Torino Film Festival 2025: la 43ª edizione accende il grande schermo del futuro

Torino si prepara ancora una volta a trasformarsi nel cuore pulsante del cinema d’autore. Dal 21 al 29 novembre 2025, la Mole Antonelliana e le sale del capoluogo piemontese ospiteranno il 43° Torino Film Festival, una delle manifestazioni cinematografiche più importanti d’Italia e tra le più stimate anche a livello internazionale. Diretto da Giulio Base, il TFF conferma la sua vocazione: essere il luogo dove il cinema più coraggioso, giovane e sperimentale trova casa, dialogando con la storia e con il futuro della settima arte. Quest’anno saranno 120 i titoli in programma, tra concorsi e sezioni speciali, con una retrospettiva interamente dedicata a Paul Newman, icona intramontabile di un cinema che ha saputo coniugare fascino, impegno e libertà creativa.


Una città che diventa set

Il TFF non è solo un festival, ma un vero e proprio ecosistema culturale che trasforma Torino in una cine-città diffusa. Dalle proiezioni al Cinema Massimo alla cerimonia inaugurale del Teatro Regio, passando per gli incontri al Museo Nazionale del Cinema, ogni angolo della città diventa parte di una grande narrazione collettiva.

L’apertura del festival sarà un evento corale, mentre la chiusura del 29 novembre promette emozioni e riflessioni con la consueta cerimonia di premiazione, a cui parteciperanno ospiti nazionali e internazionali del calibro di Spike Lee, Juliette Binoche e Terry Gilliam, oltre a grandi nomi del cinema italiano come Sergio Castellitto e Stefania Sandrelli.


Tre concorsi, un’unica idea di cinema

Il Torino Film Festival 2025 rinnova la sua struttura tripartita, con tre sezioni competitive che testimoniano la sua attenzione per la pluralità delle voci e delle visioni.
Il concorso principale accoglierà film in anteprima mondiale o internazionale, opere che esplorano nuovi linguaggi e sensibilità autoriali.
Il concorso documentari sarà dedicato a opere in anteprima italiana, senza distinzione tra produzioni nazionali e straniere, mentre il concorso cortometraggi darà spazio a lavori in anteprima europea, terreno fertile per registi emergenti e sperimentazioni formali.

Accanto alle sezioni competitive, tre spazi non in gara: il “leopardiano” Zibaldone, luogo di libertà assoluta dove convergono film di qualsiasi genere, durata o formato; il Fuori Concorso, vetrina per opere già acclamate o difficilmente incasellabili; e infine la Retrospettiva dedicata a Paul Newman, una vera e propria immersione nel mito, con 24 film che ripercorrono l’intera carriera dell’attore, dagli anni ’50 fino agli ultimi ruoli più intimi e malinconici.


Un omaggio a Paul Newman: l’uomo, il mito, il ribelle

L’omaggio a Paul Newman è il cuore pulsante di questa edizione. Non solo una rassegna, ma un viaggio nell’anima di un interprete che ha incarnato l’essenza del cinema americano: bellezza e inquietudine, carisma e umanità, ribellione e impegno civile.
Tra i titoli in programma, non mancheranno capolavori come La stangata, Nick Mano Fredda, Butch Cassidy, Il verdetto e La gatta sul tetto che scotta, insieme a opere meno conosciute ma fondamentali per comprendere la sua evoluzione come attore e come uomo.

Il manifesto ufficiale del festival, con una fotografia di Eva Sereny scattata sul set di Diritto di cronaca di Sidney Pollack, restituisce proprio questa duplicità: la potenza del divo e la vulnerabilità dell’artista, sospeso tra finzione e verità.


Il TFF come laboratorio di linguaggi

Sotto la direzione artistica di Giulio Base, affiancato dal presidente Enzo Ghigo e da Carlo Chatrian, il Torino Film Festival conferma la sua identità più profonda: essere un laboratorio di linguaggi, un luogo dove il cinema non si limita a raccontare storie, ma interroga il nostro presente.

Tra le anteprime più attese figurano Eva di Emanuela Rossi, Black Ox di Tsuta Tetsuichiro, già autore del visionario The Tale of Iya, e Fucktoys di Annapurna Sriram, film provocatorio che esplora la fragilità dei rapporti umani nell’era digitale.

