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Project Hail Mary: il film sci-fi con Ryan Gosling che riaccende la meraviglia della fantascienza

Un uomo si sveglia nello spazio profondo senza ricordare il proprio nome, senza sapere perché si trovi lì e con la sensazione inquietante che, da qualche parte nell’universo, il destino di un intero pianeta dipenda da lui. Non è l’inizio di un blockbuster qualsiasi. È l’inizio di L’Ultima Missione: Project Hail Mary, l’adattamento cinematografico del romanzo di Andy Weir, lo scrittore che anni fa aveva già trasformato la scienza in avventura con The Martian.

Uscendo dalla sala, una sensazione precisa continua a ronzare nella testa come il suono di un motore stellare appena acceso: la stessa sensazione che provavo da ragazzino quando la fantascienza non era soltanto spettacolo ma meraviglia pura. Quella vibrazione emotiva che ti ricorda perché ami il cinema.

E sì, lo dico senza troppi giri di parole: Project Hail Mary è uno di quei film che riescono ancora a farti sentire romantico nei confronti delle storie.

L'Ultima Missione: Project Hail Mary | Dal 19 marzo al cinema | Final Trailer


Ryland Grace: un eroe improbabile perso tra le stelle

Al centro della storia troviamo Ryland Grace, interpretato da Ryan Gosling, un insegnante di scienze delle superiori che non ha mai sognato di diventare astronauta, eroe o salvatore dell’umanità. La sua vita, prima della missione, ruotava attorno a lavagne piene di formule, studenti curiosi e quell’entusiasmo contagioso tipico dei professori che credono davvero nel potere della conoscenza.

Poi qualcosa cambia.

Grace si risveglia su una gigantesca nave spaziale, sospesa nel silenzio cosmico, con due membri dell’equipaggio morti e la memoria completamente cancellata. Il suo cervello ricostruisce i ricordi lentamente, frammento dopo frammento, mentre un puzzle enorme comincia a prendere forma.

Il Sole sta morendo.

Una misteriosa forma di vita chiamata astrofago sta letteralmente divorando l’energia delle stelle. Il nostro sistema solare non fa eccezione. La luminosità del Sole sta diminuendo e, senza una soluzione, la Terra entrerà in una nuova era glaciale che potrebbe cancellare la civiltà umana.

La missione Hail Mary rappresenta l’ultima possibilità.

E l’uomo che avrebbe dovuto limitarsi a insegnare fisica ai liceali si ritrova improvvisamente a essere la sola persona rimasta in grado di salvare il pianeta.


La regia di Lord e Miller: scienza, ironia e spettacolo

Dietro la macchina da presa troviamo il duo creativo formato da Phil Lord e Christopher Miller, nomi che per chi mastica cultura pop significano immaginazione senza freni e un talento raro nel mescolare humor e spettacolo.

Lo avevano già dimostrato con The LEGO Movie e con 21 Jump Street, ma qui fanno qualcosa di diverso: prendono un romanzo pieno di scienza dura e lo trasformano in un’esperienza cinematografica sorprendentemente emotiva.

La sceneggiatura è firmata da Drew Goddard, lo stesso autore che aveva adattato The Martian, e questa continuità si sente tutta. La fisica resta centrale, i problemi scientifici non vengono semplificati in modo infantile, ma il film trova sempre il modo di mantenere leggerezza, ritmo e ironia.

Il risultato è un equilibrio quasi perfetto tra thriller spaziale, commedia nerd e dramma umano.


Un viaggio visivo nello spazio profondo

Una delle cose che colpiscono immediatamente guardando Project Hail Mary è la qualità visiva.

Il film ha un’estetica che ricorda le grandi epopee sci-fi contemporanee senza perdere un’identità propria. La nave spaziale sembra un luogo reale, fatto di metallo, tubi, pannelli e corridoi dove ogni dettaglio racconta la disperazione di una missione impossibile.

La combinazione tra scenografie fisiche, effetti pratici e CGI è così convincente che per lunghi momenti sembra davvero di trovarsi nello spazio profondo. Ogni inquadratura è costruita con una cura quasi ossessiva, dalle sequenze più intime fino agli spettacoli cosmici che mostrano stelle, sistemi solari e fenomeni astrofisici.

Il lavoro sulla fotografia trasmette un senso continuo di meraviglia. Anche quando lo schermo mostra solo Ryland Grace che fluttua in un laboratorio improvvisato, la scena riesce a evocare la grandezza e la solitudine dell’universo.


Ryan Gosling e un personaggio finalmente umano

Una delle sorprese più grandi del film è proprio la performance di Gosling.

