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Toy Story 5: Woody contro il tablet Lilypad, il ritorno che cambia per sempre il gioco

Toy Story non appartiene più soltanto al cinema d’animazione. Dopo oltre trent’anni di avventure, risate e inevitabili lacrime, la saga Disney e Pixar è diventata una sorta di memoria collettiva condivisa tra generazioni diverse, un linguaggio emotivo capace di parlare a chi è cresciuto con le videocassette consumate a forza di riavvolgimenti e a chi ha conosciuto Woody e Buzz direttamente attraverso le piattaforme streaming. Per questo motivo l’arrivo di Toy Story 5 nelle sale italiane il 18 giugno 2026 non rappresenta semplicemente il ritorno di un franchise amatissimo, ma un nuovo capitolo di una storia che continua ad accompagnare l’evoluzione dell’infanzia, della tecnologia e perfino del nostro rapporto con i ricordi.

Il nuovo trailer finale diffuso da Disney Italia ha acceso immediatamente l’entusiasmo del fandom Pixar, mostrando una reunion che molti spettatori attendevano con una miscela di speranza e timore. Dopo gli eventi di Toy Story 4, che sembravano aver regalato una conclusione definitiva al percorso di Woody, ritrovare insieme il celebre cowboy, Buzz Lightyear, Jessie e il resto della banda provoca una sensazione difficile da descrivere. Non si tratta soltanto di nostalgia. È qualcosa di più complesso, qualcosa che parla direttamente al passare del tempo.

Questa volta la sfida che attende i giocattoli non arriva da un nuovo compagno di giochi, né da una collezione privata o da un trasloco inatteso. Il vero cambiamento prende la forma di Lilypad, un sofisticato tablet progettato per aiutare Bonnie a socializzare e costruire nuove amicizie. Un personaggio che racchiude in sé tutte le contraddizioni dell’epoca contemporanea e che promette di diventare uno degli elementi più interessanti dell’intera saga.

Chiunque sia cresciuto immaginando mondi fantastici con una scatola di cartone trasformata in astronave o con una coperta diventata castello medievale percepisce immediatamente il peso simbolico di questa scelta narrativa. Toy Story ha sempre raccontato la paura dell’abbandono, il desiderio di sentirsi importanti e la necessità di trovare il proprio posto nel mondo. Oggi quel mondo è popolato da schermi, algoritmi, app educative, intelligenze artificiali e contenuti personalizzati. Pixar sembra aver deciso di affrontare direttamente questo cambiamento senza demonizzarlo, scegliendo una strada molto più interessante rispetto alla semplice nostalgia.

Lilypad non appare come un antagonista tradizionale. Non è il cattivo di turno pronto a conquistare la cameretta di Bonnie. È piuttosto l’incarnazione di una nuova idea di gioco, una presenza che rappresenta la tecnologia contemporanea e il modo in cui essa entra nella vita quotidiana dei bambini. Woody e Buzz si trovano così a confrontarsi con qualcosa che non possono comprendere fino in fondo, esattamente come accade a molti adulti di fronte alle trasformazioni culturali delle nuove generazioni.

Ad accompagnare questa nuova avventura troviamo un cast vocale italiano particolarmente ricco, costruito attorno a grandi ritorni e interessanti novità. Angelo Maggi torna naturalmente a prestare la voce a Woody, confermando ancora una volta quel legame ormai inscindibile tra il personaggio e uno dei doppiatori più amati dal pubblico italiano. Accanto a lui ritroviamo Massimo Dapporto come Buzz Lightyear e Ilaria Stagni nel ruolo di Jessie, tre interpretazioni che ormai fanno parte della storia stessa del doppiaggio italiano.

L’annuncio che ha sorpreso maggiormente gli appassionati riguarda però la partecipazione di Sal Da Vinci, chiamato a interpretare Pizza cu ‘e llente, uno dei nuovi personaggi introdotti in Toy Story 5. Figura affascinante e misteriosa, Pizza cu ‘e llente appartiene a una comunità di giochi dimenticati che vive nella vecchia casetta dei giocattoli di Blaze. Un personaggio che promette di aggiungere ulteriore profondità a una storia che sembra voler esplorare il destino degli oggetti lasciati indietro dal tempo.

