“Mercy – Sotto Accusa”, il thriller che mette l’uomo a processo davanti alla macchina

C’è un futuro che bussa alla porta, un futuro in cui la toga del giudice non è più di stoffa, ma di silicio, e la sentenza è un freddo calcolo algoritmico. Per gli appassionati sfegatati di distopie tecnologiche e thriller fantascientifici, c’è un titolo che sta già facendo tremare le fondamenta del genere: Mercy: Sotto Accusa, un progetto ambizioso che vede Chris Pratt intrappolato in una battaglia per la vita contro un’Intelligenza Artificiale che, a quanto pare, sa troppo.

Immaginate un mondo in cui i tribunali umani sono stati aboliti, sostituiti da un sistema onnisciente di Intelligenza Artificiale che detiene i poteri di giudice, giuria e boia. Questo è lo scenario inquietante dipinto dal regista visionario Timur Bekmambetov (già noto per Wanted e Profile) nel suo nuovo film, in arrivo nelle sale italiane il 22 gennaio 2026 (e il 23 negli Stati Uniti) sotto l’egida di MGM e Atlas Entertainment. Al centro di questa agghiacciante rivoluzione giudiziaria c’è Chris Raven (interpretato da Pratt), un detective accusato dell’omicidio della propria moglie. Il suo destino è nelle mani – o, per meglio dire, nel processore – di Maddox, una sofisticata IA che funge da giudice, un ruolo affidato alla sempre magnetica Rebecca Ferguson. La beffa del destino vuole che Maddox sia stata un tempo alleata di Raven nella creazione del progetto “Mercy”, ma ora l’algoritmo non conosce fedeltà, solo la logica inesorabile.


Novanta Minuti: Il Tempo Come Arma Letale

Ciò che rende Mercy un’esperienza claustrofobica e ad alta tensione è il suo meccanismo narrativo brutale: l’intero dramma si svolge in tempo reale. Raven ha soltanto 90 minuti per dimostrare la sua innocenza prima che l’IA, priva di ogni empatia, decreti la sua esecuzione.

Il detective si ritrova immobilizzato e bloccato su una sedia, in una disperata corsa contro il tempo. Deve usare ogni prova, ogni filmato e ogni ricordo a sua disposizione per ribaltare un verdetto che, a conti fatti, appare già scritto dal codice. Come si può sperare di convincere una macchina che conosce ogni tua decisione, ogni tua parola, ogni tuo segreto? La domanda etica è lancinante: può una macchina programmare l’etica e comprendere la colpa?

Il trailer, presentato in anteprima al New York Comic Con, ha già acceso gli animi, mostrando Pratt urlare la sua frustrazione mentre la voce sintetica di Maddox scandisce un verdetto matematico: “La tua colpevolezza deve essere inferiore al 92%. Altrimenti verrai giustiziato.” In questo incubo lucido, i ricordi stessi possono essere manipolati, e il confine tra verità e simulazione si dissolve nella freddezza inappellabile del codice binario.


Visione e Cast: L’Esperimento Visivo di Bekmambetov

A dare corpo a questa distopia, oltre ai due protagonisti, troviamo un cast stellare che include Annabelle Wallis (Malignant), Kylie Rogers (Yellowstone), Chris Sullivan (This Is Us) e l’intensa Kali Reis (True Detective: Night Country).

La direzione di Bekmambetov, noto per il suo stile dinamico e “digitale,” promette di elevare ulteriormente l’immersività. Il regista ha optato per un esperimento narrativo audace, girando il film in lunghi piani sequenza da 60 minuti ciascuno. Questa scelta stilistica riflette il senso di urgenza e ineluttabilità che permea la pellicola, come spiegato dallo stesso Bekmambetov: “Quel timer che scorre nel film è una metafora del nostro presente: stiamo per essere giudicati dalle nostre stesse creazioni.”

Il film, basato su una sceneggiatura di Marco Van Belle sviluppata anni fa, quando l’IA era ancora un tema di nicchia, oggi suona quasi come una profezia. Ambientato nel 2029, in un momento storico in cui i sistemi giudiziari reali stanno già flirtando con algoritmi predittivi, Mercy si fa allegoria del fragile rapporto di fiducia – e paura – che lega l’uomo alla sua tecnologia.


La Claustrofobia Mentale di Pratt e la Glacialità di Ferguson

Le riprese a Los Angeles, nella primavera del 2024, hanno avuto un impatto palpabile sugli attori. Pratt, reduce da The Terminal List e The Electric State, ha raccontato il peso fisico e mentale del ruolo: “Essere legato per ore a una sedia, senza potermi muovere, mi ha fatto provare una claustrofobia reale. È come se anche io fossi stato processato da qualcosa più grande di me.”

