È successo un guaio – Strumenti disumani

Dopo il successo dell’anteprima a Lucca Comics & Games, SaldaPress lancia ufficialmente È successo un guaio – Strumenti disumani, la nuova graphic novel firmata da Lorenzo Palloni, uno degli autori più acclamati del fumetto italiano. Con questa opera, Palloni intreccia il giallo con il noir sociale, offrendo una narrazione che riflette sulle relazioni umane e sulle complessità del nostro tempo.

Ambientata in una città italiana senza nome, proiettata in un futuro talmente vicino da sembrare spaventosamente familiare, la storia segue le vicende della Hari Investigazioni. Questa piccola agenzia di investigazioni private è diretta dalla tenace Nadia Malocchi, affiancata dalle sue due figlie, Jo e Dami. Attraverso i loro occhi, Palloni costruisce un racconto che va oltre i confini dei casi criminali: si addentra nelle dinamiche della loro famiglia, un microcosmo di tensioni e fragilità che riflette le incertezze della società che li circonda.

Jo è un personaggio che lascia il segno: una donna forte, fiera del suo corpo e della sua identità, che non si piega ai pregiudizi sociali. Dami, sua sorella, è una donna transgender ed ex poliziotta, il cui passato tormentato si intreccia con le sfide quotidiane della famiglia. Insieme, si trovano a combattere non solo contro un mondo in decadimento, ma anche contro le loro battaglie personali, il tutto mentre la città attorno a loro si sgretola sotto il peso della violenza e del ritorno della mafia.

Nel frattempo, una serie di attentati e omicidi sconvolge la città. Le sorelle Malocchi capiscono che per affrontare l’oscurità esterna e interna devono unire le forze, anche se questo significa cercare di riportare nella squadra il loro fratello Kris, un genio delle investigazioni ma attualmente isolato e schiacciato dalla depressione. La sua mente brillante è l’unica che potrebbe fare la differenza, ma il prezzo da pagare potrebbe essere più alto di quanto immaginino.

La storia si sviluppa in una “città di mare senza mare”, un luogo che diventa metafora di una società al collasso. Qui, la violenza, la corruzione e l’ipocrisia si riflettono nelle vite dei protagonisti, che si trovano a camminare sul filo del rasoio tra verità e sopravvivenza.

Con È successo un guaio, Lorenzo Palloni conferma il suo talento nel raccontare storie intense e stratificate, affrontando temi come la famiglia, l’identità di genere e la lotta contro le ingiustizie. Il suo stile unico, che combina il grottesco con un tocco di comicità noir, dona alla storia un equilibrio perfetto tra intrattenimento e profondità, rendendola uno specchio crudo ma affascinante della nostra realtà.

Se siete in cerca di una lettura che sappia emozionare e far riflettere, È successo un guaio è la scelta giusta. Palloni non delude, e ancora una volta ci regala un’opera che sa lasciare il segno.

I miserabili di Ladj Ly: un thriller sociale tra Hugo, periferie e pop culture

Quando ho saputo che “I miserabili” di Ladj Ly arrivava finalmente in Italia, distribuito in esclusiva su MioCinema.it e Sky Primafila Premiere, ho sentito una strana frenesia. Non era solo per l’hype che da mesi lo circondava — Cannes, Oscar, César, European Film Awards — ma per qualcosa di più profondo: la curiosità nerd di vedere come un capolavoro letterario ottocentesco venisse riletto attraverso il linguaggio del cinema contemporaneo, in un contesto di tensioni sociali più che mai attuali.

Ma partiamo dall’inizio.

Victor Hugo scrisse “I miserabili” nel 1862, raccontando la miseria, l’ingiustizia e la redenzione nella Francia post-rivoluzionaria. Un mattone letterario, certo, ma uno di quei mattoni che ti frantumano l’anima. Quando scopri che Ladj Ly ha girato il suo film proprio a Montfermeil, esattamente dove Hugo aveva ambientato parte del romanzo, capisci che non è solo una citazione: è un gesto simbolico. È come se Ly volesse dirci: guardate, dopo due secoli siamo ancora qui, bloccati nelle stesse dinamiche, con nuovi miserabili, nuovi Jean Valjean e nuovi Javert.