Nella versione originale il ruolo è affidato a Bad Bunny, superstar mondiale capace di conquistare classifiche musicali e premi internazionali. La scelta di Sal Da Vinci per l’edizione italiana appare particolarmente intrigante, perché aggiunge al personaggio una personalità immediatamente riconoscibile e profondamente radicata nella cultura popolare italiana.

Le novità non finiscono qui. Katia Follesa entra ufficialmente nell’universo Pixar dando voce proprio a Lilypad, mentre Federico Basso interpreterà Smarty Pants, un curioso dispositivo educativo dimenticato da anni che sembra destinato a ritagliarsi uno spazio importante nella vicenda. Gianluca Gazzoli sarà invece Bullseye “Perfido”, una variante oscura e alternativa del celebre cavallo di Woody nata durante una sequenza immaginaria di gioco.

L’idea stessa di Bullseye “Perfido” richiama qualcosa che molti nerd conoscono molto bene. Chi è cresciuto inventando storie con action figure, modellini, personaggi LEGO o collezioni di miniature ricorda perfettamente quei momenti in cui gli eroi assumevano versioni alternative, corrotte, malvagie o provenienti da universi paralleli. È un concetto che appartiene tanto all’infanzia quanto ai fumetti Marvel e DC, agli anime, ai videogiochi e alle grandi saghe della cultura pop contemporanea.

Tra le altre voci spiccano Jacqueline Luna Di Giacomo nel ruolo di Snappy, Simone Mori come Atlas e il ritorno di Luca Laurenti nei panni di Forky, personaggio diventato rapidamente uno dei simboli più amati di Toy Story 4. Tornano inoltre interpreti storici come Carlo Valli per Rex, Ambrogio Colombo per Hamm, Cinzia De Carolis per Bo Peep e Corrado Guzzanti per Duke Caboom, contribuendo a creare una continuità che i fan della saga apprezzeranno enormemente.

Dietro la macchina da presa troviamo ancora una volta Andrew Stanton, autore che ha contribuito a definire l’identità stessa della Pixar attraverso capolavori come Alla ricerca di Nemo e WALL•E. La sua presenza rappresenta una garanzia importante per chi temeva che il franchise potesse trasformarsi in una semplice operazione nostalgica.

Stanton ha dimostrato più volte di possedere una straordinaria capacità di utilizzare l’animazione come strumento per raccontare emozioni universali. I suoi film non si limitano mai a intrattenere. Parlano di crescita, solitudine, cambiamento, memoria e relazioni umane attraverso personaggi che, sulla carta, potrebbero sembrare improbabili protagonisti. Pesci pagliaccio, robot abbandonati sulla Terra o giocattoli dimenticati diventano specchi in cui riconoscere noi stessi.

Anche la colonna sonora vedrà il ritorno di una figura fondamentale per l’identità della saga: Randy Newman torna infatti a comporre le musiche del suo quinto Toy Story. Una notizia che da sola basta a scatenare l’emozione di milioni di spettatori cresciuti ascoltando brani che ormai appartengono alla memoria collettiva del cinema d’animazione.

La frase promozionale scelta per accompagnare il film, “I tempi cambiano, gli amici restano per sempre”, sintetizza perfettamente l’anima di questa nuova avventura. Toy Story 5 sembra voler affrontare la trasformazione digitale del gioco senza rinnegare il passato e senza trasformare il presente in un nemico. Un approccio sorprendentemente maturo per una produzione destinata alle famiglie ma capace, come da tradizione Pixar, di parlare contemporaneamente ai bambini e agli adulti.

Dietro la storia di Woody, Buzz, Jessie e Bonnie si nasconde infatti una riflessione molto più ampia. Ogni generazione affronta il timore di essere sostituita, dimenticata o resa obsoleta dal cambiamento. I giocattoli di Toy Story hanno sempre incarnato questa paura universale. Oggi quella sensazione assume una forma diversa, fatta di schermi touchscreen, contenuti digitali e nuove modalità di interazione sociale.

