Ghostbusters: Night Shift, la nuova serie animata Netflix arriverà nel 2027 con una squadra di giovani Acchiappafantasmi

La sirena dell’Ecto-1 non smette mai davvero di riecheggiare nell’immaginario collettivo. Cambiano le generazioni, cambiano i linguaggi, cambiano perfino i fantasmi, ma gli Acchiappafantasmi continuano a rappresentare quel rarissimo punto d’incontro tra horror, fantascienza, comicità e cultura pop capace di mettere d’accordo chi è cresciuto negli anni Ottanta e chi li ha scoperti soltanto grazie allo streaming. Per questo motivo le prime immagini di Ghostbusters: Night Shift, la nuova serie animata sviluppata da Netflix insieme a Sony Pictures Animation e prevista per il 2027, hanno immediatamente acceso l’entusiasmo della community nerd mondiale. Non si tratta soltanto dell’ennesimo ritorno di un marchio storico, ma dell’occasione per dimostrare ancora una volta quanto questo universo narrativo sappia reinventarsi senza tradire sé stesso.

L’ambientazione scelta racconta già moltissimo delle ambizioni del progetto. La storia si svolgerà infatti nel 1994, esattamente cinque anni dopo gli eventi di Ghostbusters II, quelli della memorabile passeggiata della Statua della Libertà tra le strade di New York alimentata dalla melma positiva. Una scelta intelligente, quasi nostalgica ma senza risultare prigioniera del passato, perché permette di esplorare un periodo poco raccontato della cronologia ufficiale lasciando spazio a personaggi completamente nuovi.

Il primo sguardo mostrato durante l’Annecy International Animation Film Festival lascia intuire proprio questa direzione. Nessun trailer completo, almeno per ora, ma concept art e immagini sufficienti a capire che l’atmosfera vuole recuperare quella miscela di ironia, mistero e caos soprannaturale che ha reso immortale il franchise. La New York del 1994 diventa così un enorme parco giochi infestato da fantasmi, lontano sia dall’estetica ipertecnologica contemporanea sia dall’iconografia puramente anni Ottanta. Cellulari intelligenti inesistenti, internet ancora agli albori, metropolitane decadenti, insegne luminose, vicoli inquietanti e quella sensazione di città viva che sembra perfetta per ospitare nuove presenze ectoplasmatiche.

Al centro della vicenda troveremo un gruppo di giovani newyorkesi che, secondo la descrizione ufficiale, finiranno coinvolti in una nuova emergenza paranormale risultando addirittura almeno in parte responsabili del disastro che dovranno risolvere. È una premessa che profuma immediatamente di Ghostbusters, perché la saga non ha mai raccontato eroi perfetti. Peter Venkman, Ray Stantz, Egon Spengler e Winston Zeddemore non erano supereroi destinati a salvare il mondo: erano professionisti improvvisati, scienziati eccentrici e lavoratori alle prese con problemi assurdi affrontati con una sorprendente naturalezza.

Proprio questa normalità davanti all’impossibile ha sempre rappresentato il vero segreto degli Acchiappafantasmi. Demoni antichissimi, divinità sumere, portali dimensionali, slime psicocinetico, biblioteche infestate e giganteschi omini di marshmallow vengono affrontati con la stessa mentalità di chi deve semplicemente completare un turno di lavoro e compilare la fattura. Il titolo Night Shift, “turno di notte”, sembra voler giocare esattamente su questo concetto: il soprannaturale non come straordinaria eccezione, ma come routine lavorativa di chi entra in servizio mentre il resto della città dorme.

Una delle notizie che tranquillizza maggiormente i fan riguarda il team creativo. Alla produzione esecutiva figurano Jason Reitman, Gil Kenan, Ben Hibon, Amie Karp, Elliott Kalan e soprattutto Dan Aykroyd. Soltanto leggere quest’ultimo nome trasmette una certa sicurezza. Aykroyd non rappresenta semplicemente uno degli attori storici della saga, ma probabilmente il principale custode del suo immaginario. Fin dall’origine ha riversato in Ghostbusters la propria autentica passione per il paranormale, le società spiritiche, gli avvistamenti inspiegabili e tutta quella letteratura dedicata ai fenomeni occulti che ancora oggi continua ad alimentare leggende metropolitane e racconti horror.

Jason Reitman e Gil Kenan, dal canto loro, hanno già dimostrato con Ghostbusters: Legacy e Ghostbusters: Minaccia Glaciale di conoscere profondamente il peso emotivo che questo franchise esercita su diverse generazioni. Hanno scelto di non limitarsi a riproporre personaggi storici come semplici icone nostalgiche, ma hanno trasformato il ritorno degli Acchiappafantasmi in una riflessione sul tempo che passa, sull’eredità lasciata dai maestri e sul difficile equilibrio tra memoria e innovazione. Una serie animata permette adesso di ampliare ulteriormente questo universo senza le inevitabili limitazioni produttive del cinema live action.

La scelta dell’animazione, d’altronde, appare quasi naturale. Chi è cresciuto davanti a The Real Ghostbusters sa perfettamente che buona parte del mito degli Acchiappafantasmi è stata costruita proprio lontano dalle sale cinematografiche. Quella serie non si limitava a replicare le vicende dei film, ma espandeva continuamente l’universo narrativo con creature nuove, dimensioni sconosciute, divinità dimenticate, civiltà perdute e fantasmi spesso molto più inquietanti di quanto ci si aspetterebbe da un cartone animato destinato anche ai ragazzi.

Per molti appassionati, me compreso, alcune delle idee migliori dell’intero franchise sono nate proprio lì. Ogni episodio sembrava il punto d’incontro perfetto tra horror leggero, fantascienza pulp e fantasy urbano. Ancora oggi tantissime produzioni contemporanee dedicate al paranormale sembrano inconsapevolmente debitrici di quell’estetica fatta di melma fluorescente, apparecchiature impossibili, spiriti grotteschi e laboratori improvvisati.

Anche Extreme Ghostbusters, arrivata qualche anno dopo, aveva intuito qualcosa che oggi è diventato normalissimo nelle grandi saghe cinematografiche. Passare il testimone a una nuova generazione mantenendo Egon Spengler come mentore rappresentava un’idea decisamente avanti rispetto ai tempi. Oggi Marvel, Star Wars e perfino Karate Kid costruiscono continuamente racconti fondati sul ricambio generazionale, mentre Ghostbusters aveva già sperimentato questo meccanismo negli anni Novanta.

Per questo motivo Night Shift sembra inserirsi in una tradizione ben precisa invece di rincorrere semplicemente la nostalgia. I protagonisti saranno nuovi, ma respireranno dentro un mondo già costruito, fatto di proton pack, trappole per fantasmi, P.K.E. Meter, caserme trasformate in quartier generale e una New York che continua a nascondere segreti soprannaturali dietro ogni angolo.

Grande curiosità ruota anche attorno allo showrunner Elliott Kalan, autore conosciuto per una comicità intelligente e profondamente radicata nella cultura geek. Il suo stile potrebbe rivelarsi ideale per recuperare quell’umorismo surreale che ha sempre distinto Ghostbusters da qualsiasi altro franchise dedicato ai fantasmi. Nessuno urla istericamente davanti a un’apparizione ultraterrena; al massimo qualcuno sbuffa, fa una battuta sarcastica e si prepara ad accendere gli zaini protonici.

L’annuncio all’Annecy International Animation Film Festival racconta inoltre la volontà di Sony Pictures Animation e Netflix di trattare Ghostbusters come una proprietà creativa di enorme valore e non come un semplice contenuto nostalgico destinato a riempire il catalogo streaming. Negli ultimi anni Netflix ha dimostrato di credere profondamente nell’animazione destinata anche agli adulti grazie a produzioni come Arcane, Cyberpunk: Edgerunners e Blue Eye Samurai, serie che hanno definitivamente abbattuto il pregiudizio secondo cui il medium animato sarebbe soltanto intrattenimento per bambini.

La fantasia, inevitabilmente, corre anche oltre quello che sappiamo oggi. Ghostbusters è sempre stato uno specchio delle paure contemporanee. Negli anni Ottanta raccontava una società intrappolata tra consumismo, burocrazia, progresso tecnologico e ansie urbane. Una nuova serie potrebbe divertirsi a reinterpretare quei concetti esplorando il folklore digitale, le creepypasta, le leggende nate online, gli algoritmi fuori controllo, le intelligenze artificiali trasformate in entità paranormali o addirittura fantasmi capaci di infestare vecchi server dimenticati, social network abbandonati e videogiochi ormai scomparsi. Da appassionato di cultura geek e tecnologia faccio fatica a immaginare un terreno più fertile per raccontare il soprannaturale del XXI secolo mantenendo intatto lo spirito originale creato da Dan Aykroyd e Harold Ramis.