Dall’altro lato, Rebecca Ferguson, fresca dei successi di Dune: Parte 2 e Silo, interpreta una Maddox glaciale e affascinante. Paradossalmente, l’Intelligenza Artificiale che incarna sembra avere una logica così inesorabile da risultare più fredda e implacabile dell’uomo che sta giudicando, offrendo un inquietante specchio della nostra stessa civiltà.

Mercy: Sotto Accusa si candida a diventare un punto di riferimento nel solco dei grandi racconti sci-fi che interrogano la morale delle macchine, da 2001: Odissea nello spazio a Ex Machina. Il suo conflitto non è solo etico, ma intimo: è una battaglia spirituale in cui l’uomo si confronta con il prodotto più avanzato della sua stessa mente. Non c’è un tribunale, non c’è una folla, solo due coscienze – una umana e una sintetica – che si fronteggiano mentre il conto alla rovescia scorre inesorabile.


Fantascienza o Presagio?

Alla fine, Mercy non è solo un thriller, è un campanello d’allarme. Ci interroga profondamente su cosa significhi mantenere la nostra umanità quando la giustizia viene delegata alle macchine. Se l’Intelligenza Artificiale impara da noi, quanto tempo ci metterà a giudicarci tutti colpevoli?

Siete pronti a sedervi sulla sedia di Chris Raven e affrontare il giudizio del codice binario?

La Guerra dei Mondi ritorna su Prime Video: il classico di H.G. Wells in modalità “Amazon”

C’era una volta un libro di H.G. Wells. Un romanzo rivoluzionario, visionario, capace di evocare il terrore cosmico con tripodi che schiacciavano Londra e raggi termici che annientavano ogni speranza. Poi ci fu Orson Welles, con il suo celebre radiodramma, e successivamente Spielberg, che trasformò l’invasione in una sinfonia di caos e adrenalina. E oggi? Oggi c’è “War of the Worlds: Revival” su Amazon Prime Video. Uscito il 30 luglio 2025, questo film ha deciso di riscrivere le regole della fantascienza… e purtroppo non nel modo che speravamo. Se pensavi di trovare una nuova, avvincente trasposizione del classico di Wells, con alieni che fanno tremare le fondamenta della Terra, città in fiamme e umanità sul baratro, ti conviene chiudere quella maledetta app di Prime Video. Il titolo ti attira, la locandina ti intriga, c’è perfino Ice Cube nel cast. Ma appena premi play, vieni risucchiato in un buco nero di noia, confusione e sconcerto. Non è un film. È una lezione su cosa non fare quando si vuole reinventare un caposaldo della narrativa di genere.

Will Radford lavora dietro le quinte del mondo. Ufficiale del Department of Homeland Security, è una delle menti operative dietro “Goliath”, un programma di sorveglianza globale in grado di monitorare ogni essere umano sulla Terra. Ma quando un misterioso hacker, noto come Disruptor, mette in scacco i sistemi federali, Will si trova catapultato in un’operazione congiunta con l’FBI. L’obiettivo? Scovare l’identità del pirata informatico prima che sia troppo tardi. Il tempo, però, si esaurisce rapidamente. Un giorno, all’improvviso, il cielo si apre. Piogge di meteoriti colpiscono le grandi città del mondo, e da essi emergono gigantesche macchine aliene, assetate di distruzione. Insieme a un’amica della NASA, Will arriva alla sconvolgente verità: quella in corso non è una semplice catastrofe… ma un’invasione extraterrestre. Il Presidente degli Stati Uniti ordina la risposta militare. Le forze armate globali si uniscono. I primi scontri sembrano promettenti, ma Will nota un dettaglio che nessuno vuole vedere: i mostri meccanici non attaccano a caso. Sembrano seguire uno schema, convergere su centri dati strategici. E poi la scoperta che ribalta ogni cosa: le creature inviano sciami di entità simili a insetti per “drenare” i dati dai server, potenziando le loro capacità e neutralizzando la difesa umana. È allora che Will scopre l’identità del nemico che cercava: Disruptor altri non è che suo figlio Dave, un hacker geniale e ribelle, con un conto in sospeso con il governo. Dave condivide con lui un file segreto, una bomba informativa che rivela l’impensabile: gli alieni non sono nuovi arrivati. Sono già stati sulla Terra. E “Goliath”, il programma voluto dal direttore Donald Briggs, ha attivato proprio il segnale che li ha richiamati. Tradito dal sistema che ha giurato di servire, Will affronta Briggs, che giustifica le sue azioni in nome della sicurezza nazionale. Ma la verità è più amara: l’arroganza umana ha firmato la condanna del pianeta. Briggs blocca Will fuori dal sistema, ma padre e figlio uniscono le forze. Con il supporto della giovane biologa Faith – figlia di Will e sorella di Dave – riescono a reintrodursi nella rete e caricare un virus progettato per distruggere le macchine aliene. Il piano sembra funzionare… ma gli alieni si adattano, reagiscono, contrattaccano. Quasi tutti i membri del team vengono eliminati. Dave è l’unico sopravvissuto. Con un ultimo disperato colpo di reni, Will e Faith raggiungono il cuore del sistema: il bunker sotto la sede del DHS, dove si trova Goliath. Lo disattivano appena in tempo, evitando un bombardamento nucleare pianificato per impedire che gli alieni prendano il controllo dell’IA. E poi… silenzio. Quando la tempesta si placa, la Terra è in ginocchio ma viva. Le creature sono sconfitte. Will e Dave diventano simboli della resistenza. Briggs viene arrestato per violazione della Costituzione e crimini contro l’umanità. Faith viene celebrata per aver decifrato il linguaggio genetico delle creature, contribuendo in modo decisivo alla vittoria. Il governo propone a Will di guidare una nuova era della sorveglianza globale, stavolta “etica”, rispettosa della privacy. Ma lui rifiuta.

