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Reinas di Klaudia Reynicke arriva su MYmovies ONE: un viaggio tra memoria, esilio e adolescenza ribelle

Estate 1992. Lima brucia di luce, di tensioni, di sogni interrotti. E in quella luce accecante si muovono due sorelle adolescenti, Lucía e Aurora, con lo zaino pieno di futuro e il cuore attraversato da una domanda che pesa più di qualsiasi valigia: cosa significa davvero partire?

Reinas, il nuovo film di Klaudia Reynicke, è disponibile da oggi 20 febbraio su MYmovies ONE, e vi dico subito una cosa, senza filtri: non è solo un film di formazione. È una ferita che si trasforma in racconto. È un addio che diventa rito di passaggio. È una storia intima che riesce a parlare a chiunque abbia mai sentito di non appartenere più al luogo in cui è nato.

Dopo aver incantato il pubblico al Sundance Film Festival, conquistato il premio come Miglior film Generator Kplus alla Berlinale e portato a casa il Premio del pubblico Piazza Grande al Locarno Film Festival, Reinas approda finalmente in streaming anche per il pubblico italiano. E sì, questa è una di quelle uscite che meritano di essere segnate in agenda.

Lima 1992: crescere mentre il mondo crolla

Lucía e Aurora stanno per lasciare il Perù insieme alla madre. Non è una vacanza, non è un’avventura romantica verso l’ignoto. È una fuga necessaria. Per partire serve però la firma del padre, Carlos, un uomo che ha sempre preferito l’assenza alla responsabilità. Un genitore a intermittenza, di quelli che promettono e poi spariscono. Ora, all’improvviso, il tempo stringe. E quell’uomo deve decidere se restare un fantasma o provare, almeno una volta, a essere padre.

Sullo sfondo non c’è un contesto neutro. Siamo nel Perù del 1992, l’anno dell’autogolpe di Alberto Fujimori, lo scioglimento del Parlamento, la sospensione della Costituzione, le libertà civili compresse in nome dell’ordine. Crisi economica, terrorismo, repressione. Una generazione intera costretta a fare i conti con la paura e con l’idea che restare significhi rischiare tutto.

Ed è qui che Reinas compie qualcosa di potentissimo: intreccia la Storia con la storia personale. L’instabilità politica diventa specchio dell’instabilità familiare. L’esilio collettivo si riflette nell’esilio emotivo di due figlie che non sanno più se aspettarsi qualcosa dal padre.

Un racconto che nasce dall’esperienza dell’esilio

Quello che rende Reinas così autentico è la radice autobiografica. Anche Klaudia Reynicke ha lasciato il Perù da bambina. Anche lei ha vissuto lo strappo, la separazione, la ricostruzione altrove. Il film non ha l’aria di un esercizio di stile o di un melodramma costruito a tavolino. È un ricordo rielaborato con lucidità, ma anche con una delicatezza quasi pudica.

Ogni sguardo, ogni silenzio tra le due sorelle racconta qualcosa che va oltre i dialoghi. L’adolescenza qui non è solo ribellione o leggerezza. È fragilità che si traveste da ironia, è rabbia che si mescola alla speranza. E chi di noi, nerd cresciuti tra anime malinconici e coming of age cinematografici, non sente un brivido familiare davanti a queste dinamiche?

Reinas parla di identità, di appartenenza, di cosa significa diventare adulti mentre il mondo attorno cambia forma. E lo fa con uno sguardo femminile potente, mai retorico, mai didascalico.

Un cast che vibra di autenticità

Il montaggio porta la firma dell’italiana Paola Freddi, già nota per lavori come Another End e Iddu, e si sente. Il ritmo è misurato, ma non lento. Ogni scena respira, ogni pausa ha un peso specifico.

Nel cast spicca Susi Sánchez, volto amatissimo del cinema di Pedro Almodóvar in film come La pelle che abito, Julieta e Dolor y Gloria. La sua presenza dona al film una stratificazione emotiva incredibile, un senso di memoria incarnata.

Ma le vere rivelazioni sono Abril Gjurinovic e Luana Vega. Le loro interpretazioni non sembrano recitate. Sembrano vissute. C’è quella spontaneità tipica delle grandi scoperte, quella capacità di restituire l’adolescenza senza filtri, senza sovrastrutture.

Reinas e la forza delle donne che scelgono

Se devo dirvi qual è l’elemento che mi ha colpita di più, è la rappresentazione della forza femminile. Non una forza urlata, non eroismo da manifesto. Una forza quotidiana, fatta di decisioni difficili, di sacrifici, di scelte dolorose ma necessarie.

La madre delle ragazze non è una figura idealizzata. È una donna che deve prendere in mano il proprio destino in un contesto che non offre garanzie. E in questo caos politico e familiare, la scelta di partire diventa un atto di autodeterminazione.

La coproduzione tra Perù, Svizzera e Spagna, sostenuta anche dallo Swiss Fund / Fondo nazionale svizzero, sottolinea proprio questa dimensione transnazionale. Reinas non appartiene a un solo paese. È un film che parla di diaspora, di confini attraversati, di radici che non si spezzano ma si trasformano.

Perché Reinas è un film che parla anche a noi

Magari qualcuno potrebbe pensare: è una storia lontana, ambientata in un contesto storico specifico, in un paese che conosciamo poco. E invece no. Perché Reinas tocca corde universali. Il rapporto padre-figlia. La sensazione di non essere abbastanza. Il bisogno di riconoscimento. La paura di partire. La nostalgia di ciò che si lascia.

Chi è cresciuto tra racconti di migrazioni familiari, chi ha cambiato città per studio o lavoro, chi ha dovuto reinventarsi altrove, riconoscerà qualcosa di sé in queste immagini.

E poi, diciamocelo: il cinema che sa unire dimensione privata e Storia con la S maiuscola è sempre quello che resta. Non perché faccia la morale, ma perché ci costringe a guardare il passato per capire il presente.

Reinas è un film che si insinua lentamente, che non urla ma sussurra. E proprio per questo resta addosso.

Ora passo la parola a voi. Avete già visto Reinas su MYmovies ONE? Vi affascinano le storie di esilio e formazione che intrecciano memoria personale e grandi eventi storici? Scrivetemi nei commenti, confrontiamoci, parliamone come facciamo sempre qui su CorriereNerd.it. Perché il bello del nostro multiverso geek è anche questo: trasformare un film in una conversazione che continua ben oltre i titoli di coda.