Alla fine, forse, il segreto dell’immortalità degli Acchiappafantasmi sta proprio nella loro natura imprevedibile. Non hanno mai avuto bisogno di trasformarsi in guerrieri epici o in supereroi invincibili. Restano un gruppo di persone armate di strumenti improbabili che affrontano l’assurdo con professionalità quasi burocratica, mentre New York continua a essere infestata da divinità, demoni e fantasmi pronti a trasformare ogni turno di lavoro in una missione impossibile.

L’attesa fino al 2027 sarà inevitabilmente lunga, ma le prime immagini di Ghostbusters: Night Shift sembrano promettere un ritorno costruito con attenzione, rispetto e voglia di raccontare qualcosa di nuovo. Intanto i social sono già pieni di teorie, fan art, speculazioni e discussioni sulla possibile identità dei nuovi protagonisti, segno inequivocabile che gli Acchiappafantasmi continuano ad avere un posto speciale nell’immaginario nerd mondiale. La vera domanda, forse, non è se siamo pronti a indossare di nuovo uno zaino protonico, ma quale fantasma vorremmo vedere catturato da questa nuova squadra durante il suo primo turno di notte.

Due Spicci: Zerocalcare smette di proteggerci e ci lascia soli davanti allo specchio

Arriva un momento, nella vita di ogni autore, in cui il pubblico non può più limitarsi a chiedere una nuova versione di ciò che ha già amato. Arriva il momento in cui bisogna accettare che le persone cambiano, che le paure cambiano, che persino il modo di raccontare il dolore cambia. Guardando Due Spicci, la nuova serie animata di Zerocalcare distribuita da Netflix, ho avuto continuamente questa sensazione addosso. Non quella di assistere semplicemente al terzo capitolo di una trilogia iniziata con Strappare lungo i bordi e proseguita con Questo mondo non mi renderà cattivo, ma quella di osservare un autore che ha deciso di raccontare senza filtri il punto esatto in cui si trova oggi.

Per chi ha attraversato gli anni Novanta tra fumetterie, VHS consumate fino allo sfinimento, forum, IRC, newsgroup e quelle infinite discussioni notturne che hanno costruito l’identità della prima generazione nerd italiana online, Due Spicci colpisce in maniera particolare. Non perché racconti qualcosa di straordinario. Anzi. Perché racconta qualcosa di terribilmente ordinario.

Zero e Cinghiale non stanno salvando il mondo. Non stanno combattendo mostri. Non stanno vivendo una grande avventura. Gestiscono un locale nel quartiere e cercano disperatamente di tenere insieme conti, amicizie, responsabilità e una quantità crescente di problemi che sembrano moltiplicarsi ogni volta che qualcuno prova a risolverne uno. A complicare ulteriormente la situazione arriva una figura proveniente dal passato di Zero, una presenza capace di riaprire ferite che forse non si erano mai davvero chiuse. Ed è qui che emerge immediatamente il significato profondo del titolo.

“Due spicci” a Roma non indica soltanto pochi soldi. Può riferirsi ai valori, al rispetto, alla dignità, alle responsabilità che spesso trattiamo come qualcosa di poco conto. Lo stesso Zerocalcare ha raccontato di essersi accorto che quell’espressione era già disseminata lungo tutto il percorso narrativo delle opere precedenti. Quasi come un filo invisibile che collegava ogni storia.

Guardando la serie diventa evidente che quei due spicci non sono soltanto economici. Sono emotivi.  Sono i frammenti di energia mentale che restano dopo una giornata difficile. Sono le risorse interiori che cerchiamo di amministrare mentre il mondo continua a chiedercene altre. Sono le riserve di entusiasmo che proviamo a conservare mentre cresciamo e scopriamo che nessuno possiede davvero le istruzioni per diventare adulto. La vera protagonista di Due Spicci non è Rebibbia. Non è nemmeno Zero. È l’ansia.

Due Spicci | Trailer ufficiale | Netflix Italia

Non l’ansia raccontata attraverso slogan da social network o frasi motivazionali confezionate per ottenere qualche migliaio di like. Parliamo di quell’ansia autentica che ti aspetta alle tre del mattino. Quella che trasforma una bolletta in una minaccia esistenziale. Quella che ti convince di aver sbagliato strada, lavoro, relazione o persino identità. Zerocalcare non la usa come espediente narrativo. La mette sul tavolo e la osserva da vicino. Per certi versi, Due Spicci è probabilmente la sua opera più adulta.

L’ironia continua a essere presente, naturalmente. Sarebbe impossibile immaginare un lavoro di Zerocalcare senza quel continuo equilibrio tra risata e malinconia. La differenza è che stavolta la comicità sembra svolgere una funzione diversa. Non serve più a nascondere il dolore. Serve a renderlo sopportabile.

Chi conosce il suo percorso sa bene che questa miscela rappresenta da sempre la sua firma artistica. Eppure qui qualcosa cambia. Le battute non alleggeriscono realmente il peso degli eventi. Lo accompagnano. Lo rendono narrabile. È una differenza sottile ma fondamentale.

Mentre guardavo gli episodi mi è tornato spesso alla mente un pensiero. La forza di Strappare lungo i bordi derivava dalla sua universalità. Bastava aver amato qualcuno. Bastava aver perso qualcuno. Bastava aver avuto paura. Il racconto trovava immediatamente una strada per raggiungerti. Due Spicci invece sceglie una traiettoria più precisa.

Parla soprattutto a chi ha scoperto che l’età adulta non coincide affatto con la maturità. A chi si avvicina ai quarant’anni o li ha già superati. A chi si guarda indietro e si accorge che alcuni sogni si sono realizzati, altri no, e che la differenza tra le due cose non sempre produce la felicità che ci aspettavamo. Molte scene possiedono una sincerità quasi brutale.  L’idea di non essere diventati la persona che immaginavamo da ragazzi attraversa ogni episodio come una corrente sotterranea. Lo stesso vale per il timore che alcune amicizie possano sopravvivere soltanto cambiando forma, oppure per la consapevolezza che determinate opportunità non torneranno più.

In questo senso la serie assume quasi i contorni di un horror esistenziale. Non ci sono creature mostruose. Non servono. I veri mostri sono le possibilità perdute. Le occasioni mancate. I rimpianti che si accumulano silenziosamente mentre continuiamo a vivere. Eppure l’universo culturale di Zerocalcare continua a funzionare come uno straordinario linguaggio condiviso tra appassionati. Le citazioni cinematografiche, musicali e pop non vengono utilizzate come semplice fan service. Diventano parte integrante della narrazione. Un’immagine tratta da Titanic può trasformarsi in una metafora emotiva. Un riferimento a Yoda può raccontare meglio di mille parole la ricerca disperata di risposte impossibili. Le suggestioni provenienti dai film dello Studio Ghibli, dal cinema di Alfred Hitchcock o dall’immaginario musicale degli anni Ottanta e Novanta finiscono per fondersi con il racconto in maniera naturale.

Chi è cresciuto tra fumetti, anime, cinema cult e videogiochi riconosce immediatamente quel meccanismo. Non si tratta di nostalgia. Si tratta di memoria culturale. La stessa memoria che permette a una generazione intera di interpretare il presente attraverso simboli condivisi. Anche sul piano narrativo si percepisce una trasformazione importante. Otto episodi consentono a Zerocalcare di costruire una struttura più ampia rispetto al passato. Le sottotrame si moltiplicano, i personaggi respirano maggiormente e alcune rivelazioni arrivano dopo una costruzione lenta e ragionata. Particolarmente interessante risulta il lavoro fatto su Secco, figura storica dell’universo narrativo di Rebibbia che qui riceve finalmente una profondità nuova. Per anni lo abbiamo osservato come una sorta di leggenda vivente, una presenza costante e imprevedibile. In Due Spicci scopriamo aspetti che ridefiniscono completamente il personaggio.

Non tutto funziona alla perfezione. Sarebbe ingiusto non dirlo. Alcuni episodi centrali sembrano indugiare più del necessario sugli stessi temi. Il flusso di coscienza di Zero, che in passato rappresentava una delle armi narrative più efficaci dell’autore, talvolta appare meno incisivo. Alcune riflessioni si dilatano eccessivamente e in certi momenti emerge persino il rischio che il meccanismo inizi a ripetersi. Per la prima volta si intravedono chiaramente gli ingranaggi della macchina narrativa. L’Armadillo continua a essere quella voce interiore che tutti conosciamo fin troppo bene. Gli amici restano specchi deformanti delle insicurezze del protagonista. I fantasmi personali ritornano ancora una volta. Funziona quasi sempre, ma non possiede più l’effetto sorpresa degli esordi. Paradossalmente è proprio questa imperfezione a rendere Due Spicci così interessante.