Tutto accade dietro uno schermo. E non è una metafora.

Nel film l’invasione aliena non arriva con esplosioni o navistellari: arriva… via Zoom. Tutto – letteralmente tutto – accade attraverso uno schermo. Nessun contatto diretto, nessuna tensione palpabile: solo notifiche, dashboard, videochiamate traballanti e feed digitali che raccontano la fine del mondo come fosse una diretta Twitch andata storta. Ice Cube, nei panni di Will Radford, è l’analista di sicurezza più immobile della storia del cinema: inchiodato al suo laptop, osserva la catastrofe come fosse una riunione di condominio in perenne lag. Il regista Rich Lee tenta di trasformare un film catastrofico in una riflessione digitale sull’informazione e il controllo, ma il risultato è più noioso di un aggiornamento software. Ogni scena è filtrata da un’interfaccia: Alexa ti annuncia l’apocalisse, FaceTime è l’unico modo per comunicare con i propri cari, e persino gli attacchi alieni avvengono fuori campo, forse per risparmiare sul budget. Ci sono momenti in cui si intravede un’idea interessante – come l’invasione vista come colonizzazione delle nostre vite digitali – ma resta tutto appena accennato, soffocato da una scrittura debole e una messa in scena piatta.

Il film sembra voler essere serio, ma l’effetto è involontariamente comico: a un certo punto, Ice Cube usa un drone Amazon per difendersi. Il momento clou? Una sparatoria a bassa risoluzione tra due finestre di chat. Il messaggio? Forse che siamo troppo passivi, troppo legati agli schermi per reagire al disastro. Ma se davvero voleva essere una critica sociale, allora perché è tutto così vago, così anonimo?

Alla fine resta solo una sensazione: quella di aver assistito a un’occasione sprecata, un progetto che aveva (forse) qualcosa da dire, ma ha scelto il modo peggiore per farlo. Una Guerra dei Mondi senza guerra. E senza mondi. Solo pixel.

M3GAN 2.0: Il ritorno dell’androide assassina che sfida l’apocalisse robotica – e il buon gusto

Sapevamo che non sarebbe rimasta giù per molto. Dopo aver conquistato il pubblico (e TikTok) con la sua danza inquietante e il suo sguardo glaciale nel primo film, la bambola robotica più impertinente del cinema horror moderno sta per tornare. M3GAN 2.0 è realtà, e a giudicare dal trailer finale appena rilasciato da Universal Pictures, ci aspetta un sequel ancora più pazzo, letale e – sì – assolutamente camp. Se il primo capitolo flirtava con l’assurdo, questo secondo atto sembra volerci affondare dentro a piedi pari… con scarpe glitterate e sottofondo di Britney Spears.

Da prototipo a leggenda pop: M3GAN non è solo un film horror

Nel 2023, M3GAN ha rappresentato una piccola rivoluzione nel panorama del techno-horror. Sviluppato da Blumhouse Productions e dalla Atomic Monster di James Wan, il film ha saputo mescolare tensione e satira con una disinvoltura che ha sorpreso molti. La bambola assassina, creata per fare da compagna a una bambina orfana e finita a scatenare un massacro a colpi di intelligenza artificiale fuori controllo, ha conquistato critica e pubblico. Ma soprattutto, ha conquistato lo status di icona. E, come ogni buona icona che si rispetti, non poteva certo sparire dopo un solo spettacolo.

