Una ricerca su Internet sembra un gesto banale. Apriamo una scheda, digitiamo qualche parola e in una frazione di secondo otteniamo migliaia di risultati. Eppure dietro quella semplicità si nasconde una delle più grandi concentrazioni di potere tecnologico della nostra epoca. Per oltre vent’anni il verbo “cercare” è diventato quasi sinonimo di Google, un monopolio culturale prima ancora che commerciale, talmente radicato nelle nostre abitudini da risultare invisibile. Proprio per questo la decisione del Parlamento Europeo di adottare Qwant come motore di ricerca predefinito sui propri dispositivi ha attirato l’attenzione di chi osserva da vicino il futuro digitale del continente.
Da appassionata di tecnologia, videogiochi e cultura digitale, ammetto che la notizia mi ha colpita più di quanto avrei immaginato. Non perché Qwant sia una novità assoluta, anzi. Il motore di ricerca francese esiste da anni e molti utenti attenti alla privacy lo conoscono già. Quello che rende interessante questo passaggio è il messaggio politico, culturale e tecnologico che porta con sé. Per la prima volta una delle istituzioni più importanti dell’Unione Europea sceglie apertamente di allontanarsi dall’ecosistema di Google per sostenere una soluzione sviluppata e gestita in Europa.
Dietro questa decisione non si nasconde una rivoluzione obbligatoria per gli eurodeputati, che potranno comunque modificare le impostazioni dei propri dispositivi e utilizzare altri servizi. Il valore simbolico resta però enorme. Bruxelles sembra voler affermare che la sovranità digitale europea non può limitarsi a essere uno slogan da conferenza, ma deve tradursi in scelte concrete, persino nelle attività più quotidiane come una semplice ricerca online.
Qwant nasce in Francia e fin dalla sua fondazione ha costruito la propria identità attorno a un concetto che negli ultimi anni è diventato sempre più importante: la protezione dei dati personali. Mentre gran parte del web contemporaneo vive grazie alla raccolta, all’analisi e alla monetizzazione delle informazioni degli utenti, Qwant ha deciso di percorrere una strada differente. Il suo slogan storico è quasi provocatorio per gli standard dell’economia digitale moderna: il motore di ricerca che non sa nulla di te.
A pensarci bene sembra una frase uscita da un romanzo cyberpunk. Viviamo in un mondo in cui algoritmi e piattaforme conoscono i nostri gusti musicali, i videogiochi che acquistiamo, le serie che guardiamo fino alle tre di notte e perfino le destinazioni che sogniamo per le vacanze. Qwant prova a ribaltare questa logica, proponendo una navigazione che non si basa sulla profilazione sistematica degli utenti.
Una delle caratteristiche più discusse del servizio riguarda infatti l’assenza di tracciamento individuale. Le ricerche non vengono associate a un profilo personale costruito nel tempo e gli indirizzi IP vengono anonimizzati immediatamente. Questo significa che il sistema non crea una cronologia dettagliata delle abitudini digitali di chi lo utilizza. Anche i cookie di profilazione vengono esclusi dalla filosofia del progetto, con l’obiettivo di limitare la raccolta di informazioni utilizzabili a fini commerciali.
Per molti utenti la differenza potrebbe sembrare quasi impercettibile. Per altri rappresenta invece una questione fondamentale. Chi frequenta community tecnologiche, forum dedicati alla cybersecurity o semplicemente segue il dibattito sulla privacy digitale sa bene quanto sia cresciuta negli ultimi anni la consapevolezza riguardo al valore dei dati personali. Ogni ricerca, ogni clic e ogni preferenza diventano tasselli di un gigantesco puzzle capace di raccontare chi siamo.
Un altro elemento interessante riguarda i risultati di ricerca stessi. Qwant sostiene di offrire risultati uguali per tutti, senza personalizzazioni basate sul comportamento individuale. Questo approccio mira a contrastare il fenomeno delle cosiddette “filter bubble”, le bolle informative che tendono a mostrarci contenuti sempre più simili alle nostre convinzioni e ai nostri interessi. In pratica, due persone che effettuano la stessa ricerca dovrebbero ricevere risultati sostanzialmente identici, senza che un algoritmo decida quale versione della realtà sia più adatta a ciascuna di loro.