Viviamo in un’epoca in cui gran parte delle produzioni seriali viene progettata per soddisfare il maggior numero possibile di spettatori. Tutto deve essere accessibile. Tutto deve essere immediato. Tutto deve piacere a tutti. Zerocalcare compie invece una scelta opposta. Accetta il rischio di restringere il pubblico emotivo della sua storia pur di raccontare qualcosa che sente autentico. Forse Due Spicci non possiede l’impatto devastante di Strappare lungo i bordi. Forse non raggiunge la forza politica di Questo mondo non mi renderà cattivo. Eppure rappresenta un tassello fondamentale della trilogia Netflix perché completa un percorso di crescita che non ha mai cercato la ripetizione facile.

Guardando l’intero viaggio, la sensazione è quella di aver assistito all’evoluzione di un autore che ha scelto di invecchiare davanti ai propri spettatori senza maschere e senza scorciatoie. Una scelta coraggiosa, a tratti scomoda, sicuramente divisiva, ma profondamente onesta. Alla fine resta una domanda che va oltre la qualità della serie, oltre i confronti e oltre le classifiche personali. Siamo davvero pronti ad accettare che gli autori che abbiamo amato cambino insieme a noi? Perché forse il punto non è stabilire se Due Spicci sia il miglior lavoro di Zerocalcare oppure no. Forse il punto è capire se siamo disposti a riconoscerci ancora in quei personaggi che per anni ci hanno fatto compagnia e che oggi, proprio come noi, sembrano portare sulle spalle un po’ più di peso, qualche cicatrice in più e molte meno certezze.

La discussione, come sempre, resta apertissima. E sono curioso di sapere cosa ne pensa la community di CorriereNerd: questa svolta più amara e introspettiva vi ha conquistato oppure sentite la mancanza di quella capacità di parlare davvero a tutti che aveva reso indimenticabili le prime opere di Zerocalcare?

Il Principe dei Draghi: la saga animata che ha riscritto le regole del fantasy moderno su Netflix

C’è una terra antica e luminosa, avvolta da leggende e scolpita nella magia, dove draghi maestosi dominano i cieli, gli elfi si muovono tra ombre lunari e l’energia primordiale sgorga dalla natura come linfa vitale. Questo luogo incantato si chiama Xadia, ed è il cuore pulsante di una delle più affascinanti saghe animate degli ultimi anni: “Il Principe dei Draghi”. Ma dietro la sua bellezza mozzafiato, Xadia nasconde una ferita profonda, una lacerazione tra magia e umanità, tra luce e oscurità.

Creata da Aaron Ehasz (già noto per il suo lavoro su “Avatar: The Last Airbender”) e Justin Richmond, questa serie animata di Netflix ha conquistato il cuore di milioni di spettatori grazie alla sua narrazione densa di mitologia, avventura ed emozione. “Il Principe dei Draghi” non è solo un racconto epico, ma una riflessione profonda sui temi della diversità, della riconciliazione e del potere.

Un tempo, il continente di Xadia era unito sotto il segno della magia, alimentata da sei Fonti Primarie: Sole, Luna, Stelle, Terra, Cielo e Oceano. Ma fu l’ambizione dell’uomo a spezzare quell’equilibrio: la scoperta della magia oscura, capace di estrarre potere dalla vita delle creature magiche, infranse il patto di armonia. Gli elfi e i draghi, inorriditi, esiliarono gli umani a occidente, dividendo il continente in due regni separati. Il confine venne sorvegliato da Tuono, l’Arcidrago del Cielo, ma neppure lui poté impedire la tragedia: ucciso da umani che usavano magia oscura, il suo uovo venne dato per distrutto. Quel gesto incendiò il continente.

Ma la speranza sopravvive in tre giovani eroi: Ezran, il principe umano in grado di parlare con gli animali; Callum, suo fratellastro, il primo umano a padroneggiare la magia primordiale; e Rayla, un’elfa dell’Ombra della Luna che sceglie la pace all’odio. Quando scoprono che l’uovo di Tuono è ancora intatto, inizia un’avventura che cambierà il destino di Xadia.

La serie si dipana attraverso stagioni sempre più intense. Il primo ciclo, il Libro 1: Luna, introduce il conflitto e la missione. Il secondo, Libro 2: Cielo, e il terzo, Libro 3: Sole, approfondiscono la mitologia e introducono nuovi personaggi, come Ethari e Kazi. Dopo una pausa, la serie torna con il Libro 4: Terra, due anni dopo gli eventi iniziali, rivelando il risveglio di un’antica minaccia: Aaravos, un elfo delle Stelle imprigionato ma potentissimo. Ezran è ora re, Callum Alto Mago, e Rayla in cerca di giustizia. Claudia, maga oscura, e Terry, suo fidanzato elfo, tentano di liberare Aaravos per salvare Viren, padre di Claudia.

Il Libro 5: Oceano ci conduce nelle profondità marine dove nuovi alleati e pericoli emergono, come gli elfi Tidebound, mentre il trio protagonista cerca di impedire la liberazione del male antico. Il Libro 6: Stelle, pubblicato nel 2024, ci immerge nel passato di Aaravos, nella sua tragica storia con Leola e nella rivelazione che la sua condanna è legata all’amore per sua figlia trasformata in luce stellare. Il tono si fa più maturo, più oscuro, affrontando temi di dolore, vendetta e redenzione.

La settima stagione, Libro 7: Dark, uscita nel dicembre 2024, chiude un ciclo narrativo. Aaravos e Claudia cercano di rovesciare l’ordine cosmico, mentre i protagonisti devono fare scelte difficili e dolorose per salvare Xadia. La qualità tecnica rimane altissima: l’animazione in cel-shading evoca illustrazioni fantasy, la colonna sonora amplifica ogni emozione.

Ma la saga non finisce qui: al Comic-Con 2024 è stato annunciato che la storia continuerà fino alla decima stagione. Un’espansione che non sorprende, vista la vastità del mondo narrativo, la profondità dei personaggi e l’affetto della community.

Ciò che rende “Il Principe dei Draghi” una serie straordinaria è anche la sua sensibilità moderna. La rappresentazione inclusiva, dai personaggi LGBT+ alle famiglie atipiche e ai protagonisti con disabilità, non è mai forzata, ma parte integrante del tessuto narrativo. La magia, nelle sue sei Fonti Primarie, diventa simbolo di filosofie e approcci alla vita: il Sole è luce e potere, la Luna è illusione e mistero, le Stelle toccano l’eterno. Ma la magia oscura è il contrasto, l’anomalia: potere ottenuto attraverso distruzione e squilibrio.

In questo universo coesistono creature memorabili: draghi guardiani, elfi legati agli elementi, umani in cerca di riscatto. Ogni razza, ogni fazione ha le sue sfumature, le sue lotte interiori. Non esistono eroi perfetti o malvagi assoluti, ma individui complessi mossi da paure, speranze, traumi e desideri.

“Il Principe dei Draghi” non è solo un’avventura fantasy. È un viaggio attraverso i dilemmi morali, il peso delle scelte, la potenza del perdono. È una lettera d’amore al fantasy classico, ma anche una sua evoluzione, capace di parlare al pubblico contemporaneo con freschezza e coraggio.

Se non avete ancora varcato i confini di Xadia, questo è il momento perfetto. Ma attenzione: una volta attraversato il portale, non vorrete più tornare indietro.

Arcane: League of Legends. Il capolavoro animato che ha riscritto le regole dell’intrattenimento

Quando si parla di adattamenti da videogiochi a serie o film, è inevitabile che i fan storcano il naso. Troppo spesso queste produzioni si rivelano deludenti, incapaci di mantenere l’equilibrio tra fedeltà alla fonte e una narrazione avvincente. Poi è arrivata Arcane. versione animata su Netfli di League of Legends, il celebre videogioco online di genere MOBA (Multiplayer Online Battle Arena) Prodotta da Riot Games in collaborazione con Fortiche Production, questa serie animata non solo ha superato le aspettative, ma ha anche rivoluzionato il concetto stesso di trasposizione videoludica.

Con una narrazione stratificata, una qualità visiva mozzafiato e un cast di personaggi indimenticabili, Arcane si è guadagnata un posto d’onore tra le migliori serie animate degli ultimi anni, dimostrando che l’animazione non è un semplice genere, ma un mezzo potente per raccontare storie. Ambientata nell’universo di League of Legends, la serie ci porta in due città contrapposte: Piltover, la scintillante “città del progresso,” e Zaun, il suo oscuro contraltare, avvolto da nebbie tossiche e marcato dalla lotta per la sopravvivenza. Questo dualismo non è solo visivo, ma il cuore pulsante della trama, dove tensioni politiche, economiche e culturali danno vita a un mondo vibrante e ricco di dettagli.

Una storia di sorelle, conflitti e redenzione

Al centro della vicenda ci sono Vi e Jinx, due sorelle divise da un evento traumatico che le ha portate su strade opposte. Vi è una combattente determinata e giusta, mentre Jinx è un personaggio tormentato, la cui psiche frammentata la rende una figura tanto pericolosa quanto tragica. La loro relazione, complessa e dolorosa, è il cuore emotivo della serie, esplorando temi universali come la perdita, il tradimento e la possibilità di redenzione.