Chi conosce il romanzo sa che il Ryland Grace sulla pagina può risultare a tratti distante, quasi una costruzione narrativa più che una persona reale. Sullo schermo accade l’opposto. Gosling riesce a trasformarlo in un uomo autentico, fragile, ironico e profondamente umano.

Il suo Grace è pieno di dubbi, paure e momenti di autoironia. Non affronta i problemi con il coraggio incrollabile degli eroi tradizionali ma con la curiosità ostinata di uno scienziato e la goffaggine di qualcuno che non aveva mai immaginato di trovarsi in quella situazione.

Il risultato è un protagonista con cui è impossibile non empatizzare.


Rocky: l’alieno che ruberà il cuore ai fan

Ogni grande storia di fantascienza ha un personaggio destinato a diventare iconico.
In Project Hail Mary quel personaggio è Rocky.

Rocky è un alieno proveniente da un altro sistema stellare, una creatura completamente diversa da qualsiasi forma di vita terrestre. Il suo corpo sembra composto da strutture minerali in movimento, una sorta di geniale ammasso di rocce senzienti capace di risolvere problemi scientifici a velocità vertiginosa.

Sulla carta l’idea potrebbe sembrare assurda.

Sul grande schermo diventa pura magia.

Grazie al lavoro del leggendario designer Neal Scanlan e del puppeteer James Ortiz, Rocky prende vita con una combinazione impressionante di animatronica, pupazzi e effetti digitali. Il risultato è talmente credibile che per gran parte del film ci si dimentica completamente della tecnologia dietro al personaggio.

La relazione tra Ryland e Rocky diventa il vero centro emotivo della storia. Due creature provenienti da mondi completamente diversi che imparano a comunicare, collaborare e fidarsi l’una dell’altra mentre cercano di salvare le rispettive civiltà.

Fantascienza pura, ma anche una delle più belle storie di amicizia interstellare viste negli ultimi anni.


Sandra Hüller: poche scene, presenza gigantesca

Un altro elemento che lascia il segno è la performance di Sandra Hüller nel ruolo di Eva Stratt.

Il personaggio rappresenta la mente strategica dietro la missione Hail Mary, la figura che prende decisioni impossibili quando il destino dell’umanità è appeso a un filo. Hüller riesce a dare al personaggio una presenza magnetica, fatta di determinazione glaciale e profondità emotiva.

Le sue scene non sono molte, ma ogni volta che appare sullo schermo l’atmosfera cambia completamente. Bastano pochi dialoghi, uno sguardo o un momento silenzioso per far capire quanto peso porti sulle spalle.

E onestamente viene spontaneo desiderare di vederla molto più a lungo.


La colonna sonora che trasforma l’universo in emozione

Un’altra arma segreta del film è la musica composta da Daniel Pemberton.

La sua colonna sonora riesce a passare con naturalezza da momenti epici a passaggi intimi e malinconici. Alcune sequenze funzionano quasi come un concerto visivo dove immagini e musica si fondono in modo perfetto.

L’effetto complessivo amplifica ogni emozione della storia, trasformando scene già potenti in momenti memorabili.


Fantascienza, speranza e umanità

Molte opere sci-fi contemporanee scelgono toni oscuri e pessimisti. Universi distopici, civiltà in rovina, futuri dominati dal cinismo.

Project Hail Mary percorre una strada diversa.

La storia parla di collaborazione tra specie, di scienza come strumento di salvezza e di individui imperfetti che riescono comunque a fare la cosa giusta quando tutto sembra perduto. Non ignora il dolore, il sacrificio e le scelte difficili, ma mantiene sempre una luce di speranza.

Una visione dell’umanità che oggi appare quasi rivoluzionaria.


Un film che ricorda perché amiamo il cinema

Al termine della proiezione rimane una sensazione difficile da descrivere con precisione.

Non riguarda soltanto la qualità tecnica, le interpretazioni o la fedeltà all’opera originale. Riguarda qualcosa di più raro: quella magia che nasce quando tutte le componenti di un film funzionano insieme in modo quasi perfetto.

Immagini, musica, interpretazioni, idee scientifiche, humor e emozione si fondono in un’unica esperienza capace di ricordarci perché, fin da piccoli, ci siamo innamorati delle storie.

E se un film riesce a farti uscire dalla sala con quella sensazione di meraviglia cosmica che ti fa guardare il cielo notturno con occhi diversi… allora sì, probabilmente ha fatto qualcosa di speciale.

L’Ultima Missione: Project Hail Mary non è soltanto uno dei film di fantascienza più riusciti degli ultimi anni.
È un viaggio che riaccende la meraviglia per l’universo, per la scienza e per il cinema stesso.