L’attenzione alla privacy non è però l’unico aspetto che ha convinto le istituzioni europee. Una parte importante della strategia riguarda infatti la localizzazione dell’infrastruttura. I dati e i server vengono ospitati all’interno dell’Unione Europea, rispettando le normative comunitarie e i principi del GDPR. In un periodo storico caratterizzato da tensioni geopolitiche, guerre commerciali e crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti, Cina ed Europa, il controllo dell’infrastruttura digitale assume un significato che va ben oltre la semplice scelta di un software.
Da questo punto di vista, la storia recente di Qwant diventa ancora più interessante. Alla fine del 2024 il motore di ricerca francese ha avviato una collaborazione strategica con Ecosia, la piattaforma tedesca famosa per finanziare progetti di riforestazione attraverso le entrate pubblicitarie. Dalla partnership è nata European Search Perspective, spesso abbreviata in EUSP, una joint venture che punta a costruire un indice di ricerca europeo indipendente dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi.
Per chi non mastica quotidianamente il linguaggio dei motori di ricerca, l’idea di un indice indipendente potrebbe sembrare un dettaglio tecnico. In realtà rappresenta uno degli aspetti più ambiziosi dell’intero progetto. Oggi gran parte dei motori alternativi utilizza dati provenienti da infrastrutture sviluppate da colossi come Microsoft o Google. Costruire un indice europeo significa creare una mappa autonoma del web, sviluppata e gestita direttamente sul territorio europeo.
Qwant, almeno per il momento, continua a utilizzare in parte l’indice di Microsoft Bing per integrare alcuni risultati e contenuti visivi, ma parallelamente sta investendo nello sviluppo di tecnologie proprietarie per la scansione e l’indicizzazione delle pagine web. L’obiettivo finale appare piuttosto chiaro: ridurre progressivamente la dipendenza dalle big tech americane e offrire un’alternativa realmente europea.
Interessante anche l’attenzione dedicata ai più giovani. Tra le funzionalità proposte spicca una modalità specifica per la navigazione sicura dei minori, progettata per filtrare contenuti sensibili o destinati a un pubblico adulto. In un’epoca in cui bambini e adolescenti crescono circondati da smartphone, social network e piattaforme digitali, la gestione della sicurezza online rappresenta una sfida sempre più complessa e centrale.
Naturalmente Qwant non è ancora un gigante del settore. I numeri raccontano una realtà molto diversa rispetto a quella di Google. La quota globale del motore francese resta estremamente ridotta e perfino nel mercato domestico non raggiunge percentuali particolarmente elevate. Eppure la storia della tecnologia insegna che l’influenza non sempre coincide con la dimensione immediata. Molte rivoluzioni digitali sono iniziate come nicchie frequentate da appassionati prima di trasformarsi in fenomeni di massa.
Osservando questa vicenda da nerd cresciuta tra forum, MMORPG, social network e infinite discussioni online, mi viene spontaneo pensare a quante volte abbiamo dato per scontato che Internet fosse un ecosistema inevitabilmente dominato da pochi attori giganteschi. L’arrivo di Qwant sui dispositivi del Parlamento Europeo non cambierà improvvisamente il mercato dei motori di ricerca, ma racconta qualcosa di più profondo: l’idea che esistano ancora strade alternative, modelli differenti e una volontà crescente di costruire un’identità digitale europea.
Resta da capire se questa scelta riuscirà davvero a influenzare il comportamento degli utenti e ad alimentare la crescita di un ecosistema tecnologico indipendente. Per il momento il segnale è stato lanciato, e difficilmente passerà inosservato. La vera domanda, forse, riguarda tutti noi: quanto conta davvero la privacy nelle nostre abitudini quotidiane? E soprattutto, saremmo disposti a cambiare i nostri strumenti digitali per difenderla? Una discussione che sembra appena iniziata e che potrebbe riservare sviluppi molto più interessanti di quanto immaginiamo oggi.