La trama del film sembra presa da un racconto di cronaca nera, di quelli che leggi sul telefono mentre sei in metro: Stéphane, un poliziotto appena trasferito, si unisce a due colleghi veterani della squadra anticrimine. Si muovono tra bande rivali, imam che cercano di mantenere la calma, ragazzini in piena rivolta. Poi un episodio apparentemente banale — un furto, un’aggressione, una bravata — fa saltare il tappo e trasforma il quartiere in una polveriera. Ma quello che rende il film di Ly così potente non è il racconto della violenza, bensì la sua capacità di mostrarci che qui non ci sono né buoni né cattivi. Non ci sono eroi. Non ci sono santi. Solo esseri umani, miserabili appunto, che cercano di sopravvivere.

Quando ho visto il cartoon originale realizzato da Makkox ispirato al film, ho sorriso. Perché Makkox non è uno qualsiasi. Chi bazzica la scena italiana dei fumetti, della satira e della graphic novel lo sa bene: il suo tratto ironico, il suo sguardo tagliente e malinconico allo stesso tempo sono perfetti per raccontare un’opera come questa. In un’intervista scherza: “A me non piacciono i film francesi, tranne alcuni (segue lista di 300 titoli)”. È la classica battuta da cinefilo nerd, uno di quelli che si lamentano del cinema francese, ma poi conoscono a memoria ogni scena di “Amélie” e hanno pianto guardando “La vita di Adèle”. Per Makkox, “I miserabili” entra di diritto in quella lista, anzi la allunga: è il +1.

Quello che colpisce di questo film è la sua sincerità. Non ci sono prediche. Non ci sono sconti. Non ci sono buoni da tifare o cattivi da fischiare. Ci sono uomini e donne intrappolati in un sistema che li divora, dove la legge è spesso un pretesto per mantenere lo status quo e la ribellione non è romanticismo, ma pura disperazione. Stéphane e i suoi colleghi ci appaiono tanto carnefici quanto vittime; i ragazzini di quartiere non sono angeli caduti, ma piccoli ribelli con sogni infranti; i capi delle bande non sono demoni, ma uomini che hanno imparato a sopravvivere nel caos.

Il film si ispira direttamente alle sommosse di Parigi del 2005, ma non è solo cronaca. È un affresco universale. È la storia di chiunque viva ai margini, di chiunque si senta schiacciato, ignorato, dimenticato. È, in fondo, una riflessione amara sul concetto stesso di giustizia. E mentre guardavo il film, con il cuore in gola e le mani sudate, mi è tornata in mente una delle frasi più celebri di Hugo: “Non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori.” È un pugno nello stomaco, perché ci obbliga a chiederci chi siano, oggi, questi cattivi coltivatori. Lo Stato? La polizia? La politica? Noi spettatori passivi?

Ladj Ly non offre risposte facili. Ci sbatte in faccia la realtà e ci lascia lì, a sguazzarci dentro. Ecco perché il suo film è diventato un caso internazionale. Ecco perché ha vinto il Premio della Giuria a Cannes, ha brillato agli European Film Awards, ha ottenuto candidature all’Oscar e trionfato ai César. Non perché sia perfetto (spoiler: non lo è), ma perché è vero.

Per noi appassionati di cinema, e in particolare per chi ama leggere la pop culture come specchio del mondo, “I miserabili” è un’esperienza che non si dimentica. Non è solo un poliziesco adrenalinico, non è solo un film di denuncia sociale. È un viaggio nei vicoli bui dell’animo umano. È un reminder che, anche oggi, tra videogiochi, supereroi, serie fantasy e battaglie spaziali, il cinema ha ancora il potere di colpirci dove fa più male: nel nostro bisogno di credere che si possa cambiare, anche quando tutto intorno ci urla il contrario.

Se siete arrivati fin qui, vi consiglio: guardate questo film, poi cercate il cartoon di Makkox, poi tornate qui e ditemi cosa ne pensate. Condividete l’articolo, commentatelo sui social, litighiamo pure su chi ha ragione e chi no. Perché, in fondo, il bello della pop culture è proprio questo: ci offre storie da vivere, discutere e, perché no, trasformare in nuove rivoluzioni.

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