C’era una volta l’influencer libero e selvaggio, armato solo di smartphone, ring light e una montagna di autostima. Il suo regno era il feed, il suo trono il like, la sua arma segreta il filtro bellezza di TikTok. Ma come in tutte le buone storie nerd, il Far West digitale è arrivato a un punto di svolta: l’Agcom, la nostra Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, ha deciso che è tempo di smettere di giocare ai pistoleri del marketing. E così, ecco arrivare la delibera 197/2025, che introduce un albo professionale degli influencer.
Un registro ufficiale. Un albo vero, con tanto di sanzioni, obblighi e criteri di “rilevanza”. In parole povere: chi è davvero grande, chi muove numeri e soldi, dovrà iscriversi e rispettare regole precise. Niente più “consigli spontanei” che nascondono #adv sotto cinque righe di hashtag o dirette Instagram dove si parla di medicina senza nemmeno un diploma di liceo scientifico.
Un cambiamento epocale per una professione nata dal nulla e diventata — nel giro di un decennio — una macchina da soldi che vale, in Italia, più di 370 milioni di euro l’anno.
Il giorno in cui gli influencer diventarono… una categoria professionale
La notizia è di quelle che spaccano Internet: dal 2025, chi supera 500.000 follower o almeno un milione di visualizzazioni mensili dovrà iscriversi a un albo gestito da Agcom. L’idea non è solo burocratica: significa riconoscere che l’influencer non è più un passatempo per creativi digitali o ragazzi fortunati, ma un lavoro vero, con responsabilità, doveri e conseguenze legali.
L’iscrizione comporta obblighi precisi: segnalare ogni contenuto pubblicitario in modo chiaro e trasparente, evitare pubblicità occulta, non diffondere disinformazione, non danneggiare i minori, non incitare all’odio e garantire la veridicità delle informazioni. Chi sgarra rischia multe fino a 250.000 euro, che salgono a 600.000 in caso di violazioni gravi — per esempio se si diffondono contenuti nocivi ai più giovani.
In pratica, l’influencer diventa un medium riconosciuto. Non più un “ragazzo fortunato con una buona luce naturale”, ma un attore professionale del sistema mediatico.
L’Agcom lo dice chiaramente: se i giornalisti devono rispettare un codice deontologico, perché non dovrebbero farlo anche i creator che raggiungono milioni di persone ogni giorno?
Dal Pandoro Gate alla resa dei conti
La miccia, inutile girarci intorno, è stata accesa da un dolce natalizio. Il “Pandoro-gate” del 2023, che ha travolto Chiara Ferragni e Balocco, ha cambiato per sempre la percezione pubblica degli influencer. Quella che era nata come la storia di un’icona dell’imprenditoria digitale italiana si è trasformata in un caso mediatico e giudiziario che ha fatto tremare l’intera categoria.
Da lì, la domanda è diventata inevitabile: chi controlla i controllori della fiducia online?
Perché se milioni di consumatori acquistano un prodotto, donano a una causa o si fidano di un consiglio “personale” solo perché lo dice un influencer, allora quella figura non è più un semplice intrattenitore, ma un potere mediatico. E come ogni potere mediatico, deve essere regolato.
Da questa consapevolezza è nata la decisione dell’Agcom: basta anarchia. È tempo di responsabilità, trasparenza e tracciabilità.
Quando Pechino mostra la via (con il pugno di ferro)
Ma l’Italia non è sola in questa corsa alla regolamentazione. In Cina, dal 2025, gli influencer che trattano temi “seri” — medicina, finanza, diritto, educazione — dovranno possedere una laurea o un’abilitazione professionale. Non basteranno milioni di follower o un sorriso da copertina: servirà un titolo vero.
Una scelta che, a prima vista, sembra dettata dal buon senso: se dai consigli su salute o soldi, meglio sapere di cosa parli. Ma conoscendo Pechino, dietro la “competenza” si intravede anche il controllo politico.
La National Radio and Television Administration e il Ministero della Cultura e del Turismo hanno imposto alle piattaforme come Douyin, Weibo e Bilibili di verificare le credenziali dei creator. Un’operazione di pulizia digitale che, ufficialmente, serve a proteggere 700 milioni di utenti dalle fake news. Ma che, di fatto, garantisce al Partito Comunista Cinese che la parola pubblica non sfugga mai dalle sue mani.
La linea di confine tra tutela e censura è sottile come il filo del Wi-Fi.
