Lanterns: il trailer svela la nuova era delle Lanterne Verdi nel DC Universe

Un anello verde che brilla nel buio dello spazio non è solo un simbolo di potere. È una promessa. Una responsabilità. Un richiamo antico che riecheggia nella memoria di chiunque abbia sfogliato un fumetto DC negli ultimi quarant’anni. E adesso quel richiamo torna a farsi sentire forte grazie al primo trailer ufficiale di Lanterns, la nuova serie HBO dedicata alle Lanterne Verdi, destinata a ridefinire l’immaginario cosmico del rinnovato DC Universe.

Il video è arrivato prima del previsto, quasi come un segnale lanciato nello spazio per ricordare ai fan che qualcosa di enorme sta prendendo forma. L’uscita della serie è fissata per agosto 2026, ma le prime immagini bastano già a far capire che questa produzione non vuole essere semplicemente un’altra storia di supereroi. Il progetto punta molto più in alto: costruire un thriller cosmico capace di mescolare investigazione, mitologia fumettistica e drammi umani.

E fidatevi: se amate le storie DC quanto me, la sensazione è quella di assistere all’inizio di qualcosa di davvero grande.

Il nuovo DC Universe guarda alle stelle

La serie nasce all’interno della grande rifondazione del DC Universe guidata da James Gunn e Peter Safran, un piano ambizioso che vuole restituire coerenza e profondità narrativa a uno dei mondi supereroistici più iconici della cultura pop.

In questo contesto, Lanterns occupa un ruolo strategico. Il progetto doveva arrivare nei primi mesi del 2026, ma la data è stata spostata verso la fine dell’estate dello stesso anno, come annunciato dal CEO HBO Casey Bloys durante la presentazione dei palinsesti a New York. Un rinvio che non suona come un problema, ma piuttosto come una dichiarazione di intenti: perfezionare ogni dettaglio per trasformare la serie in uno dei pilastri narrativi della nuova era DC.

Il calendario, tra l’altro, crea una curiosa vicinanza con il film Clayface, previsto per settembre. Due opere molto diverse, ma entrambe pensate per espandere il lato più oscuro e complesso dell’universo DC.

Un thriller investigativo nello spazio

Dimenticate la classica epopea supereroistica piena di battaglie spettacolari tra pianeti. Lanterns sceglie una strada decisamente più intrigante: quella del noir investigativo.

La storia parte da un omicidio misterioso nel Nebraska. Un caso apparentemente ordinario che però si rivela presto collegato a qualcosa di immensamente più grande. Dietro quella morte si nasconde un enigma capace di minacciare l’equilibrio dell’intero cosmo.

A indagare sono due membri del Corpo delle Lanterne Verdi, i guardiani intergalattici incaricati di proteggere i 3600 settori dello spazio. Ognuno di loro brandisce un anello alimentato dalla forza di volontà, capace di trasformare l’energia in costrutti luminosi di qualunque forma.

La struttura narrativa sembra voler fondere atmosfere da True Detective con l’immaginario fantascientifico più cupo, quasi un incontro tra il poliziesco contemporaneo e la fantascienza sporca alla Blade Runner.

Dietro la sceneggiatura troviamo una squadra creativa impressionante. Chris Mundy, già autore di Ozark, lavora insieme a Damon Lindelof, mente dietro la serie Watchmen, e allo scrittore DC Tom King, uno degli autori più raffinati ad aver raccontato le Lanterne nei fumetti moderni.

Una combinazione che promette profondità psicologica, tensione narrativa e rispetto assoluto per il mito fumettistico.

Hal Jordan e John Stewart: due eroi, due epoche

Al centro della storia troviamo due figure fondamentali dell’universo DC: Hal Jordan e John Stewart.

Hal Jordan, interpretato da Kyle Chandler, rappresenta la vecchia guardia delle Lanterne Verdi. Pilota, impulsivo, istintivo. Un uomo che ha visto abbastanza oscurità da dubitare persino della luce che porta sull’anello.

Accanto a lui arriva la nuova recluta John Stewart, interpretato da Aaron Pierre. Ex marine, artista, costruttore di forme perfette generate dalla volontà. Se Hal è azione pura, John è struttura. Geometria. Controllo.

Il rapporto tra i due sembra costruito come una sorta di passaggio generazionale. Mentor e allievo, ma anche due visioni del mondo che inevitabilmente entreranno in collisione.

E questa dinamica potrebbe diventare uno degli elementi più affascinanti della serie.

