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Good Omens: un addio amaro e incompiuto – la cancellazione della terza stagione e il controverso finale speciale

Good Omens 3: l’Apocalisse ridotta a un solo episodio

(CorriereNerd.it – magazine di Satyrnet)

C’è sempre stata un’aura ineffabile attorno a Good Omens, quella serie che ha saputo trasformare un romanzo cult di Neil Gaiman e Terry Pratchett in un’esperienza televisiva capace di unire ironia, filosofia e visioni apocalittiche con il volto inconfondibile di Michael Sheen e David Tennant. Eppure, ciò che doveva essere il gran finale di questa saga amata da milioni di fan in tutto il mondo sembra destinato a compiersi in modo del tutto inaspettato: non una terza stagione completa, ma un unico episodio speciale di 90 minuti.

Una notizia che ha colpito il fandom come un fulmine a ciel sereno, spegnendo l’entusiasmo e lasciando spazio a un’amara sensazione di occasione mancata. Prime Video, infatti, non ha cancellato ufficialmente la serie, ma ha scelto di concentrare l’epilogo in un solo film conclusivo. Alla base della decisione ci sono state le accuse di cattiva condotta rivolte a Neil Gaiman, che ha scelto di farsi da parte per non gettare ulteriore ombra sul progetto. Le riprese del “canto del cigno” di Good Omens si sono già concluse, ma il destino della sua distribuzione rimane sospeso in un limbo che ha il sapore di una vera e propria apocalisse televisiva.

Michael Sheen rompe il silenzio

Dopo mesi di silenzio, è stato proprio Michael Sheen – l’ineffabile Aziraphale – a confermare che l’episodio finale è stato girato, pur non sapendo se e quando i fan potranno vederlo. Con toni sinceri, l’attore ha ricordato che la decisione non è nelle sue mani: «L’episodio è fatto, e spero che le persone possano goderselo quando arriverà il momento giusto». Una dichiarazione che, se da un lato alimenta la speranza, dall’altro accresce l’incertezza: Prime Video deciderà di pubblicare l’ultima avventura di Aziraphale e Crowley, o preferirà seppellirla in un archivio polveroso come già accaduto con altri progetti?

Sheen, tuttavia, ha sottolineato un aspetto che va oltre le scelte industriali: la fortuna di aver lavorato al fianco di David Tennant e l’amore travolgente dimostrato dal fandom. «Quando si parla di chimica sullo schermo – ha detto – io e David ci sentiamo davvero fortunati. Vogliamo sempre che una scena funzioni al meglio. E vedere quanto Good Omens significhi per i fan mi commuove ancora oggi».

Un finale diverso da quello immaginato da Gaiman e Pratchett

Per chi ha seguito la serie sin dal debutto, la notizia di una conclusione ridotta appare come un tradimento delle promesse fatte. La prima stagione aveva conquistato il pubblico con il racconto dell’angelo e del demone intenti a sabotare l’Apocalisse; la seconda aveva ampliato la loro relazione, rendendola più intima e complessa. La terza, annunciata come ultima, avrebbe dovuto chiudere il cerchio narrativo, riallacciandosi a un’idea nata quasi 35 anni fa da una conversazione fra Terry Pratchett e Neil Gaiman.

Ma le accuse rivolte a Gaiman hanno costretto la produzione a una brusca frenata. Lo scrittore, pur avendo contribuito alla stesura, non parteciperà alla realizzazione diretta di questo episodio, lasciando il compito di concludere la storia ad altri autori e produttori, tra cui Rob Wilkins (Narrativia) e BBC Studios. Una conclusione che, inevitabilmente, rischia di sembrare più una chiusura forzata che un epilogo organico.

Un’eredità difficile da salutare

Per i fan, Good Omens non è solo una serie TV, ma un universo narrativo che ha parlato di libero arbitrio, di bene e male, di amicizie impossibili e di scelte che trascendono il bianco e nero morale. La chimica fra Tennant e Sheen ha trasformato Crowley e Aziraphale in icone queer e simboli di un’amicizia che supera le regole stesse del Paradiso e dell’Inferno. Vedere tutto questo ridursi a un “film finale” da 90 minuti appare quasi ingiusto, un atto che lascia in sospeso domande, desideri e aspettative.

Eppure, nonostante l’amarezza, Good Omens resterà per sempre una delle serie più coraggiose e singolari degli ultimi anni, capace di coniugare satira, spiritualità e humor britannico in un racconto universale. Se questo speciale riuscirà a catturare almeno una scintilla dello spirito originale, potremo forse salutarla non con rabbia, ma con gratitudine.

Per ora non resta che attendere: l’Apocalisse ineffabile è stata girata, ma non sappiamo ancora quando vedremo l’ultima danza di Crowley e Aziraphale.


👉 E voi, cosa ne pensate? Preferite un episodio speciale piuttosto che nessuna conclusione, o avreste voluto la stagione completa? Scrivetecelo nei commenti e teniamo viva insieme la speranza che Good Omens abbia il finale che merita.

25 Maggio: il Geek Pride Day: mondo nerd si prende la sua rivincita

Se sei un appassionato di Star Wars, hai mai letto Guida Galattica per Autostoppisti, hai una libreria piena di manga e videogiochi, e consideri la tecnologia un’estensione naturale del tuo corpo… allora probabilmente stai già cerchiando sul calendario la data del 25 maggio. E se ancora non lo fai, è ora di aggiornarsi, perché questa data è diventata una delle ricorrenze più emblematiche della cultura pop nerd a livello globale. Non è solo il “Compleanno di Star Wars” (che corrisponde alla data di uscita del film nei cinema), né solo il bizzarro ma amatissimo “Towel Day – Il giorno dell’asciugamano“, ispirato al genio visionario di Douglas Adams. Il 25 maggio è, da qualche anno a questa parte, anche il Giorno dell’Orgoglio Geek. Sì, esiste davvero. E no, non è uno scherzo da baraccone.