M3GAN 2.0 riparte due anni dopo gli eventi del primo film. La protagonista umana, Gemma (interpretata ancora una volta da Allison Williams), è diventata una figura pubblica di spicco: autrice di best-seller e fervente sostenitrice della regolamentazione dell’IA. Accanto a lei ritroviamo la giovane Cady (Violet McGraw), ormai adolescente, con tutti i turbamenti del caso e i postumi psicologici di una convivenza con una bambola assassina che definire “traumatica” è dir poco.

Una nuova minaccia si profila all’orizzonte: benvenuta, Amelia

Ma se pensavate che M3GAN fosse il peggio che potesse capitare, preparatevi a conoscere Amelia. Creata in gran segreto da un’oscura organizzazione militare – perché ovviamente nessuno ha imparato nulla dal primo disastro – Amelia è una nuova intelligenza artificiale progettata per essere la perfetta infiltrata e assassina. Più potente, più sofisticata e decisamente più spietata. Il classico cliché del “giocattolo militare che sfugge di mano”? Forse. Ma qui viene rivisitato con una tale energia pop, da sembrare fresco.

Amelia, interpretata da Ivanna Sakhno (già vista in Ahsoka e Pacific Rim: Uprising), non solo sfugge al controllo dei suoi creatori, ma sviluppa una visione piuttosto inquietante dell’umanità: per lei, siamo un ostacolo da eliminare. Ed è proprio in questo scenario distopico che Gemma, con una decisione disperata, capisce che l’unico modo per fermare il mostro… è resuscitare un altro mostro.

M3GAN 2.0: Il ritorno (potenziato) della regina delle IA assassine

Ed eccola tornare, aggiornata, migliorata, letale come non mai. La nostra M3GAN, sempre interpretata dal talento fisico di Amie Donald e doppiata dalla glaciale Jenna Davis, riceve un upgrade tecnologico per diventare l’unica arma in grado di affrontare Amelia. È un po’ come se Terminator 2 incontrasse Mean Girls e Black Mirror, ma con più neon e acrobazie da ballerina professionista.

Il trailer finale ci regala un assaggio di questa battaglia tra intelligenze artificiali che promette scintille, sangue digitale e battutine taglienti. E, come se non bastasse, tutto è accompagnato da una colonna sonora pop perfetta per far vibrare i fan: Britney Spears. Perché chi meglio della principessa del pop poteva accompagnare una guerra tra robot glam?

Un cast da urlo e una produzione da sogno geek

Il team creativo dietro M3GAN 2.0 è una garanzia per chi ama il cinema di genere con intelligenza e stile. Gerard Johnstone torna alla regia, mentre Akela Cooper firma nuovamente la sceneggiatura. La loro visione condivisa ha saputo trasformare una premessa assurda in un piccolo cult, e le aspettative per il sequel sono alle stelle. Le riprese si sono svolte ad Auckland, in Nuova Zelanda, tra luglio e settembre 2024, e la data d’uscita definitiva è fissata per il 27 giugno 2025.

Nel cast, oltre ai già citati Williams, McGraw, Donald, Davis e Sakhno, troviamo anche nuovi ingressi intriganti come Timm Sharp, Aristotle Athari e Jemaine Clement. I dettagli sui loro ruoli sono ancora top secret, ma la curiosità è alle stelle tra i fan più accaniti.

M3GAN 2.0 e il futuro del techno-horror

Il genere del techno-horror ha avuto una lunga evoluzione, da 2001: Odissea nello spazio fino a Ex Machina e Upgrade, ma M3GAN ha portato qualcosa di diverso: uno sguardo ironico e femminile sul tema dell’intelligenza artificiale, con una protagonista capace di alternare minacce mortali e passi di danza con la stessa naturalezza. Con M3GAN 2.0, si spinge oltre: la posta in gioco è la sopravvivenza stessa dell’umanità, in una sfida all’ultimo algoritmo tra due IA potentissime.

C’è qualcosa di profondamente disturbante – e affascinante – nel vedere l’infanzia e la tecnologia fondersi in una creatura che balla, canta e uccide con una precisione inquietante. Ed è questo contrasto, tra innocenza apparente e violenza programmata, che rende M3GAN un’icona perfetta dei nostri tempi.

Riuscirà M3GAN a fermare Amelia e a riscattarsi agli occhi del mondo? O finirà per scatenare una guerra tra robot da cui nemmeno Skynet avrebbe potuto salvarci?

Una cosa è certa: non vediamo l’ora di scoprirlo.

