Take the X Train (X Densha de Ikou) è uno di quegli oggetti misteriosi dell’animazione giapponese che sembrano esistere in una dimensione laterale, sospesa tra culto underground, sogno febbrile e riflessione sociale travestita da assurdo. Un mediometraggio OAV del 1987 che arriva da quell’epoca irripetibile in cui l’anime sperimentava senza chiedere permesso, mescolando generi, toni e linguaggi con una libertà oggi quasi mitologica. Parliamo di un’opera diretta da Rintaro, autore capace di attraversare l’immaginario fantascientifico nipponico lasciando sempre una firma riconoscibile, e qui più che mai intenzionato a spiazzare. L’incipit è di quelli che non fanno sconti: un misterioso treno fantasma, ribattezzato Treno X, compare all’improvviso sulle rotaie del Giappone contemporaneo. Non è un mezzo qualunque, ma una manifestazione di pura energia elettrica, visibile solo attraverso scintille e bagliori che scorrono sui binari come fulmini incanalati. Chiunque si trovi sul suo percorso viene letteralmente incenerito, lasciando dietro di sé panico mediatico, paranoia collettiva e il terrore di un disastro fuori scala. La corsa del Treno X accelera, si espande, diventa inarrestabile, come se la modernità stessa avesse deciso di ribellarsi al controllo umano.
Al centro di questo caos troviamo Toru Ishihara, impiegato qualunque di una compagnia ferroviaria, uno di quei lavoratori invisibili che tengono in piedi il sistema senza mai riceverne il merito. Toru ama i treni, li sogna, li immagina, li vive come estensione della propria interiorità. E proprio questa ossessione apparentemente innocua diventa il ponte con l’ignoto. Epistassi improvvise, vuoti mentali, visioni di ingranaggi e leve che si muovono nel buio anticipano l’incontro ravvicinato con il Treno X, un evento che segna un punto di non ritorno. Da quel momento Toru non è più solo un ingranaggio sacrificabile, ma un’anomalia da studiare, controllare, sfruttare.
Il racconto si trasforma rapidamente in una corsa contro il tempo, ma anche in una satira feroce. Agenzie governative oscure, dirigenti senza scrupoli e apparati di potere iniziano a ruotare attorno a Toru come avvoltoi, convinti che la sua connessione psichica con il Treno X possa diventare un’arma o una fonte di energia illimitata. La sensazione è quella di assistere a un incubo burocratico travestito da fantascienza, dove il vero orrore non è il treno spettrale, ma la naturalezza con cui il sistema divora l’individuo.
Visivamente Take the X Train è un piccolo miracolo degli anni Ottanta. Le animazioni sono fluide, curate, spesso sorprendenti, con sequenze che non sfigurerebbero accanto a titoli più celebrati come Akira o Wicked City. Il body horror si insinua con discrezione ma decisione, attraverso corpi che reagiscono in modo innaturale allo stress psichico, tempie pulsanti, sangue che scorre come segnale fisico di un sovraccarico mentale. È un disagio che non cerca il gore fine a sé stesso, ma che amplifica il senso di perdita di controllo.
E poi c’è la musica, elemento chiave e totalmente fuori asse rispetto alle aspettative. Il film si apre con una dedica esplicita a Duke Ellington, e il riferimento a Take the A Train non è solo un gioco di parole. La colonna sonora free-jazz, dissonante e irregolare, accompagna l’azione come un commento ironico e anarchico, sottolineando l’assurdità della situazione e il mismatch totale tra l’eroe improbabile e l’antagonista cosmico. Non è musica che guida l’emozione, ma che la destabilizza, ricordandoci costantemente che siamo fuori da qualsiasi comfort zone narrativa.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’opera è il suo umorismo. Take the X Train riesce a essere genuinamente divertente senza mai scadere nel demenziale puro. Le espressioni spaesate di Toru, gli sguardi che vagano nel vuoto dopo eventi inspiegabili, la goffaggine di un protagonista che non ha nulla dell’eroe tradizionale creano una comicità sottile, spesso visiva, che convive con il mistero e l’orrore. Nessun personaggio è davvero bello secondo i canoni dell’anime classico, tutti hanno qualcosa di grottesco, caricaturale, incredibilmente umano.
Ed è forse proprio questa umanità storta ad aver condannato Take the X Train a un’esistenza ai margini. Nonostante l’altissimo valore produttivo, il mediometraggio non ha mai avuto una vera distribuzione occidentale ufficiale, rimanendo confinato a circuiti di appassionati, fandub e recuperi tardivi. Troppo strano, troppo poco solenne, troppo poco disposto a prendersi sul serio per essere elevato a capolavoro unanimemente riconosciuto. In un’epoca in cui l’animazione giapponese iniziava a essere “spiegata” all’Occidente attraverso opere cariche di gravitas e ambizioni epiche, Take the X Train sembrava quasi sabotare le aspettative.
Eppure, sotto la superficie surreale, il film ha molto da dire. Parla dell’impotenza dell’individuo davanti a un sistema che sfrutta e scarta, del valore invisibile del lavoro, delle ansie di fine millennio, della paura che il progresso tecnologico sfugga di mano. Soprattutto, riflette sull’idea che fare la cosa giusta non garantisca alcuna ricompensa, ma resti comunque necessario. Tutto questo è nascosto dentro una barzelletta cosmica, una corsa ferroviaria impossibile che molti spettatori inghiottono senza mai masticare davvero.
Take the X Train resta così uno degli esempi più puri di anime obscura, una gemma bizzarra da scoprire in una notte insonne, magari convinti di guardare solo qualcosa di strano prima di dormire e ritrovarsi invece a fissare i titoli di coda chiedendosi se ciò che si è appena visto fosse reale. Con una durata di poco superiore ai cinquanta minuti, è un’esperienza intensa, compatta, ideale da condividere con amici che amano discutere, analizzare, perdersi nei dettagli. Un viaggio su rotaie elettriche che non promette risposte facili, ma lascia addosso quella sensazione rara di aver incrociato qualcosa di autenticamente fuori norma.
E ora tocca a voi, viaggiatori della notte nerd: avete mai incontrato anche voi uno di quei film che sembrano capitare per caso e restare impressi come un sogno strano ma impossibile da dimenticare? Raccontatecelo nei commenti, perché il bello di questi treni fantasma è proprio parlarne insieme, binario dopo binario.
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