La prima stagione di Arcane si è rivelata un’esperienza travolgente, capace di catturare non solo i fan del videogioco, ma anche chi non aveva mai messo piede nel mondo di League of Legends. La trama intreccia abilmente le vicende personali delle due sorelle con un panorama più ampio fatto di intrighi politici e innovazioni tecnologiche. Da un semplice furto scatenato da un atto di ribellione giovanile, si dipanano eventi che cambiano il destino di Zaun e Piltover: la prima, in balia di spacciatori e manipolatori senza scrupoli; la seconda, intenta a sfruttare la magia per consolidare il proprio potere.

Tra i tanti personaggi, Jinx spicca per profondità e complessità. La sua discesa nell’abisso della paranoia è rappresentata in modo sublime da scarabocchi colorati che emergono nella sua mente, dando vita a un’esplosione visiva che amplifica il suo dramma interiore. La stagione si chiude con un colpo di scena che lascia con il fiato sospeso e prepara il terreno per una guerra di proporzioni epiche.

La seconda stagione: tensioni, traumi e dilemmi morali

La seconda stagione riprende esattamente da dove eravamo rimasti, continuando a esplorare le tensioni tra Piltover e Zaun. Il rapporto tra Vi e Jinx rimane il fulcro emotivo della narrazione, con le due sorelle divise da ideali opposti e un dolore che non riescono a superare. Mentre Vi affronta dilemmi morali che minacciano di corrompere la sua anima, Jinx si perde sempre di più nella propria instabilità mentale, diventando una minaccia non solo per se stessa ma per l’intero mondo di Runeterra.

L’intreccio si arricchisce con sottotrame che coinvolgono personaggi come Caitlyn, Jayce e Viktor, ognuno con le proprie battaglie interiori e i propri obiettivi. La serie affronta temi complessi come il peso delle scelte morali, la lotta di classe e i traumi psicologici, senza mai perdere di vista l’azione spettacolare e i momenti di profonda introspezione. Nonostante un ritmo a tratti meno fluido rispetto alla prima stagione, il crescendo emotivo finale lascia un segno indelebile, con un sacrificio che chiude il cerchio narrativo in modo tragico e potente.

Netflix ha annunciato che la seconda stagione di Arcane, ambientata nel mondo di League of Legends, sarà l’ultima, una scelta che ha deluso molti fan. Tuttavia, la decisione non è attribuibile a Netflix, ma agli autori stessi, che hanno sempre pianificato di concludere la storia di Vi, Jinx e gli altri con un finale soddisfacente, evitando di prolungare inutilmente la trama. Nonostante la chiusura, i creatori rassicurano i fan: Arcane rappresenta solo l’inizio di nuove produzioni ispirate a League of Legends.

Un’animazione rivoluzionaria 

Se la trama di Arcane è di per sé un capolavoro, la sua animazione è un’esperienza che lascia senza fiato. Fortiche Production ha saputo creare un universo visivo senza precedenti, combinando CGI e tecniche pittoriche per dar vita a un’estetica vibrante e dinamica. Ogni scena è ricca di colori vividi, che sembrano tracciati dal pennello di un artista, trasformando ogni sequenza in un autentico capolavoro. I dettagli, come le imperfezioni della pelle, le ombreggiature, le tracce di sporco e sangue sui volti dei personaggi, contribuiscono a rendere l’esperienza visiva ancora più coinvolgente e realistica. Non è solo l’aspetto visivo a essere impeccabile: l’animazione è straordinariamente fluida e si colloca a pieno titolo tra i migliori lavori dell’industria. Anche il comparto sonoro è di altissimo livello, con una colonna sonora accuratamente selezionata che accompagna perfettamente le emozioni della serie. La sigla, impreziosita dal singolo Enemy degli Imagine Dragons, è un capolavoro a sé stante.Ogni fotogramma è curato nei minimi particolari, non solo per affascinare lo spettatore con la sua bellezza, ma anche per trasmettere emozioni profonde. L’uso del colore è particolarmente significativo: le tonalità calde e dorate di Piltover contrastano con i toni freddi e soffocanti di Zaun, riflettendo in modo magistrale il divario sociale e tematico che attraversa la serie.

Una colonna sonora che incanta

La colonna sonora è senza dubbio uno dei punti di forza di Arcane, capace di esaltare l’azione sullo schermo e aggiungere profondità emotiva alla narrazione. Canzoni come Enemy degli Imagine Dragons non solo restano in testa per quanto sono orecchiabili, ma si integrano perfettamente con le scene, amplificandone l’impatto emotivo. Riot Games ha davvero fatto centro, creando un’esperienza musicale unica per accompagnare la serie, coinvolgendo artisti di fama internazionale.

Per la prima stagione, uscita nel 2021, la colonna sonora è stata strutturata in tre fasi, seguendo il rilascio degli episodi, e ha raccolto 11 brani iconici. Tra questi, Enemy, in collaborazione con JID, ha conquistato milioni di ascolti in streaming, contribuendo al successo globale della serie. Ora, con l’arrivo della seconda stagione su Netflix a novembre 2024, c’è grande attesa anche per la nuova colonna sonora. Riot ha alzato ancora l’asticella, collaborando con artisti come Twenty One Pilots, Stray Kids, Ashnikko, Woodkid e tanti altri. Ogni brano è stato pensato per enfatizzare i momenti chiave della serie e riflettere temi centrali come il valore della famiglia, il senso epico e l’intensità emotiva. Il primo singolo, Paint The Town Blue di Ashnikko, ha già fatto il suo debutto insieme al trailer ufficiale, dando un assaggio di ciò che ci aspetta.

Grazie alla cura che Riot Games dedica alla produzione musicale, Arcane continua a dimostrarsi un ponte straordinario tra videogiochi, musica e intrattenimento globale. E se la prima stagione ha definito nuovi standard, la colonna sonora della seconda promette di portarci ancora più in alto, regalando ai fan un’esperienza avvolgente e ricca di emozioni.

Un’eredità indelebile

Arcane non è una semplice serie animata, ma un vero capolavoro che va oltre i confini del suo genere. È la prova di come una storia scritta magistralmente e un’animazione di altissima qualità possano competere senza problemi con le migliori produzioni live-action. Che siate appassionati di League of Legends o del tutto estranei al gioco, questa serie vi conquisterà e merita di essere guardata più volte.

Gli iconici personaggi di Arcane

È il momento perfetto per immergersi nel mondo di Arcane, la serie animata di Netflix che ha conquistato sia i fan storici di League of Legends che quelli che si sono avvicinati per la prima volta all’universo di Riot Games. Ambientata prima degli eventi del celebre videogioco, Arcane ci offre una visione più profonda delle origini dei suoi protagonisti, esplorando la loro giovinezza e rivelando i legami complessi che li uniscono. La serie riesce a mescolare abilmente elementi familiari con nuove sorprese, creando un’esperienza visivamente e narrativamente avvincente, che non delude sotto nessun punto di vista.

Al centro della storia ci sono i personaggi e le loro lotte interiori. Da Vi, la combattente ribelle, a Jinx, la ragazza caotica che simboleggia la follia, ogni protagonista vive una profonda evoluzione. Sebbene mantengano tratti riconoscibili per i fan del gioco, le versioni di Arcane si distaccano dalle loro controparti originali, arricchendo l’universo con sfumature emotive che vanno ben oltre le semplici macchiette.

Il rapporto fra Vi e Jinx è il cuore pulsante della serie, un amore fraterno spezzato dal caos e dalla perdita. Vi è una giovane donna che, dopo aver perso la sua famiglia adottiva, lotta per la sopravvivenza in un mondo violento. La sua redenzione, simbolica e personale, inizia quando viene liberata dalla prigione da Caitlyn Kiramman, ma il vero confronto con se stessa avviene solo quando si trova faccia a faccia con sua sorella Powder, ormai trasformata in Jinx. Quest’ultima, una volta insicura e desiderosa di accettazione, diventa un personaggio tragico, segnato dalla perdita e dal tradimento. La sua discesa nella follia la trasforma in una minaccia imprevedibile per Piltover, con la risata maniacale e il comportamento autodistruttivo che incarnano la sua spirale discendente. Jinx diventa così l’emblema del caos, portando la sua follia a livelli devastanti e mettendo in pericolo non solo Piltover, ma anche il legame con la sorella.

Il rapporto tra Vi e Jinx potrebbe arrivare a un epilogo devastante, con Vi costretta a prendere una decisione insostenibile: uccidere Jinx per proteggere la città, o sperare in una possibile redenzione. In uno scenario altrettanto tragico, potrebbe essere Jinx a sacrificarsi, in un raro momento di lucidità, per salvare Vi o per espiare i suoi peccati. La sua morte, però, non cancellerebbe mai il dolore causato, lasciando Vi intrappolata in un ciclo di rimpianti.