Sinestro torna nell’ombra

Ogni grande storia delle Lanterne ha bisogno di una presenza capace di mettere in discussione l’equilibrio tra luce e oscurità.

Quella presenza ha un nome: Sinestro.

Il personaggio, interpretato da Ulrich Thomsen, è uno degli antagonisti più complessi della mitologia DC. Un tempo mentore di Hal Jordan, ora rappresenta la versione distorta della stessa luce che le Lanterne difendono.

La sua presenza suggerisce che la serie non racconterà una semplice lotta tra bene e male. Piuttosto uno scontro ideologico tra due visioni del potere.

E quando Sinestro entra in scena, significa sempre che il cosmo sta per cambiare.

Un indizio folle nel trailer: la Lanterna scoiattolo

Tra le battute più sorprendenti del trailer compare una frase destinata a diventare immediatamente virale tra i fan.

John Stewart chiede ad Hal Jordan se abbia parlato con altre Lanterne. Hal risponde con una frase che sembra uscita da una discussione nerd tra amici: lui è l’unico umano, gli altri sono alieni… e uno di loro è uno scoiattolo parlante.

Chi conosce bene i fumetti DC sa che non si tratta affatto di una battuta casuale.

Quel riferimento punta direttamente a Ch’p, uno dei membri più curiosi del Corpo delle Lanterne Verdi. Creato nel 1982 da Paul Kupperberg e Don Newton, Ch’p proviene dal pianeta H’Lven e ha l’aspetto di uno scoiattolo antropomorfo.

Nel lore DC, dopo la morte del protettore del suo settore, l’anello scelse proprio lui. Addestrato da Kilowog sul pianeta Oa, Ch’p divenne una Lanterna coraggiosa e sorprendentemente popolare tra i fan.

La sua storia nei fumetti è stata anche piuttosto tragica: negli anni ’90 il personaggio morì in modo assurdo, travolto da un camion giallo sulla Terra. Un destino bizzarro che lo rese ancora più iconico.

La semplice citazione nel trailer suggerisce che il DC Universe televisivo potrebbe abbracciare anche gli elementi più strani e affascinanti della mitologia cosmica DC.

E conoscendo James Gunn, amante delle creature spaziali fuori dagli schemi, l’idea non sembra affatto impossibile.

Un cast ricco di volti importanti

Il mondo narrativo della serie si espande grazie a un cast che promette di arricchire la dimensione terrestre della storia.

Kelly Macdonald interpreta Kerry, lo sceriffo di una piccola città coinvolta nell’indagine. Nathan Fillion torna nei panni di Guy Gardner, Lanterna Verde e membro della Justice Gang. Garret Dillahunt veste i panni di William Macon, un cowboy contemporaneo con un ruolo ancora misterioso.

Accanto a loro troviamo Poorna Jagannathan nel ruolo di Zoe, Nicole Ari Parker come Bernadette Stewart, madre di John, e Jason Ritter nel ruolo di Billy Macon.

Personaggi apparentemente lontani dal cosmo DC, ma destinati a diventare pedine fondamentali di un mistero molto più grande.

Un’estetica tra fantascienza e noir

L’impatto visivo della serie sembra puntare su un realismo quasi ruvido.

Il trailer mostra pochissimi effetti spettacolari. Gli anelli verdi compaiono appena, come se il potere delle Lanterne fosse qualcosa da rivelare lentamente. Una scelta intelligente, che rafforza l’idea di un thriller investigativo prima ancora che di una saga cosmica.

Il risultato ricorda le atmosfere sporche e malinconiche di certa fantascienza adulta. Un cosmo lontano dalle luci patinate dei blockbuster, abitato da guardiani stanchi, imperfetti, carichi di responsabilità.

Il giuramento delle Lanterne torna a risuonare

Ogni fan DC conosce quelle parole.

“Nel giorno più splendente, nella notte più profonda…”

Il giuramento delle Lanterne Verdi non è soltanto una formula rituale. È una dichiarazione di intenti. Un simbolo di volontà che resiste anche quando l’oscurità sembra avere la meglio.

Lanterns sembra voler riscoprire proprio questo lato della mitologia DC: la responsabilità del potere, il peso delle scelte, la linea sottile tra eroismo e fallimento.

E forse è proprio questa la direzione più interessante per il futuro del DC Universe.

Il debutto è previsto per agosto 2026, ma il trailer ha già acceso discussioni infinite tra i fan. Un thriller cosmico, due Lanterne legendarie, un mistero che parte dalla Terra e si estende tra le stelle.

