Monarch Legacy of Monsters 2: Godzilla ritorna e Rodan cambia tutto nel Monsterverse

Qualcosa è cambiato davvero dopo aver attraversato fino in fondo la seconda stagione di Monarch: Legacy of Monsters, ed è una sensazione che non si riesce a scrollare via nemmeno tornando alla vita quotidiana, come quando finisci un anime che ti ha spostato dentro e continui a ripensarci mentre fai cose banalissime tipo prendere un caffè o aspettare la metro, perché quella storia non è rimasta confinata nello schermo ma ha iniziato a dialogare con il tuo modo di guardare il mondo, e qui succede una cosa simile ma su scala gigantesca, letteralmente.

Per anni il Monsterverse è stato quel playground perfetto per chi ama vedere città distrutte e mostri che si menano senza troppe spiegazioni, un po’ come quando da piccolo facevi combattere action figure senza chiederti davvero perché, bastava il rumore del colpo e la fantasia riempiva il resto, però questa serie ha preso quella stessa energia e l’ha rallentata, l’ha fatta sedimentare, l’ha resa quasi umana, come se qualcuno avesse deciso di guardare negli occhi chi vive all’ombra di quei giganti invece di limitarsi a filmarli mentre spaccano tutto.

E la seconda stagione spinge ancora più forte su questa cosa, ma senza dimenticare che alla fine siamo qui anche per vedere creature assurde emergere da oceani e vulcani come se fossero divinità antiche che hanno deciso di tornare a farci visita, perché sì, il ritorno di Godzilla non è solo fanservice, non è solo il momento da trailer con la musica che sale e il pubblico che impazzisce, è proprio una dichiarazione di intenti, tipo: “ok, avete capito le persone, ora ricordatevi chi tiene davvero in equilibrio questo mondo”.

E questa cosa si percepisce già da quei pochi secondi infilati nello spot su Apple TV+, quasi nascosti, come un glitch voluto nel sistema, una di quelle apparizioni rapide che però ti restano incollate addosso perché sai benissimo che non è lì per caso, è un avvertimento.

La prima stagione aveva giocato molto sulla costruzione, sulle famiglie spezzate, sui segreti di Monarch che sembravano più intricati di qualsiasi lore da JRPG, e qualcuno magari aveva anche storto il naso perché voleva più distruzione, più botte, più caos, ma la verità è che senza quella base la seconda stagione non avrebbe avuto questo peso, questa capacità di farti percepire ogni scelta come qualcosa che potrebbe davvero cambiare tutto, e non solo a livello spettacolare.

Qui si entra ancora più a fondo nella mitologia, ma senza mai diventare pesante, perché il racconto continua a muoversi come fanno le storie che funzionano davvero, passando da momenti intimi a esplosioni improvvise, da dialoghi che sembrano usciti da un drama familiare a scene che ti ricordano perché ami il genere kaiju fin da quando hai scoperto Godzilla magari in qualche vecchio pomeriggio su una TV che gracchiava.

E poi arriva il finale, e lì succede quella cosa che nei forum e nei gruppi Telegram nerd scatena discussioni infinite, perché cambia ritmo, cambia direzione, quasi cambia genere, e ti ritrovi a pensare che forse questa serie non vuole restare dove l’avevi immaginata all’inizio.

Il modo in cui viene trattato il concetto di “mostro” si ribalta senza fare troppo rumore, come se fosse la cosa più naturale del mondo, e improvvisamente una minaccia diventa qualcosa di diverso, qualcosa che non puoi più liquidare come semplice antagonista, e questo spiazza, perché ti costringe a rimettere in discussione tutto quello che pensavi di aver capito fino a quel momento.

E mentre succede questo, mentre i personaggi cercano di rimettere insieme i pezzi delle loro vite e delle loro scelte, arriva quel momento che ti fa dire “ok, qui stanno giocando sul serio”, perché il discorso si apre a qualcosa di ancora più grande, qualcosa che tocca il tempo, le possibilità, le conseguenze, e chi mastica anime e fantascienza sa benissimo che quando inizi a toccare quei fili il rischio di incasinare tutto è altissimo ma anche il potenziale diventa enorme.

Poi, senza fare troppo rumore ma con una precisione chirurgica, la scena finale piazza la carta che tutti stavano aspettando ma che nessuno voleva vedere così presto, ed è lì che entra in gioco Rodan, e non è una comparsata buttata lì per far urlare i fan, è proprio un’apertura, una porta spalancata su qualcosa che promette di essere molto più grande di quello che abbiamo visto finora.

Rodan ha sempre avuto quell’aura da “arma naturale” incontrollabile, meno iconico di Godzilla, meno “personaggio” di King Kong, ma proprio per questo più imprevedibile, più selvaggio, e vederlo legato a un contesto diverso rispetto a quello cinematografico ti fa capire che la serie vuole giocare con la timeline, con la geografia, con le aspettative, un po’ come fanno certi manga quando decidono di ribaltare completamente la mappa del mondo a metà storia.

E la cosa che mi ha colpito di più, forse, non è nemmeno la presenza di Rodan in sé, ma lo sguardo di chi lo osserva, perché lì si percepisce che non siamo davanti a una scoperta, ma a qualcosa di già conosciuto, e questo apre una quantità di domande che potrebbero riempire thread interi su Reddit.

Questa seconda stagione ha fatto una cosa che non è affatto scontata: ha trasformato una serie che poteva essere solo un’espansione narrativa in un punto centrale del Monsterverse, qualcosa che non puoi più ignorare se vuoi capire davvero dove sta andando questo universo, e lo ha fatto senza tradire la sua identità, senza diventare improvvisamente un blockbuster serializzato, mantenendo quella dimensione più intima che la rende diversa dai film.