Accanto al dramma centrale, Arcane introduce altri personaggi che arricchiscono la trama e ne approfondiscono i temi. Ekko, il giovane di Zaun che inizialmente vede Vi come un modello, diventa una figura centrale nel conflitto, il cui rapporto con Vi si evolve da ammirazione a rivalità. Ekko è intelligente, determinato, ma anche segnato dal bisogno di crescere troppo in fretta in un mondo crudele.

Il personaggio di Silco, a cui è affidata la parte oscura della storia, incarna la brama di potere che attraversa tutta la serie. La sua morte, che sembra inevitabile, potrebbe giungere come il risultato del tradimento di un alleato o della destabilizzazione causata da Jinx. La sua fine, che potrebbe arrivare con un sorriso beffardo, rappresenterebbe la conclusione di una visione del mondo basata sul caos che Silco ha forgiato con le sue mani.

Tra gli altri protagonisti, Jayce, protagonista di Arcane, è un brillante scienziato di 31 anni, noto per il suo talento nell’Hextech, ma anche per il suo idealismo. Fin da giovane, ha dedicato la sua vita a studiare la magia per migliorarne l’uso scientifico a beneficio dell’umanità. Nonostante le difficoltà e le critiche, tra cui l’espulsione dall’accademia e le tensioni politiche, riesce a stabilizzare l’Hextech, guadagnandosi il sostegno del Consiglio e l’accesso alla creazione degli Hexgates. Tuttavia, l’uso delle sue scoperte per fini bellici, anziché per il bene comune, lo delude profondamente. Quando la situazione tra Piltover e Zaun peggiora, Jayce si trova costretto a prendere decisioni difficili, come il blocco del ponte tra le due città, che provoca disordini. Dopo un tragico incidente in cui uccide accidentalmente un ragazzino, Jayce si allea con Silco per permettere a Zaun di ottenere l’indipendenza, sfidando il Consiglio e rimanendo fedele ai suoi principi, anche a costo della sua popolarità.

Viktor, la sua spalla tormentata, potrebbe vedere la sua morte come il culmine della sua ambizione distruttiva. Un’altra possibilità per Viktor potrebbe essere quella di autoinfliggersi una fine, rendendosi conto che le sue azioni hanno portato alla rovina e che solo un sacrificio potrebbe evitare il disastro.

Caitlyn, proveniente da una famiglia benestante di Piltover, emerge come un simbolo di giustizia e speranza. La sua alleanza con Vi evolve in un legame profondo che sfida le barriere sociali e politiche. Tuttavia, in un mondo segnato dal conflitto, la sua morte potrebbe rappresentare il sacrificio finale per il bene degli innocenti, lasciando Vi più sola che mai, ma pronta a combattere per ciò che resta della sua umanità.

Anche personaggi come Sevika, alleata di Silco, e Heimerdinger, il saggio e conservatore yordle, contribuiscono a dare corpo alla narrazione. Sevika incarna la lealtà mista a un cinismo opportunistico, mentre Heimerdinger, pur rappresentando la voce della tradizione, si trova a fare i conti con l’evoluzione del mondo attorno a lui.

Mel Medarda, figura politica affermata, si svela come un personaggio complesso, oscillando tra la strategia politica e i legami più personali con Jayce. La sua lotta interiore tra il pragmatismo di Noxus e l’ideale di Piltover si riflette nel modo in cui cerca di costruire un futuro più stabile per la città.

Infine, Vander, il leader che ha abbandonato la violenza per proteggere la sua gente, rappresenta la lotta per mantenere la dignità in un mondo spietato. La sua morte segna il destino di Vi e Powder, spingendole verso i loro tragici percorsi.

Con Arcane, Riot Games ha creato non solo una serie che esplora il passato dei suoi personaggi, ma un dramma ricco di emozioni e riflessioni sul potere, la perdita e la redenzione, che trasforma completamente la percezione dell’universo di League of Legends.

Lookism: l’anime Netflix che smaschera il culto della bellezza e il peso dell’apparenza

Park Hyung Seok non entra nella storia come uno di quei protagonisti costruiti per farsi amare al primo sguardo, con la posa da poster, la battuta pronta e quel carisma da main character che nei corridoi scolastici degli anime sembra quasi una valuta più forte del denaro. Entra male, anzi, entra ferito. Entra con il corpo di chi ha imparato troppo presto a occupare meno spazio possibile, con lo sguardo basso di chi conosce già il rumore delle risate cattive prima ancora che arrivino, con quella rabbia masticata e ingoiata male che spesso non esplode contro i veri colpevoli, ma contro chi resta lì, vicino, anche quando fa male. Sua madre, per esempio. E già questo, per me, rende Lookism una serie molto più scomoda di quanto il suo concept da webtoon soprannaturale potrebbe far pensare a un primo scroll distratto su Netflix.

La serie animata Lookism, tratta dal celebre webtoon sudcoreano di Taejun Pak, parte da un’idea quasi brutale nella sua semplicità: un ragazzo bullizzato per il proprio aspetto fisico si risveglia improvvisamente in un secondo corpo alto, atletico, bellissimo, così diverso dal suo da sembrare generato da un editor di personaggi portato al massimo dei parametri estetici. Avete presente quando in un videogioco perdiamo un’ora nel character creator cercando il volto perfetto, la mascella giusta, la pelle luminosa, la postura da eroe destinato a spaccare il mondo? Ecco, Hyung Seok si ritrova addosso quella build definitiva senza averla scelta davvero, senza averla guadagnata con una quest, senza neppure capire quale entità cosmica, glitch narrativo o crudele ironia dell’universo gli abbia droppato un corpo leggendario nel bel mezzo della sua vita da NPC maltrattato. Solo che Lookism non usa questa trasformazione come una fantasia di rivincita pulita, di quelle in cui il protagonista diventa figo e tutti magicamente imparano la lezione. La usa come uno specchio, e gli specchi, soprattutto quelli troppo sinceri, raramente sono gentili.

Prodotta da Studio Mir, già dietro progetti animati come DOTA: Dragon’s Blood e The Witcher: Nightmare of the Wolf, la serie Netflix porta sullo schermo un manhwa che dal 2014 ha costruito un fandom enorme su Naver Webtoon e LINE Manga, attraversando anni di commenti, teorie, discussioni, fanart, meme e quella forma di affetto collettivo che solo le opere nate online sanno generare. Lookism non arriva dall’alto come un prodotto confezionato in laboratorio per intercettare il trend coreano del momento; arriva da una piattaforma dove i lettori hanno accompagnato Park Hyung Seok episodio dopo episodio, vedendolo cambiare, sbagliare, crescere, combattere, cadere in contraddizione e scoprire pezzi sempre più oscuri di una società ossessionata dall’apparenza, dal successo, dal corpo performante, dall’immagine spendibile. La versione animata, composta da otto episodi, sceglie una traiettoria più compatta e accessibile, con un ritmo da binge watching che a tratti sembra volerci trascinare dentro un drama scolastico, poi in una commedia amara, poi in una storia di crescita personale, poi in qualcosa che profuma già di crime, lotta sociale e rabbia urbana.

La premessa è quasi da fiaba contemporanea, ma una fiaba cresciuta tra notifiche, idol culture, filtri bellezza e commenti velenosi sotto i post. Park Hyung Seok viene umiliato ogni giorno: gli rubano i soldi, lo picchiano, lo trattano come se il suo corpo fosse un difetto pubblico, una colpa da esibire davanti agli altri per divertimento. La scuola, che negli anime e nei k-drama spesso diventa il palcoscenico di amori, club pomeridiani e amicizie destinate a sopravvivere ai titoli di coda, qui ha il sapore più sporco di una lobby tossica da MMORPG, dove la gerarchia è già decisa prima ancora di premere start. Chi è bello sale di livello più in fretta, chi è forte detta le regole, chi è ricco o popolare accumula protezione sociale, chi non rientra negli standard diventa loot gratuito per i predatori del branco. È una dinamica esagerata? Forse nella forma, ma non nella sostanza. Chi è cresciuto online lo sa benissimo: il lookism, la discriminazione basata sull’aspetto fisico, non vive solo nei corridoi delle scuole coreane o nelle tavole di un webtoon. Sta nei commenti sotto un reel, nei trend su TikTok, nei video reaction dove il corpo altrui diventa contenuto, nelle chat di classe, nelle community tossiche, nelle app di dating che trasformano l’essere umano in una card da swipe compulsivo.