“The Ugly Stepsister”: l’horror che trasforma Cenerentola in un incubo macabro

Il sipario sulla classica fiaba di Cenerentola sta per calare, ma non per dare spazio al lieto fine, bensì per rivelare un abisso di orrore, sangue e satira sociale. Il 30 ottobre, in perfetto tempismo per un Halloween che si preannuncia tutt’altro che “da favola”, arriva nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures, l’opera più controversa e disturbante dell’anno: The Ugly Stepsister. Dimenticate le carrozze di zucca e le fate madrine; questa pellicola non è una semplice rivisitazione, ma un autentico bagno di sangue che ha già fatto tremare le fondamenta dei festival di cinema più prestigiosi, dal Sundance alla Berlinale, scatenando persino episodi di malore e nausea tra gli spettatori. Preparatevi, nerd dell’orrore e del grottesco, perché la norvegese Emilie Blichfeldt, al suo esordio, ha forgiato un’esperienza di body horror feroce, ironica e assolutamente sconvolgente.

THE UGLY STEPSISTER | Trailer italiano ufficiale HD

Il Ribaltamento Narrativo: La Fragilità di Elvira

La vera genialità di The Ugly Stepsister risiede nel suo audace ribaltamento di prospettiva. A impugnare il filo del racconto non è l’angelica Cenerentola, ma Elvira, la sorellastra storicamente relegata al ruolo di “cattiva” e superficiale. Interpretata in modo magnetico da Lea Myren, Elvira emerge qui come una giovane donna tragica e profondamente fragile, consumata dal sogno di conquistare il principe Julian e schiacciata dall’ombra della perfezione irraggiungibile incarnata dalla sorellastra acquisita, Agnes (Thea Sofie Loch Næss).

Spinta da una madre ossessiva e manipolatrice, il cui volto è reso con agghiacciante maestria da Ane Dahl Torp, Elvira precipita in un percorso di autodistruzione che non conosce freni. La sua ricerca forsennata di una bellezza che la renda degna del principe si traduce in un vero e proprio calvario di mutilazioni, torture ed esperimenti grotteschi sul proprio corpo. Il principio guida di questo inferno personale è tanto semplice quanto malato: se la scarpetta di cristallo non calza, beh, ci si può sempre tagliare il piede. La magia è stata sostituita da rudimentali pratiche estetiche, la fata madrina è svanita per lasciare spazio a parassiti e lame arrugginite, in un delirio di sangue e viscere che richiama l’immaginario più cupo e ancestrale dei Fratelli Grimm.

Sangue, Satira e il Culto Malato dell’Apparenza

Dietro la valanga di splatter e gli effetti visivi perturbanti, che hanno richiesto l’eccezionale lavoro del supervisore Peter Hjort e della costumista Manon Rasmussen per creare un’estetica a metà tra il realismo sporco e il gotico, si cela il cuore pulsante e polemico del film: una riflessione potente e spietata sulla società contemporanea.

La discesa agli inferi di Elvira è un’allegoria lucida e crudele della pressione sociale verso la bellezza perfetta, del peso insostenibile delle aspettative familiari e della negazione di sé pur di conformarsi a standard estetici irraggiungibili. Questo film non terrorizza soltanto per le immagini disturbanti di corpi martoriati e deformati; terrorizza per la sua capacità di mettere a nudo il lato più oscuro e patologico del culto dell’apparenza. È proprio in questo sottile, ma efficace, equilibrio tra satira grottesca e horror perturbante che risiede la forza di Blichfeldt: una pellicola in cui la risata è sempre soffocata dal disgusto e la favola si frantuma in un incubo sociale.

Un Cast d’Impatto e un Successo Controverso

Il cast, in gran parte europeo, contribuisce in modo decisivo a popolare questa galleria di personaggi distorti. Oltre alla già citata Lea Myren, troviamo Thea Sofie Loch Næss come l’irraggiungibile Agnes e Isac Calmroth nei panni del principe Julian, ridotto a mero trofeo in una macabra competizione. La squadra di produzione, composta da Mer Film in collaborazione con Zentropa Sweden, Lava Films e Motor Productions, ha confezionato un prodotto tecnicamente impeccabile, il cui impatto è stato subito riconosciuto a livello internazionale.

La piattaforma horror Shudder ha già acquisito i diritti per Nord America e Oceania, un segnale inequivocabile del suo potenziale di culto. Non è un caso, infatti, che The Ugly Stepsister vanti un clamoroso 97% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, un risultato sbalorditivo che dimostra come, nonostante le reazioni estreme del pubblico alle anteprime, l’audacia e la lucidità della pellicola abbiano conquistato la critica.

Con l’uscita fissata al 30 ottobre, The Ugly Stepsister si candida a essere l’evento horror più divisivo e dibattuto dell’anno. Dopo il recente The Substance, che aveva già esplorato il corpo femminile come campo di battaglia, questo film rilancia la riflessione con un’ironia nera ancora più radicale e senza scampo. Se credevate di conoscere la fiaba di Cenerentola, preparatevi a ricredervi: Elvira è pronta a rubarle la scena… nel modo più sanguinario e memorabile possibile.


Cari fan dell’horror e del weird, il richiamo di mutilazioni e scarpe di cristallo insanguinate è forte. Andrete a vedere The Ugly Stepsister al cinema questo Halloween o preferite tenervi alla larga dall’incubo sociale firmato Blichfeldt? Dite la vostra nei commenti e accendiamo la discussione nella community!

Addio a Robert Redford, il cowboy gentiluomo che ha insegnato all’America a specchiarsi nel cinema

Il mondo del cinema e la galassia della cultura pop nerd e geek si fermano per salutare una leggenda: Robert Redford. A 89 anni, nella sua amata casa nello Utah, il cowboy gentiluomo, l’attore dal sorriso scanzonato e lo sguardo profondo, ha chiuso gli occhi per l’ultima volta. Non si tratta solo della scomparsa di un’icona di Hollywood, ma della fine di un’era in cui il carisma e l’impegno potevano coesistere, in cui un divo da poster poteva diventare la coscienza critica di un Paese, e la cui influenza ha plasmato intere generazioni di cineasti, attori e appassionati di storie. Redford è stato un pioniere, un artista a tutto tondo che ha saputo unire il mito alla meraviglia, lasciando un segno indelebile che va ben oltre i suoi ruoli più celebri.