Tra astronavi e asciugamani: perché il 25 maggio è diventato il Natale dei Nerd

Tutto comincia il 25 maggio del 1977, quando nelle sale cinematografiche statunitensi esce un film destinato a cambiare per sempre la storia della fantascienza e della cultura pop: Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza. Una pellicola che ha scatenato una rivoluzione culturale, spingendo migliaia di giovani (e meno giovani) a sognare spade laser, Ribelli e cavalieri Jedi. A distanza di quasi cinquant’anni, quella galassia lontana lontana è più viva che mai, tra sequel, spin-off e serie TV su Disney+. Per i fan, il 25 maggio è diventato un simbolo, una data sacra, una sorta di Capodanno nerd.

Ma non è tutto. Il 25 maggio è anche il giorno in cui, ogni anno, i fan di Douglas Adams sventolano fieramente i loro asciugamani. Perché? Perché come ci insegna Guida Galattica per Autostoppisti, l’asciugamano è l’oggetto più utile che un viaggiatore intergalattico possa portare con sé. E così è nato il Towel Day, celebrato da chiunque abbia mai letto quelle pagine surreali, intrise di ironia e filosofia cosmica, e abbia imparato che la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto è… 42.

Il Geek Pride Day: da scherzo spagnolo a fenomeno globale

Ma il vero colpo di scena arriva nel 2006, quando un blogger spagnolo dal nickname Señor Buebo (vero nome Germán Martínez), decide di unire tutti questi elementi in un’unica celebrazione: il Día del Orgullo Friki. A Madrid, 300 geek si radunano in piazza, vestiti da supereroi, maghi e personaggi di videogiochi, accompagnati da un enorme Pac-Man umano. Il messaggio è chiaro: essere geek non è più qualcosa da nascondere, ma qualcosa di cui andare fieri.

L’idea prende piede rapidamente. Nel 2008, anche gli Stati Uniti si uniscono ufficialmente ai festeggiamenti, con tanto di sito ufficiale e parate in stile carnevalesco. Nomi importanti come il matematico John Derbyshire partecipano attivamente, e la marcia del geek sfila persino sulla Fifth Avenue. Nel giro di pochi anni, il Geek Pride Day diventa un fenomeno internazionale: dalla Svezia alla Romania, da Tel Aviv a San Diego, i nerd di tutto il mondo celebrano la loro identità con cosplay, conferenze, giochi di ruolo e maratone cinematografiche.

Essere geek oggi: da stigma sociale a lifestyle dominante

Ma cosa vuol dire, oggi, essere un geek? Una volta era un termine usato in modo quasi dispregiativo, un’etichetta per indicare i “secchioni” socialmente impacciati, spesso amanti di scienza e fantascienza, con passioni ritenute strane o infantili. Addirittura, il termine affonda le sue radici nei circhi, dove i “geek” erano artisti eccentrici che si esibivano in performance bizzarre. Oggi, invece, la parola è diventata una vera e propria bandiera. Un manifesto identitario. Come spiega Wikipedia, un geek è una persona con una passione fuori dal comune per un hobby, una disciplina o un universo narrativo. Che si tratti di collezionare Funko Pop, programmare in Python, recensire videogiochi o conoscere a memoria ogni episodio di Doctor Who, essere geek significa dedicarsi con amore – e spesso con maniacalità – a ciò che ci fa battere il cuore. E nel 2025, in un mondo in cui la tecnologia è ovunque, siamo davvero sicuri che non ci sia un geek dentro ciascuno di noi?

La tecnologia siamo noi: i dati parlano chiaro

Un’indagine condotta da Kingston Technology Company nel 2022 ci conferma quello che già sappiamo nel profondo: la tecnologia è diventata una vera e propria estensione del nostro essere. L’88% degli italiani dichiara di utilizzare dispositivi elettronici praticamente tutto il giorno. Lo smartphone – vera icona moderna – è ormai inseparabile: in Italia ne circolano oltre 80 milioni, a fronte di una popolazione di 60 milioni. Quasi il 77% degli intervistati teme più di perdere il cellulare che le chiavi di casa. Un dato che fa riflettere.

E se il 70% degli intervistati afferma di potersi disconnettere per un giorno intero, i comportamenti raccontano una storia diversa: il 63% usa lo smartphone per addormentarsi, mentre solo il 23% legge un libro. E non mancano le situazioni imbarazzanti: un buon 32% confessa di usare il telefono durante cene romantiche, mentre il 71% lo fa alle feste in famiglia. Anche in palestra, al cinema, al bar con gli amici… i device sono sempre lì con noi. Geek? Forse. Ma soprattutto umani in simbiosi con la tecnologia.

Il futuro è geek, e il geek è ovunque

“Se essere un geek tecnologico significa passare più tempo nel mondo virtuale che in quello reale, allora essere un geek non è più una sottocultura, ma un fenomeno globale”, afferma Stefania Prando, Business Development Manager di Kingston. E ha ragione: oggi, i geek non vivono più ai margini. Sono creatori di contenuti, innovatori, ingegneri, designer, artisti digitali. E sono ovunque.

Kingston, da oltre 30 anni, cammina accanto a questi pionieri, offrendo soluzioni per ogni esigenza, dal lavoro al gaming, dallo studio alla ricerca scientifica. E la loro filosofia, racchiusa nell’hashtag #KingstonIsWithYou, rappresenta proprio questo: un sostegno silenzioso ma costante, per chiunque ami la tecnologia e voglia costruire qualcosa di nuovo.

Abbraccia il tuo lato geek

Il 25 maggio, allora, non è solo una celebrazione nostalgica per appassionati di sci-fi. È una chiamata alle armi per chiunque abbia mai amato profondamente qualcosa, che sia un fandom, un linguaggio di programmazione, una console vintage o un meme su Reddit. È un giorno per dire: “Sì, sono un geek. E ne vado fiero”.