E adesso la vera domanda non è tanto cosa succederà dopo, ma come verrà raccontato, perché il terreno è diventato molto più instabile, molto più interessante, e chi ama queste storie sa benissimo che è proprio lì che nascono le cose migliori… o i disastri più clamorosi.

Onestamente, io non ho ancora deciso da che parte sto, se voglio più mostri o più umanità, più caos o più introspezione, ma forse è proprio questo il punto, ed è per questo che la conversazione non finisce qui, anzi, probabilmente sta solo iniziando.

Mythic Quest: addio a una serie cult che ha unito il mondo dei videogiochi alla commedia brillante

Ah, Mythic Quest… quanti pomeriggi passati con una tazza di tè, il gatto acciambellato sulle ginocchia e quell’inconfondibile mix di risate, cringe e momenti inaspettatamente toccanti a farmi compagnia sul divano. Quando ho letto la notizia della cancellazione della serie da parte di Apple TV+, ammetto che mi è venuto un groppo alla gola. Nonostante fossi consapevole che ogni serie, prima o poi, arriva al capolinea, speravo segretamente che il team di sviluppatori più disfunzionale e geniale della televisione potesse restare con noi ancora un po’. Ma, come in ogni buon videogioco, arriva il fatidico “Game Over”… o forse no?

La notizia, riportata in esclusiva da Variety, parla chiaro: Mythic Quest chiude i battenti dopo quattro stagioni e uno spin-off, Side Quest. Ma in pieno spirito da patch day, ci sarà un “aggiornamento” dell’episodio finale, una sorta di DLC narrativo che promette di essere il nostro vero addio. Una mossa che solo chi conosce profondamente la community dei gamer poteva concepire. Non si chiude una saga senza un ultimo, epico, contenuto extra.

Come appassionata di serie TV — ma anche e soprattutto come nerd cresciuta a pane e joystick — Mythic Quest è stato per me più di una semplice comedy. Era un ritratto affilato, intelligente e sorprendentemente emotivo del mondo dello sviluppo videoludico, visto attraverso l’ottica delle persone che lo abitano. Parliamo di Ian Grimm, il visionario e narcisista creativo interpretato da Rob McElhenney, di Poppy Li, la geniale e insicura ingegnera che è stata la vera spina dorsale dello studio, e di David Brittlesbee, il dirigente senza polso ma con tanta, tanta voglia di essere preso sul serio. E poi ancora Rachel, Dana, Brad, Carol, Jo… ognuno un piccolo frammento di umanità, con le proprie manie, fragilità e sogni.

La serie era nata nel 2020, proprio a ridosso della pandemia, e forse anche per questo ha saputo parlarci in modo così diretto. L’episodio “Quarantine”, girato interamente da remoto con gli iPhone, è stato un capolavoro non solo di creatività produttiva, ma anche di narrazione empatica. Mai mi sarei aspettata di commuovermi guardando una videoconferenza tra colleghi che, isolati nelle proprie case, cercavano di mantenere viva la connessione — emotiva, prima ancora che lavorativa.

Certo, non tutto è stato perfetto: ricordiamo la controversia che ha coinvolto F. Murray Abraham, che ha portato alla sua esclusione dal cast dopo la seconda stagione. Ma anche in questi scossoni produttivi, la serie ha saputo adattarsi e reinventarsi, mantenendo sempre quel tono ironico, a tratti cinico, ma mai disumanizzante. Mythic Quest ha avuto il raro talento di fare satira senza disprezzo, ridendo con i suoi personaggi e non di loro.

E poi c’era Side Quest, lo spin-off in quattro episodi che ci ha regalato una prospettiva nuova e necessaria, raccontando le storie dei personaggi “minori” — ma chi è davvero secondario, in un ambiente creativo come quello di uno studio videoludico? Questo esperimento antologico è stato un piccolo gioiello, e ha dimostrato che l’universo narrativo di Mythic Quest aveva ancora tantissimo da offrire, anche oltre il core cast.

A colpirmi di più, però, è stata la dichiarazione finale dei produttori: “I finali sono difficili. Ma con la benedizione di Apple, abbiamo apportato un ultimo aggiornamento al nostro ultimo episodio, così da poter dire addio, invece di dire semplicemente game over.” Queste parole risuonano fortissimo per chi, come me, ha vissuto Mythic Quest non solo come una serie da binge-watchare, ma come un piccolo universo di riferimento. Un po’ come quando finisci un RPG che ti ha tenuto compagnia per mesi e, pur sapendo che la storia è finita, ti ritrovi a vagare per la mappa solo per dire addio ai luoghi e ai personaggi che hai amato.

Non sappiamo esattamente perché Apple abbia deciso di concludere la serie ora, né se sia stata una scelta dettata dagli ascolti o da esigenze produttive. Quello che è certo, però, è che Mythic Quest ha lasciato un’impronta. Ha parlato a chi ama i videogiochi ma anche a chi ha conosciuto il caos (e la magia) di lavorare in team creativi. Ha riso delle nostre ossessioni, ha mostrato il lato tossico dell’ego, ma anche il potere delle connessioni autentiche. E lo ha fatto senza mai perdere il suo stile tagliente e profondamente umano.

Ora non ci resta che attendere questo “episodio finale aggiornato”, sapendo che sarà davvero l’ultima partita. E nel frattempo, mi chiedo: quanti altri studi, quanti altri team come quello di Mythic Quest esistono là fuori? E soprattutto: chi sarà il prossimo a raccontarne la storia?

Se anche voi avete amato questa serie tanto quanto me, raccontatemi cosa vi mancherà di più. Ian e Poppy? Le follie di Brad? Le citazioni nerd nascoste nei dialoghi? Condividete l’articolo sui social e fatemi sapere: qual è stato il vostro momento preferito di Mythic Quest?

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