E onestamente, dopo averlo visto, diventa difficile non voler bene a Rocky.

Digger: Tom Cruise e Alejandro Iñárritu scavano nel caos del potere con una commedia apocalittica

DIGGER non è soltanto un titolo appena svelato: è una dichiarazione d’intenti, un segnale chiarissimo che Alejandro González Iñárritu ha deciso di tornare a scuotere il cinema mainstream prendendolo a martellate dall’interno. Dopo mesi di voci, mezze conferme e sussurri da corridoio hollywoodiano, il nuovo film del regista messicano con protagonista Tom Cruise ha finalmente un nome, un teaser che accende la miccia e una promessa che suona come una sfida: una commedia di proporzioni catastrofiche. E già solo questa definizione basta a farci drizzare le antenne nerd.

Iñárritu non è un autore che ama le zone di comfort. Ogni suo film sembra nascere dal desiderio di mettere in crisi lo spettatore, di spingerlo fuori equilibrio, di costringerlo a guardare l’abisso e, magari, a riderci sopra con un ghigno amaro. DIGGER arriva dopo The Revenant, il suo ultimo film in lingua inglese, e rappresenta un ritorno importante non solo a Hollywood, ma a un cinema che osa mischiare generi, toni e ambizioni senza chiedere permesso. Il fatto che lo faccia insieme a Tom Cruise, una delle icone più granitiche e “controllate” dello star system, rende tutto ancora più elettrizzante.

La trama, per ora, è stata rilasciata con il contagocce, ma quel poco che sappiamo è già materiale da discussione infinita. Tom Cruise interpreta Digger Rockwell, descritto come l’uomo più potente del mondo. Non un eroe nel senso classico, ma una figura ingombrante, quasi mitologica, che si muove in uno scenario di disastro imminente. Rockwell è impegnato senza sosta a dimostrare di essere il salvatore dell’umanità, la stessa umanità che lui stesso ha condannato. Un paradosso gigantesco, una contraddizione vivente, mentre il disastro provocato dalle sue azioni minaccia di cancellare ogni cosa. È una premessa che profuma di satira feroce, di riflessione politica, di critica al culto del potere e della salvezza “dall’alto”, e che sembra cucita addosso allo stile di Iñárritu come un abito sartoriale.

Il titolo DIGGER, rivelato ufficialmente solo di recente, suona quasi come una presa in giro. Scavare, affondare, portare alla luce… o forse sotterrare definitivamente. È una parola semplice, ma carica di significati simbolici, soprattutto se accostata a un protagonista che potrebbe essere al tempo stesso demiurgo e becchino del mondo che abita. Ed è difficile non pensare a Birdman, al modo in cui Iñárritu aveva smontato l’ego, la fama e l’illusione di grandezza, usando il linguaggio della commedia nera come una lama affilata. Qui sembra voler fare qualcosa di simile, ma su scala ancora più ampia, quasi apocalittica.

Accanto a Cruise, il cast è una vera e propria parata di talento che fa brillare gli occhi. Sandra Hüller, reduce da interpretazioni intense e memorabili, John Goodman con la sua presenza magnetica, Michael Stuhlbarg capace di rubare la scena anche con pochi minuti, Jesse Plemons che ormai è sinonimo di inquietudine controllata, Sophie Wilde, Riz Ahmed ed Emma D’Arcy, volto amatissimo dal pubblico delle serie TV. Un ensemble che suggerisce personaggi complessi, sfaccettati, forse grotteschi, forse tragici, sicuramente memorabili. Non sembra il classico film costruito attorno a una star, ma un organismo corale, dove ogni ingranaggio ha un ruolo preciso nel disegno complessivo.

Dietro le quinte, la produzione racconta un progetto curato in modo quasi maniacale. Le riprese principali sono iniziate nel Regno Unito il 7 novembre 2024 e si sono concluse nella primavera del 2025, dopo circa sei mesi di lavorazione. Alla fotografia troviamo Emmanuel Lubezki, collaboratore storico di Iñárritu, e questo dettaglio da solo è sufficiente a farci immaginare immagini potenti, immersive, capaci di avvolgere lo spettatore. La scelta di girare su pellicola 35mm utilizzando il formato VistaVision non è solo una decisione tecnica, ma una dichiarazione d’amore per il cinema come esperienza sensoriale, tangibile, quasi fisica. In un’epoca dominata dal digitale, questo ritorno alla pellicola suona come un atto di resistenza artistica.