Tra divismo e coscienza critica: il duplice volto di una leggenda

La notizia, diffusa dalla sua publicist Cindi Berger, ha subito attraversato il globo, toccando il cuore di tutti coloro che, almeno una volta, si sono persi nel suo sguardo azzurro. Redford non è mai stato un attore come gli altri. La sua carriera è stata un continuo e affascinante viaggio tra mondi apparentemente opposti, un ponte tra il cinema popolare e l’arte d’autore. Lo abbiamo amato al fianco del complice di sempre, Paul Newman, nei panni dell’affascinante bandito in Butch Cassidy o del truffatore elegante ne La stangata. Questi film hanno ridefinito il concetto di bromance cinematografica, trasformando una semplice amicizia in un legame alchemico che ha fatto sognare intere platee e gli è valso l’unica nomination all’Oscar come attore.

Ma Redford non si è fermato qui. La sua sete di storie significative lo ha portato a esplorare temi incandescenti, molto prima che diventassero di tendenza sui social media. In Tutti gli uomini del presidente e I tre giorni del Condor, ha incarnato l’archetipo dell’eroe moderno: il giornalista che sfida il potere e l’uomo comune in fuga da una cospirazione di stato. Con questi ruoli, ha insegnato al grande pubblico che un film non deve essere per forza superficiale per essere avvincente. Ha dimostrato che il brivido può nascere dalla verità, che il giornalismo d’inchiesta e la paranoia politica possono diventare un’esperienza cinematografica elettrizzante, capace di tenere col fiato sospeso come il più intricato dei thriller.


L’arte della regia e la nascita di un impero indipendente

A 44 anni, nel pieno della sua fama, Redford ha compiuto una scelta audace, quella che lo avrebbe consacrato non solo come attore, ma come visionario. Ha abbandonato il centro della scena per mettersi dietro la macchina da presa e, al suo esordio con Gente comune, ha vinto subito l’Oscar per la miglior regia. Il film, una narrazione intima e dolorosa su un lutto familiare, rivela un lato di Redford che il pubblico non conosceva ancora: la sua profonda sensibilità e la sua capacità di scavare nelle complessità dell’animo umano. Ha continuato a esplorare questa strada con capolavori come In mezzo scorre il fiume e Quiz Show, dimostrando che il suo sguardo non si è mai accontentato del facile successo, ma ha sempre voluto sondare cosa si nascondeva dietro il velo dell’apparenza.

Ma la sua eredità più grande, il suo vero superpotere geek, non è un film, bensì un’idea: Sundance. Nel 1981, Redford ha trasformato un festival cinematografico in difficoltà in un faro per il cinema indipendente. Ha aperto il suo ranch nello Utah a giovani autori, offrendo loro uno spazio per sperimentare, osare e raccontare storie senza compromessi. Sundance è diventato un incubatore di talenti, un laboratorio dove i futuri mostri sacri del cinema come Quentin Tarantino, Steven Soderbergh e Chloé Zhao hanno mosso i primi passi o hanno trovato la loro consacrazione. Non è stato solo un tappeto rosso nella neve, ma un ecosistema che ha cambiato la grammatica del racconto americano, unendo tematiche sociali, identità e politica in un’unica, potente narrazione. Redford ha protetto questa oasi dalla logica del marketing più aggressivo, ribadendo che il film, non il gadget o il merchandising, doveva restare sempre al centro dell’attenzione.


L’attivista discreto e l’eroe invecchiato

Se il Redford regista ha costruito un’infrastruttura per il cinema di domani, il Redford uomo si è fatto portavoce di valori che oggi, nella nostra cultura nerd e geek, risuonano più che mai. Un ambientalista convinto sin dagli anni ’70, si è battuto contro progetti autostradali e centrali a carbone, diventando un punto di riferimento per una linea di attori-attivisti che oggi include Leonardo DiCaprio e Mark Ruffalo. Non ha mai amato l’etichetta di “attivista”, preferendo agire con i fatti, con una coerenza rara nel circo di Hollywood.

E poi c’è il Redford uomo, con le sue rughe e le sue cicatrici. Nel crepuscolo della sua carriera, ci ha regalato prove d’attore straordinarie. Pensiamo a All Is Lost, dove ha affrontato una performance quasi muta, un uomo solo in balia del mare, una metafora struggente della lotta per la sopravvivenza. Il suo addio alle scene, con il guizzo ironico di Old Man & the Gun, è stato un saluto elegante e discreto. Ma il suo fascino non si è spento, tanto da riverberare persino nell’universo Marvel, dove ha vestito i panni di Alexander Pierce in Captain America: The Winter Soldier e in un cameo iconico in Avengers: Endgame, a dimostrazione che il suo carisma trascendeva qualsiasi genere.

Oggi, rileggendo la sua storia, ci chiediamo: cosa rende un autore “nerd”? Non la citazione compiaciuta o il culto dell’oggetto, ma la passione maniacale per la creazione di mondi, il desiderio di costruire ponti tra le storie e le persone, l’ossessione per una forma che è sempre al servizio di un’etica del racconto. Robert Redford ha incarnato tutto questo per decenni, viaggiando attraverso generi e decadi con una bussola che puntava sempre verso la verità.

Non ci resta che salutarlo, immaginandolo ancora in sella al suo cavallo, al fianco di Paul Newman, un sorriso di traverso e la polvere della strada negli occhi, pronto per un’altra fuga. Una fuga che è soprattutto un atto di fiducia nell’immaginazione. Perché Redford ci ha insegnato che una storia può renderci più intelligenti senza farci sentire esclusi. Che la natura non è solo uno sfondo, ma un personaggio. E che il modo migliore di essere una star, a volte, è farsi da parte e lasciare spazio agli altri.

Cosa vi ha lasciato Robert Redford? Condividete nei commenti il suo film che vi è rimasto nel cuore, il ruolo che vi ha segnato di più. Aiutateci a costruire la mappa del suo universo, perché certe costellazioni brillano per sempre, finché qualcuno le guarda. E non dimenticate di condividere questo articolo sui vostri social per far conoscere la storia di un vero gigante.

 

Foto di copertina di U.S. Embassy photographer JP Evans, Pubblico dominio

“Together”: l’horror romantico che farà a pezzi il tuo cuore (e il tuo stomaco) arriva al cinema

Quando ho visto per la prima volta il trailer italiano di TOGETHER, il nuovo film horror di Michael Shanks in arrivo nelle sale italiane il 1° ottobre 2025, ho avuto quella sensazione strana che si prova solo quando qualcosa ti sfiora il cuore e contemporaneamente ti stringe lo stomaco. E non sto parlando solo della meravigliosa coppia protagonista – Alison Brie e Dave Franco – che nella vita reale è tanto affiatata quanto sullo schermo. No, qui parlo proprio della natura del film, di quella promessa viscerale e crudele racchiusa in un semplice titolo: TOGETHER.