Perché in un mondo dove tutti viviamo connessi, dove la cultura pop è ormai mainstream e la creatività è diventata la nuova moneta, essere geek  non è più un’etichetta. È un’identità. È uno stile di vita. È il futuro.

E quindi, che tu sia Jedi o Hobbit, che il tuo asciugamano sia pronto o il tuo modem connesso, ricorda: il 25 maggio è il tuo giorno. E non sei solo.

La Terra Piatta: Storia, Evoluzione e Miti Moderni

La teoria della Terra piatta, sebbene priva di fondamento scientifico, ha resistito nei secoli come un’idea che sfida la nostra comprensione comune della scienza e del cosmo. Le sue origini risalgono a tempi antichi, quando la percezione del mondo era fortemente influenzata dalle limitate conoscenze astronomiche e geografiche. Con il passare dei secoli, però, nonostante le innumerevoli prove scientifiche a supporto della sfericità della Terra, la teoria della Terra piatta ha avuto un’evoluzione curiosa, continuando a suscitare interesse in alcuni gruppi e a essere alimentata dalle moderne teorie complottistiche.

Le Origini dell’Idea della Terra Piatta

Fin dall’antichità, molte culture hanno concepito la Terra come un oggetto piatto. In Egitto, ad esempio, il mito del Sole che percorre il cielo sopra un mondo piatto veniva rappresentato attraverso affreschi che mostravano la “barca del Sole” attraversare il firmamento, un concetto che persisteva anche in alcune versioni della cosmologia indo-iranica, dove si immaginava un grande monte Meru al centro della Terra, intorno al quale ruotavano il Sole, la Luna, e le stelle. Sebbene questi modelli fossero legati a visioni mitologiche e religiose, la persistenza dell’idea di un cielo a cupola solida trasparente è stata diffusa anche da alcuni pensatori anticlericali dell’Ottocento.

L’Evoluzione della Teoria: Dalla Tradizione alla Modernità

Contrariamente alla percezione popolare che durante il Medioevo la Terra fosse considerata piatta, gli studiosi medievali erano ben consapevoli della sua sfericità. Infatti, figure di spicco come Giovanni di Sacrobosco nel XIII secolo, con il suo trattato De Sphaera, erano già pronti a svelare la forma sferica del nostro pianeta. Aristotele stesso aveva fornito prove evidenti della sfericità della Terra, osservando, ad esempio, le costellazioni che cambiavano man mano che ci si spostava verso sud e l’ombra circolare della Terra durante le eclissi lunari.

Tuttavia, la teoria della Terra piatta non è stata dimenticata. Nel XIX secolo, un movimento noto come Flat Earth Society ha rianimato l’idea della Terra piatta grazie agli scritti di Samuel Birley Rowbotham, che, attraverso esperimenti empirici, cercò di “provare” che la Terra fosse davvero piatta. Nonostante l’assenza di prove scientifiche concrete, il movimento è riuscito a radicare nuove convinzioni tra coloro che, per vari motivi, erano scettici della scienza tradizionale.

Il Ritorno del Mito nei Tempi Moderni

Oggi, la teoria della Terra piatta è tornata alla ribalta grazie a Internet e ai social network. I sostenitori di questa teoria, spesso propensi ad abbracciare altre teorie complottistiche, sostengono che le evidenze a favore della sfericità della Terra siano parte di un complotto globale. Secondo queste teorie moderne, la Terra sarebbe un disco piatto con il Polo Nord al centro, circondato da un enorme muro di ghiaccio che impedisce l’accesso all’Antartide. Alcuni di questi gruppi suggeriscono persino che le mappe tradizionali e le immagini satellitari siano manipolate per nascondere la verità.

Nonostante le prove evidenti e la comprensione scientifica ormai consolidata, il terrapiattismo trova fertile terreno in un contesto di crescente sfiducia nelle istituzioni scientifiche e politiche. Questa crescente ondata di scetticismo è alimentata anche da una forte tendenza a cercare risposte alternative e più semplicistiche ai problemi globali, fenomeno che ha trovato una grande cassa di risonanza grazie alla diffusione delle teorie complottiste sui social media.

La Terra Piatta Nella Cultura Popolare

Nel corso della storia, la Terra piatta è stata anche protagonista di numerosi riferimenti culturali, dalla letteratura alla cinematografia. Nel 1723, ad esempio, Ludvig Holberg scrisse la commedia Erasmus Montanus, dove il protagonista si scontra con i paesani che, convinti che la Terra fosse piatta, lo ostacolano nel suo desiderio di sposarsi. Più recentemente, nel mondo della fantascienza, scrittori come J.R.R. Tolkien e Terry Pratchett hanno usato il concetto di un mondo piatto come ambientazione per le loro storie. In Discworld, Pratchett crea un intero universo piatto che poggia sulle spalle di elefanti giganti, un’immagine surreale che, seppur fantasiosa, rivisitava l’antica concezione della Terra piatta con un tocco di umorismo.

Altri esempi in letteratura e cinema includono opere come The Village that Voted the Earth was Flat di Rudyard Kipling e il celebre The Truman Show, dove il mondo artificiale di Seahaven è rappresentato come una superficie piatta coperta da una cupola. Anche i videogiochi come Minecraft e Golden Sun attingono a questo immaginario, creando mondi piatti e quadrati che ricordano la visione antica della Terra.

La Controversa Realtà della Terra Sferica

Nonostante la persistenza della teoria della Terra piatta, le prove scientifiche che dimostrano la sfericità del nostro pianeta sono incontrovertibili. Le osservazioni astronomiche, la misurazione della curvatura terrestre, le immagini satellitari e la navigazione aerea e marittima forniscono evidenze incontrovertibili che la Terra è una sfera. Inoltre, l’ombra circolare proiettata dalla Terra sulla Luna durante le eclissi, la curvatura visibile all’orizzonte, e la navigazione aerea che segue rotte curve, sono tutti segni che indicano inequivocabilmente che la Terra è rotonda.