La produzione non è stata priva di intoppi, come spesso accade nei set ambiziosi. Le riprese si sono fermate per un paio di giorni a causa di un infortunio, per fortuna lieve, che ha coinvolto John Goodman. Nulla che abbia però rallentato davvero la corsa di DIGGER verso il traguardo. A maggio 2025, Iñárritu ha confermato in un’intervista ciò che già si intuiva: sì, il film è una commedia. Ma conoscendo il regista, è lecito aspettarsi una risata che graffia, che mette a disagio, che lascia il retrogusto amaro di una verità scomoda.

L’uscita nelle sale italiane è fissata per il 1° ottobre, una data che sembra perfetta per un film destinato a far discutere, dividere, accendere dibattiti. DIGGER non appare come un prodotto “facile”, ma come uno di quei titoli che entrano in testa e non se ne vanno più, che chiedono allo spettatore di prendere posizione. E la presenza di Tom Cruise in un ruolo così ambiguo e potenzialmente corrosivo aggiunge un ulteriore livello di curiosità: siamo abituati a vederlo come eroe, come incarnazione dell’efficienza e del controllo. Qui potrebbe essere chiamato a smontare proprio quell’immagine, a metterla in crisi davanti ai nostri occhi.

In fondo, DIGGER sembra promettere esattamente ciò che molti amanti del cinema cercano: un’opera che osa, che non si limita a intrattenere, ma che prova a raccontare il nostro tempo attraverso una lente deformante, ironica e spietata. Un film che parla di potere, di responsabilità, di ego smisurato e di catastrofi annunciate, usando il linguaggio della commedia nera come cavallo di Troia.

E adesso la palla passa a noi. Siete pronti a seguire Iñárritu e Cruise in questo scavo profondo sotto la superficie del mondo? DIGGER promette di portare alla luce qualcosa che forse preferiremmo non vedere, ma che non possiamo ignorare. E voi, siete più curiosi o più spaventati da quello che potrebbe emergere? La discussione è appena iniziata.

1949: il nuovo film di Paweł Pawlikowski che ci porta nel cuore della Guerra Fredda

Il 2025 segna l’inizio di un viaggio cinematografico che promette di far vibrare corde profonde tra storia, letteratura e memoria culturale europea. Stanno infatti iniziando le riprese di “1949”, il nuovo attesissimo film del regista premio Oscar Paweł Pawlikowski, già acclamato per Ida e soprattutto per Cold War, vincitore della Palma a Cannes nel 2018 e nominato a tre Oscar. Questa volta il cineasta polacco ci conduce in un road movie intimo e politico, ambientato nei primissimi anni della Guerra Fredda, ispirato al romanzo The Magician di Colm Tóibín, dedicato alla figura di Thomas Mann.

Un viaggio tra padre e figlia nel cuore diviso della Germania

La trama di 1949 ruota attorno a Thomas Mann, gigante della letteratura tedesca (premio Nobel e autore de I Buddenbrook e La montagna incantata), interpretato da Hanns Zischler, e sua figlia Erika Mann, impersonata dalla straordinaria Sandra Hüller. La Hüller è ormai una delle attrici più luminose del panorama europeo, dopo le prove memorabili in La zona d’interesse e Anatomia di una caduta, che le hanno fruttato la nomination all’Oscar come miglior attrice protagonista.

Padre e figlia si muovono a bordo di una Buick nera, percorrendo un Paese devastato dal conflitto mondiale e già diviso dalle nuove linee geopolitiche: da Francoforte, sotto influenza statunitense, fino a Weimar, controllata dai sovietici. Non è solo un itinerario fisico, ma anche un viaggio emotivo, culturale e politico: un dialogo continuo tra due generazioni e due sensibilità, dentro un’Europa sospesa tra le macerie della guerra e le ombre della nuova divisione ideologica.

Un cast europeo di altissimo livello

Oltre a Zischler e Hüller, il film può contare su un cast di prim’ordine: August Diehl, volto indimenticabile di La vita nascosta di Terrence Malick e di Bastardi senza gloria di Tarantino; Anna Madeley, nota per la serie Patrick Melrose; Devid Striesow, che il pubblico ha visto di recente in Niente di nuovo sul fronte occidentale; e Theo Trebs, già apprezzato in Il nastro bianco. Una squadra che promette un’interpretazione corale di grande spessore.

Produzione internazionale con cuore italiano

1949 non è solo un film europeo, ma una vera coproduzione internazionale che vede coinvolti Polonia, Germania, Francia e Italia. Il nostro Paese gioca un ruolo di rilievo grazie a Our Films (del gruppo Mediawan Italia) e Circle One, con la produzione di Mario Gianani e Lorenzo Mieli. Accanto a loro ci sono nomi come Ewa Puszczynska (già produttrice di Ida e Cold War), Edward Berger (Niente di nuovo sul fronte occidentale) e Dimitri Rassam (Chapter2).