Ogni titolo, ogni sezione, ogni incontro sembra rispondere a una domanda collettiva: cosa significa fare cinema oggi, in un mondo dove le immagini sono ovunque ma le storie autentiche sembrano rare?


Torino, capitale del cinema che osa

L’anima del TFF è quella di una città che ha fatto della sperimentazione il suo DNA. A Torino sono nati il primo film italiano e il Museo Nazionale del Cinema: non stupisce, dunque, che qui continui a vivere una delle esperienze più autentiche di cinema indipendente e visionario.
Il festival celebra la libertà creativa in tutte le sue forme, unendo generazioni di cineasti e spettatori in un dialogo che va oltre le sale, toccando anche temi sociali e ambientali, da sempre cari all’organizzazione.


Cinema e community

Come ogni grande evento culturale, anche il Torino Film Festival è una festa collettiva. La sua forza non risiede solo nelle proiezioni, ma nel clima di scambio e confronto che avvolge la città.
Per l’intero periodo del festival, Torino diventa un luogo dove le conversazioni sui film si estendono dai bar ai social network, dai dibattiti pubblici alle community digitali.

Il TFF, in fondo, non è solo una rassegna: è un atto d’amore verso il cinema. Un richiamo per chi crede che la settima arte sia ancora un linguaggio capace di cambiare il mondo, o almeno di farcelo guardare con occhi diversi.

Highest 2 Lowest: Spike Lee e Denzel Washington reinventano Kurosawa per la New York del 2025

Il cinema ha un potere quasi magico, quello di prendere un classico intramontabile e farlo rivivere, iniettandogli nuova linfa vitale per una generazione diversa. E signore e signori, tenetevi forte, perché in questo senso l’ultima fatica di Spike Lee, il maestro inconfondibile di Brooklyn, non è solo un film, ma un vero e proprio evento. Sto parlando del suo attesissimo “Highest 2 Lowest”, e credetemi, non è un semplice remake. Al contrario, Lee si è avventurato in una rilettura audace, profonda, quasi sacra, del capolavoro di Akira Kurosawa, “Anatomia di un rapimento” (titolo originale: High and Low). Quest’ultimo, per i veri cinefili come noi, era a sua volta ispirato al romanzo noir “King’s Ransom” di Ed McBain. Il risultato di questa fusione di geni è un film che pulsa di energia, di tensione e di una critica sociale così feroce da bruciare. È il momento in cui due leggende del cinema si incontrano, e il risultato è pura magia.

Con un cast che è un vero e proprio all-star game, a partire dal ritorno di Denzel Washington, alla sua quinta collaborazione con Lee, fino ai contributi esplosivi di Ilfenesh Hadera e Jeffrey Wright, “Highest 2 Lowest” ti avvolge fin dai primi istanti. E non dimentichiamo i debutti sul grande schermo di vere e proprie superstar della musica, Ice Spice e ASAP Rocky, che dimostrano come il cinema sia ormai un universo in continua espansione. Lee e Washington, dopo pietre miliari come Mo’ Better Blues e Malcolm X, mostrano una maturità artistica che rende questa pellicola un’esperienza cinematografica unica, come una sinfonia jazz che solo loro sanno suonare. E Denzel, a 70 anni, regala una delle sue interpretazioni più intense e vulnerabili di sempre. Non è un eroe invincibile, ma un uomo, un essere umano fragile, costretto a fare i conti con i suoi limiti e i suoi rimpianti. È il Denzel che ami, ma come non l’hai mai visto.

Il Sacrificio di un Re dell’Industria Musicale

Il cuore pulsante del film, la ragione per cui non riuscirai a distogliere lo sguardo, è il dilemma morale di David King, interpretato da Washington. King non è un personaggio qualsiasi; è un magnate dell’industria discografica, un uomo con “il miglior orecchio del settore”, capace di sentire il futuro in una traccia. La sua etichetta, la Stackin’ Hits Records, è un impero costruito con la sua visione, ma che ora rischia di essere inghiottito dalle potenti multinazionali, in un mondo dove la musica è ridotta a un prodotto da catena di montaggio. Mentre sta per compiere la mossa più audace della sua carriera per riconquistare il suo impero, la sua vita viene sconvolta da un evento che nessuno potrebbe prevedere: un rapimento. Il bersaglio doveva essere suo figlio, ma un tragico errore porta via Kyle, il figlio del suo autista e amico di vecchia data, Paul Christopher, interpretato da un magnifico Jeffrey Wright.