Il persistere della teoria della Terra piatta è un fenomeno affascinante che rispecchia non solo la resistenza della mente umana a cambiare le proprie convinzioni, ma anche la crescente sfiducia nelle scienze tradizionali e nelle autorità. Nonostante la scienza continui a fornire prove schiaccianti della forma sferica della Terra, l’idea di un mondo piatto trova ancora sostenitori tra coloro che sono attratti dalle teorie complottistiche e dalle risposte facili. In fondo, la Terra piatta è più di un semplice mito: è una metafora della nostra continua ricerca di risposte, anche quando la realtà ci sembra difficile da comprendere.

Il genere Fantasy: caratteristiche e icone

Il fantasy è un genere letterario che da secoli incanta lettori di ogni parte del mondo, trasportandoli in mondi fantastici dove la magia, gli eroi e le avventure senza tempo sono protagonisti indiscussi. Sebbene molti associno il fantasy al XX secolo, le sue radici affondano in epoche ben più remote, nel folclore e nei racconti popolari tramandati oralmente. Questi racconti, spesso ispirati a eventi reali che venivano mitizzati, hanno gettato le fondamenta del soprannaturale e del fantastico che oggi riconosciamo come cuore pulsante del fantasy moderno.

La vera consacrazione del fantasy come genere letterario, tuttavia, si deve a George MacDonald, che ha scritto storie esplicitamente fantastiche, pioniere in un terreno ancora poco esplorato. Ma è con J.R.R. Tolkien e la sua straordinaria saga de Il Signore degli Anelli che il fantasy ha raggiunto il suo apice. Tolkien ha creato un mondo mitologico che ha definito uno standard completamente nuovo, slegato dalla storia umana, e ha ispirato generazioni di scrittori e lettori. Da allora, il fantasy ha continuato a evolversi, dando vita a un multiverso di sottogeneri che esplorano tematiche e ambientazioni sempre diverse, ma tutte unificate dal desiderio di far viaggiare la mente attraverso terre straordinarie e imponenti battaglie tra il bene e il male.

La Struttura del Fantasy: Tra Eroi e Mondi Straordinari

Uno degli aspetti che rende il fantasy così affascinante è la sua struttura narrativa. Sebbene ogni storia abbia le proprie peculiarità, esistono elementi fondamentali che legano tra loro le principali opere del genere. Tutto inizia con la creazione di un mondo fantastico, che è sempre ben definito, ricco di dettagli e leggi proprie, dalla geografia alla magia. Questo mondo, spesso parallelo al nostro, si anima con le avventure degli eroi che lo popolano, figure destinate a compiere viaggi epici che sono sia fisici che interiori. Il loro cammino è pieno di sfide che li costringono a crescere, a fare i conti con le proprie paure e, in molti casi, a superare ostacoli che simboleggiano prove morali e psicologiche.

A fianco del protagonista, ci sono sempre gli alleati: personaggi secondari che contribuiscono a rendere la trama più profonda, sia con il loro supporto pratico nelle battaglie, sia con il loro aiuto emotivo. Il culmine della storia arriva con lo scontro finale, un momento di grande tensione in cui si decide non solo il destino dell’eroe, ma anche quello dell’intero mondo fantastico. E, una volta che l’obiettivo è raggiunto, l’eroe è trasformato, in molti casi, in un simbolo di cambiamento personale, ma anche collettivo.

I Sottogeneri del Fantasy: Un Mondo di Possibilità Infinite

Il termine “fantasy” racchiude un universo ricco di sottogeneri, ognuno con le proprie caratteristiche e peculiarità. C’è davvero qualcosa per tutti i gusti, che si tratti di avventure epiche, racconti oscuri o magie intrecciate alla storia.

High Fantasy è forse il sottogenere più conosciuto, quello che ci porta in mondi completamente immaginari, distaccati dalla realtà. Le leggi fisiche, sociali e magiche sono create da zero, come nel caso di Il Signore degli Anelli di Tolkien o Il Trono di Spade di George R.R. Martin, dove la lotta tra il bene e il male è il motore della trama. Le battaglie epiche, la magia che permea ogni aspetto del mondo e il destino degli eroi sono i tratti distintivi di questa corrente.

Al contrario, il Low Fantasy si distingue per l’approccio più sobrio e radicato nella realtà. Qui la magia è rara, discreta e spesso temuta, come in La Bussola d’Oro di Philip Pullman, dove il fantastico emerge lentamente in un contesto realistico. I protagonisti non sono supereroi, ma persone comuni, a volte moralmente complesse, impegnate in lotte più personali che universali.

Per gli amanti del brivido, il Dark Fantasy è la scelta ideale. In opere come Le Cronache dei Vampiri di Anne Rice o Berserk di Kentaro Miura, la magia e l’orrore si fondono, creando atmosfere cupe e inquietanti. Qui i confini tra il bene e il male sono sfumati e gli anti-eroi devono affrontare minacce soprannaturali, creature mostruose e dilemmi morali che mettono alla prova la loro umanità.

Il Sword and Sorcery è il regno delle avventure adrenaliniche, dove eroi carismatici come Conan il Barbaro si destreggiano tra battaglie violente, magia selvaggia e ambientazioni selvagge. Opere come la saga di Fafhrd e il Gray Mouser di Fritz Leiber trasportano il lettore in un turbine di azione e magia, dove la vittoria dipende più dalle capacità individuali che dalla lotta per il bene dell’intero mondo.

L’Urban Fantasy porta il fantastico nel mondo moderno, fondendo la magia con la quotidianità urbana. Neverwhere di Neil Gaiman è l’esempio perfetto di un mondo sotterraneo magico, che coesiste accanto al nostro, mentre la serie di Harry Dresden di Jim Butcher esplora un Chicago abitata da creature soprannaturali, dove la magia è sempre dietro l’angolo.