Se le promesse verranno mantenute, Lanterns potrebbe diventare la serie DC più ambiziosa mai realizzata per la televisione.

E adesso voglio sapere cosa ne pensate voi.
La nuova era delle Lanterne Verdi vi convince? Oppure il DC Universe sta correndo un rischio enorme con questa reinterpretazione noir?

Parliamone nei commenti. Perché quando si parla di DC, le discussioni tra nerd sono sempre… illuminate.

The Brave and the Bold: il Batman che aspetta, tra dubbi creativi e una nuova eredità oscura

A un certo punto, parlando di Batman, bisogna smettere di chiedersi “chi lo interpreta” e iniziare a domandarsi “che fase sta attraversando”. Perché il Cavaliere Oscuro, più di qualsiasi altro supereroe mainstream, è un termometro emotivo dell’industria. Ogni sua incarnazione racconta qualcosa non solo di Gotham, ma di chi lo sta producendo, scrivendo, immaginando. E in questo momento l’aria è strana. Non tesa. Non entusiasmante. Strana, come quelle notti in cui la città è silenziosa e sai che qualcosa si sta muovendo comunque, sotto la superficie.

The Brave and the Bold vive esattamente lì. In quello spazio sospeso dove le promesse sono state fatte, ripetute, rilanciate, ma il motore non è ancora partito davvero. Dove il titolo pesa come un manifesto e allo stesso tempo come una domanda aperta. È il Batman che dovrebbe inaugurare una nuova fase condivisa, quello che finalmente rientra nel flusso del DC Universe senza restare confinato in una bolla autoriale. Eppure, ogni volta che sembra pronto a fare un passo avanti, qualcosa frena. O devia.

Il nome che per mesi è sembrato scolpito nella pietra è quello di Andy Muschietti. Scelta che, all’epoca, aveva un suo senso preciso. Muschietti non è un regista neutro, non è uno che scompare dietro il franchise. Porta sempre con sé un’idea di famiglia disturbata, di legami che fanno paura quanto i mostri. It lo diceva chiaramente. The Flash, nel bene e nel male, tentava di dirlo lo stesso. Batman padre di un figlio che non ha cresciuto, che arriva addestrato a uccidere, sembrava una prosecuzione naturale di quel discorso. Quasi inevitabile.

Eppure oggi quel legame non è più così solido. Non c’è uno strappo ufficiale, nessun addio teatrale. Solo la sensazione che Muschietti abbia davanti più strade di quante ne possa percorrere tutte insieme. Altri progetti, altri incastri, altri tempi. Il cinema dei grandi universi funziona così: se non entri in corsia al momento giusto, rischi di restare fermo al casello mentre il resto del traffico riparte senza di te. E Batman non è il tipo di personaggio che aspetta educatamente.

Nel frattempo, sopra tutto questo, c’è la regia invisibile di James Gunn e Peter Safran. Il nuovo DC Universe non nasce per accumulo, ma per selezione. Meno titoli annunciati tanto per, più idee che devono funzionare davvero prima di essere girate. Questo spiega perché The Brave and the Bold sembri ancora in fase di respirazione controllata, mentre altri progetti hanno già mostrato muscoli e direzione. Batman, paradossalmente, è troppo importante per essere affrettato. E troppo simbolico per permettersi di sbagliare tono.

La svolta più concreta, quella che fa pensare che sotto la superficie qualcosa stia davvero prendendo forma, passa dalla scrittura. Christina Hodson è una scelta che parla chiaro a chi segue questi mondi da anni. Non è una sceneggiatrice chiamata a rattoppare, ma a costruire. Sa muoversi nei franchise senza anestetizzarli, sa scrivere personaggi femminili e maschili senza trasformarli in funzioni narrative. Birds of Prey aveva difetti evidenti, ma anche una voce. Bumblebee ha dimostrato che si può raccontare un’icona senza farla sembrare un museo. The Flash, con tutti i suoi problemi, reggeva proprio quando la storia si concentrava sui rapporti, non sugli effetti.