Questo incidente è il detonatore di un dilemma morale di proporzioni bibliche. King si trova davanti a un bivio straziante: sacrificare la sua intera fortuna, l’opera della sua vita, per salvare la vita di un ragazzo che non è suo figlio, o proteggere il suo impero, la sua identità? Spike Lee non si limita a raccontare una storia, trasforma questa profonda crisi personale in un campo di battaglia che mette in discussione tutto ciò in cui crediamo: l’avidità, la coscienza, la lealtà e la responsabilità sociale. È una domanda senza risposte facili, che rispecchia perfettamente la complessità e le contraddizioni del nostro tempo, un’epoca in cui siamo tutti costantemente sotto esame.

Dalle Strade di Tokyo a Quelle di Brooklyn

Kurosawa, nel suo capolavoro originale, esplorava il divario abissale tra ricchezza e povertà nel Giappone degli anni Sessanta. Lee, con la sua sensibilità unica e il suo inconfondibile stile, sposta l’azione nella New York del 2025, una metropoli dove la disparità sociale è più visibile e lacerante che mai. Il film usa il mondo dell’industria musicale non solo come ambientazione, ma come una lente per analizzare il potere contemporaneo, toccando nervi scoperti come l’onnipresenza dello streaming, l’influenza invisibile degli algoritmi e l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale sulla creatività. Il messaggio di Lee è chiaro, e ti colpisce dritto allo stomaco: l’arte è diventata un terreno di scontro tra l’autenticità e le fredde logiche di mercato, tra l’identità di un artista e la sua mercificazione.

“Highest 2 Lowest” non è un semplice thriller, ma un’analisi acuta del sogno americano. Quell’ideale semplice, fatto di lavoro duro, di una casa e di una famiglia, sembra essersi corrotto in una frenetica corsa alla ricchezza istantanea, spesso a scapito di ogni valore. Attraverso dialoghi intensi e situazioni che ti lasciano senza fiato, Lee ci costringe a riflettere su cosa significhi davvero avere successo in un mondo in cui ogni cosa è misurata in milioni, in like e in visualizzazioni.

La Creatività a Pieno Ritmo

Mentre la prima parte del film si muove con il ritmo serrato di un classico procedural, un omaggio all’originale di Kurosawa che fa battere forte il cuore a ogni fan del cinema d’autore, è nella seconda metà che Spike Lee scatena la sua inarrestabile creatività. La sequenza del pagamento del riscatto, ambientata nella metropolitana di New York, è destinata a diventare un momento iconico nella storia del cinema. Immaginate Denzel Washington che stringe una borsa piena di milioni, circondato da tifosi ubriachi dei New York Yankees, mentre tutto si fonde con l’esplosione di colori e suoni di un festival portoricano nelle strade. Il montaggio è una sinfonia di immagini e suoni, una scarica di adrenalina pura.

Il film accelera, i toni si fanno più crudi, sudati, e tutto è accompagnato dalle note inconfondibili del nostro “Padrino del Soul”, James Brown. Il thriller si fonde con il dramma sociale e il conflitto generazionale, portando lo spettatore in un vortice di emozioni e riflessioni. L’ingresso della cultura rap e trap, una novità geniale rispetto all’originale, aggiunge un ulteriore livello di complessità. Yung Felony, interpretato da un incredibile ASAP Rocky, non è un semplice cattivo, ma l’incarnazione della disperazione di una generazione che cerca disperatamente fama e rispetto. La sua “rap battle” con Denzel Washington è un momento di cinema audace, un vero e proprio scontro tra mondi diversi che si affrontano senza giudizi superficiali, ma con la forza della parola.

Un Nuovo Capitolo di una Leggenda

Presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2025, “Highest 2 Lowest” ha polarizzato le reazioni, ma ha suscitato una passione innegabile. Distribuito prima nelle sale americane e ora globalmente su Apple TV+, il film segna un momento di bilancio per Spike Lee, che a 68 anni dimostra di avere ancora tantissimo da dire. È un’opera caotica, epica, intensamente personale, un vero e proprio Spike Lee Joint che non si limita a rendere omaggio a un classico, ma lo trasforma in un manifesto identitario.