Forse è proprio questo il motivo per cui la saga continua a rimanere attuale dopo oltre tre decenni. Non parla realmente di giocattoli. Parla di noi. Della nostra necessità di essere amati, ricordati e scelti anche quando il mondo cambia velocemente intorno a noi.

Mentre le prevendite italiane sono già aperte e l’attesa cresce giorno dopo giorno, una domanda continua a riecheggiare nella mente degli appassionati Pixar: quale posto avranno Woody e Buzz nell’infanzia del futuro? Toy Story 5 sembra pronto a esplorare proprio questo territorio, mettendo faccia a faccia tradizione e innovazione senza cercare vincitori o sconfitti.

E forse, in fondo, la risposta non riguarda soltanto Bonnie o i suoi giocattoli. Riguarda tutti noi che, nonostante gli anni passati, continuiamo ancora a emozionarci ogni volta che una stanza si svuota, una porta si chiude e qualcuno sussurra: verso l’infinito e oltre.

Galaxy Quest: 25 anni di un cult che ha trasformato la parodia in leggenda

Il 24 novembre 2000 arrivava nelle sale italiane Galaxy Quest, con un leggero ritardo rispetto all’uscita americana del 25 dicembre 1999. All’epoca sembrava un piccolo film di fantascienza, una commedia intelligente che giocava con i cliché televisivi. Nessuno poteva immaginare che, venticinque anni dopo, sarebbe stato ancora lì, vivo e pulsante, come un faro nella galassia della cultura pop. Oggi non parliamo solo di un film: parliamo di un fenomeno che ha saputo trasformarsi da parodia a tributo, da “gioco” metanarrativo a manifesto d’amore per i fan e per il fandom stesso.

Quando la finzione diventa realtà

La trama è nota ai più, ma vale la pena rievocarla come si fa con i miti. Un gruppo di attori, un tempo protagonisti della serie cult Protector, sopravvive partecipando a convention e fiere, intrappolato nei ruoli che li hanno resi celebri ma ormai incapace di guardare al futuro. Il colpo di scena arriva quando i Termiani, una razza aliena ingenuamente convinta che quelle storie televisive fossero cronache reali, li trascina in una missione spaziale contro il tirannico Sarris. All’improvviso, quelle repliche infinite diventano manuali di sopravvivenza e il cast si ritrova catapultato in una guerra vera, costretto a diventare davvero ciò che aveva sempre solo interpretato: eroi. Il cuore del film è tutto qui: l’idea che la finzione possa generare verità. Che l’interpretazione, se vissuta con passione e sincerità, possa trasformarsi in azione autentica. Non è solo satira di Star Trek: è una riflessione universale sul potere delle storie, su come il pubblico vi si aggrappi e su come esse, inaspettatamente, possano cambiare la vita anche di chi le racconta.

Risate, citazioni e rispetto

Molti film hanno provato a prendere in giro il genere fantascientifico, ma pochi hanno saputo farlo con lo stesso equilibrio. Galaxy Quest non è mai sarcastico: ironizza, sì, ma sempre con affetto. Ogni citazione è un omaggio, ogni gag è un abbraccio ai fan. Non è un caso se gli stessi trekkie lo considerano una delle migliori “storie di Star Trek” mai realizzate, nonostante non faccia ufficialmente parte del canone.

La pellicola celebra il fandom con uno sguardo doppio: da un lato mostra le ossessioni, le code infinite alle convention, le domande maniacali dei fan; dall’altro riconosce che, senza quel legame, nessuna opera resisterebbe al tempo. È un film che ride con i nerd, non dei nerd.

Un cast stellare che ha fatto la differenza

Se Galaxy Quest è entrato nella leggenda, gran parte del merito va al suo cast. Tim Allen incarna con perfetta ironia Jason Nesmith, l’ex star che fatica a separarsi dal suo alter ego eroico. Sigourney Weaver, che già aveva scritto pagine epiche nella saga di Alien, regala a Gwen DeMarco un mix irresistibile di autoironia e fascino.