La cosa più interessante, e anche più fastidiosa da digerire, è che Lookism non rende Hyung Seok immediatamente adorabile. Il ragazzo soffre, sì, e la sua sofferenza è autentica, ma non viene santificato. Tornato a casa, riversa la propria frustrazione sulla madre, una donna che si spezza la schiena per dargli una possibilità e che riceve in cambio parole durissime, di quelle che restano appiccicate addosso anche dopo il silenzio. Questo passaggio è fondamentale, perché impedisce alla serie di trasformarsi in una favoletta consolatoria sul “povero ragazzo buono contro il mondo crudele”. Hyung Seok è una vittima, ma è anche un adolescente pieno di rabbia, immaturo, cieco davanti ai sacrifici altrui, incapace di capire che il dolore, se non lo guardi in faccia, rischia di diventare una lama puntata contro chi non se lo merita. Da cosplayer, lo ammetto, questo aspetto mi ha colpita più della trasformazione fisica: nel fandom siamo abituati a indossare corpi simbolici, armature, parrucche, divise, make-up, versioni potenziate di noi stessi, ma sappiamo anche quanto possa essere fragile il confine tra sentirsi finalmente visti e iniziare a credere che solo quella versione “migliore” abbia diritto di esistere.

Il trasferimento a Seoul dovrebbe essere il reset, il cambio server, il nuovo salvataggio dopo una run andata malissimo. Sua madre compie sacrifici enormi per permettergli di cambiare scuola e ricominciare altrove, ma il mondo non diventa più tenero solo perché cambi quartiere. La violenza sembra pronta a ripetersi con la stessa logica, come una boss fight che ritorna identica anche dopo aver cambiato mappa. Poi arriva il risveglio. Hyung Seok apre gli occhi e si ritrova in un corpo che il mondo riconosce subito come degno. Alto, bello, forte, magnetico. Un corpo che non deve spiegarsi. Un corpo che riceve sorrisi prima ancora di pronunciare una parola. Un corpo che entra in una stanza e modifica l’atteggiamento degli altri come se attivasse un’aura passiva da protagonista shonen.

Da quel momento la sua vita si divide in due turni quasi crudeli: di giorno il corpo perfetto, quello accolto, desiderato, fotografato, ammirato; di notte il corpo originario, quello stanco, ignorato, usato per lavorare, sopravvivere, restare ancorato alla realtà. Lookism costruisce qui la sua metafora più potente, perché il doppio corpo non è solo un elemento soprannaturale. È una grammatica emotiva. Racconta la distanza tra come ci sentiamo e come veniamo percepiti, tra identità e immagine, tra valore interiore e trattamento sociale. In un’epoca in cui basta un filtro per modificare il volto, un algoritmo per premiare certi lineamenti, una foto venuta male per sentirsi cancellati, la storia di Park Hyung Seok sembra quasi meno fantastica di quanto dovrebbe. Anzi, fa paura proprio perché il suo meccanismo è assurdo, ma le reazioni degli altri sono fin troppo realistiche.

Con il nuovo corpo, Hyung Seok scopre una gentilezza improvvisa che ha il sapore del tradimento. Le persone lo ascoltano. Le ragazze lo guardano. I compagni vogliono essergli amici. Persino i conflitti cambiano forma: non viene più attaccato perché considerato debole e ridicolo, ma perché la sua bellezza diventa una minaccia, una luce che ruba spazio a chi era abituato a dominare la scena. La popolarità, in Lookism, non è mai innocente. Somiglia a una valuta instabile, a un ranking da gacha game dove tutti cercano di restare nella fascia alta, terrorizzati dall’idea di perdere visibilità. Il protagonista viene spinto verso la moda, i social, la musica, il mondo dell’intrattenimento, e ogni passo sembra confermare la stessa legge non scritta: il talento conta, la gentilezza conta, la determinazione conta, certo, ma se il pacchetto estetico è quello giusto il gioco parte in modalità facilitata.

A rendere tutto ancora più interessante è il lavoro di Studio Mir, che nell’adattamento animato sceglie uno stile capace di mantenere l’anima del webtoon senza limitarsi a copiarne le tavole. I personaggi hanno movimenti dinamici, espressioni leggibili, fisicità molto diverse tra loro, e la regia sa quando spingere sull’impatto emotivo di una scena scolastica e quando lasciare spazio a un combattimento più spettacolare. Lookism, nella sua versione anime coreana, ha una patina urbana molto precisa: non cerca l’estetica patinata dell’idol drama perfetto, ma neanche il realismo grigio e sporco fino all’eccesso. Sta in mezzo, dove la vita quotidiana può diventare improvvisamente grottesca, comica, dolorosa o quasi epica. La colonna sonora, con la theme song “Like That” degli ATEEZ, aggiunge poi quel legame fortissimo con la cultura pop coreana contemporanea, facendo percepire la serie come parte di un ecosistema più ampio in cui webtoon, K-pop, animazione, social e fan culture si parlano continuamente.

Guardando Lookism da fan di anime, manga e videogiochi, viene spontaneo pensare a quante storie abbiano usato la trasformazione fisica come scorciatoia narrativa per parlare di potere. Solo che qui il power-up non rende automaticamente Hyung Seok migliore. Gli dà accesso. Gli mostra il dietro le quinte di un mondo che prima lo respingeva. Gli permette di capire, in modo quasi chirurgico, quanto il giudizio estetico condizioni ogni relazione. La sua crescita non sta tanto nel “diventare bello”, perché quello accade senza sforzo, come un incantesimo calato dall’alto. Sta nel non dimenticare il corpo lasciato a dormire, nel continuare a prendersene cura, nel riconoscere la violenza nascosta dentro la gentilezza selettiva degli altri, nel capire che essere trattati bene solo quando si appare nel modo giusto non è una vittoria piena, ma una rivelazione amarissima.

Proprio qui, però, la serie può lasciare addosso una sensazione strana. Per buona parte degli episodi, Lookism sembra camminare su un filo rischioso: da una parte denuncia una società dominata dal culto dell’immagine, dall’altra regala al protagonista esattamente ciò che quella società premia. È impossibile non chiederselo, almeno una volta: dov’è la conquista? Dov’è il cambiamento vero? Non sarebbe stato più forte vederlo restare nel proprio corpo e imparare a difendersi, farsi rispettare, costruire relazioni autentiche senza il miracolo del doppio fisico? La domanda brucia perché è giusta, e la serie sembra saperlo. Per alcuni spettatori, questa può essere la grande debolezza di Lookism; per altri, invece, è la ferita da cui entra il senso del racconto. Hyung Seok non riceve un premio, riceve una condanna conoscitiva. Gli viene data la possibilità di vivere sulla propria pelle entrambe le versioni della società: quella che accarezza i belli e quella che schiaccia gli indesiderati. Nessun discorso motivazionale avrebbe avuto lo stesso effetto.

Il bullismo in Lookism non è solo violenza fisica. È spettacolo. È gerarchia. È performance di gruppo. Chi umilia lo fa anche per essere visto dagli altri, per confermare la propria posizione, per trasformare la crudeltà in intrattenimento. Questa cosa, purtroppo, suona tremendamente familiare a chi frequenta internet da abbastanza tempo da aver visto nascere e morire mille piattaforme. Il corpo degli altri diventa meme, il disagio diventa contenuto, il fallimento diventa clip condivisibile. La serie ci mette davanti a un meccanismo che conosciamo benissimo: l’empatia spesso arriva solo quando la vittima diventa bella, talentuosa, utile, ammirabile. Prima era invisibile o ridicola. Dopo diventa qualcuno. E questa trasformazione dice molto più degli altri che di lui.

La dimensione scolastica, con il suo mix di commedia, azione e slice of life, funziona perché non cerca mai di essere una semplice cornice. La scuola di Lookism è un microcosmo spietato, quasi un’arena sociale dove ogni personaggio porta addosso una maschera. I belli non sono necessariamente felici, i forti non sono necessariamente liberi, i popolari non sono necessariamente sicuri di sé. Dietro ogni faccia presentabile si muove un bisogno feroce di conferme. Questo rende la storia più interessante del classico racconto sul ragazzo bullizzato che ottiene vendetta. Hyung Seok incontra persone gentili, persone superficiali, persone spezzate, persone che sembrano stereotipi e poi rivelano crepe inattese. E anche se l’adattamento Netflix copre solo una parte del materiale originale, riesce comunque a far intuire la vastità emotiva del webtoon, la sua evoluzione da drama scolastico a racconto sempre più ampio sulla parte oscura della società coreana, tra idol industry, criminalità, disuguaglianze, ambizione e sopravvivenza.