Ed è qui che The Brave and the Bold diventa interessante davvero. Perché non parla solo di Batman. Parla di un Batman che deve smettere di essere un’icona solitaria e diventare, suo malgrado, un padre. L’ispirazione dichiarata ai cicli di Grant Morrison non è un dettaglio da comunicato stampa. È una dichiarazione d’intenti. Morrison ha preso Bruce Wayne e lo ha messo di fronte alle conseguenze della sua leggenda. Ha introdotto Damian Wayne non come mascotte, ma come bomba emotiva. Un figlio cresciuto nella violenza, convinto di essere migliore di chiunque altro, che obbliga Batman a fare qualcosa che non ha mai saputo fare bene: educare, non controllare.

Portare tutto questo al cinema significa cambiare grammatica. Robin non è più un ragazzino colorato che alleggerisce i toni, ma un conflitto ambulante. Gotham non è solo un luogo da salvare, ma una città che osserva un uomo cercare di non ripetere gli errori dei propri maestri. È una Bat-family che non nasce per fanservice, ma per necessità narrativa. Ed è forse per questo che il progetto viene maneggiato con così tanta cautela.

La separazione netta dal mondo costruito da Matt Reeves va letta in questa chiave. Il Batman di Reeves, incarnato da Robert Pattinson, è una creatura notturna, introspettiva, quasi monastica. Funziona perché è isolata. Chiederle di convivere con altri eroi, con dinamiche familiari, con un universo condiviso, significherebbe snaturarla. Meglio lasciarla crescere per conto suo, mentre altrove si costruisce qualcosa di diverso. Non migliore, non peggiore. Diverso.

Ed eccoci di nuovo al punto di partenza. Muschietti resta o no? La verità è che, oggi, conta meno di quanto sembri. Perché The Brave and the Bold non ha bisogno solo di un regista. Ha bisogno di una visione che tenga insieme l’eredità del personaggio e il nuovo corso del DC Universe. Se Muschietti sarà l’uomo giusto per farlo, bene. Se il testimone passerà a qualcun altro, la vera domanda sarà un’altra: riuscirà questo Batman a parlare di padri e figli senza perdere la sua ombra?

Forse è questo il motivo per cui l’attesa non pesa come un ritardo, ma come un silenzio carico. Gotham è abituata. E anche noi, in fondo, sappiamo riconoscere il momento in cui il segnale non è ancora arrivato, ma la linea è aperta.

Supergirl: Woman of Tomorrow – La rinascita feroce della kryptoniana che cambierà il DCU

Quando il trailer di Supergirl: Woman of Tomorrow è esploso online, quel che si è percepito immediatamente è stato un colpo di frusta emotivo. Non il classico momento da “ok, vediamo cosa combina Kara stavolta”. Piuttosto, la sensazione di essere davanti a un personaggio che pretende attenzione, che si prende lo spazio che per decenni le è stato negato, che rielabora l’eredità della Casa di El con una forza quasi dolorosa. Nel 2026 la kryptoniana interpretata da Milly Alcock farà il suo debutto da protagonista nel nuovo DCU di James Gunn e Peter Safran, e l’impressione è quella di assistere a un vero cambio d’epoca.

Questa Kara non è un simbolo prefabbricato. Non è sorridente, non è accomodante, non è la versione luminosa del cugino Kal-El. È ferita, arrabbiata, ironica, borderline, più incline a fare colazione con un bicchiere forte su un pianeta lontano che con un succo d’arancia nel Kansas. Il trailer la introduce mentre brinda al suo ventitreesimo compleanno con un senso dell’umorismo così malconcio da diventare subito irresistibile. E quando esplode “Call Me” dei Blondie, l’energia cambia completamente: non siamo davanti a una principessa kriptoniana, ma a una sopravvissuta che vive in equilibrio precario tra trauma e resilienza.

Il DCU la presenta fin dal primo secondo come Kara Zor-El, e questo dettaglio racconta più di quanto sembri. A differenza di Clark, lei non ha mai davvero trovato una nuova casa sulla Terra. Non ha avuto le praterie del Midwest, i genitori amorevoli, le notti sotto le stelle. Ha visto Krypton morire con i propri occhi. Ha vissuto l’agonia del suo popolo, non l’ha immaginata. E mentre Clark cresceva imparando ad amare l’umanità, Kara cresceva ricordando ogni minuto ciò che aveva perduto.

Il trailer lo sottolinea senza pietà. Mentre lei parla della facilità con cui Superman vede il bene nelle persone, lascia cadere la frase destinata a definire l’intero film: “Io vedo la verità.” Ed è una verità che brucia.