E poi c’è lui: Alan Rickman. Nei panni di Alexander Dane, attore shakespeariano intrappolato nel ruolo dell’alieno burbero “alla Spock”, Rickman dona una profondità che trasforma la caricatura in tragedia personale. Il suo sarcasmo e la sua vulnerabilità lo hanno reso il personaggio più amato e citato dai fan.

Accanto a loro brilla un cast di supporto che oggi è una vera mappa delle stelle di Hollywood: Sam Rockwell come il goffo Guy Fleegman, Tony Shalhoub nei panni del tecnico zen Fred Kwan, e poi un giovanissimo Justin Long e un inaspettato Rainn Wilson, prima che diventasse Dwight Schrute in The Office.

La scrittura e la regia: equilibrio perfetto

La sceneggiatura firmata da David Howard e Robert Gordon è un piccolo gioiello: commedia brillante che non scivola mai nel farsesco, avventura spaziale che riesce a mantenere tensione e ritmo, parabola meta-narrativa che parla al pubblico dentro e fuori lo schermo. Dean Parisot, alla regia, orchestra il tutto con leggerezza e precisione, senza mai dimenticare di dosare risate, azione ed emozione.

Il film non si limita a intrattenere: racconta una crescita. Da attori disillusi e stanchi, i protagonisti diventano veri paladini. È un’evoluzione che rispecchia la potenza delle storie e il loro ruolo nel trasformare chi le vive, anche se solo come finzione.

Un’eredità che dura nel tempo

A un quarto di secolo dalla sua uscita, Galaxy Quest rimane una delle commedie sci-fi più riuscite di sempre. È stato celebrato da fan club, citato in documentari, analizzato in saggi accademici e riconosciuto come un esempio di “parodia perfetta”. Persino gli attori di Star Trek, da William Shatner a Patrick Stewart, hanno più volte dichiarato il loro affetto per la pellicola, definendola uno dei tributi più sinceri mai dedicati alla loro saga.Ma il lascito più grande è forse la lezione che continua a insegnare: che i fan sono parte integrante della magia, che i mondi immaginari hanno un impatto reale, e che l’eroismo può nascere anche da chi, fino a un attimo prima, si considerava solo un attore intrappolato in un ruolo.

Rivedere oggi Galaxy Quest significa tornare a ridere, emozionarsi e riflettere come la prima volta. Non è invecchiato: anzi, col passare del tempo è diventato ancora più prezioso, un manuale di autoironia e passione per tutti gli appassionati di fantascienza.

“Mai arrendersi, mai retrocedere”: lo slogan del film è diventato un motto geek, un inno alla resilienza del fandom e al potere delle storie. E mentre celebriamo i suoi 25 anni, una cosa è chiara: Galaxy Quest non è mai stato soltanto una commedia, ma un atto d’amore eterno per la fantascienza e per chi, ogni giorno, continua a crederci.

La seconda stagione di “Nuovo Santa Clause Cercasi”

Sono disponibili il trailer e la key art della seconda stagione della serie originale Disney+ Nuovo Santa Clause Cercasi. Il nuovissimo trailer svela la storia di Scott Calvin (Tim Allen) e della sua famiglia che ritornano al Polo Nord per vivere altre avventure. La seconda stagione debutterà mercoledì 8 novembre sulla piattaforma streaming con i primi due episodi, seguiti da un nuovo episodio ogni settimana.

Oltre ad Allen, che è produttore esecutivo e riprende l’amato ruolo di Babbo Natale/Scott Calvin, la seconda stagione è interpretata da Elizabeth Mitchell nel ruolo di Mrs. Claus/Carol, Austin Kane nel ruolo di Cal Calvin Claus, Elizabeth Allen-Dick nel ruolo di Sandra Calvin Claus, Devin Bright nel ruolo di Noel, Gabriel “Fluffy” Iglesias nel ruolo di Kris Kringle ed Eric Stonestreet nel ruolo di Magnus Antas, The Mad Santa.