La scena finale, per chi arriva agli ultimi minuti con il dubbio ancora acceso, è una di quelle piccole detonazioni narrative che rimettono in ordine il caos. Senza rovinarne troppo la forza a chi ancora deve vederla, basta dire che Lookism allarga improvvisamente il campo e suggerisce che il doppio corpo non sia solo il miracolo personale di Hyung Seok, ma una chiave più grande, forse condivisa, forse generazionale. Una ragazza che lo aveva trattato con gentilezza quando lui era nel suo corpo originario appare in una luce nuova, e per pochi istanti la serie sembra sussurrare che il tema non è semplicemente diventare belli, ma sopravvivere alla distanza tra il sé che il mondo accetta e quello che il mondo rifiuta. Quei pochi frame cambiano il sapore dell’intera visione, perché trasformano il lieto fine da semplice soddisfazione emotiva a domanda sospesa: quanti corpi siamo costretti a indossare per essere amati? Quante versioni di noi lasciamo addormentate mentre portiamo in giro quella più vendibile?

Forse Lookism colpisce così tanto perché parla di una cosa che nel fandom conosciamo bene, anche se raramente la diciamo ad alta voce. Il desiderio di trasformarsi. Di entrare in fiera con un costume e sentirsi finalmente osservati nel modo giusto. Di postare una foto e sperare che qualcuno veda l’impegno, non solo il difetto. Di creare un avatar online più sicuro, più bello, più brillante, più capace di rispondere a tono. Di scegliere una skin e pensare, anche solo per una partita, che quella sia una versione più libera di noi. Lookism prende questa fantasia e la rende disturbante, perché ci obbliga a chiederci cosa succede quando il mondo ama la skin e continua a disprezzare il giocatore.

La serie animata disponibile su Netflix non è perfetta, e forse sarebbe perfino meno interessante se lo fosse. Ha momenti più diretti, passaggi che possono sembrare rapidi, svolte che nell’adattamento in otto episodi non hanno tutto il respiro del webtoon originale. Eppure resta addosso. Resta nei pensieri mentre scorriamo Instagram, mentre guardiamo un idol sul palco, mentre scegliamo quale selfie pubblicare e quale cancellare, mentre ricordiamo quella volta in cui qualcuno ci ha trattati meglio solo perché eravamo vestiti, truccati, pettinati o semplicemente percepiti nel modo “giusto”. Lookism non accusa lo spettatore da una cattedra morale, non si limita a dire che la società è superficiale e cattiva. Fa qualcosa di più subdolo: ci fa desiderare il corpo perfetto insieme al protagonista, poi ci mette davanti al prezzo emotivo di quel desiderio.

Park Hyung Seok cresce davvero non perché diventa bello, ma perché capisce quanto sia ingiusto il mondo che lo premia solo in quella forma. La bellezza, in Lookism, non salva. Apre porte, sì. Protegge, seduce, facilita. Ma non cura l’abbandono, non cancella la vergogna, non ripara automaticamente il rapporto con chi ci ha amati quando eravamo più difficili da amare. La sua storia resta potente proprio perché non offre una soluzione comoda. Non basta un nuovo corpo per diventare una persona nuova. Non basta essere ammirati per sentirsi finalmente interi. E forse, sotto la superficie da anime scolastico con elementi soprannaturali, Lookism ci parla del terrore più quotidiano di tutti: quello di scoprire che gli altri erano capaci di gentilezza fin dall’inizio, solo che non la ritenevano dovuta alla nostra versione meno presentabile.

Tra webtoon coreano, serie Netflix, cultura K-pop, bullismo scolastico, materialismo e ossessione per l’immagine, Lookism riesce a trasformare un concept quasi assurdo in una riflessione sorprendentemente vicina alla nostra vita digitale. Non è solo la storia di un ragazzo con due corpi. È una storia su come impariamo a guardarci attraverso gli occhi sbagliati, su quanto faccia male essere ridotti a un involucro, su quanto sia difficile scegliere chi vogliamo diventare quando il mondo applaude solo una parte di noi. E magari la prossima volta che qualcuno liquiderà Lookism come “quell’anime del ragazzo brutto che diventa bello”, verrà voglia di fermarlo un secondo, sorridere da fan con troppe ore di binge watching sulle spalle, e rispondere che no, la faccenda è molto più scomoda, più pop, più cattiva e più umana di così. Anche perché la domanda resta lì, appesa come una notifica non letta: se domani ci svegliassimo con il corpo perfetto, saremmo davvero più liberi o scopriremmo soltanto quanto poco il mondo ci aveva guardati prima?

Memorie di Idhun: lo spanime fantasy di Netflix tra ambizione, glitch narrativi e occasioni mancate

L’universo dell’animazione contemporanea ci ha abituati a esperimenti audaci, ma pochi progetti portano con sé quel mix di ambizione smisurata e spaesamento narrativo che caratterizza Memorie di Idhun. Questa produzione si inserisce in quel filone coraggioso che cerca di declinare la grammatica visiva tipica del Sol Levante attraverso una sensibilità puramente occidentale, dando vita a un ibrido che non sempre riesce a trovare il proprio baricentro. Netflix ha provato a trasformare un pilastro del fantasy spagnolo firmato da Laura Gallego in un fenomeno globale, ma il risultato finale somiglia più a un viaggio sulle montagne russe dove la velocità eccessiva impedisce di godersi il panorama. La saga letteraria originale ha rappresentato per anni un punto di riferimento assoluto, capace di generare una fanbase devota quasi quanto quella delle grandi serie urban fantasy dei primi anni duemila, ma la trasposizione animata sembra aver smarrito per strada quella densità emotiva che rendeva speciali le pagine scritte. Zeppelin TV ha ricevuto l’incarico di dare forma a questo mondo, scegliendo una linea estetica che richiama apertamente gli anime più celebri, arrivando sul catalogo della piattaforma nel settembre del 2020 per poi concludersi bruscamente con una seconda stagione pochi mesi dopo. La fine del progetto non è arrivata per una chiusura naturale dell’arco narrativo, bensì per una complessa questione di diritti e mancati accordi sui volumi successivi, lasciando l’opera in un limbo che la dice lunga sulla sua gestione complessiva.

Il difetto principale che salta all’occhio di noi appassionati cresciuti a pane e  anime è la gestione del tempo. Memorie di Idhun corre verso il traguardo con la foga di uno speedrunner che ignora ogni quest secondaria, comprimendo eventi che meriterebbero ore di approfondimento in manciate di minuti. La caduta del regno sotto i colpi del Negromante Ashran e lo sterminio sistematico delle creature magiche dovrebbero rappresentare un trauma collettivo percepibile in ogni fotogramma, eppure la sceneggiatura ci trascina quasi subito sulla Terra, minimizzando la portata epica di un genocidio fantasy che meriterebbe ben altra solennità. Jack e Victoria si ritrovano catapultati in una guerra interdimensionale con una rapidità che lascia spiazzati, trasformando quello che dovrebbe essere un cammino dell’eroe faticoso e doloroso in una sequenza di eventi affrontati con una naturalezza quasi irritante. Jack elabora la perdita della famiglia e la scoperta di poteri latenti con una velocità che distrugge ogni forma di immedesimazione, impedendo al pubblico di soffrire insieme a lui. Anche Victoria, destinata a diventare il fulcro di profezie millenarie, accetta il suo ruolo con una passività che mal si sposa con la drammaticità delle situazioni che vive.

Kirtash incarna perfettamente questa dicotomia qualitativa, presentandosi come un assassino letale dall’estetica accattivante, ma che finisce vittima di una scrittura che non concede spazio alle sfumature. Il conflitto tra i mondi e il ruolo degli ultimi esuli di Idhun restano spesso sullo sfondo, come tappezzeria di lusso che non viene mai davvero esplorata. Le regole della magia e i dialoghi stessi sembrano talvolta privi di una revisione profonda, portando a paradossi linguistici dove personaggi provenienti dallo stesso regno faticano a comprendersi senza strumenti di traduzione magica, minando la coerenza interna dell’universo creato dalla Gallego. La sospensione dell’incredulità viene messa a dura prova non tanto dalla magia in sé, quanto da una concatenazione di eventi che non rispetta le tempistiche umane della crescita personale. Un buon fantasy ha bisogno di respirare, di farci percepire il peso delle spade e la fatica dei viaggi, elementi che qui vengono sacrificati sull’altare di una brevità che non rende giustizia al materiale originale.

L’aspetto tecnico riflette questa incertezza costante, mostrando una direzione artistica capace di regalare sfondi meravigliosi e ambientazioni ispirate, come il rifugio sospeso di Limbhad, ma che crolla miseramente quando si tratta di animare i protagonisti. Le figure umane si muovono spesso con una legnosità che rompe l’incanto, alternando momenti di discreta fluidità a sequenze che ricordano troppo da vicino le animazioni grezze delle vecchie avventure grafiche degli anni novanta. Questa discrepanza tra la bellezza dei fondali e la rigidità dei personaggi crea un effetto straniante, una sorta di “vallata inquietante” dell’animazione 2D dove tutto sembra sul punto di funzionare senza riuscirci mai del tutto. Le scene di combattimento rappresentano una boccata d’ossigeno, poiché la regia sembra risvegliarsi dal torpore proprio quando le lame si incrociano, offrendo coreografie che mostrano cosa sarebbe potuta essere la serie con un budget o un tempo di produzione più generoso. La musica segue questo schema, proponendo temi che ricordano i JRPG di fascia media, gradevoli nell’immediato ma incapaci di restare impressi nella memoria o di sottolineare con forza i picchi emotivi del racconto.