Chi si aspetta una semplice copia di Kurosawa rimarrà spiazzato, nel modo più positivo possibile. “Highest 2 Lowest” usa il capolavoro giapponese come un trampolino, ma ne emerge come un’opera che parla la lingua di Lee e della New York contemporanea. È un crime thriller, una critica sociale, un dramma familiare e un saggio sul potere trasformativo della musica.

Il film si conclude senza offrire risposte definitive, ma ponendo domande che continuano a bruciare anche dopo che i titoli di coda sono saliti sullo schermo. Il sogno americano esiste ancora? O si è trasformato in un incubo alimentato da like e visualizzazioni? Spike Lee, come ogni grande autore, lascia a noi il compito di trovare le nostre risposte. E questo, amici miei, è il segno distintivo di un vero capolavoro.

NBA 2K16: la mia recensione nerd tra emozioni, schiacciate e storytelling

È difficile credere che NBA 2K16 sia uscito solo da qualche settimana, perché onestamente… mi sembra di viverci dentro da mesi. Sarà che ho perso il conto delle notti passate davanti allo schermo, con la stanza illuminata solo dalla luce tremolante del televisore, a cercare di portare il mio MyPlayer dalla panchina del liceo alla gloria dell’NBA. Sarà che questo capitolo della serie NBA 2K ha qualcosa di diverso, di più profondo, quasi cinematografico. Ma andiamo con ordine, perché NBA 2K16 merita una recensione con i fiocchi, fatta con il cuore da chi, come me, vive di basket e pop culture.

Appena acceso il gioco, la prima sensazione che ho avuto è stata quella di trovarmi davanti a un prodotto curato fino all’ossessione. Visual Concepts ha fatto davvero un salto di qualità in termini di presentazione, dalla grafica delle interfacce alle animazioni dei giocatori. Ma soprattutto, NBA 2K16 fa una cosa che raramente un gioco sportivo riesce a fare: ti fa sentire dentro una storia. Non sei più solo un utente con un controller in mano. Sei un ragazzo, sei un atleta, sei un sognatore con un pallone in mano e un futuro tutto da scrivere.

La modalità MyCareer, scritta e diretta da Spike Lee, è senza dubbio la punta di diamante. Non mi aspettavo tanto pathos in un videogioco sportivo. Di solito siamo abituati a creare il nostro personaggio, giocare partite, accumulare punti, potenziare abilità e via, senza troppi fronzoli. Qui invece c’è una vera narrazione, fatta di famiglia, amici, tradimenti, sogni e paure. Sì, certo, a volte la recitazione digitale è un po’ legnosa, e alcune scene sembrano uscite da una soap opera del pomeriggio, ma ci ho trovato cuore. Mi sono affezionata ai personaggi, mi sono ritrovata a riflettere sulle scelte, e soprattutto ho amato vedere come le partite sul campo fossero solo una parte della mia carriera virtuale.

Ma NBA 2K16 non è solo storia. Il gameplay è fluido, preciso, responsivo come mai prima. Dribbling, schiacciate, tiri dalla distanza… ogni movimento trasmette un senso di peso e realismo che mi ha fatto rimanere a bocca aperta. Ho passato ore nella modalità MyPark, sfidando altri giocatori online in campetti da streetball, dove le schiacciate sono più scenografiche e il trash talking più acceso. È un’esperienza completamente diversa dalla modalità MyGm, dove invece mi sono trasformata nella manager della mia franchigia NBA, gestendo staff, stipendi, merchandising e persino il prezzo dei popcorn al palazzetto.

Per chi ama il lato collezionistico, MyTeam è un buco nero di tempo e soddisfazione. Compro pacchetti come se non ci fosse un domani, sperando ogni volta di trovare quel giocatore leggendario che farà fare il salto di qualità alla mia squadra. E non importa se a volte le partite online diventano guerre di nervi contro avversari fortissimi: ogni vittoria ha un sapore unico.