Il Fantasy Storico unisce eventi storici e elementi soprannaturali, come in Jonathan Strange & Mr Norrell di Susanna Clarke e La saga di Temeraire di Naomi Novik, dove la magia arricchisce il passato con un tocco fantastico. Il Portal Fantasy, come Le Cronache di Narnia di C.S. Lewis, trasporta i protagonisti in mondi fantastici attraverso portali, simbolizzando trasformazioni personali e esplorazioni. Il Grimdark Fantasy, con opere come La Prima Legge di Joe Abercrombie, presenta mondi spietati e moralmente ambigui, in cui i protagonisti sono anti-eroi in lotta per la sopravvivenza in un universo brutale e privo di speranza.

Un Viaggio Senza Fine nel Mondo del Fantasy

Il fantasy è un genere che ha saputo catturare l’immaginazione di milioni di lettori in tutto il mondo, creando mondi così ricchi e complessi che ogni volta che ci si immerge in una nuova storia, si ha la sensazione di scoprire qualcosa di straordinario. Che si tratti di epiche battaglie, di misteri da svelare o di universi oscuri e inquietanti, il fantasy ha sempre qualcosa da offrire a chi è disposto a lasciarsi trasportare oltre i confini della realtà. E tu, quale mondo fantastico esplorerai oggi?

Torna “Nessundove” di Neil Gaiman per Oscar Fantastica

Oscar Fantastica presenta una nuova edizione di un classico contemporaneo dell’urban fantasy, forse uno dei titoli fondanti di questo genere: Nessundove di Neil Gaiman. L’autore debuttò infatti nella narrativa nel 1996 proprio con questo romanzo, dopo essersi fatto conoscere come sceneggiatore di fumetti con la saga di Sandman e non solo, dopo aver provato la narrativa però in tandem e  a quattro mani con Terry Pratchett in Good Omens.

Nella Londra degli anni Novanta, Richard Mayhew fa una vita poco prevedibile, tra un lavoro nel campo degli affari poco stimolante, un capo esigente e una fidanzata capricciosa. Un giorno soccorre una ragazza ferita per strada e la porta a casa sua, senza pensare alle conseguenze, perché lei viene da un mondo di cui Richard ignorava l’esistenza.

Sotto le affollate strade dell’iconica capitale britannica, c’è una città parallela e antica, popolata da mostri, santi, creature strane, assassini, angeli, antichi cavalieri, ragazze dotate di poteri magici, giunti o caduti lì da varie parti del mondo. Richard inizierà una nuova vita in quel mondo strano ma in cui pian piano troverà la sua strada verso un destino imprevisto che sconvolgerà la sua vita.

Nessundove è stato trasposto anche in una graphic novel nel 2006 disegnata da Mike Carey oltre che in una serie televisiva: nella nuova edizione di Oscar Fantastica presenta le immagini di Chris Riddell, illustratore e vignettista, che traduce bene le atmosfere di un mondo tutto da scoprire.

Snoopy romanziere e l’Incipit iconico: La Storia di “Era una notte buia e tempestosa”

La frase “Era una notte buia e tempestosa” ha una storia che va ben oltre l’iconico fumetto di Peanuts e il suo simpatico protagonista, Snoopy, il bracchetto creato da Charles M. Schulz. Quando si pensa a questa battuta, la mente corre inevitabilmente al cane scrittore, seduto sulla sua macchina da scrivere, che, con tanto entusiasmo e passione, inizia i suoi racconti con quella frase che ha acquisito uno status leggendario nel mondo della cultura pop. Eppure, come spesso accade con i grandi simboli, la vera origine di questa locuzione è ben più antica e affonda le radici in un contesto letterario che, sebbene ora sia diventato un sinonimo di esagerazione e umorismo, una volta rappresentava l’inizio di un’avventura gotica e misteriosa.

L’origine della frase risale al romanzo Paul Clifford (1830) dello scrittore britannico Edward Bulwer-Lytton, il quale scelse proprio quell’incipit per aprire la sua storia. Sebbene all’epoca non fosse vista come una particolare novità, ma piuttosto come un’espressione abbastanza comune tra gli autori dell’epoca, la sua forza evocativa è innegabile. Bulwer-Lytton utilizzò quella sequenza di parole per introdurre un’atmosfera drammatica, come in un classico racconto gotico che promette mistero e suspense. Non fu però lui il primo ad adottare questa formula, in quanto già nel 1807 Washington Irving la utilizzò in un’altra opera, A History of New York. Ma è con Bulwer-Lytton che la frase acquisì un posto speciale nell’immaginario collettivo, diventando un simbolo di uno stile narrativo che non avrebbe mai smesso di suscitare un certo fascino. Nonostante l’intento serio dell’autore, col passare del tempo, l’incipit ha acquisito una connotazione ironica, che l’ha reso perfetto per essere adattato a contesti diversi.

Il passaggio da una frase che nasce in un romanzo ottocentesco a una battuta ricorrente in Peanuts è, per molti versi, sorprendente. Eppure, è proprio qui che risiede una delle peculiarità più affascinanti di Snoopy e della sua capacità di trasmettere la magia della letteratura, anche nei suoi aspetti più parodistici. Charles Schulz, infatti, non cercava di sminuire l’importanza di quella frase, ma semplicemente la utilizzava per costruire un personaggio che incarnava in modo esagerato e simpatico lo spirito dell’autore stesso. Quando Snoopy scriveva “Era una notte buia e tempestosa”, non stava solo cominciando una storia, ma dando vita a un universo di avventure che, purtroppo per lui, rimanevano spesso incompiute. L’incipit, ripetuto più volte nella striscia, diventa parte integrante del carattere del personaggio: un eterno sognatore, un aspirante scrittore che combatte con la realtà e con i suoi limiti, ma che non smette mai di tentare.