Immaginate una storia d’amore. Di quelle che ci fanno sospirare, sognare, piangere, urlare. Poi immaginate di immergerla in un calderone ribollente di body horror alla Cronenberg, dove la carne si trasforma, il corpo si ribella, la mente vacilla. E infine, spingete tutto all’estremo, fino al punto in cui l’amore non è più un concetto romantico ma un vincolo di carne, ossa e sangue. Questo è TOGETHER, e sì, preparatevi: fa male. Fa male in senso fisico, emotivo, mentale. Fa male perché ci obbliga a guardare negli occhi le nostre paure più profonde sul legame di coppia, sul confine sottile tra me e te, sul rischio di perdere noi stessi dentro l’altro.

Non è un caso se il film ha già fatto scalpore nei festival più iconici del circuito indie: Sundance, SXSW, Biografilm di Bologna e Taormina Film Festival. Ovunque sia passato ha lasciato dietro di sé una scia di applausi e commenti entusiasti, tanto da guadagnarsi uno straordinario 100% di recensioni positive su Rotten Tomatoes. E credetemi, da appassionata di cinema horror e di pop culture, so bene quanto sia raro vedere un consenso simile su un film che non fa sconti a nessuno, né al pubblico né ai personaggi.

La storia è semplice ma devastante: Tim, un musicista, e Millie, un’insegnante, decidono di trasferirsi in una sperduta cittadina tra i boschi per ritrovare sé stessi e dare un nuovo respiro alla loro relazione. Ma quel paesaggio bucolico che dovrebbe guarire le ferite diventa presto una prigione. Una forza misteriosa, soprannaturale, s’insinua tra loro e li stringe sempre più, fino a renderli letteralmente inseparabili. Ma non in senso metaforico: qui si parla di fusione fisica, di carne che si unisce, di identità che si smarginano.

Michael Shanks, che oltre a dirigere ha anche scritto la sceneggiatura, lo ha detto chiaramente: TOGETHER è un film sull’orrore insito nell’amore, sull’ansia di condividere la vita con qualcuno, sulla codipendenza, sulla monogamia e su quel momento fatale in cui non capisci più dove finisci tu e dove inizia l’altro. E lo fa usando il linguaggio più esplicito, crudele e magnetico che il cinema conosca: quello del body horror.

Chi ama il genere riconoscerà omaggi e riferimenti al maestro David Cronenberg, ma anche un tocco personalissimo e contemporaneo. La regia di Shanks è un concentrato di tensione: ci porta per mano dentro un incubo sempre più claustrofobico, ci fa percepire l’oppressione attraverso la fotografia satura, il design sonoro disturbante, la scenografia rurale che diventa una gabbia. Nulla è lasciato al caso, nemmeno l’uso beffardo di “Happy Together” dei Turtles nel trailer, che trasforma un motivetto spensierato in una sinistra colonna sonora per immagini sempre più disturbanti.

Il bello è che TOGETHER non è solo un film per amanti del gore o per chi cerca l’adrenalina a buon mercato. È un’opera che parla dritta al cuore, con una sincerità spietata. L’alchimia tra Alison Brie e Dave Franco è palpabile, autentica, e dà una profondità rara ai personaggi. Si percepisce il loro coinvolgimento anche dietro le quinte – sono produttori del film – e questo rende ogni scena ancora più intensa. Ci sono momenti in cui il film ti lacera con un colpo di violenza grafica e altri in cui ti scioglie con un dettaglio emotivo minuscolo, ma devastante.

Non stupisce che Neon, la casa di distribuzione americana famosa per puntare su progetti indipendenti e di qualità, abbia sborsato ben 17 milioni di dollari per assicurarsi i diritti globali. Ha battuto giganti come A24, Apple TV+ e Amazon MGM Studios, portando a casa uno dei deal più chiacchierati del Sundance. Questo ci dice tutto sul potenziale cult del film, che già sulla carta sembra destinato a diventare una pietra miliare per chi ama un cinema che osa.

L’Italia non poteva mancare all’appello. I Wonder Pictures porterà TOGETHER nelle nostre sale proprio all’inizio di ottobre, in perfetto tempismo per Halloween. Sarà un’occasione imperdibile per chi ama farsi trascinare nell’oscurità, per chi cerca nel cinema non solo intrattenimento ma anche una sfida, un’esperienza sensoriale totalizzante, un confronto con le zone più oscure dell’animo umano.

Personalmente, non vedo l’ora di sedermi al cinema, spegnere il cellulare e farmi inghiottire da questa storia d’amore e terrore. E quando dico “farmi inghiottire” lo intendo nel senso più nerd, più appassionato, più viscerale possibile. Perché TOGETHER non è solo un film da guardare: è un film da vivere, da attraversare, da sentire sulla pelle.

E tu? Sei pronto a guardare negli occhi il lato più oscuro dell’amore? Sei pronto a chiederti fino a che punto saresti disposto a fondere la tua vita con quella dell’altro? Raccontamelo nei commenti, condividi le tue aspettative, le tue paure, le tue curiosità. Condividi questo articolo sui tuoi social e prepariamoci insieme a vivere TOGETHER: perché l’amore, a volte, è l’orrore più grande di tutti.

“Presence”: il ritorno di Steven Soderbergh al cinema con un horror psicologico da brividi

C’è qualcosa che ti osserva. Non lo vedi, ma lo senti. È lì, silenzioso, in un angolo della stanza. E no, non stiamo parlando del tuo coinquilino nottambulo o del gatto che fissa il vuoto con aria inquietante. Stiamo parlando di Presence, il nuovo, attesissimo film di Steven Soderbergh che dal 24 luglio arriverà nei cinema italiani grazie a Lucky Red. E fidati: è un film che farà parlare di sé, non solo tra gli amanti dell’horror ma anche tra i cinefili più esigenti.

Soderbergh, che da sempre ama reinventarsi e sperimentare con i generi (basta pensare alla sua carriera che va dalla Palma d’Oro con Sesso, bugie e videotape ai blockbuster come Ocean’s Eleven e Erin Brockovich), torna ora con una ghost story che promette di riscrivere le regole del thriller soprannaturale. Alla sceneggiatura troviamo David Koepp, un nome che già da solo basta a far salire l’hype alle stelle: parliamo del genio dietro le penne di Jurassic Park, Panic Room e Mission: Impossible. E come se non bastasse, nel cast spiccano volti noti e nuove promesse come Lucy Liu, Chris Sullivan, Callina Liang, Eddy Maday, West Mulholland e Julia Fox.