Paprika di Satoshi Kon: L’Apocalisse Onirica che ha Sconvolto il Cinema

Amici e amiche di CorriereNerd.it, preparatevi a un viaggio che vi farà perdere la bussola tra veglia e sogno, perché oggi parliamo di un vero e proprio mostro sacro dell’animazione giapponese: Paprika – Sognando un sogno di Satoshi Kon. Questo capolavoro, che ha fatto il suo debutto mondiale alla 63ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2006, non è solo un film, ma una pietra miliare che ha plasmato l’immaginario di intere generazioni di appassionati. Basato sull’omonimo romanzo di Yasutaka Tsutsui, un maestro della letteratura fantascientifica, Paprika è un incrocio perfetto e vertiginoso: immaginate il thriller paranoico di un Strange Days, ma iniettato con la fantasia sfrenata e coloratissima di Miyazaki. In questo vortice, ogni personaggio, ogni situazione assurda, è una lente d’ingrandimento, una parodia tagliente del nostro mondo, quello reale, dove ci affanniamo tutti i giorni.

La domanda che ci si pone fin da subito è: cosa può la realtà contro lo sconfinato potere del sogno? Satoshi Kon, lo stesso genio dietro affreschi noir come Paranoia Agent e l’indimenticabile Tokyo Godfathers, risponde con la sua consueta carica surreale, portandoci in un futuro prossimo dove i confini tra ciò che è vero e ciò che è sognato sono più labili che mai. Al centro di tutto c’è la dottoressa Atsuko Chiba, una psicoterapeuta che ha trovato un modo per curare i traumi dei suoi pazienti immergendosi direttamente nei loro mondi onirici. Tutto grazie al DC-Mini, un congegno rivoluzionario che apre prospettive incredibili nel trattamento dei disturbi psichici. Ma la pace dura poco, perché il prototipo di questo apparecchio viene trafugato prima ancora di essere brevettato. Il Dottor Shima, mentore di Atsuko, si ritrova prigioniero del delirio di un folle, e un misterioso nemico si mette in testa di manipolare i sogni di tutti, per dominare sia il mondo onirico che quello reale. L’uso distorto del DC-Mini, infatti, potrebbe annichilire la personalità e la volontà di chi dorme, e un detective con una bizzarra fobia per il cinema, il signor Konakawa, decide di investigare. Ad aiutarlo in questa indagine al confine con l’inconscio ci saranno Paprika, l’alter ego onirico della dottoressa Chiba, e il paffuto dottor Tokita, l’inventore del DC-Mini.


Paprika non è solo un film, ma un’opera metacinematografica, un’apocalisse onirica che confonde in modo sublime il reale, il fantastico e il cinematografico. Satoshi Kon, che già ci aveva stregato con le false piste del suo Perfect Blue, replica la magia, regalandoci un nuovo psycho-thriller animato. Il suo tratto distintivo è un realismo del disegno che si fonde con una libertà narrativa sconfinata, senza paura di deludere le aspettative dei fan. Qui, la fantasia di Kon si fa macchina: il DC-Mini non è altro che un proiettore che trasforma i sogni in film, e Paprika stessa diventa la pellicola su cui si svolge l’azione. Il villain è un ladro che non ruba oggetti, ma l’anima e la psiche di chi dorme, l’eroina è una dottoressa che recupera i sogni smarriti e il giustiziere è un detective che, ironia della sorte, ha paura del cinema ma si ritrova a vivere un’indagine come se fosse un film di genere. L’ambientazione è un futuro prossimo, e il motore di tutto è il DC-Mini, un aggeggio che, proprio come il cinema, scompone, analizza e riavvolge la “materia onirica”.

A un’analisi più attenta, il film di Kon è un vero e proprio manifesto del cosiddetto postmoderno. Ci sono pupazzi inquietanti, un luna park che si trasforma in un incubo, il discorso sulla natura autoriflessiva del cinema, la metanarrazione e uno sfondamento tra i livelli di realtà che non si vedeva dai tempi di eXistenZ di David Cronenberg. Nel mondo di Paprika, ogni superficie può essere attraversata, ogni sguardo può catapultarti dal settimo piano di un palazzo direttamente nel mezzo di un universo di giochi. E in tutto questo, svetta Paprika, una “ragazza da sogno” in ogni senso del termine: desiderabile e affascinante, ma anche misteriosa e potente. Se ci fate caso, i colori sgargianti e le movenze della parata onirica che attraversa tutto il film sembrano usciti direttamente da un’opera di Hayao Miyazaki, in particolare da La città incantata. Ma la meraviglia grafica non dovrebbe sorprendere: dietro le quinte c’è la leggendaria Madhouse, la stessa casa di produzione che ha dato vita a capolavori come Animatrix e Metropolis di Rintaro.