La vera magia di questa frase, però, è la sua capacità di travalicare i confini della striscia a fumetti. Nel 1982, la citazione di Bulwer-Lytton divenne il cuore pulsante di un curioso evento letterario: il Bulwer-Lytton Fiction Contest, creato dal professor Scott Rice dell’Università di San José. Questo concorso, che premia “la più atroce frase di apertura del peggior romanzo mai scritto”, è diventato un appuntamento annuale per aspiranti scrittori che si cimentano nell’arte di creare incipit volutamente esagerati e sfortunati. Il concorso celebra l’ironia di un incipit che ha fatto scuola e che, nonostante il suo carattere di cliché, continua ad essere un punto di riferimento per chi vuole sperimentare con l’arte della narrativa. Nel 2021, ad esempio, Stu Duval di Auckland vinse il primo premio con una frase che rispecchiava perfettamente lo spirito di quel concorso: un gioco di parole che rievocava il tono della battuta originale, ma con un’ironia tutta nuova.

Nel corso del tempo, anche autori noti come Ray Bradbury e Andrea Camilleri non hanno potuto fare a meno di utilizzare questa famosa locuzione. Bradbury, nel suo libro Constance contro tutti, l’ha inserita con un tocco di ironia, come se volesse riflettere sulla stessa convenzione letteraria che l’ha resa tanto celebre. Camilleri, invece, nel suo Il birraio di Preston, ha dato alla frase un inconfondibile tocco siciliano, rendendola parte integrante del suo stile unico. Allo stesso modo, grandi nomi come Terry Pratchett e Neil Gaiman hanno utilizzato l’incipit, perlopiù in modo parodico, come mezzo per giocare con la tradizione letteraria, trasformandola in un espediente di metanarrativa che non manca mai di divertire.

Eppure, nonostante la sua fama come esempio di stile esagerato e quasi ridicolo, questa frase ha un merito innegabile: è sopravvissuta al tempo e ha trovato nuovi significati e contesti in cui adattarsi. La sua forza sta nel fatto che è in grado di evocare immediatamente un’atmosfera di mistero, di attesa, di promesse narrative che sfociano in grandi storie. Non è solo un cliché, ma un simbolo di come un incipit possa essere trasformato e reinventato senza mai perdere la sua potenza evocativa. La sua durata nel tempo è un chiaro esempio di come certi elementi letterari possano attraversare epoche diverse, rimanendo sempre rilevanti, sempre freschi.

La straordinaria capacità di Snoopy di trasformare una frase appartenente a un contesto letterario così lontano e, inizialmente, così serio, in uno degli incipit più conosciuti e amati della cultura pop, è testamento del suo spirito giocoso e della sua inesauribile immaginazione. La sua “notte buia e tempestosa” non è solo una battuta da fumetto, ma una porta spalancata verso un mondo di storie, avventure e, soprattutto, risate. In fondo, quello che rende immortale questa frase non è il suo essere considerata un cliché, ma il suo potere di evocare un mondo che aspetta solo di essere scritto, un mondo che, come quello di Snoopy, è fatto di un po’ di ironia, molta creatività e tanta, tanta immaginazione.

La prima stagione di Good Omens: curiosità e legami col Doctor Who

La prima stagione televisiva Good Omens, basata sul celebre romanzo del 1990 Buona Apocalisse a tutti! di Terry Pratchett e Neil Gaiman, è un esempio lampante di come una storia ben scritta e una produzione di alta qualità possano catturare l’immaginazione del pubblico e diventare un fenomeno culturale. Con attori del calibro di David Tennant e Michael Sheen nei ruoli iconici di Crowley e Aziraphale, la serie ha riscosso un successo che ha travalicato i confini dello schermo, ispirando una vasta produzione di fan art, vignette e discussioni appassionate online. La cura con cui è stata realizzata, dal cast alla sceneggiatura, fino alla colonna sonora e alla splendida sigla di apertura, ha conquistato gli spettatori, al punto da far dimenticare la possibilità di saltare i titoli di testa su Amazon Prime Video.

Il fulcro della storia si svolge nel 2018, anno in cui è previsto l’arrivo dell’Apocalisse. Secondo la profezia, la fine del mondo verrà innescata dalla presa di potere dell’Anticristo, un bambino inglese di undici anni di nome Adam. Crowley, un demone sfrontato, e Aziraphale, un angelo dal cuore tenero, si ritrovano in una situazione paradossale: entrambi, affezionatisi alla vita sulla Terra, decidono di scongiurare l’avvento dell’Apocalisse, unendo le loro forze nonostante la loro natura opposta. La loro missione si intreccia con le vicende di Anathema Device, discendente della strega profeta Agnes Nutter, e del goffo tecnico informatico Newton Pulsifer, mentre i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse – Guerra, Carestia, Inquinamento e Morte – si preparano a portare a compimento la distruzione del mondo.

A dominare la scena, però, sono indubbiamente Crowley e Aziraphale. Il loro rapporto, nato all’alba dei tempi con la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, si è consolidato nel corso di sei millenni passati a frequentare la Terra e ad adattarsi ai costumi locali. Aziraphale colleziona libri e ama il sushi, mentre Crowley scorrazzare per Londra su una Bentley nera d’epoca, rivendicando le cattiverie umane come proprie. Ma la nascita dell’Anticristo sconvolge la loro routine, e i due si ritrovano coinvolti in una serie di eventi che mettono in moto gli ingranaggi dell’Apocalisse.

La narrazione di Good Omens è un viaggio tra il serio e il faceto, dove l’ineffabilità del divino si mescola all’imperfezione umana, e dove niente va come dovrebbe. L’Anticristo, per esempio, cresce non come il terribile Distruttore dei Re, ma come un bambino normale, Adam Young, figlio di una tranquilla famiglia inglese. Questo ribaltamento di prospettiva è una delle chiavi del fascino della storia, che con intelligenza e ironia sovverte le aspettative del pubblico, rendendo l’Apocalisse una vicenda umana, fatta di errori, malintesi e tentativi disperati di salvare ciò che si ama.

