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Biancaneve e Tolkien: un legame inaspettato tra i nani

C’è un momento preciso, nella storia della cultura pop del Novecento, in cui due placche tettoniche dell’immaginario si sono scontrate in un boato silenzioso ma devastante. Immaginate la scena: siamo nel 1937, un anno che definire spartiacque sarebbe un eufemismo. Da una parte, nelle librerie del Regno Unito, fa il suo esordio un certo Thorin Scudodiquercia con la sua compagnia di guerrieri esiliati in cerca di un regno perduto tra le pagine de Lo Hobbit. Dall’altra, oltreoceano, Walt Disney presenta al mondo il suo primo, titanico lungometraggio animato, Biancaneve e i sette nani. Due visioni, due modi di intendere il fantastico e, soprattutto, due modi diametralmente opposti di concepire una delle figure più iconiche del folklore europeo: il Nano.

Per ogni vero appassionato di mitologia tolkieniana, sapere che il Professore di Oxford assistette alla proiezione del capolavoro disneyano insieme all’amico fraterno C.S. Lewis è un dettaglio che fa tremare i polsi. Ma se vi aspettate che i due padri del fantasy moderno siano usciti dalla sala fischiettando “Ehi-ho!”, siete fuori strada. Tolkien provò qualcosa di molto vicino al disgusto fisico. Per lui, quella pellicola non era un prodigio tecnico, ma una sorta di profanazione. La ragione di questo livore non risiedeva tanto nella qualità dell’animazione, quanto in una frattura ideologica profonda che riguardava l’anima stessa del mito e il trattamento riservato ai figli di Aulë.

Il Professor Tolkien non scherzava affatto quando si trattava di Nani. Nella sua visione, essi non erano semplici comparse o spalle comiche per risollevare il morale della protagonista, bensì creature nate da una tradizione nordica ancestrale, caratterizzate da un’abilità artigianale quasi sacra, un’ambiguità morale affascinante e una durezza temprata da secoli di esilio e fatica. I suoi Nani portavano il peso del destino, il dolore della perdita e la fierezza del sangue. Vedere quegli stessi esseri trasfigurati in figure infantili, goffe, ridotte a macchiette dai nomi buffi e dalle gag visive ripetitive, rappresentava per Tolkien lo svuotamento del significato profondo della fiaba. Era la “disneyficazione” prima ancora che il termine venisse coniato: una levigatura sistematica degli spigoli inquietanti e disturbanti del mito, quegli stessi spigoli che, secondo lo scrittore, erano necessari per parlare davvero all’animo umano.

Il giudizio di Tolkien su Walt Disney come uomo fu, se possibile, ancora più severo di quello sull’opera. Nelle sue lettere private, lo descriveva come un manipolatore privo di autentica passione artistica, un creatore di sogni sintetici e innocui. Questa avversione ebbe ripercussioni concrete che hanno plasmato la storia del cinema nerd per decenni. Quando Tolkien si decise a cedere i diritti per gli adattamenti delle sue opere, impose una clausola che oggi suona come un testamento spirituale: niente adattamenti animati in stile Disney. Questa è la ragione principale per cui abbiamo dovuto aspettare così a lungo per vedere la Terra di Mezzo sul grande schermo in live action, con l’unica, coraggiosa parentesi del 1978 firmata da Ralph Bakshi. Quel film, pur con i suoi limiti tecnici e il suo rotoscopio sperimentale, cercò di restituire l’oscurità e la solennità che Tolkien sentiva perdute nel glitter della produzione disneyana.

Ma la storia, dotata di un senso dell’umorismo degno di un Burlone di Arda, ha riservato un colpo di scena incredibile nei primi anni Duemila. In un paradosso narrativo che sembra uscito da un universo alternativo, proprio la Disney si ritrovò a valutare un progetto intitolato The Seven Dwarfs. Si trattava di un prequel di Biancaneve affidato al regista Mike Disa, ma con una premessa che avrebbe fatto sobbalzare Tolkien sulla sedia: i Sette Nani non erano più minatori canterini, ma guerrieri e artigiani leggendari appartenenti a una società antica e complessa. Le concept art trapelate mostrano un mondo ruvido, denso di ombre, dove i protagonisti combattevano contro un male oscuro in un’atmosfera epica che strizzava l’occhio proprio all’estetica tolkieniana.

Incredibilmente, la Disney stava cercando di “ritornare alle origini” riappropriandosi di quella gravitas che il Professore aveva tanto rimpianto nel 1937. Il progetto, tuttavia, non vide mai la luce, sepolto sotto i timori che fosse “troppo poco Disney” o forse troppo cupo per il marchio. Resta però il fascino di un’opera mancata che avrebbe potuto fare da ponte tra due mondi inconciliabili, dimostrando quanto l’ombra di Tolkien sia capace di allungarsi anche nei corridoi della casa di Topolino.

Alla fine di questa lunga disputa tra l’incanto rassicurante e il mito ancestrale, resta una domanda che ogni appassionato deve porsi: preferiamo il calore di una fiaba che ci protegge o la durezza di una leggenda che ci sfida? Il dibattito tra chi ama i nani che lavorano col sorriso e chi parteggia per quelli che impugnano l’ascia per riconquistare la propria patria non si chiuderà mai. Forse la vera magia risiede proprio in questo scontro irrisolto, in questa tensione continua che continua a nutrire la nostra immaginazione.