L’Europa e la “Terza Via”
Nel vecchio continente, la filosofia è diversa. Non vogliamo la censura, ma nemmeno il caos.
Il Codice di condotta Agcom 2023 aveva già chiesto trasparenza e correttezza. Ora, con l’albo, si passa al livello successivo: responsabilità professionale.
L’Unione Europea, dal canto suo, sta già valutando di regolamentare in modo specifico gli health influencer, visto che un giovane su tre dichiara di informarsi sulla salute attraverso i social. E Google, con le sue policy YMYL (“Your Money Your Life”), già da tempo premia nei risultati di ricerca solo chi dimostra competenza, autorevolezza e affidabilità.
Insomma, il vento sta cambiando. E non è solo un cambio di algoritmo: è un cambio di paradigma.
Il tramonto degli dei del feed
C’è anche un’altra verità, più sottile ma devastante: la stella degli influencer non brilla più come prima.
Negli anni d’oro — tra il 2016 e il 2021 — “fare l’influencer” era il sogno della Gen Z, la versione digitale del “voglio fare l’astronauta” dei Millennials. Bastava carisma, un buon editing e un’idea brillante per diventare qualcuno. Ma ora, qualcosa si è incrinato.
Il pubblico si è stancato. Le collaborazioni forzate, i prodotti spinti con entusiasmo sospetto, le campagne tutte uguali hanno saturato il mercato. Sempre più utenti si chiedono: “Ok, ma questa persona… sa davvero di cosa parla?”
Il caso Ferragni non è un’eccezione, ma il sintomo di un sistema in crisi. I follower sono diventati più diffidenti, i brand più cauti, le istituzioni più attente. E così, la figura dell’influencer glamour, che un tempo incarnava autenticità e aspirazione, oggi rischia di diventare una caricatura di se stessa.
Persino le grandi fashion influencer — Aimee Song, Leonie Hanne, e compagnia scintillante — vedono calare i numeri. Il pubblico cerca qualcosa di più “vero”, più vicino, più imperfetto. Da qui il boom delle micro-influencer, piccole ma credibili, con community affezionate e un rapporto autentico con i follower.
Burnout, FOMO e crisi di identità
Dietro i filtri e le caption motivazionali, però, si nasconde un mondo in piena crisi psicologica.
La pressione di essere sempre online, di performare costantemente, di mantenere l’attenzione di un pubblico volatile può distruggere chiunque. L’ansia da algoritmo, la paura di sparire dai feed, l’ossessione per i numeri: sono i nuovi mostri digitali, e fanno più paura di un boss finale in Dark Souls.
Negli Stati Uniti sono già nate piattaforme come CreatorCare, con psicologi specializzati nel supporto ai creator. Persone che aiutano gli influencer a gestire la fatica mentale, la dipendenza dal feedback, e la crisi d’identità che nasce quando la tua persona diventa il tuo prodotto.
La vita da influencer, oggi, non è più “bella vita”. È un lavoro totalizzante, esposto, fragile. E se i follower calano, cala anche l’autostima.
2025: non la fine, ma un reboot
Siamo forse alla fine dell’età dell’oro degli influencer?
Non proprio. Forse siamo davanti a un reboot, un cambio di stagione.
L’albo professionale, per quanto possa sembrare un incubo burocratico, potrebbe essere anche un’occasione di rinascita.
Un modo per separare i veri professionisti dai dilettanti, chi ha qualcosa da dire da chi cerca solo notorietà.
Il 2025 sarà ricordato come l’anno in cui l’influencer è diventato adulto. Niente più anarchia digitale: ora ci sono responsabilità, codici, sanzioni e, soprattutto, riconoscimento.
E se tutto questo porterà anche a una maggiore fiducia da parte del pubblico, allora forse il trade-off ne varrà la pena. Perché la libertà di espressione resta sacra, ma non può essere un alibi per diffondere ignoranza, bugie o pericolose illusioni.
Da Jedi del feed a professionisti del web
Chi, tra i creator di oggi, saprà evolversi, sopravvivrà. Gli altri resteranno solo un vecchio screenshot nel feed.
Il futuro appartiene a chi saprà coniugare autenticità e competenza, creatività e responsabilità. Perché — citando zio Ben, da Spider-Man — “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. E nel 2025, quel potere non è più il mantello dell’eroe, ma un microfono, un video e milioni di occhi puntati addosso.
Benvenuti nella Fase Due dell’influencerverse: meno filtri, più coscienza.
E magari, finalmente, un po’ di verità in mezzo a tanto storytelling.
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