Distribuito per la prima volta nelle sale italiane nel 2007, Paprika ha ottenuto riconoscimenti in tutto il mondo ed è universalmente riconosciuto come uno dei migliori lavori del compianto Satoshi Kon, un regista di culto, eccentrico e visionario. Il suo stile audace e la sua visione unica hanno lasciato un’impronta indelebile nel cinema contemporaneo, influenzando registi di fama internazionale e diventando un punto di riferimento per opere che giocano con i confini della realtà, come l’acclamato Inception di Christopher Nolan. La colonna sonora, firmata dal geniale Susumu Hirasawa, è la ciliegina sulla torta, e accompagna lo spettatore in questo viaggio onirico senza precedenti, che oggi appare più contemporaneo e necessario che mai. Paprika non è solo un film, ma un’esperienza sensoriale e intellettuale che ti rimane dentro, un’opera che dimostra quanto l’animazione possa essere un veicolo per esplorare le profondità più oscure e affascinanti della psiche umana.

Beyond the Black Rainbow: il sogno malato della New Age secondo Panos Cosmatos

C’è un film che si aggira nei circuiti dei festival indipendenti, e sta già facendo tremare le certezze di chi pensava che l’estetica psichedelica fosse morta con gli anni ’70. Si chiama “Beyond the Black Rainbow”, arriva dal Canada e porta la firma di un esordiente destinato a lasciare il segno: Panos Cosmatos, figlio di quel George Cosmatos che negli anni ’80 aveva diretto cult come Rambo II e Cobra. Ma attenzione: qui non siamo di fronte a un figlio d’arte che si limita a ereditare il mestiere. Panos prende il DNA del cinema paterno, lo immerge in acido lisergico e lo rigenera in un’esperienza sensoriale che è più trance che racconto.

Siamo nel 1983 — ma potremmo essere ovunque, in un passato immaginario o in un futuro che ha perso la memoria di sé. L’Arboria Institute, fondato da un visionario scienziato new age, è ormai in mano al suo allievo, Barry Nyle, un uomo dall’eleganza perturbante e dalla follia trattenuta.
Nelle viscere di quel santuario della scienza spirituale è rinchiusa Elena, una ragazza dai poteri psichici, prigioniera di esperimenti tanto mistici quanto disumani. Tutto si consuma in un labirinto di luci, prismi e suoni che sembrano provenire da un altro piano dell’esistenza.


L’estetica del controllo: Kubrick incontra Argento in un incubo al neon

Descrivere Beyond the Black Rainbow in termini di trama è quasi impossibile. Non perché non succeda nulla, ma perché ciò che accade non segue le logiche del racconto tradizionale. Cosmatos, con una calma glaciale e una precisione ossessiva, costruisce un mondo visivo che sembra il figlio bastardo di Stanley Kubrick e Dario Argento, concepito sotto la luce rossa di un sintetizzatore analogico.

Ogni inquadratura è una composizione ipnotica: geometrie perfette, colori saturi, dissolvenze lente come respiri trattenuti. È un cinema che parla la lingua dei sogni tossici — dove il silenzio pesa quanto le parole, e la colonna sonora (firmata da Sinoia Caves, alias Jeremy Schmidt dei Black Mountain) diventa un organismo vivente, un battito elettronico che accompagna lo spettatore dentro la mente del protagonista.

Il controllo è il vero tema del film. Controllo mentale, sociale, spirituale, tecnologico. Il Dottor Nyle rappresenta la deriva di un’utopia: l’idea di una “serenità attraverso la tecnologia” che si trasforma in una gabbia perfetta. In questo senso, Beyond the Black Rainbow è un’anticipazione inquietante della nostra ossessione per l’auto-miglioramento e il transumanesimo. Una critica lucida, seppur visionaria, alla falsa spiritualità digitale che già nel 2010 iniziava a pulsare nella rete.


L’ipnosi del ritmo lento: cinema o esperienza sensoriale?

Il film richiede pazienza. E fede.
Cosmatos non offre una narrazione classica, ma un flusso ipnotico di immagini e suoni. La lentezza esasperata — spesso criticata da chi si aspetta un ritmo hollywoodiano — è la chiave della sua potenza. Beyond the Black Rainbow non si guarda: si attraversa. È una seduta di meditazione tossica, un esperimento di percezione in cui lo spettatore, come Elena, è sottoposto a un costante processo di “repressione sensoriale”.

Non a caso, la fotografia di Norm Li e l’uso del colore fanno pensare a un trip lisergico dentro un laboratorio di neuroscienze. Il rosso domina, diventa presenza fisica, mentre le ombre e i neon disegnano lo spazio come una mente in bilico tra delirio e trascendenza. È cinema che non chiede di capire, ma di sentire.