A livello grafico, NBA 2K16 è una festa per gli occhi. I dettagli sui giocatori NBA sono pazzeschi, dalle fasce sudate al tatuaggio più nascosto. Non posso dire lo stesso per i giocatori di Eurolega, dove ogni tanto le somiglianze sono più frutto di fantasia che di realismo, ma onestamente è un dettaglio che passa in secondo piano. Le arene, le luci, il pubblico, le telecronache: tutto contribuisce a farti sentire dentro una partita vera.

Un aspetto che mi ha colpito molto è anche la colonna sonora, curata con attenzione maniacale. Non è solo musica di sottofondo: accompagna le scelte di menu, scalda le attese, ti entra in testa fino a diventare parte integrante dell’esperienza.

Ovviamente NBA 2K16 non è perfetto. I server online a volte fanno le bizze, soprattutto in MyPark, e alcune microtransazioni possono diventare invadenti per chi non ha voglia di spendere ulteriormente. Ma, tolti questi nei, resta un titolo che alza l’asticella per tutti i giochi sportivi.

NBA 2K16 non è solo un gioco: è una dichiarazione d’amore al basket. Ti prende per mano e ti porta in un mondo dove ogni scelta conta, dove puoi essere la stella sul parquet o il cervello dietro la scrivania, dove puoi vivere un sogno a occhi aperti fatto di adrenalina, sfide e gloria.

Se siete appassionati di basket, questo gioco è già un must-have. Se non lo siete, ma amate le storie sportive, le sfide online e le esperienze immersive, NBA 2K16 potrebbe sorprendervi. Io, nel frattempo, torno a fare qualche partita. Ci vediamo al campetto virtuale, e mi raccomando: ditemi anche voi cosa ne pensate! Avete già costruito il vostro MyPlayer perfetto? Chi è il vostro MVP personale? Scrivetemelo nei commenti o condividete la recensione sui social, perché alla fine, il bello di vivere la passione nerd è condividerla!

Lei mi odia

Fin dal suo primo film, il regista Spike Lee ha mostrato una sorprendente abilità nel tastare il polso delle vicende americane di tutti i tempi. I suoi film possono essere descritti come segnali stradali che tracciano ed indicano l’evoluzione del discorso attuale del paese su razze, sesso, politica. LEI MI ODIA porta avanti questa tradizione esplorando gli atteggiamenti dell’America nella moralità e nell’etica – dalla camera da letto alla sala riunioni…
Il collasso di giganti produttivi come Enron, Worldcom, Tyco, Adelphia, ImClone, le recenti condanne di Martha Stewart, e gli innumerevoli altri esempi di malfunzionamento societario e individuale, sono degli argomenti che hanno dominato i telegiornali e le pagine d’affari. Quando migliaia di cittadini americani, duri lavoratori, hanno perso il loro lavoro ed i loro sudati guadagni, il richiamo all’azione è diventato sempre più forte. Tutto ciò fa parte del paesaggio che Lee esamina in questo suo ultimo film, LEI MI ODIA.
“La storia di LEI MI ODIA è molto semplice. Parla di sesso, avidità, soldi e politica.” Lee è stato ispirato dai fatti recenti che hanno coinvolto la Enron, la Halliburton, Alphelhia, Martha Stewart – la Waksals e la Tyco. L’avidità e la truffa sembrano aver preso il posto della corretta dirigenza e della responsabilità aziendale. “Queste aziende hanno ai vertici delle persone deboli. Ho deciso di contrapporre questo tipo di inchiesta con l’idea del sesso e della procreazione. Una miscela di volubilità. Questo film è anche una cronaca dell’ipocrisia dell’America sui valori legati al sesso. Ho voluto sollevare degli interrogativi sul declino della morale e dell’etica in America – dalla sala riunioni alla camera da letto.”
Spike Lee sente che ai giorni d’oggi l’America appare come una linea grigia tra moralità ed etica. “C’è la sensazione che la gente farebbe qualsiasi cosa per il denaro. Ogni essere umano si troverà a dover fare una scelta e questa scelta si baserà su la propria etica e la propria morale. Le persone devono far fronte alle conseguenze delle loro scelte” dice Lee.
Lee ed il co-sceneggiatore Michael Genet sono partiti dall’idea della scoperta di una droga miracolosa usata per curare il virus dell’HIV. Le difficoltà che ne sorgono sono sintomatiche di una cultura individuale e societaria in completo declino. Aggiungendoci la componente sessuale del film – impersonata da Fatima – Alex e le altre lesbiche conducono il pubblico ad un punto in cui sesso, politica e denaro arrivano ad incontrarsi. La provocatoria parità dei sessi e la cultura aziendale nella sceneggiatura erano un richiamo a tutti coloro che sono entrati a far parte del gruppo.