Ma cos’è esattamente Presence? Proviamo a raccontarlo come se stessimo chiacchierando tra nerd davanti a una birra (o una bibita al gusto cola radioattiva): Presence è un horror psicologico girato interamente in un’unica location, un esperimento tanto audace quanto affascinante. La trama ruota attorno alla famiglia Payne, apparentemente perfetta, che decide di trasferirsi in una villetta suburbana per lasciarsi alle spalle un lutto devastante: Chloe, la figlia minore, è stata segnata dalla tragica morte della sua migliore amica, vittima di un’overdose.

Il fratello Tyler, invece, è un giovane campione di nuoto in rampa di lancio. I genitori, Rebecca e Chris, sperano che il nuovo ambiente possa offrire una seconda possibilità a tutti. Ma si sa, nei film horror, le villette in periferia raramente sono quello che sembrano. E infatti Chloe inizia presto ad avvertire qualcosa di strano nella sua stanza: oggetti che si spostano da soli, emozioni che non le appartengono, e quella sensazione persistente di essere osservata da qualcuno — o qualcosa — che non è visibile.

Inizialmente nessuno le crede, come da tradizione. Ma quando le manifestazioni diventano sempre più intense, inquietanti e tangibili, la famiglia Payne non può più ignorare la verità. C’è una presenza in quella casa, ed è molto più vicina di quanto immaginassero.

Uno degli elementi più affascinanti del film è il punto di vista narrativo. Soderbergh non racconta la storia attraverso gli occhi dei protagonisti, ma attraverso quelli dell’entità invisibile. Un’intuizione che trasforma radicalmente l’esperienza dello spettatore: non siamo più semplici osservatori esterni, ma diventiamo noi stessi quella presenza. È un’idea potentissima, quasi disturbante, che mette in discussione la percezione del tempo e dello spazio. La macchina da presa si muove con una lentezza ipnotica, quasi fluttuante, amplificando la tensione scena dopo scena. E la scelta di utilizzare un obiettivo da 14 mm deforma l’immagine quanto basta per rendere ogni angolo della casa una trappola visiva, un labirinto dell’inquietudine.

L’intero film è costruito come un crescendo emotivo. Non ci sono jump scare gratuiti, ma un senso costante di disagio che cresce, si insinua sotto pelle e non ti lascia fino ai titoli di coda. La regia asciutta di Soderbergh si sposa perfettamente con l’atmosfera claustrofobica della sceneggiatura di Koepp, dando vita a un horror raffinato, cerebrale, che si nutre di silenzi, ombre e sguardi.

La performance degli attori è altrettanto convincente. Lucy Liu, che molti ricordano per i suoi ruoli action ma anche per la brillante interpretazione in Elementary, qui dimostra una sensibilità drammatica intensa e credibile. Chris Sullivan, noto per il suo ruolo in This Is Us, porta sullo schermo un padre ambivalente, combattuto tra scetticismo e preoccupazione. E Callina Liang, nei panni di Chloe, è una vera rivelazione: la sua interpretazione è il cuore pulsante del film, un mix di fragilità e coraggio che rende il suo personaggio tragicamente umano. Julia Fox, invece, aggiunge quel tocco magnetico che non guasta mai, in un ruolo che oscilla tra la provocazione e il mistero.

Presence ha già fatto parlare di sé nei circuiti dei festival: dopo il debutto al Noir in Festival 2024 e il passaggio al Sundance Film Festival 2025, il film è stato proiettato in anteprima italiana al Comicon di Napoli, dove ha ricevuto una calorosa accoglienza da parte del pubblico nerd e non solo. E ora si prepara a conquistare le sale con anteprime speciali il 23, 24 e 27 giugno, introdotte da ospiti d’eccezione.

Girato nel 2023 a Cranford, nel New Jersey, il film sfrutta l’ambientazione suburbana per amplificare il senso di isolamento e pericolo latente. Ogni dettaglio, dalla fotografia agli effetti sonori, è calibrato per costruire una tensione che non esplode mai del tutto, ma che si avverte con la forza di un pugno nello stomaco.

Non aspettatevi quindi il classico horror con demoni urlanti e porte che sbattono a caso. Presence è qualcosa di diverso. È uno studio sull’invisibile, sull’incomprensibile, su quella linea sottile che separa la realtà dalla percezione. È un film che parla di lutto, di connessioni spezzate, e del bisogno umano di dare un senso a ciò che non si riesce a spiegare.

Se amate il cinema che osa, che inquieta con eleganza e lascia il segno, Presence è un appuntamento irrinunciabile. Dal 24 luglio al cinema, con Lucky Red. E se anche voi, uscendo dalla sala, avrete la strana sensazione che qualcosa vi stia seguendo… beh, sappiate che è perfettamente normale.

E ora tocca a voi: che ne pensate del ritorno di Soderbergh al genere horror? Vi ispira questa ghost story dai toni psicologici? Avete già visto il trailer italiano? Se no, eccolo qui: Guarda il trailer su YouTube. Fatecelo sapere nei commenti, condividete l’articolo sui vostri social e… occhio a chi vi osserva alle spalle.

“Oh, Hi!”: la dark comedy romantica con Logan Lerman e Molly Gordon che sconvolgerà l’estate 2025

Oh, Hi! è uno di quei film che, appena vedi il trailer, ti fa sobbalzare sulla sedia e pensare: “Aspetta, ma che diavolo sto guardando?”. E lo dico con l’entusiasmo di chi vive di pane, cinema e stranezze pop. Questa commedia romantica dark made in USA, diretta da Sophie Brooks e co-sceneggiata da Molly Gordon, promette di vivacizzare l’estate 2025 americana, e noi nerd italiani non possiamo che attendere con curiosità e trepidazione di metterci sopra gli occhi (e il cuore).

La trama, a metà strada tra la rom-com classica e un incubo à la Misery non deve morire, racconta la storia di Iris e Isaac, interpretati rispettivamente da Molly Gordon (che molti di voi conosceranno per The Bear) e Logan Lerman (sì, proprio lui, il Percy Jackson cinematografico e il sognatore di Noi siamo infinito). I due sono una giovane coppia apparentemente felice, pronta a concedersi un weekend romantico in una casa isolata, come vuole la tradizione di qualunque film dove tutto può andare storto. La magia, o forse sarebbe meglio dire la scintilla elettrica che fa scattare il corto circuito, accade proprio durante la prima notte: bondage leggero, catene al letto e confidenze post-coito. Peccato che Isaac, ancora ammanettato, se ne esca con la frase “non sto cercando una relazione seria”, gettando Iris in uno stato emotivo ai limiti della follia. Da qui, il tono vira dal romantico al surreale, dal comico al thriller psicologico: Iris non lo libera e passa dodici ore a cercare di convincerlo a cambiare idea, oscillando tra momenti teneri e situazioni sempre più scomode.