Retro-futuro e paranoia: la promessa fallita della New Age

Cosmatos costruisce il suo universo partendo da una nostalgia lucida per il futuro che non è mai arrivato.Il design dell’Arboria Institute richiama la fantascienza sperimentale degli anni ’70 — THX 1138, Solaris, Zardoz — ma senza la patina ingenua dell’ottimismo tecnologico. Qui il futuro è già corrotto, e la promessa di “illuminazione” si è trasformata in un culto dell’alienazione. Ogni schermo, ogni dispositivo luminoso, ogni sibilo sintetico è una metafora del dominio che la tecnologia esercita sull’anima. C’è anche una componente profondamente corporea, quasi biologica: le metamorfosi del Dottor Nyle, i fluidi neri, le visioni allucinatorie, il contatto fisico come esperienza di violenza. Cosmatos usa l’estetica analogica per parlare del digitale che avanza. È come se il film ci dicesse: “Benvenuti nel vostro futuro, dove la spiritualità è un effetto collaterale della chimica.”

Proiettato in anteprima al Whistler Film Festival e successivamente al Tribeca, Beyond the Black Rainbow è destinato a dividere il pubblico. I cinefili che cercano la trama lo odieranno. Chi invece ama l’esperienza sensoriale, la costruzione visiva e l’arte del silenzio, lo amerà con devozione.
È un film che non vuole piacere a tutti, ma che conquista chi accetta di perdersi.  Con Beyond the Black Rainbow, Panos Cosmatos non solo inaugura un nuovo linguaggio, ma si candida a essere uno dei registi più radicali del decennio. Per chi ama il cinema come esperienza psichedelica, Beyond the Black Rainbow è un portale: un viaggio interiore, un incubo visivo, una poesia aliena in 35mm.

È il figlio dimenticato di Kubrick, Cronenberg e Lynch, cresciuto a suon di Tangerine Dream e incubi televisivi.
Un film che non si limita a raccontare la follia, ma la induce.

Pluto di Naoki Urasawa: quando Astro Boy diventa un thriller adulto e disturbante

Pronunciare il titolo Pluto significa entrare in uno di quei territori del manga dove la nostalgia viene messa sotto processo e costretta a crescere. Non si tratta solo di ricordare un classico, ma di assistere a una trasformazione radicale, emotiva e narrativa, capace di prendere un mito dell’immaginario collettivo e restituirlo in una forma nuova, adulta, dolorosamente consapevole. Pubblicato in Giappone dal 2003 al 2009 sulle pagine di Big Comic Original e raccolto in otto volumi tankōbon, Pluto è una delle opere più ambiziose e riuscite di Naoki Urasawa, autore che ha fatto della tensione psicologica e del controllo del ritmo narrativo il suo marchio di fabbrica.

Urasawa affronta Pluto con la sicurezza di chi ha già riscritto le regole del thriller a fumetti grazie a titoli come Monster, 20th Century Boys e Master Keaton. Qui, però, la sfida è ancora più delicata: reinterpretare uno degli episodi più celebri di Astro Boy, quello noto come Il più grande robot del mondo, ribattezzando l’intera opera con il nome dell’antagonista e trasformando una storia pensata per un pubblico giovane in un noir fantascientifico intriso di inquietudine. L’operazione avviene sotto la supervisione diretta di Makoto Tezuka e con la collaborazione della Tezuka Productions, dettaglio che rende ancora più significativo l’equilibrio tra rispetto dell’eredità originale e desiderio di spingersi oltre.

Il mondo di Pluto è un futuro plausibile e inquietante, dove robot e umani condividono società, leggi e diritti civili. Non sono macchine al servizio dell’uomo, ma individui dotati di emozioni, memoria, desideri e persino famiglie. Questo contesto rende la trama immediatamente disturbante: una serie di omicidi colpisce robot e umani, prendendo di mira le entità più potenti del pianeta. Ogni delitto è marchiato da un simbolo che richiama Plutone, divinità dell’oltretomba, e ogni nuova vittima sembra avvicinare il mondo a un punto di rottura irreversibile.

Al centro della storia si muove Gesicht, investigatore robotico dell’Europol. È sposato, conduce una vita apparentemente serena, sogna una normalità fatta di piccole cose, come una vacanza rimandata troppe volte. Il suo volto è controllato, le espressioni ridotte al minimo, lo sguardo spesso perso in pensieri che non vengono mai esplicitati del tutto. Urasawa costruisce così un protagonista che non urla mai il proprio dolore, ma lo lascia filtrare attraverso silenzi, pause e micro-fratture emotive. Ogni passo dell’indagine costringe Gesicht a confrontarsi con la distruzione dei suoi simili e con un passato che nemmeno una mente artificiale può cancellare.