L’adattamento televisivo di Good Omens è stato un progetto lungamente atteso, e il fatto che sia stato realizzato per il piccolo schermo piuttosto che per il cinema non ha fatto che accrescerne la qualità. Nei primi anni 2000, si parlava di un film con protagonisti Johnny Depp e Robin Williams nei ruoli principali, ma il progetto non è mai decollato. Alla luce della serie prodotta da Amazon Prime Video, è chiaro che il passaggio al formato televisivo è stato una benedizione sotto mentite spoglie.

Neil Gaiman, che non solo è l’autore del romanzo ma anche il produttore esecutivo e sceneggiatore della serie, ha giocato un ruolo fondamentale nel successo dell’adattamento. Grazie al suo coinvolgimento diretto, la serie mantiene un altissimo livello di fedeltà all’opera originale, con dialoghi e scene che sembrano saltare direttamente dalla pagina allo schermo. Tuttavia, Gaiman ha saputo anche rimaneggiare il materiale originale per adattarlo al nuovo medium, snellendo la narrazione e aggiornando alcuni elementi, come i riferimenti tecnologici e la backstory di alcuni personaggi.

Un esempio significativo di questo rimaneggiamento è il ruolo amplificato di Paradiso e Inferno, che nella serie hanno un’importanza maggiore rispetto al romanzo. Sin dall’inizio, infatti, è evidente l’interesse di entrambe le parti nella riuscita dell’Apocalisse, un aspetto che nel libro viene rivelato solo verso la fine. Questa scelta narrativa non solo arricchisce la trama, ma fornisce anche nuove sfumature ai personaggi, approfondendo la loro complessità e le loro motivazioni.

Uno degli elementi più apprezzati dai fan della serie è il modo in cui viene esplorato il rapporto tra Crowley e Aziraphale. Nel romanzo, il loro legame è accennato ma mai completamente sviluppato, mentre nella serie la loro lunga storia condivisa occupa una parte significativa del terzo episodio. Questo focus sulla loro relazione, che va oltre la semplice amicizia o il diplomatico accordo tra agenti sul campo, conferisce alla serie una profondità emotiva che ha contribuito al suo successo. La chimica tra Tennant e Sheen è palpabile, e il modo in cui i due attori interpretano i loro personaggi – con una complicità che riflette anche la loro amicizia nella vita reale – è uno degli aspetti più memorabili di Good Omens. Perché bisogna sempre cercare un aspetto amoroso in tutto? Per me sono solo due grandi amici.

Nella serie ci sono vari riferimenti al Doctor Who, per il quale Gaiman ha scritto un episodio: La moglie del Dottore, in cui Sheen ha doppiato il “personaggio” Casa.

Per quanto riguarda Douglass Mackinnon, il regista di Good Omens, sappiamo che ha collaborato insieme a Tennant per gli episodi: Lo stratagemma dei Sontaran e Il cielo avvelenato.

Per chi non fosse a conoscenza di tutte queste informazioni più tecniche, diciamo, ci sono dei riferimenti visibili e più riconoscibili anche dai fan meno accaniti del Dottore, tratti ironici a parte che caratterizzano la serie, andiamo a vedere quali sono.

Partiamo dalla sigla, dove apparentemente troviamo tra i vari personaggi che sfilano, quello che sembra un piccolo Dalek verde che cade poi giù da un altopiano. In realtà, guardando meglio si nota che questa presunta figura familiare ha dei piedini, quindi come amanti del Dottore fingeremo sia un Dalek ma in realtà è solo una figurina stilizzata verde, anche perché Tennant in una dichiarazione aveva parlato di riferimenti negando, però, la presenza di Dalek, più o meno… Poi vedrete il perché.

Il primo riferimento che ho notato immediatamente è quello della cravatta che Newton Pulsifer indossa, questo è un chiarissimo riferimento alla sciarpa del Dottore interpretato da Tom Baker senza altro da aggiungere.

Un riferimento che trovo piuttosto casuale, ma che effettivamente un parallelo ce lo fa fare, è quello tra War e Amy Pond, la compagna dell’Undicesimo Dottore, effettivamente le due donne si presentano entrambe coi capelli rossi e un abbigliamento simile: giacca di pelle, sciarpina attorno al collo.

Torniamo poi ai Dalek, perché seppur non presenti fisicamente, tornano in una citazione fatta da un amico di Adam, Brian, che come frase a effetto per spaventare gli umani, farebbe dire agli alieni: Exterminate!

Concludiamo poi con SIDRAT la targa dell’automobile del padre di Adam, cosa si può dire di più? Il riferimento è semplicemente lampante.

Mondo Disco avrà un adattamento televisivo

La leggendaria saga di Terry Pratchett, Mondo Disco, subirà un adattamento televisivo, si tratta di una dimensione in cui si ambientano una serie di romanzi fantasy umoristici dello scrittore britannico. La Bbc ha deciso di farne un titolo seriale.

Il Mondo Disco, secondo il mai abbastanza compianto Pratchett, è un universo piatto e circolare, con cascate, retto dalla schiena di quattro elefanti che poggiano sulla schiena di una tartaruga, A’Tuin, che nuota nello spazio. Questa terra è popolata da creature fantastiche, come elfi e centauri, gnomi e gargoyle e ancora, furie, orchi, troll.

Non è chiaro quale delle storyline contenute nei 41 libri della saga sarà adattata nei sei episodi in produzione, probabilmente si incentrerà sulla città principale: Ankh-Morpork, e sul personaggio di Sam Vines, un poliziotto di strada che cerca di portare ordine in un mondo fantastico e ingestibile.

Noi abbiamo conosciuto la saga di Terry Pratchett, Discworld, ancor prima di leggere i libri, grazie alla saga videoludica “punta e clicca” unica vera alternativa ai giochi “scumm” della LucasArt’s:  la fortunata serie è stata inizialmente prestata al videogioco nella metà degli anni Ottanta con The Colour Of Magic, un’avventura testuale per Commodore 64, ma la prima avventura grafica di Discworld, sviluppata da Teeny Weeny Games e Project 10, fu pubblicata da Psygnosis nel 1995 per PC. Negli anni a venire fu prodotto anche un seguito, Discworld II: Presunto Scomparso…!? e da Discworld Noir. Capolavori di umorismo demenziale che rimarranno sempre nei nostri cuori.