Quando entrano in scena gli amici Max (Geraldine Viswanathan, già vista in Thunderbolts) e Kenny (John Reynolds, volto noto per i fan di Stranger Things), le cose precipitano definitivamente. Tentativi maldestri di risolvere il problema portano a evocazioni pseudo-magiche e rituali nudisti per cancellare la memoria di Isaac. Ma Isaac non è così ingenuo: finge di aver dimenticato tutto, scappa, ha un incidente, sparisce. Solo in un momento di vulnerabilità finale i due protagonisti riescono a confrontarsi davvero, ammettendo colpe, paure e disillusioni. Il film si chiude con un’ambulanza e non con il classico bacio al tramonto, segnando un punto fermo nel panorama delle commedie romantiche post-moderne.

Ma facciamo un passo indietro: cosa rende Oh, Hi! così interessante per noi geek e appassionati di cinema? Prima di tutto, il tono. Sophie Brooks ha già dimostrato con The Boy Downstairs di saper raccontare storie intime con un taglio personale e originale, e qui, insieme alla co-sceneggiatrice Molly Gordon, spinge sull’acceleratore dell’assurdo. Gordon stessa ha dichiarato che il personaggio di Iris è in parte ispirato a lei, ma molto più folle: “Non ci sono molti grandi ruoli femminili là fuori, di solito i personaggi pazzi sono appannaggio degli uomini”, ha raccontato. E allora via libera a una protagonista fuori controllo, insicura e sbagliata, ma incredibilmente umana.

Il film ha debuttato al Sundance Film Festival 2025, ricevendo recensioni contrastanti ma intriganti. The Hollywood Reporter lo ha definito imperfetto ma capace di attrarre il pubblico giovane, mentre The Playlist ha parlato di “divertimento inaspettato, anche se non abbastanza per diventare un classico di culto”. E diciamocelo: non tutti i film devono aspirare a diventare cult. A volte ci basta un buon intrattenimento, un cast affiatato e qualche scena memorabile per appassionarci e parlarne con gli amici davanti a una pizza o su Discord.

Il cast merita una menzione speciale: oltre ai già citati Gordon e Lerman, troviamo David Cross, Desmin Borges e Polly Draper, attori che gli amanti delle serie TV riconosceranno subito. Una squadra perfetta per una commedia corale che flirta con il noir, la satira e il cinema di relazione. Sony Pictures Classics distribuirà il film con una limited release negli USA a partire dal 25 luglio 2025, e non vediamo l’ora di sapere quando e come arriverà da noi (magari in qualche festival nostrano, oppure direttamente sulle piattaforme streaming).

Il trailer, diffuso da poco, regala già qualche chicca: lo humor nero, i dialoghi taglienti, l’alchimia tra i protagonisti e quell’atmosfera da commedia indie che non ha paura di sporcarsi le mani con temi scomodi come la manipolazione, l’insicurezza e il bisogno disperato di connessione. È il classico film che sembra una cosa e ne è un’altra: parti per ridere e ti ritrovi a riflettere (o viceversa).

Per i nerd romantici e per chi ama le commedie anticonvenzionali, Oh, Hi! si preannuncia come una piccola chicca da non perdere. Io sono già pronta con i popcorn, e voi? Che ne pensate di questa ondata di commedie romantiche dark? Vi intrigano o preferite i classici a lieto fine? Fatemelo sapere nei commenti qui sotto o, meglio ancora, condividete l’articolo sui vostri social e fate partire il dibattito! Perché, come sempre, è discutendo insieme che la nostra nerd community cresce e si arricchisce.

Magic Farm, la nuova gemma surreale di Amalia Ulman tra caos creativo, identità fluttuanti e humour feroce

Avete presente quando un film ti lascia con quella sensazione elettrica, quasi scomoda, di non sapere se hai appena visto una commedia surreale o un dramma sociale travestito da satira strampalata? Ecco, Magic Farm è proprio quel tipo di esperienza. E lasciatemelo dire: io, da blogger cinefila appassionata di tutto ciò che è ibrido, imprevedibile e sfacciatamente fuori dagli schemi, non potevo non innamorarmi — o almeno restare profondamente intrigata — da quest’ultima fatica di Amalia Ulman. Dopo il suo debutto con El Planeta, la regista argentina torna con un’opera che è un miscuglio esplosivo di generi, forme e intenzioni. Una commedia assurda, certo, ma con una vena malinconica e una rabbia sotterranea che si fa largo tra scene tanto esilaranti quanto inquietanti. Magic Farm è il diario scomposto di un viaggio sbagliato, una parabola caotica sull’incapacità culturale, sul privilegio occidentale, sull’identità fluida — ma anche su TikTok, religioni inventate e madri problematiche.

La trama (ma quanto conta davvero la trama in un film così?) segue una troupe di Vice News — sì, proprio quella Vice: trendy, woke, globale e terribilmente inefficiente — che si reca in Argentina per girare un documentario su un eccentrico musicista locale. Peccato che, a causa di una serie di errori tragicomici, finiscano nel paese sbagliato. Da qui parte una spirale di eventi bizzarri: eventi improvvisati, riti di comunità improvvisate, performance assurde e una crisi sanitaria che serpeggia nell’ombra, invisibile ma minacciosa. Sullo sfondo, un’Argentina straniante, viva e sfuggente, mai stereotipata.

Nel ruolo della giornalista Edna troviamo Chloë Sevigny, musa dell’indie americano, che qui abbraccia con entusiasmo la sua età, la sua stranezza e il suo spirito da Gen X smarrita tra millennial e zoomer. È sofisticata e disfunzionale, autoritaria e fuori luogo: un personaggio che, in mani meno ironiche, sarebbe solo una macchietta. Ma Chloë ci costruisce sopra un intero mondo emotivo. Accanto a lei brillano Alex Wolff, Simon Rex, Joe Apollonio, Camila del Campo, e la stessa Ulman, che si ritaglia il ruolo di Elena, la camerawoman e traduttrice con un piede in due mondi (proprio come la regista nella vita reale).