Le riprese sono partite ad agosto 2025 in Polonia (a Legnica, Bielsko-Biała e Cieszyn), per poi spostarsi in Germania e infine in Italia, toccando città e paesaggi che contribuiranno a restituire la complessità visiva ed emotiva di quell’Europa spezzata.

Il team creativo di fiducia di Pawlikowski

Pawlikowski non rinuncia ai suoi collaboratori storici: la fotografia sarà ancora una volta nelle mani del candidato all’Oscar Łukasz Żal, mentre i costumi sono firmati da Aleksandra Staszko. Al montaggio troviamo Piotr Wójcik, alle scenografie Katarzyna Sobańska e Marcel Sławiński, e alle musiche Marcin Marsecki. Una squadra che ha già contribuito alla forza visiva e poetica di Cold War e che promette di fare di 1949 un’opera altrettanto memorabile.

Perché “1949” è un film da tenere d’occhio

Il titolo stesso, 1949, non è casuale: quell’anno segna la nascita ufficiale di due Germanie, la Repubblica Federale Tedesca e la Repubblica Democratica Tedesca, e inaugura la stagione più tesa del Novecento, fatta di muri, spie, frontiere invisibili e identità fratturate. Ambientare un road movie in quell’anno significa raccontare non solo un padre e una figlia, ma anche un’Europa che cerca se stessa tra colpa, memoria e speranza.

Pawlikowski ha sempre esplorato i temi dell’identità, dell’amore e della colpa in contesti storici che diventano specchi del presente. Con 1949 sembra voler chiudere un’ideale trilogia iniziata con Ida e proseguita con Cold War, portandoci ancora una volta in un mondo sospeso tra intimità personale e grandi fratture collettive.

Con il suo mix di dramma storico, viaggio esistenziale e riflessione politica, 1949 si candida a essere uno dei film più importanti e attesi del panorama europeo dei prossimi anni. Pawlikowski non fa cinema per intrattenere soltanto, ma per lasciare cicatrici luminose nello spettatore. E allora, cari lettori nerd, cosa ne pensate? Vi affascina l’idea di un road movie con Thomas Mann nel cuore della Guerra Fredda? Pensate che 1949 possa diventare il nuovo Cold War? Scriveteci nei commenti, condividete l’articolo e fatevi sentire: il viaggio è appena iniziato, e noi vogliamo percorrerlo insieme a voi, chilometro dopo chilometro.

Rose: il film di Markus Schleinzer che riscrive identità e sopravvivenza nell’Europa del Seicento

Tra fango, macerie morali e identità spezzate, Rose si presenta come uno di quei film destinati a lasciare un segno profondo, non solo per la sua ambientazione storica ma per il modo in cui riesce a parlare al presente con una forza quasi disarmante. Il nuovo lungometraggio di Markus Schleinzer, in arrivo nelle sale europee nel 2026, affonda le mani nel XVII secolo e le sporca consapevolmente di polvere, sangue e silenzi, costruendo un racconto che vibra di inquietudine, desiderio e ribellione. Un’opera che, già sulla carta, sembra fatta apposta per conquistare chi ama il cinema d’autore capace di interrogare la Storia e usarla come lente per osservare le contraddizioni umane. Ambientato all’indomani della Guerra dei Trent’anni, Rose ci porta in un villaggio protestante isolato, uno di quei luoghi in cui la pace è solo una parola pronunciata sottovoce, mentre la diffidenza resta l’unica vera legge condivisa. Qui arriva Rose, un soldato misterioso che sostiene di essere l’erede di una tenuta abbandonata da tempo. Ha con sé documenti apparentemente ineccepibili, sigilli e carte che dovrebbero bastare a legittimare la sua presenza. Eppure, in una comunità segnata dalla fame, dal lutto e dalla paura del diverso, nulla è davvero sufficiente per essere accettati.

La forza del film emerge subito nel modo in cui racconta questo scontro silenzioso tra individuo e collettività. Rose non entra in scena come un eroe classico né come un antagonista dichiarato, ma come una figura sospesa, un corpo estraneo che cerca disperatamente di trovare un posto dove fermarsi. Il suo desiderio di integrazione diventa quasi struggente, soprattutto perché si scontra con un mondo rigidamente codificato, dove genere, ruolo sociale e destino sembrano già scritti prima ancora di nascere.