Il titolo provvisorio è The Watch, e l’obiettivo della Bbc Studios è quello di fondare un franchise fantastico-umoristico da vendere in tutto il mondo.

Buona Apocalisse a tutti!

Buona Apocalisse a tutti! (titolo originale: Good Omens, “Buoni presagi”) è un romanzo scritto a quattro mani da Terry Pratchett e Neil Gaiman (1990) edito in Italia da Mondadori. Il libro è una commedia metafisica sull’avvento dell’Apocalisse e contiene elementi parodistici nonché innumerevoli riferimenti eruditi. Continua la lettura di Buona Apocalisse a tutti!

Terry Pratchett: Ragazzi ho un problema

Il suo nome è Terry Pratchett, Terence David John Pratchett (Beaconsfield, 28 aprile 1948), il creatore del Mondo del Disco. Forse non è molto conosciuto in Italia, ma la sua importanza come autore e la sua bellezza come affabulatore sono comparabili solo ai nostri più grandi maestri della narrativa. Vorrei citare un solo nome che spero sia familiare a tutti, Calvino. Terry Pratchett è allo stesso livello di un Calvino o di un Gianni Rodari. In Italia potrebbe essere molto meno noto, ma cerchiamo di chiarire alcune cose per coloro che non lo conoscono o ne hanno una percezione errata.

Qui da noi, soprattutto in una terra di santi, poeti, eroi, questo autore che ha venduto 50 milioni di copie (e non una di meno) ha la fama di essere uno scrittore per ragazzi e basta. Come se “scrivere per i ragazzi”, scrivere fumetti o fare animazione fosse un demerito, ma questo è un altro discorso che riguarda l’incultura italiana. Siamo una grande nazione che vuole essere piccola, ma lasciamo perdere questo tema. È vero che ha pubblicato libri per ragazzi come parte del Mondo del Disco, ma ciò non significa che debba essere etichettato solo come scrittore per ragazzi. Il Mondo del Disco ha generato anche fumetti, è un Universo che si muove nello spazio e nel tempo, con più di trenta opere.

Oltre alla classica voce su Wikipedia, vi consiglio di leggere questa lunga e bella nota sul mondo di Terry Pratchett, dove potrete trovare una buona presentazione delle sue opere e del Mondo del Disco. E qui trovate anche una delle sue ultime interviste in occasione dell’uscita di uno dei suoi ultimi romanzi, “Stelle Cadenti”. Non sarà l’ultima opera, ne sono sicuro. “Nation” è già pronto. Ho conosciuto Terry Pratchett per caso, attraverso “I colori della magia” (scusate se vi parlo di me, ma questo autore, questa persona, è parte di un’esperienza culturale e morale breve ma intensa). Me ne sono innamorato immediatamente venti anni fa. Purtroppo, non conoscendo l’inglese, non ho potuto seguire le sue opere e la sua incredibile carriera che in pochi decenni, nonostante i suoi soli 59 anni, lo hanno reso un vero mito per chiunque legga i suoi libri in tutto il mondo, esclusa l’Italia, anche se di recente è stato nel nostro paese.

L’ho perso di vista, complice anche le errate edizioni italiane e altri problemi. La vita allontana dalle proprie passioni e le inaridisce. Ieri sera, nel forum di Plusnetwork, ho trovato un post di Shui che ha avuto un effetto molto drammatico su di me. Voglio chiarire subito che Terry Pratchett non è morto. Nella sua nota pubblica, però, ha annunciato di essere affetto da una rara forma del Morbo di Alzheimer. L’annuncio, in inglese, lo potete leggere su questo articolo. Ora, non dovrei dire altro, ma voglio aggiungere questo per me e per tutti gli altri che lo amano: ho letto la sua lettera intensa, quella di una persona vitale, autentica e forte, esattamente come immaginavo fosse il Signore del Disco. Vivo in una terra in cui questa dannata malattia ha un impatto molto forte, più che altrove. È nel nostro sangue, anche se spesso questi drammi sono nascosti. Conosco questa malattia non solo per sentito dire. Gente, ha 59 anni e la genetica compie passi da gigante, talvolta oscuri, talvolta verso la luce. Questa malattia non uccide, lo so cosa fa. Porta via. È successo proprio a una persona che conoscevo, è morta di morte naturale. Ma Terry Pratchett vivrà e forse un giorno riusciranno a curarlo, e non sto scherzando. Tornerà da noi, nel suo Mondo incantato, così come dice lui in un certo punto della lettera.

Vorrei precisare a chiunque stia leggendo che quanto scritto sopra va interpretato come: “non sono ancora morto”. Morirò, prima o poi, come chiunque altro. Per quanto mi riguarda, quella data potrebbe essere più lontana di quanto si pensi. È troppo presto per dirlo. L’istinto di dire “se c’è qualcosa che posso fare…” è molto umano, ma in questo caso considerate solo le offerte di luminari in chimica del cervello. Lui dice di cercare di essere felici, e allora noi dobbiamo onorare il Signore del Disco vero? Possiamo leggere e rileggere le sue opere, ricordare per lui e narrare per lui. Sì, questo lo farò Terry Pratchett, Maestro del Disco. Posso, devo e voglio farlo.

D’altra parte, quale altra parte abbiamo se non quella di partecipare a questa sua lotta contro il Signore della Dimenticanza? Essere allegri, vivi e forti. Ricordare, leggere i suoi libri ad alta voce e sperare. Sperare che imbocchiamo il magico sentiero che ci porta al Mondo del Disco. Aggiungo che ci vuole grande coraggio a scrivere ciò che ha scritto Terry Pratchett. Quindi cerchiamo davvero di fare come ha detto lui.