La scelta del target rappresenta un altro enigma difficile da decifrare per la community geek. Nonostante un visto censura che suggerirebbe contenuti più maturi, la serie si mantiene su toni estremamente edulcorati, evitando di mostrare le reali conseguenze della violenza o della sofferenza. Questo approccio rende il prodotto troppo infantile per chi cerca un fantasy oscuro e troppo frammentario per chi sperava in un’avventura epica classica. Il paragone con altri colossi dell’animazione europea ispirata allo stile nipponico è inevitabile e purtroppo penalizzante per Idhun. Se guardiamo indietro a produzioni come Huntik o persino alle prime stagioni delle Winx, notiamo una cura nella costruzione del mondo e un’attenzione ai dettagli narrativi che qui sembrano mancare totalmente. Huntik riusciva a rendere affascinante la ricerca archeologica magica grazie a una progressione costante, mentre le Memorie di Idhun sembrano saltare direttamente alla conclusione di ogni conflitto senza farci assaporare la tensione del confronto.

La seconda stagione prova a spingere sull’acceleratore del romance e della predestinazione, mettendo al centro il triangolo tra Jack, Victoria e Kirtash. L’idea dei protagonisti come incarnazioni viventi dell’ultimo drago e dell’ultimo unicorno è un tropo fantasy potentissimo, capace di scatenare l’entusiasmo di qualsiasi appassionato del genere, ma la gestione rimane superficiale. La profezia diventa un binario troppo rigido che toglie ogni sorpresa alla trama, trasformando il destino dei personaggi in un compito da svolgere anziché in una scelta sofferta. Questo senso di occasione sprecata pervade ogni episodio, lasciando noi spettatori con l’amaro in bocca per quello che poteva essere un nuovo classico del fantasy europeo su scala globale. Memorie di Idhun resta comunque un esperimento che merita di essere analizzato, un tassello imperfetto ma interessante nel puzzle delle produzioni Netflix dedicate all’animazione. Resta la curiosità di sapere se un approccio più fedele ai tempi della letteratura avrebbe potuto salvare questo mondo dalla fretta eccessiva. Voi cosa ne pensate di questo viaggio tra i mondi, vi siete sentiti traditi dalla velocità della narrazione o siete riusciti comunque a farvi rapire dal fascino di Kirtash e compagni? Sarebbe fantastico approfondire insieme se secondo voi esiste ancora spazio per un fantasy di questo tipo o se ormai il pubblico nerd richiede una complessità che Idhun non ha saputo o voluto offrire.

Super Drags: le drag queen diventano supereroine nella serie animata brasiliana più sfavillante (e queer) di Netflix

Tutto è iniziato con uno di quei suggerimenti che Netflix lancia tra una serie crime e l’altra, spesso pescando dal nostro algoritmo più segreto dei piani della Umbrella Academy. Un titolo mi strizza l’occhio: Super Drags. Ho appena finito di rivedere Priscilla – La regina del deserto per la settima volta e la mia passione per le Drag Queen ribolle come un glitterato calderone magico. Il clic è inevitabile. Quello che non sapevo, però, è che stavo per entrare in un universo dove drag, superpoteri, critica sociale e cultura pop si fondono in un cocktail esplosivo di colori, musica e messaggi potenti.

Nata in Brasile dalla mente creativa di Anderson Mahanski, Fernando Mendonça e Paulo Lescaut, Super Drags è una serie animata per adulti, prodotta dallo studio indipendente Combo Estúdio e distribuita da Netflix il 9 novembre 2018. Cinque episodi. Solo cinque. Ma bastano per creare un cult. E se ve lo siete persi, è il momento di recuperarlo.

Da commessi a supereroine: la doppia vita di Patrick, Donizete e Ralph

Super Drags ci porta nel mondo di tre amici – Patrick, Donizete e Ralph – che di giorno lavorano in un anonimo negozio di intimo, ma di notte (anzi, meglio dire al calar delle paillettes) si trasformano nelle leggendarie Lemon Chiffon, Scarlet Carmesim e Safira Cyan. Tre supereroine queer armate di tacchi, eyeliner e superpoteri, decise a difendere la comunità LGBTQ+ da minacce come omofobia, repressione e bigottismo.

Sì, avete letto bene: in questa serie, le paladine della giustizia non indossano mantelli o maschere, ma parrucche voluminose e outfit da passerella. Un po’ Sailor Moon, un po’ Superchicche, con l’irriverenza di South Park e il cuore battente della cultura drag, Super Drags prende i tropi del genere supereroistico e li reinventa con una chiave queer, glitterata e sfrontatamente satirica.

L’ironia come arma, la rappresentazione come superpotere

Tra battute taglienti, coreografie da lip-sync e un’estetica che urla “camp” da ogni pixel, Super Drags non ha paura di affrontare temi importanti: l’omofobia, il fanatismo religioso, la mascolinità tossica, il body shaming e la disinformazione. E lo fa con una forza rara, usando l’ironia non come maschera, ma come lama affilata. Ogni episodio è una piccola parabola sociale, ma mai moralista: tutto scorre con leggerezza, anche quando il messaggio è profondo.

E non si può non notare quanto la serie celebri la cultura drag non come semplice intrattenimento, ma come forma di resistenza, identità e orgoglio. In questo senso, Super Drags è molto più di una commedia animata: è una dichiarazione di intenti, una bandiera arcobaleno piantata nel cuore dell’animazione contemporanea.

Un universo animato che osa

Visivamente, Super Drags è una festa. Una di quelle dove ci si presenta in latex, con ciglia da due metri e una playlist interamente curata da Pabllo Vittar (che, tra l’altro, presta la voce alla diva pop Goldiva). I colori sono saturi, le animazioni volutamente caricaturali, i movimenti esasperati e teatrali come i migliori spettacoli di drag cabaret. È tutto volutamente sopra le righe, ma mai fuori controllo: ogni eccesso ha il suo perché.

Il linguaggio è esplicito, come dev’essere in una serie pensata per un pubblico adulto. Eppure, come spesso accade, non sono mancate le polemiche. Prima ancora del debutto, la Società Brasiliana di Pediatria ha pubblicato un comunicato in cui affermava che la serie poteva “danneggiare i bambini”. Netflix ha risposto con fermezza: Super Drags è una serie per adulti, chiaro e tondo. E lo è con orgoglio.

A rincarare la dose di ironia e autoconsapevolezza, la promozione stessa della serie includeva un video in cui uno dei personaggi, Vedete Champagne (doppiata nella versione originale dalla leggendaria Silvetty Montilla), spiegava agli spettatori che, sebbene si tratti di un cartone animato, i contenuti sono esplicitamente destinati a un pubblico 16+. Nessun inganno. Solo una sana voglia di scuotere gli stereotipi.

Un finale inaspettato e una cancellazione prematura

Non svelerò nulla sul finale – anche se la tentazione è forte – ma sappiate che Super Drags si congeda con un colpo di scena che chiude il cerchio con eleganza e malinconia. Proprio quando iniziavamo ad affezionarci sul serio a Lemon, Scarlet e Safira, Netflix ha annunciato che non ci sarebbe stata una seconda stagione. Una decisione che ancora oggi lascia l’amaro in bocca a chi ha visto in Super Drags un primo, importante passo verso un’animazione queer davvero inclusiva e coraggiosa.

Ma, nonostante la sua breve durata, la serie ha lasciato il segno. Un segno fatto di eyeliner, glitter e battaglie per i diritti. Un piccolo gioiello brasiliano, che brilla ancora nel catalogo Netflix come un diamante arcobaleno tra le tante proposte mainstream.

Perché vale la pena guardare (o riguardare) Super Drags

In un’epoca in cui la rappresentazione è ancora terreno di scontro e conquista, Super Drags arriva come una ventata di aria frizzante e necessaria. È una serie che diverte, certo, ma soprattutto fa riflettere. Una dichiarazione d’amore alla cultura LGBTQ+, al potere del drag, alla libertà di essere se stessi – anche (e soprattutto) quando il mondo ti dice il contrario.

E forse è proprio questo il suo più grande superpotere: riuscire a mescolare impegno e leggerezza, denuncia e risate, affondo sociale e pop culture, il tutto in una confezione colorata, sfacciata e irresistibilmente queer.

Hai già visto Super Drags? Cosa ne pensi? Ti ha fatto ridere, riflettere, indignare o ballare davanti alla TV in tacco 12? Raccontacelo nei commenti e condividi l’articolo con i tuoi amici nerd, geek e glitterati. Perché, come dicono le Super Drags: “Quando c’è ingiustizia, noi entriamo in scena!”

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