Il segreto che Rose porta con sé è il vero detonatore emotivo del racconto. Dietro l’uniforme maschile e l’identità costruita con attenzione si nasconde una donna, costretta a fingere di essere ciò che non è per sopravvivere. Schleinzer prende ispirazione da numerosi casi storicamente documentati di donne che, nell’Europa moderna, si travestirono da uomini per accedere a diritti, lavori e libertà altrimenti negati. Ma invece di trasformare questa premessa in un semplice dramma in costume, la regia la usa come chiave per esplorare il concetto stesso di identità, mostrando quanto sia fragile e, allo stesso tempo, quanto possa diventare un atto di resistenza.

Il film trova uno dei suoi passaggi più disturbanti e affascinanti nel tentativo di Rose di consolidare la propria posizione attraverso un matrimonio combinato con Suzanna, figlia di un ricco contadino. Qui la narrazione si carica di una tensione quasi insostenibile, perché l’unione proposta non è soltanto socialmente improbabile, ma anche simbolicamente impossibile. Eppure, in un mondo devastato dalla guerra, persino l’impossibile sembra improvvisamente negoziabile. Schleinzer osserva questo paradosso con uno sguardo freddo e chirurgico, lasciando che siano i gesti, più che le parole, a raccontare il peso delle scelte.

A incarnare Rose troviamo una straordinaria Sandra Hüller, reduce da una stagione cinematografica che l’ha consacrata definitivamente come una delle interpreti più potenti del cinema europeo contemporaneo. Dopo la candidatura all’Oscar per Anatomy of a Fall e la performance magnetica in The Zone of Interest, Hüller si cala in un ruolo complesso, fatto di sguardi trattenuti e tensioni interiori. La sua interpretazione promette di essere il vero fulcro emotivo del film, capace di rendere credibile sia la durezza del soldato sia la vulnerabilità della donna costretta a vivere sotto una maschera.

Accanto a lei, Caro Braun nel ruolo di Suzanna porta in scena una figura femminile tutt’altro che passiva, intrappolata anch’essa in un sistema che la considera una pedina da spostare sulla scacchiera sociale. La presenza di attori come Godehard Giese e Maria Drăguș, nei panni dei genitori di Suzanna, rafforza il senso di oppressione collettiva che grava su ogni personaggio, rendendo il villaggio stesso una sorta di organismo ostile, incapace di accogliere ciò che devia dalla norma.

Dal punto di vista produttivo, Rose rappresenta un tassello importante nel panorama del cinema d’autore europeo. Nato dalla collaborazione tra realtà austriache e tedesche, il film è stato girato tra Austria e Germania, sfruttando location rurali capaci di restituire con precisione l’atmosfera cupa e spoglia del XVII secolo. Ogni inquadratura sembra costruita per ricordarci che la guerra non finisce davvero quando tacciono le armi, ma continua a vivere nei corpi, nei sospetti e nelle relazioni sociali.

Schleinzer, già noto per opere come Michael e Angelo, conferma qui la sua capacità di affrontare temi scomodi senza mai offrire risposte facili. Il suo cinema non consola, non addolcisce, ma invita lo spettatore a restare nel disagio, a interrogarsi su quanto delle dinamiche raccontate appartenga davvero solo al passato. Guardare Rose significa inevitabilmente pensare al presente, alle battaglie ancora aperte sull’identità di genere, sull’appartenenza e sul diritto di autodeterminarsi.

L’uscita cinematografica è fissata per il 17 aprile 2026 in Austria, con una distribuzione europea che promette di portare il film anche nei festival e nelle sale d’essai più attente al cinema di ricerca. E qui, da nerd appassionati di storie che sanno scavare sotto la superficie, l’attesa diventa quasi febbrile. Rose non sembra destinato a essere un semplice film in costume, ma un’esperienza capace di dialogare con chi ama il cinema che osa, che provoca e che non ha paura di guardare in faccia le zone d’ombra della storia e dell’animo umano.

Ora la parola passa a voi, community di CorriereNerd.it. Vi affascinano le storie che riscrivono il passato per parlare del presente? Pensate che il cinema storico sia ancora uno strumento potente per raccontare temi contemporanei come identità e inclusione? La discussione è aperta, e come sempre siamo pronti a leggerne di ogni, perché è proprio da questi scambi che nasce la magia.

La zona d’interesse: il film drammatico di Jonathan Glazer che rivela la normalità dell’orrore dell’Olocausto

In occasione del Giorno della Memoria, La zona d’interesse (The Zone of Interest), il film diretto da Jonathan Glazer, arriva in prima tv su Sky Cinema domenica 26 gennaio alle 21:15, in streaming su Now e disponibile on demand. Con una trama che esplora l’inquietante quotidianità di una famiglia che vive accanto al campo di concentramento di Auschwitz, il film ha suscitato ampio dibattito e ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Tra questi, il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2023, il Premio per il Miglior Film Internazionale e il Miglior Suono agli Oscar 2024, consacrando il lavoro di Glazer come una delle opere più intense dell’anno.