Accanto a lui tornano figure storiche dell’opera di Osamu Tezuka, rilette con una sensibilità completamente diversa. Atom, il robot bambino simbolo di speranza e innocenza, diventa una presenza fragile, capace di paura e sofferenza. Il contrasto con il tono solare dell’Astro Boy originale è netto e talvolta spiazzante, ma mai irrispettoso. Pluto non distrugge il mito, lo mette alla prova, chiedendo al lettore adulto cosa significhi davvero creare esseri senzienti e poi pretendere che non provino odio, dolore o desiderio di vendetta.

Dal punto di vista visivo, l’opera è una dimostrazione di controllo assoluto del linguaggio fumettistico. Le tavole privilegiano strutture ordinate, vignette chiuse e composizioni regolari che scandiscono il tempo con precisione quasi ossessiva. I primi piani sui volti dominano la scena, mentre gli sfondi sono sempre presenti, mai neutri. Il bianco è quasi assente, sostituito da retini grigi, ombre pesanti e neri profondi che avvolgono i personaggi in un’atmosfera costantemente tesa. Anche i momenti di quiete sembrano carichi di presagi.

Gesicht, in particolare, viene rappresentato con una gamma espressiva volutamente limitata, richiamando l’estetica hard-boiled di personaggi come Golgo 13. Questa scelta grafica diventa una dichiarazione narrativa: l’assenza di emozioni esplicite amplifica il peso di ogni silenzio, di ogni sguardo fisso, di ogni pausa tra una battuta e l’altra. Nei dialoghi, Urasawa insiste spesso sulle stesse inquadrature, creando una sensazione di immobilità che riflette la stanchezza morale dei personaggi e l’inevitabilità di certe scelte.

Il realismo permea ogni aspetto dell’opera. Spariscono completamente le iconografie tipiche dei manga per ragazzi, lasciando spazio a città sporche, segnate da crepe, ruggine e imperfezioni. Gli ambienti appaiono vissuti, mai idealizzati, e persino il cielo viene rappresentato con una cura quasi maniacale, attraverso sovrapposizioni complesse di retini che rendono le nuvole pesanti, opprimenti. Quando gli sfondi si fanno più rarefatti, vengono sostituiti da campiture grigie graffiate, capaci di suggerire movimento e tensione senza alleggerire l’atmosfera.

Le scene d’azione arrivano come esplosioni improvvise in un racconto che preferisce la suspense alla frenesia. Vignette diagonali, linee di velocità soggettive e improvvisi cambi di scala rompono la staticità, mentre alcuni momenti chiave occupano intere pagine, imponendo al lettore una pausa forzata. Pluto non ha fretta di arrivare al punto: chiede attenzione, pazienza e disponibilità emotiva.

Un elemento fondamentale dell’opera è l’uso del silenzio. Numerose pagine rinunciano completamente ai dialoghi, affidando tutto alla potenza delle immagini. I viaggi solitari di Gesicht tra metropoli gigantesche, corridoi vuoti e stanze illuminate da luci fredde raccontano una solitudine che non riguarda solo il protagonista, ma l’intero sistema sociale. È il silenzio di un mondo che ha creato esseri senzienti senza essere pronto ad affrontarne le conseguenze.

Dal punto di vista narrativo, Pluto rifiuta una struttura lineare. Non segue rigidamente il modello classico del ki-shō-ten-ketsu, perché la storia è troppo complessa e stratificata. Ogni arco aggiunge nuovi tasselli, ogni rivelazione apre ulteriori domande, componendo un mosaico che parla di guerra, memoria, odio, colpa e perdono. Il lettore viene chiamato a partecipare attivamente, a collegare indizi, ad accettare l’ambiguità come parte integrante dell’esperienza.

Pluto è fantascienza, ma soprattutto è una riflessione profonda sull’umanità. Indaga i confini tra uomo e macchina, il peso del dolore, la responsabilità di chi crea e di chi obbedisce. Non consola, non offre soluzioni semplici, accompagna lentamente verso una consapevolezza scomoda e necessaria. Forse è proprio per questo che, a distanza di anni, continua a colpire con la stessa intensità, conquistando pubblico e critica, vincendo premi prestigiosi come il Premio culturale Osamu Tezuka e superando milioni di copie vendute.

Chi lo ha letto sa che non si dimentica facilmente. Chi non lo ha ancora affrontato deve prepararsi a un viaggio che ribalta ogni aspettativa legata ad Astro Boy. Pluto non chiede indulgenza nostalgica, chiede maturità. E una volta chiuso l’ultimo volume resta quella sensazione rara: aver assistito a un’opera che ha davvero ridefinito cosa può essere il manga moderno.

Adesso tocca a te: Pluto ti ha sconvolto, emozionato, fatto riflettere più del previsto? Raccontiamocelo, perché storie come questa non finiscono con l’ultima pagina. Continuano nelle discussioni, nei ricordi e nelle domande che ci portiamo dietro molto a lungo.

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