Accanto ad Allen, il pluripremiato Jack Burditt (30 Rock, Modern Family, Frasier, Unbreakable Kimmy Schmidt) continua a ricoprire il ruolo di produttore esecutivo e showrunner. Kevin Hench (L’uomo di casa), Richard Baker (L’uomo di casa, Santa Clause, Che fine ha fatto Santa Clause?) e Rick Messina (L’uomo di casa, Santa Clause, Che fine ha fatto Santa Clause?) sono produttori esecutivi insieme a Jason Winer e Jon Radler per la Small Dog Picture Company.

Tim Allen ritorna nella serie “The Santa Clause”

La Disney Legend Tim Allen sarà l’executive producer di The Santa Clause (titolo provvisorio), una serie Disney+ Original dove tornerà a interpretare l’amato ruolo di Scott Calvin, dal franchise di successo targato Walt Disney Pictures. La produzione inizierà a Los Angeles a marzo. Il pluripremiato Jack Burditt (30 Rock, Modern Family, Frasier, Unbreakable Kimmy Schmidt) è l’executive producer e showrunner insieme a Kevin Hench (L’uomo di casa), Richard Baker e Rick Messina. La serie Disney Branded Television è una produzione 20th Television.
 
Tim Allen ha vinto un People’s Choice Award per la sua interpretazione nel film Santa Clause del 1994 in cui veste i panni di Scott Calvin, il sostituto di Babbo Natale, completo di girovita fuori misura, guance rosee e baffi bianchi come la neve. L’attore è poi tornato a interpretare l’iconico ruolo in due sequel, entrambi film molto popolari, Che fine ha fatto Santa Clause? del 2002 e Santa Clause è nei guai del 2006.
 
Nella serie Disney+, Scott Calvin sta per compiere 65 anni e si rende conto che non potrà essere Babbo Natale per sempre. Sta iniziando a perdere colpi sulle sue responsabilità come Babbo Natale e, cosa più importante, ha una famiglia che potrebbe finalmente beneficiare di una vita nel mondo normale, in particolar modo i suoi due figli che sono cresciuti al Polo. Con un bel po’ di elfi, bambini e una famiglia da accontentare, Scott si mette alla ricerca di un Babbo Natale adatto a sostituirlo, mentre prepara la sua famiglia a una nuova avventura per una vita a sud del Polo.
 
Allen, la cui popolarità è salita alle stelle come star della serie di punta della ABC Quell’uragano di papà, ha ricevuto numerosi premi per il suo ruolo nei panni di Tim “l’uomo attrezzo” Taylor, tra cui un Golden Globe nel 1994 e il People’s Choice Award per otto anni consecutivi dal 1992 al 1999. Allen ha anche recitato per nove stagioni nella serie di successo L’uomo di casa.  Nel 1995, il poliedrico attore ha prestato la sua voce a Buzz Lightyear nel suo primo film d’animazione Pixar, Toy Story – Il mondo dei giocattoli. Ha ripreso il ruolo iconico dell’arrogante ma amabile action figure dello spazio nei due sequel, Toy Story 2 – Woody e Buzz alla riscossa del 1999 e Toy Story 3 – La grande fuga del 2010. È anche apparso nella parte del personaggio in una serie di cortometraggi di Toy Story, tra cui Vacanze hawaiiane (Hawaiian Vacation), Buzz a sorpresa (Small Fry) e Non c’è festa senza Rex.
 
Si è riunito con il team creativo di Santa Clause per realizzare Da giungla a giungla targato Disney e nel 2006 ha anche recitato nel remake di un classico Disney, Shaggy Dog – Papà che abbaia… non morde. 
 
Allen ha anche prestato la sua voce come narratore nel documentario Disneynature del 2012, Chimpanzee e ha recitato nella commedia Touchstone del 2007 Svalvolati on the road, oltre al film del 1999 Galaxy Quest. Nel 1994, la Disney Hyperion Publishing ha pubblicato il suo libro di debutto, “Don’t Stand Too Close to a Naked Man”. È arrivato in cima alla classifica dei bestseller del New York Times permettendogli di scrivere un secondo libro, anch’esso pubblicato da Hyperion, “I’m Not Really Here”.