti come Hannah Waddingham, Juno Temple, Brett Goldstein, Brendan Hunt e Jeremy Swift sembra quasi un passaggio di testimone più che una reunion vera e propria. Non saranno più il centro assoluto della scena, e questa cosa fa strano, inutile girarci intorno. Perché diciamocelo, Roy Kent che ringhia in spogliatoio o Keeley che trasforma ogni caos in opportunità erano diventati parte dell’esperienza tanto quanto Ted stesso.
Eppure l’idea di allargare il campo, di lasciare spazio a nuove storie, ha quel sapore da reboot intelligente, quello che non cancella ma evolve. Le nuove entrate – tra cui Tanya Reynolds e altre facce fresche che ancora dobbiamo imparare a conoscere davvero – portano con sé una promessa: quella di raccontare un’altra prospettiva, un’altra idea di squadra, un altro modo di vivere lo sport. E se ci pensi, è esattamente quello che fanno gli anime quando introducono una nuova generazione, tipo quando passi da un protagonista iconico al suo erede e all’inizio storci il naso, poi ti ritrovi a difenderlo online come se fosse sempre stato lì.
La cosa che continua a colpirmi è che Ted Lasso riesce a muoversi sempre su quella linea sottile tra leggerezza e profondità senza sembrare mai forzato. Parla di ansia, di fallimenti, di identità, di quel momento preciso in cui ti guardi allo specchio e non sei sicuro di essere all’altezza di quello che gli altri vedono in te, e lo fa senza appesantire, senza diventare una lezione. È come un episodio di un anime slice of life che ti fa ridere e poi, senza avvisare, ti piazza davanti a una verità che non volevi affrontare.
E allora questa quarta stagione diventa qualcosa di più di un semplice ritorno. Sa di ripartenza, di quelle che nella vita reale fanno più paura delle cadute, perché non hai più scuse, devi costruire davvero. L’idea che la serie possa aprire un nuovo arco narrativo, magari pensato su più stagioni, non suona nemmeno così assurda, anzi, sembra quasi inevitabile. Perché il mondo che ha creato è troppo ricco per chiudersi in una sola direzione, e perché c’è ancora tantissimo da dire su cosa significa essere una squadra, oggi, in un contesto che cambia continuamente.
E poi, sì, quel cartello giallo. “Believe”. Lo abbiamo visto mille volte, condiviso, memato, citato come se fosse una frase uscita da un manga cult o da un JRPG di quelli che ti segnano. Non è solo un oggetto di scena, è diventato un simbolo, e il fatto che sia ancora lì, anche solo intravisto nelle prime immagini, dà quella sensazione rassicurante che tutto può cambiare, ma alcune cose restano.
Forse è proprio questo il motivo per cui il ritorno di Ted Lasso funziona ancora prima di andare in onda. Non perché sappiamo già cosa succederà, ma perché sappiamo cosa ci farà provare. E in un periodo in cui le serie spesso puntano tutto sul twist, sullo shock, sull’episodio che “spacca internet”, ritrovarsi davanti a una storia che punta ancora sull’empatia sembra quasi rivoluzionario.
E adesso la vera domanda non è tanto se sarà all’altezza delle stagioni precedenti, quella è la classica ansia da fandom che ci porteremo sempre dietro. La domanda vera è un’altra, ed è molto più personale: quanto siamo cambiati noi da quando abbiamo visto Ted per la prima volta? Perché magari la serie si evolve, ma anche chi guarda non è più lo stesso, e forse è proprio lì che si giocherà la partita più interessante.
Da qui al 7 ottobre, con un episodio a settimana, ci sarà tutto il tempo per rientrare in quel mondo, per discutere, per esaltarsi, per criticare, per fare quello che una community nerd sa fare meglio: vivere una storia insieme, episodio dopo episodio, senza fretta ma senza nemmeno distacco.
E a questo punto la palla passa a noi. Davvero pronti a tornare in campo, oppure stiamo ancora cercando di capire se crediamo davvero… oppure no?
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