C’è una Brianza che non entra nei dépliant patinati, che non profuma di mobili su misura o weekend tranquilli, ma di benzina, bar di paese e notti insonni. Una Brianza ruvida, tagliente, dove i sogni non muoiono: semplicemente evaporano. È lì che Martino Ferrario ambienta Piacere, Nico, il suo romanzo d’esordio pubblicato da Marotta & Cafiero, in arrivo in libreria il 25 novembre 2025. Ed è lì che ci trascina senza chiedere permesso, raccontandoci una generazione che non ha mai avuto davvero spazio fra le promesse dei grandi e il fallimento dei piccoli.
Ferrario guarda quella terra come un autore noir guarda la sua città maledetta: con amore, sarcasmo, lucidità e una punta di rabbia. La stessa rabbia che vibra sotto pelle nei protagonisti del romanzo, ragazzi cresciuti a cavallo tra gli anni ’90 e i primi 2000, quando tutto sembrava possibile ma niente era davvero a portata di mano. È un noir sporco, tagliente, divertente e feroce, che mescola vita di provincia, comicità involontaria, tragedia quotidiana e un pizzico di pulp alla Ammaniti, ma con una voce nuova, personale, senza filtri.
Un antieroe di provincia: Nico, che si arrangia per non affogare
Il motore di Piacere, Nico è proprio lui: Nico, un ragazzo troppo furbo per essere innocuo e troppo ingenuo per essere davvero pericoloso. Un antieroe come solo la provincia italiana sa produrli: sopravvive come può, tra furti improvvisati, ricatti creativi e “lavori” che nessun career coach consiglierebbe mai. Non è cattivo: è cresciuto in un mondo che non gli ha lasciato alternative.
La sua “scrivania” è un’Opel Kadett scassata, trasformata in ufficio mobile e archivio di video compromettenti registrati nei parcheggi. Una vita ai margini ma sempre nel cuore pulsante del nulla. Fino a quando la Kadett esplode, letteralmente, per mano di un cliente vendicativo. Ed è lì che la quiete tossica della provincia si sfalda.
Perché quando sparisce la macchina, spariscono anche le regole, i punti di riferimento, il fragile equilibrio costruito tra espedienti e sopravvivenza. La caduta di Nico innesca un effetto domino: una vendetta, una fuga, una caccia al colpevole, un vortice di errori e scambi di colpi che oscillano tra comicità involontaria e tragedia annunciata.
È un noir, sì. Ma è anche un romanzo di formazione, di deformazione, di resistenza.
Un universo di personaggi che sembrano usciti da una sitcom criminale
Accanto a Nico si muovono figure che Ferrario tratteggia con un tocco unico, capace di trasformare l’ordinario in epico:
Giacomo, la voce narrante, osservatore disincantato con il talento innato di infilarsi nei guai “degli altri”.
Greta, compagna di sigarette, silenzi e scelte sbagliate. Una presenza magnetica che sembra uscita da un videoclip di MTV dei primi anni 2000, con una malinconia che sa di fuga mai compiuta.
Hicham, un ex compagno di scuola diventato – suo malgrado – un terrorista mediatico, simbolo perfetto di come la provincia possa trasformare una persona in qualunque cosa, basta che sia drammatica.
Sono personaggi così veri che sembrano amici che abbiamo perso di vista, compari di notti storte, volti intravisti nei bar fumosi, ragazzi che avremmo potuto essere se solo le cose fossero andate un po’ diversamente. Perché Piacere, Nico non racconta solo una storia: racconta una generazione di mezzo, quella cresciuta prima dei social e dopo le speranze del dopoguerra. Quella che non aveva internet come ancora di salvezza, e nemmeno un futuro garantito.
La Brianza come multiverso noir: tra grottesco, malinconia e verità scomode
Ferrario prende la Brianza e la trasforma in un teatro grottesco e lucidissimo. Ci sono bar che sembrano confessionali profani, famiglie disfunzionali che ruotano come pianeti impazziti, padri autoritari e ragazzi pronti a tutto pur di non restare fermi. E poi ci sono le ombre: sette religiose improvvisate, mafie da quartiere, killer improbabili che sembrano usciti da un fumetto underground.
È una provincia che non consola, ma specchia. Una provincia che diventa metafora di un’Italia che arranca, che si arrangia, che fa finta di non vedere e spera sempre che le cose si sistemino da sole. Ed è proprio lì che Ferrario colpisce più forte: nel mostrare quanto siano sottili i confini tra comicità e disperazione.
Come scrive Ammaniti: “La vita è un casino ma ogni tanto fa ridere.”
Ferrario sembra rispondere: “Sì, ma quando smetti di ridere ti accorgi che sei ancora nello stesso casino.”
Una lingua che brucia: sarcasmo, dialetto, ritmo, verità
Lo stile di Ferrario è una lama: ironico, asciutto, affilato. Ogni frase scorre come una battuta detta a bassa voce nel retro di un bar, ogni dialogo sa di birra calda e asfalto. È una lingua che attinge alla realtà, contaminata da slang, dialetto, tic verbali che sembrano rubati alle serate tra amici.
Ma è anche una lingua che scava. Che graffia. Che restituisce al lettore la sensazione di un’Italia sospesa, dove il futuro è una minaccia più che una promessa. E dove, nonostante tutto, si continua a cercare un senso. Anche solo per una notte.
Un autore che conosce ciò che scrive: Martino Ferrario, nato e cresciuto nell’asfalto brianzolo
Martino Ferrario classe 1988, canturino, ex bad boy mancato. O meglio: bad boy sognato, lavoratore vero per sopravvivenza. Ha fatto una trafila di lavori “-ista” – callcenterista, serramentista, magazzinista – prima di reinventarsi nel mondo dell’editoria e del marketing.
È uno che non ha più l’età per le bravate, ma ogni volta che vede un progetto folle ci si tuffa dentro. Piacere, Nico è uno di questi progetti folli: un romanzo che non si limita a raccontare la provincia, ma la mette in scena, la infilza, la smonta e la ricompone in un mosaico che sa di verità.
E alla fine, quando chiudi il libro, resta una domanda:
Siamo davvero così lontani da Nico? O stiamo solo fingendo meglio?
Un noir che parla a tutti noi
Piacere, Nico è un romanzo che ride per non piangere. Che prende a schiaffi la nostalgia e la trasforma in forza narrativa. È un viaggio in una provincia universale, dove ogni lettore può riconoscere un pezzo della propria storia: un sogno mancato, un’amicizia tossica, una notte che non finisce, una macchina che parte senza sapere dove andare.
È un romanzo che non ti giudica, non ti consola, non ti educa.
Ti accompagna.
Ti fa ridere quando non dovresti.
E ti ricorda che la generazione di mezzo – spesso ignorata, sempre derisa – aveva una cosa che oggi abbiamo perso: la capacità di arrangiarsi senza perdersi del tutto.
E forse, proprio per questo, vale ancora la pena raccontarla.