La trama: una quotidianità distorta

Ambientato nel 1942, il film racconta la vita della famiglia di Rudolf Höß, il comandante di Auschwitz, che vive con sua moglie Hedwig e i loro cinque figli in quella che viene definita “la zona di interesse”. Quest’area, distante circa 25 miglia dal campo di concentramento, è apparentemente un paradiso idilliaco dove la famiglia Höß conduce una vita “normale”, mentre ignora volutamente le atrocità che avvengono poco oltre il muro che separa la loro casa dal campo. La trama si sviluppa attraverso la disconnessione tra la serenità della loro vita familiare e la realtà orribile del campo di sterminio. Rudolf porta i bambini a nuotare e a pescare, mentre sua moglie si occupa del giardino. Allo stesso tempo, i prigionieri, sfruttati per lavori pesanti, contribuiscono alla loro routine domestica, senza che la famiglia si faccia mai troppe domande sulle vere origini degli oggetti che ricevono.

Nel corso del film, il contrasto tra l’innocenza della vita familiare e la brutalità del campo diventa sempre più evidente. I bambini, inconsapevoli, vengono a contatto con le ceneri umane mentre pescano nel fiume. La madre di Hedwig, sconvolta dai rumori del crematorio visibili dalla casa, se ne va senza dirlo alla figlia, segnalando l’inizio di un’escalation di disagi emotivi, ma purtroppo la tragedia sembra essere ben lontana dalla coscienza della famiglia.

L’approfondimento psicologico dei personaggi mostra come, nonostante la vicinanza con l’orrore, la famiglia continui a vivere come se nulla fosse. Quando Rudolf riceve l’ordine di trasferirsi, la sua richiesta di restare nella casa viene accettata, permettendo alla moglie e ai figli di continuare a vivere nel loro “piccolo paradiso”, lontani da ogni consapevolezza.

Un adattamento crudo e autentico

Adattato dall’omonimo romanzo del 2014 di Martin Amis, La zona d’interesse rappresenta un approccio innovativo nel raccontare la Storia. Glazer, che aveva già fatto parlare di sé con il film Under the Skin (2013), si è immerso nei dettagli storici con una ricerca accurata, collaborando anche con il Museo di Auschwitz per rendere il film il più realistico possibile. Le riprese, girate in Polonia nelle zone circostanti il campo, sfruttano la luce naturale per creare un’atmosfera autentica e disorientante. La casa degli Höß è stata ricostruita in modo che potesse sembrare un luogo familiare e accogliente, ma allo stesso tempo intriso di un’inquietudine crescente.

Il film non si limita a essere una rappresentazione storica; è una riflessione sulla disumanizzazione e sul distacco emotivo degli artefici della tragedia. Glazer ha scelto di non mostrare esplicitamente gli orrori del campo, preferendo concentrarsi sulle piccole azioni quotidiane che rivelano quanto la crudeltà possa essere normalizzata quando viene vista attraverso una lente distorta. Il regista ha dichiarato che voleva trattare l’Olocausto non come un evento del passato, ma come una tragedia che deve essere riflessa nel presente, mettendo in luce la disumanizzazione che continua a verificarsi in varie parti del mondo.

La musica e la produzione: un supporto sensoriale all’orrore silenzioso

La colonna sonora, composta da Mica Levi, che aveva già collaborato con Glazer in Under the Skin, svolge un ruolo fondamentale nel creare un’atmosfera che amplifica il senso di inquietudine del film. Le musiche, minimaliste ma potenti, accentuano la tensione emotiva e la sensazione di distacco che permea ogni scena.

La produzione del film è stata complessa e lunga, iniziata nel 2014 dopo che Glazer si era imbattuto nel romanzo di Amis. Le riprese, che si sono svolte nel 2021, sono state meticolosamente pianificate per catturare ogni angolo della vita degli Höß con una precisione che non lascia spazio all’interpretazione superficiale. Il direttore della fotografia, Łukasz Żal, ha utilizzato macchine da presa remote per filmare in modo innovativo, permettendo agli attori di muoversi liberamente mentre venivano ripresi da angolazioni multiple contemporaneamente. Questo approccio ha dato vita a una narrazione visiva unica che accompagna la drammaticità del racconto.

Un’uscita che coincide con un presente difficile

La zona d’interesse è stato presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2023 e, oltre a ricevere il Gran Premio della Giuria, ha sollevato discussioni sul suo messaggio attuale, soprattutto alla luce dei conflitti moderni. Durante la cerimonia degli Oscar 2024, Glazer ha dichiarato che il suo film cercava di esplorare la disumanizzazione, portando alla luce parallelismi tra gli eventi storici raccontati nel film e i conflitti attuali, come quello israelo-palestinese. Questa riflessione ha suscitato emozioni forti, mostrando quanto la storia dell’Olocausto possa essere ancora oggi una lezione dolorosa e necessaria.

