Febbraio ha quell’aria lì, sospesa. L’inverno che stringe ancora ma lascia intravedere spiragli, le mani fredde e la testa già altrove. È in quel margine che si infilano le attese migliori, quelle che non hanno bisogno di urlare perché sanno di arrivare. Il pensiero corre verso la Sala Filatura dell’ex Jutificio, e basta evocare quel nome per sentire l’eco di passi, stoffe, maschere, risate che si mescolano. Piazzola sul Brenta non è più soltanto una coordinate sulla mappa: diventa un richiamo, un punto di convergenza. Piazzola sul Brenta
Chi frequenta fiere e festival da abbastanza tempo riconosce subito quella sensazione che precede gli eventi giusti. Non è l’ansia da programma, né la smania da checklist. È piuttosto un fremito familiare, come quando apri una scatola dimenticata e ritrovi un vecchio fumetto con le pagine un po’ ingiallite ma ancora potentissimo. Il WOW Festival promette proprio questo tipo di incontro: non una vetrina fredda, non un contenitore asettico, ma uno spazio che accetta il caos creativo e lo lascia respirare.
L’ex Jutificio ha una memoria addosso, e non serve spiegarla. Basta entrarci per percepire che le pareti hanno visto altro, prima. Lì dentro, tra luci e voci, il cosplay non è solo costume ma gesto, postura, interpretazione. Qualcuno prova una posa davanti a un obiettivo improvvisato, qualcun altro sistema un’armatura con l’aria concentrata di chi sta per salire su un palco immaginario. Il tempo scorre in modo strano, come succede sempre quando le passioni si incontrano sul serio.
Il bello arriva quando le categorie iniziano a confondersi. Il fumetto che dialoga con il gioco, il fantasy che strizza l’occhio al gotico, l’illustratore che parla con il giocatore come se si conoscessero da anni. Le carte collezionabili passano di mano in mano con quella ritualità che solo chi c’era negli anni Novanta può capire fino in fondo. Il legno dei giochi di una volta scricchiola sotto le dita e, per un attimo, sembra di essere tornati a un pomeriggio infinito, senza notifiche, senza schermi.
Poi, senza preavviso, parte una base K-pop e l’atmosfera cambia di colpo. I passi si moltiplicano, i sorrisi diventano contagiosi, anche chi pensava di restare in disparte si ritrova a seguire il ritmo. È uno di quei momenti che non si pianificano e proprio per questo restano impressi. L’energia collettiva prende forma, si muove, rimbalza tra palco e pubblico, e qualcuno si accorge che sta ballando accanto a uno sconosciuto vestito come il suo personaggio preferito. Nessuno sente il bisogno di chiedere spiegazioni.
C’è anche un lato più oscuro, e non è un’aggiunta decorativa. Il percorso horror, il labirinto che promette incontri strani e presenze fuori posto, funziona perché non chiede di essere preso sul serio ma neanche trattato come una barzelletta. È quel confine sottile tra gioco e suggestione che il mondo nerd conosce bene. Si entra ridendo, si esce commentando, magari con un brivido che resta appiccicato addosso più del previsto.
Le gare, gli show, le interpretazioni dedicate all’amore nerd, tutto si incastra senza sembrare un puzzle forzato. San Valentino passa di lì, ma senza zucchero in eccesso. Coppie iconiche, gesti teatrali, performance che raccontano storie a modo loro. Qualcuno vincerà, certo, ma la sensazione è che il premio vero sia esserci stati, aver condiviso quel momento con chi parla la stessa lingua fatta di citazioni, riferimenti, passioni coltivate negli anni.
Tra una foto e l’altra, tra un disegno che prende forma su un foglio e una partita che si conclude, si ha la netta impressione che il WOW Festival non stia cercando di convincere nessuno. Non deve dimostrare nulla. Sa già chi vuole incontrare, e lo aspetta a porte aperte. L’ingresso libero non è solo una scelta pratica, è una dichiarazione d’intenti. Vieni come sei, oppure come vorresti essere per due giorni. Mascherato, trasformato, semplicemente curioso.
Quando si esce, la sera, l’aria di febbraio punge un po’ di più. Le luci dell’ex Jutificio restano alle spalle, ma qualcosa continua a ronzare in testa. Una frase ascoltata di sfuggita, un costume particolarmente riuscito, una canzone che ancora batte nel petto. Non è una fine, e non vuole esserlo. È quel tipo di attesa che ti fa pensare a chi incontrerai la prossima volta, a cosa porterai, a come ti presenterai. E mentre lo pensi, sai già che il dialogo è appena cominciato.