La 25ª ora

Tratto dall’omonimo romanzo di David Benioff, La Venticinquesima Ora, descrive l’ultima giornata di libertà di Montgomery Brogan, interpretato da Edward Norton, giovane spacciatore incastrato dalla polizia grazie ad una soffiata, che il giorno successivo dovrà recarsi in un penitenziario per scontare sette anni di prigione. La venticinquesima ora in questione è uno spazio metaforico, uno spazio dedicato alle riflessioni, che il protagonista fa sulla sua vita, sulle sue scelte, sul suo futuro, sui suoi amici, sulla sua città.

Il suo vagare per le strade di New York rappresenta l’intima necessità di dire addio alla vita, ai luoghi dove è cresciuto, alle persone più care dalle quali si era allontanato: vecchi amici, la fidanzata, il padre. Domande ossessivamente ripetute, per capire chi lo abbia tradito, Perché non si sia fermato prima. Come sfuggire ad una sorte ormai scritta?) er le quali non esistono risposte, ma che costituiscono materia prima della maggior parte dei dialoghi.
L’amore, la disperazione e la solitudine, si miscelano alla rabbia e alla lacerazione di una New York post 11 settembre. Edward Norton e la sua città sono accomunati dalle medesime ferite e dal desiderio di riscatto. Ad enfatizzare questo gioco di specchi, le splendide inquadrature di Spike Lee , prima fra tutte quella in cui le due torri sono sostituite da fari rivolti verso il cielo: un senso di vuoto e di profonda mancanza aleggia nell’aria.

La venticinquesima ora si riempie di significati: rappresenta tutto ciò che avrebbe potuto essere, non fa parte della vita normale ma è il tempo della serenità, delle scelte, la cancellazione dei rimpianti. Magistrale l’interpretazione di Edward Norton, indiscutibilmente uno dei migliori attori dell’attuale panorama cinematografico; i suoi occhi parlano e danno voce ad una sceneggiatura ben scritta e ad una regia particolare e impeccabile.

Il protagonista, monty Brogan, spacciatore condannato a sette anni di reclusione, trascorrele sue ultime 24 ore da uomo libero in cui cercherà di recuperare un identità. La 25° ora è un film toccante, molto lontano dal genere a cui Spike Lee ci ha abituati; della storia di un uomo che si accorge di aver tradito la propria vita e che vive in una New York ferita, triste e silenziosa.La gente della città continua a vivere, mentre lui sa che il suo tempo è finito. Rincontrerà gli amici di un tempo, sistemerà i rapporti con il padre e la sua fidanzata e cercherà di sottrarsi ad un destino che stenta ad accettare.

 

Il confine tra il mondo criminale e la vita onesta e’ sempre sfumato,difficilmente esperibile, perchè il film si discosta completamente dai Topos del genere.Monty è una persona tranquilla, disponibile e facilmente si dimentica che è uno spacciatore che lavora per la mafia. Attorno a lui gravitano personaggi complessi ed interessanti,la sua ragazza portoricana ,il suo amico professore ossessionato da una sua allieva, il miglior amico di monty , piccolo squalo di wall Street ancora in grado di dare consigli.

 

Quello che il Film comunica è una leggera tristezza ammantata di malinconia, preponderante in quelle lunghe inquadrature in cui il protagonista passeggia con il suo cane per la strada. Siamo costretti a ragionare sulle scelte di vita di Brogan ed almeno due volte durante la proiezione siamo chiamati ad entrare nei panni del protagonista e prendere una decisione;

Il finale ci pone davanti un possibile squarcio,” bastava pochissimo perchè tutto ciò non si realizzasse mai”,ma noi tutti sappiamo che a prescindere dalla decisione di monty a New York la vita continuerà come sempre.

by Axdeb

 

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