Ulman ha dichiarato che Magic Farm è anche il riflesso della sua esperienza personale: figlia di due culture, cresciuta tra l’America Latina e gli Stati Uniti, spesso sentendosi troppo “gringa” per una e troppo “latina” per l’altra. E questo spaesamento lo traduce sullo schermo con una libertà visiva audace: camera a “altezza cane”, tagli da social media, estetica sgangherata che sembra uscita da una pagina glitchata di Instagram. Il risultato? Un mondo dove tutto è costruito e nulla è davvero falso. Dove anche le assurdità hanno qualcosa da dire, se si ha il coraggio di ascoltare.

Accoglienza tra entusiasmo e scetticismo

Dopo la sua prima al Sundance Film Festival 2025 e il passaggio alla Berlinale, Magic Farm ha diviso la critica — come ogni opera coraggiosa che si rispetti. Screen Daily parla di una “rabbia silenziosa sotto una superficie geniale”, mentre The Hollywood Reporter elogia la naturalezza del cast e la molteplicità delle angolazioni narrative. Più tiepido The Guardian, che lamenta la mancanza di vera “magia”, ma riconosce le interpretazioni promettenti.

La forza del film non sta tanto nei suoi eventi (volutamente sconnessi) quanto nella sua visione politica: una critica tagliente e ironica al modo in cui gli americani — e più in generale l’Occidente — interagiscono con il Sud del mondo. Turisti culturali, colonizzatori inconsapevoli, narratori egocentrici: Ulman li osserva con occhio affettuoso ma spietato. E soprattutto, non si assolve mai: si mette in gioco in prima persona, ridicolizzando anche se stessa. E allora sì, forse la “magia” di Magic Farm è proprio questa: saper mescolare il ridicolo e il reale, la tragedia e la farsa, il personale e il politico. Un film che non cerca mai di piacere a tutti, e proprio per questo risulta sorprendentemente autentico.

Se amate il cinema che sperimenta, che sfida, che confonde — Magic Farm è un piccolo caos da non perdere. Sarà nei cinema americani dal 25 aprile 2025, in Canada dal 2 maggio, e nel Regno Unito e Irlanda dal 16 maggio, distribuito da MUBI. Non lasciatevelo scappare, e poi venite a raccontarmi nei commenti cosa ne pensate: vi ha fatto ridere, riflettere, arrabbiare? O tutte e tre le cose insieme?

Freaky Tales: il film anni ’80 che trasforma Oakland in un mixtape tra hip-hop, VHS e caos urbano

Vinile che gira lento, neon che si riflettono sull’asfalto bagnato, cassette VHS infilate nei videoregistratori come reliquie di un tempo che oggi sembra quasi mitologico… e poi all’improvviso arriva Freaky Tales e ti prende per il colletto, ti trascina dentro il 1987 senza chiederti se sei pronto, come fanno certe opening di anime anni ’80 che partono a tutto volume e ti catapultano direttamente nel cuore della storia. La cosa assurda è che questo film di Anna Boden e Ryan Fleck non prova nemmeno a essere “un semplice racconto ambientato negli anni ’80”. No, qui si respira proprio quell’energia caotica, sporca, viva, quasi punk, che ti ricorda perché quel decennio continua a essere saccheggiato da cinema, serie e videogiochi come fosse un dungeon pieno di loot leggendario. Solo che stavolta non è nostalgia da cartolina, è qualcosa di più viscerale, più simile a una run hardcore dove ogni scelta può mandare tutto in crash.

https://youtu.be/-2e8SYmofZM

Oakland diventa una specie di open world narrativo, un hub pieno di storie che si incrociano come quest secondarie che poi all’improvviso diventano main quest senza preavviso, e mentre segui questi personaggi ti rendi conto che non stai guardando un film lineare, stai vivendo una compilation, un mixtape emotivo che passa dall’hip-hop underground alle luci dei videonoleggi, dai campetti da basket alle strade dove la tensione si taglia con un coltello. È tutto collegato, ma non nel modo ordinato che ti aspetti… più come quelle trame corali che ti obbligano a stare attento perché ogni dettaglio potrebbe tornare dopo e colpirti.

E dentro questo caos ci sono facce che conosci benissimo, tipo Pedro Pascal, che ormai sembra spawnare ovunque nella cultura pop come un personaggio leggendario con drop rate altissimo, ma ogni volta riesce comunque a portarsi dietro un carisma che funziona sempre, anche quando il mondo attorno a lui sembra sul punto di esplodere. Accanto a lui Ben Mendelsohn costruisce una presenza inquieta, quasi glitchata, mentre Tom Hanks entra in scena con quell’aura da memoria collettiva, come se fosse lui stesso una VHS che qualcuno ha riavvolto troppe volte e che continua a funzionare nonostante tutto.

E poi succede una cosa che mi ha colpito davvero, tipo quando scopri un personaggio nuovo in un anime e capisci subito che non è lì per caso: Normani. Il suo ingresso nel film ha quella naturalezza strana, come se fosse sempre stata lì, parte di quell’universo, senza bisogno di spiegazioni o build-up forzati. È uno di quei momenti in cui capisci che il casting non è solo una scelta tecnica, ma un pezzo fondamentale della narrazione.

Quello che mi ha fatto davvero perdere la testa però è il modo in cui il film gioca con i generi, perché non si accontenta mai di stare fermo. Parte come un racconto urbano, poi vira nel thriller, poi si sporca di ironia, poi torna serio, poi quasi surreale… sembra una playlist shuffle costruita benissimo, dove ogni traccia è diversa ma alla fine tutto suona coerente. E questo è esattamente il tipo di esperienza che oggi, tra streaming e binge watching, rischiamo di dimenticare: il cinema che ti sorprende mentre lo stai guardando.

E in mezzo a tutto questo, la musica non è sottofondo, è gameplay. Le tracce curate da Raphael Saadiq non accompagnano semplicemente le scene, le definiscono, le spingono, le amplificano. Ogni beat sembra sincronizzato con qualcosa che succede sullo schermo, come se il film stesso stesse seguendo un ritmo interno, un BPM narrativo che ti tiene agganciato fino all’ultimo.

Quello che resta dopo è una sensazione strana, difficile da spiegare senza sembrare troppo romantico, ma ci provo lo stesso: Freaky Tales non è solo un viaggio nel passato, è una specie di specchio distorto che ti fa vedere quanto di quell’energia sia ancora dentro le storie che consumiamo oggi, dagli anime cyberpunk ai videogiochi open world pieni di sottotrame, fino alle serie che cercano disperatamente di catturare “quella vibe” senza sempre riuscirci.