Un film che sfida la memoria

Con una distribuzione che arriva anche in Italia grazie a I Wonder Pictures, La zona d’interesse non è solo un film, ma un potente strumento di riflessione. La sua capacità di ritrarre l’incredibile crudeltà nascosta dietro la normalità, e la sua attualità, rendono questo lavoro cinematografico una visione imprescindibile per chiunque voglia comprendere la disumanizzazione che può nascere anche dalle pieghe più insospettabili della quotidianità.

In un periodo in cui la memoria storica sembra essere messa in discussione, La zona d’interesse diventa una testimonianza necessaria, un grido silenzioso per non dimenticare, per non permettere che la storia si ripeta.

Proxima in home-video

Proxima, diretto da Alice Winocour e presentato al Toronto International Film Festival del 2019, è da oggi disponibile in DVD e Blu-Ray. Il film conta un cast d’eccezione composto da Eva Green, Matt Dillon, Zélie Boulant-Lemesle, Lars Eidinger, Sandra Hüller e Aleksey Fateev. Sarah è un’astronauta francese addestrata presso l’agenzia spaziale europea di Colonia. Unica donna del programma, vive sola con la figlia Stella, una bambina di nove anni, e vive un profondo senso di colpa per non riuscire a passare molto tempo con lei. Quando poi viene selezionata per fare parte dell’equipaggio di una missione spaziale dalla durata di un anno, la relazione tra madre e figlia sarà gettata nel caos. Eva Green in una performance straordinaria che mostra il lato femminile dell’addestramento spaziale.

Proxima è un mix perfetto tra adrenalina e intimismo ed esplora la vita e lo stato d’animo di un’astronauta francese, Sarah, interpretata da una magistrale Eva Green. La regista Alice Winocour, che nei suoi lavori si è spesso concentrata sulle persone in difficoltà – come per il caso di isteria nel suo primo lungometraggio Augustine (2012) e per la guardia del corpo che soffre di disturbo da stress post-traumatico in Disorder (2015) – in questa pellicola racconta il carico di lavoro mentale di Sarah, una donna che deve fare i conti con una formazione lavorativa rigorosa ed estenuante e con l’idea di allontanarsi per 12 mesi dalla figlia di 8 anni. Alice Winocour ha dichiarato:

“Sin da piccola sono stata affascinata dallo spazio. Ho letto molto sull’argomento e sono stata attratta da questo ambiente. Ho iniziato a incontrare allenatori che addestrano gli astronauti, ho visitato le strutture di addestramento e mi sono resa conto di quanto lavoro e di quanti anni ci vogliono per imparare a separarsi dalla Terra. Tutto ciò viene mostrato raramente al cinema,,, Come con tutti i miei film, sono attratta da un universo particolare e durante il viaggio mi rendo conto che ciò che mi guida è un sentimento molto privato. Per far emergere il lato personale, ho bisogno di raggiungere mondi molto lontani. L’aspetto privato qui è il rapporto madre-figlia, dato che io stessa ho una figlia di 8 anni. Volevo esplorare il processo di separazione di una madre e una figlia, che risuonava con la separazione dell’astronauta dalla Terra.”

Riguardo la sua lunga preparazione per il ruolo dell’astronauta Sarah Loreau, Eva Green ha commentato

“Per quanto ne so, nessun altro film mostra la preparazione pre-lancio degli astronauti con tale realismo. Come molti attori, mi sento obbligata a immergermi nel mondo del mio personaggio prima di arrivare sul set. Soprattutto, in questo caso, dal momento che il suo mondo mi è così estraneo. Alice mi ha guidato molto da vicino durante la preparazione, dandomi libri da leggere e presentandomi ad astronaute donne, come Samantha Cristoforetti e Claudie Haigneré….Ho avuto il privilegio di visitare diverse volte l’Agenzia Spaziale Europea a Colonia e Star City in Russia, che è una struttura straordinaria, una città a grandezza naturale dedicata esclusivamente all’esplorazione spaziale. Ho capito che è un lavoro che richiede passione, forza di volontà, facoltà mentali e attitudini fisiche ben oltre la norma. Gli astronauti sono persone eccezionali, supereroi. ‘Se non si soffre, non si cresce!!’. Ho trovato la loro abnegazione – il loro implacabile allontanamento dei propri limiti – assolutamente affascinante.”