E forse è proprio qui che il film colpisce davvero, perché non ti dice mai esplicitamente cosa devi provare, non ti guida, non ti semplifica nulla… ti lascia lì, dentro questo flusso di immagini, suoni e personaggi, a mettere insieme i pezzi come se stessi ricostruendo una lore frammentata.

E mentre scorrono i titoli di coda, ti ritrovi con quella sensazione familiare che arriva dopo certi film, certi anime, certe storie che non si chiudono davvero… quella voglia di parlarne, di confrontarti, di capire se anche gli altri hanno visto le stesse cose che hai visto tu, o se ognuno si è portato via un pezzo diverso di questo viaggio.

Brian e Charles

Brian e Charles, il film del 2022 diretto da Jim Archer è l’irresistibile commedia britannica che ha conquistato il Sundance Film Festival! Ideata (prima come sketch di cabaret, poi come cortometraggio) e interpretata da David Earl – che hai conosciuto al fianco di Ricky Gervais in After Life –  Brian e Charles è la storia di una straordinaria amicizia… letteralmente costruita per durare!

 

Dopo un inverno particolarmente rigido, il solitario inventore Brian entra in una profonda depressione; completamente isolato e senza nessuno con cui parlare, Brian fa quello che qualsiasi persona sana di mente farebbe di fronte a una situazione così malinconica. Costruisce un robot. L’automa diventa il suo miglior amico e sviluppa, col tempo, una forte indipendenza. Incuriosito dal mondo esterno, Charles sogna di poter viaggiare e scoprire nuovi luoghi. Frattanto, in paese, si sparge la voce e l’invenzione di Brian non è più al sicuro.

 

 

The Nest – L’inganno: il sogno fragile della perfezione familiare

Ci sono film che entrano in punta di piedi nel cuore dello spettatore, insinuandosi lentamente come un’inquietudine domestica, e “The Nest – L’inganno” di Sean Durkin è uno di questi. Presentato al Sundance Film Festival 2020 e distribuito in Italia nel 2021 sulle principali piattaforme on demand, il film con Jude Law e Carrie Coon è una sottile autopsia dell’animo umano, un thriller psicologico travestito da dramma borghese che scava con precisione chirurgica nelle crepe dell’apparenza. Ambientato nel 1986, nel cuore pulsante di un Londra finanziaria in pieno “Big Bang” economico, il film racconta l’ambizione sfrenata di Rory O’Hara, ex broker newyorkese e sognatore cronico che non si accontenta mai. Per lui il successo non è un’opzione, ma una religione. Quando intravede nel mercato britannico una nuova opportunità per arricchirsi, convince la moglie Allison e i figli Samantha e Benjamin a lasciare l’America per trasferirsi in Inghilterra. Lì, nel verde e silenzioso Surrey, prende vita la loro nuova avventura: una villa immensa, cavalli da allevare, la promessa di un futuro perfetto. Ma la perfezione, come spesso accade, ha un prezzo altissimo.

Allison – una Carrie Coon magnetica, tanto fragile quanto determinata – percepisce subito che qualcosa non va. La sontuosa tenuta, più che un rifugio, sembra una gabbia dorata dove i fantasmi del passato e le ambizioni irrealizzate di Rory prendono corpo. La coppia, inizialmente unita dal sogno di riscatto, comincia a incrinarsi sotto il peso delle menzogne, delle finzioni sociali e di un desiderio di successo che divora tutto, affetti compresi. Il cavallo che Allison tenta di addestrare diventa metafora perfetta della sua stessa condizione: un essere libero imprigionato dalle illusioni altrui.

Durkin costruisce il film con una messa in scena elegante e glaciale, priva di orpelli ma ricchissima di sottotesti. Ogni inquadratura – dai toni seppiati delle campagne inglesi alle luci fredde degli uffici londinesi – è studiata per comunicare una sensazione di distacco, quasi claustrofobica. Non ci sono urla, non ci sono esplosioni: solo silenzi carichi di tensione, sguardi che parlano più delle parole, e il progressivo disfacimento di una famiglia che si credeva immune al fallimento.

Jude Law offre una delle interpretazioni più sfumate della sua carriera: il suo Rory è affascinante e patetico, un uomo che confonde il lusso con la felicità e che misura il valore dell’amore in sterline. Carrie Coon, al contrario, incarna la concretezza, la forza di chi comprende troppo tardi di essere stata trascinata in un sogno altrui. Il loro duetto è la spina dorsale del film, un lento e doloroso balletto emotivo che alterna dolcezza e crudeltà, speranza e disillusione.

Dietro la trama familiare, The Nest è soprattutto un racconto sul vuoto esistenziale dell’Occidente negli anni Ottanta, sulla corsa al benessere e sul mito della ricchezza come unica forma di realizzazione. Durkin non giudica, osserva. E lo fa con uno sguardo da entomologo che seziona con precisione ogni gesto quotidiano, ogni abbraccio forzato, ogni sorriso tirato. Il suo film non cerca la catarsi, ma la riflessione: cosa siamo disposti a sacrificare pur di mantenere l’immagine del successo?

La colonna sonora discreta, quasi impercettibile, amplifica la tensione latente, mentre la regia – priva di fronzoli ma carica di atmosfera – ci immerge in un senso costante di disagio. Ogni oggetto, ogni dettaglio d’arredo diventa simbolo: il telefono che non squilla mai, la casa troppo grande, la distanza tra i personaggi che aumenta scena dopo scena. Tutto parla, anche il silenzio.

Eppure, nonostante l’eleganza formale e le prove attoriali di altissimo livello, The Nest può lasciare un senso di incompiutezza. Forse perché Durkin non offre risposte, ma solo domande. Forse perché la sua narrazione preferisce insinuare piuttosto che spiegare. È un film che richiede pazienza e introspezione, più vicino a un’esperienza emotiva che a un semplice racconto lineare.

Alla fine, ciò che resta è un’amara consapevolezza: il vero inganno non è la menzogna tra marito e moglie, ma l’illusione collettiva che la felicità possa essere comprata, che basti cambiare casa o continente per sfuggire a se stessi. In questo senso, The Nest non è solo una storia di ambizioni infrante, ma uno specchio che riflette le contraddizioni del nostro tempo, ancora ossessionato dal possesso, dall’apparenza e dall’idea di “avere tutto”.

Un film scomodo, elegante e profondamente umano, che trasforma il dramma domestico in un thriller dell’anima. Dopo i titoli di coda, resta un silenzio denso, il rumore di un sogno che si sbriciola piano. E forse, proprio in quel vuoto, si nasconde la verità più disturbante di tutte: che nessun nido è davvero sicuro.


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