La Kara di Milly Alcock: perché il fandom è già in ginocchio

L’ingresso di Milly Alcock nel DCU ha lo stesso effetto che ebbe l’arrivo di Gal Gadot nei panni di Wonder Woman: un’improvvisa sensazione di inevitabilità. Alcock non interpreta Kara, Alcock è Kara. Nella sua interpretazione c’è la stanchezza di chi ha vissuto la fine del mondo, il sarcasmo di chi ha visto troppo, la fragilità mai ammessa di chi si protegge dietro una facciata da “niente mi tocca”.

La prima apparizione in Superman (dove arrivava barcollando dopo una notte di festa interplanetaria) aveva già acceso l’entusiasmo, ma il trailer di Woman of Tomorrow ha fatto qualcosa di più. Ha trasformato l’interesse in investimento emotivo. Kara entra in scena come un fulmine, ma quel fulmine ha radici profonde.

Il successo di Superman e il peso che ora ricade su Supergirl

Con il Superman di Gunn protagonista di un debutto da oltre seicento milioni di dollari, molti spettatori hanno iniziato a chiedersi quale sarebbe stato il prossimo tassello per testare la solidità del nuovo universo narrativo. La risposta arriva adesso. Supergirl non è un semplice sequel, non è un progetto di contorno: è la prova di maturità del DCU. È la storia che può definire se l’ambizione di Gunn di raccontare un universo più corale, più drammatico e più stratificato reggerà davvero allo sguardo del pubblico.

Woman of Tomorrow, tratto dalla splendida graphic novel di Tom King e Bilquis Evely, è costruito come un viaggio iniziatico sporco, crudo, emotivamente devastante. Il film conserva questa visione senza compromessi e la porta sul grande schermo con una fedeltà che, pare, abbia già conquistato chi ha assistito alle prime proiezioni riservate.

Un film che nasce da ferite antiche e nuove alleanze

Il cuore narrativo del film si costruisce intorno a una missione che all’inizio sembra quasi un diversivo, ma che diventerà un imperativo morale. Kara incontra Ruthye Mary Knoll, interpretata da Eve Ridley, una ragazza aliena determinata a vendicare l’assassinio del padre. La loro alleanza non nasce dall’empatia, ma dalla necessità. Kara non è in cerca di redenzione. È in cerca di qualcosa che assomigli a un motivo per continuare a essere viva.

E poi c’è Krypto, il cane più maleducato dell’universo, l’amico più fedele che una kryptoniana possa desiderare, il compagno di viaggio che la segue attraverso deserti stellari e pianeti desolati. La loro dinamica è sporchissima e dolcissima insieme: se Kara è spezzata, Krypto è il cerotto che non tiene, ma che lei continua a mettere lo stesso.

Il villain principale, Krem of the Yellow Hills, interpretato da Matthias Schoenaerts, è l’incarnazione della crudeltà senza scrupoli. Niente trasformazioni digitali, niente follie cosmiche: solo un assassino con ideali distorti e una presenza scenica da incubo.

E in mezzo a tutto questo, sbuca lui: Lobo, interpretato da Jason Momoa, finalmente libero di abbracciare la versione più sfacciata e punk del personaggio. Anche se la sua presenza potrebbe essere limitata, la sua impronta sarà devastante.

Il costume che ha fatto impazzire il fandom

Durante il CCXP è stato rivelato il nuovo costume, diventato immediatamente un simbolo programmatico. Non più colorato, non più infantile, non più un doppione di quello del cugino. Il mantello ha linee tese che ricordano l’iconografia di Evely, lo stemma della Casa di El è grande e deciso, la cintura dorata elimina ogni dettaglio superfluo. Non è un abito da supereroina: è un’armatura emotiva.

Un messaggio chiaro: Kara non è un eco femminile di Superman. Kara è una soldatessa che ha già perso tutto e che ha ancora troppi conti aperti con l’universo.

Un DCU che riscrive la mitologia kryptoniana

Una delle svolte narrative più impattanti del nuovo universo riguarda Krypton stesso. L’idea introdotta nel film di Superman, che l’arrivo di Kal-El fosse parte di un piano di colonizzazione, apre scenari completamente inediti. Non più un popolo di puri e illuminati, ma una civiltà complicata, contraddittoria, forse persino colpevole.

David Krumholtz, interprete di Zor-El, ha confermato che il film sarà estremamente fedele alla graphic novel e chiarirà molto della storia familiare della Casa di El. La domanda che il fandom continua a ronzare è affilata come una lama: e se l’eroismo di Krypton non fosse stato così cristallino? E se la famiglia di Kara fosse coinvolta in dinamiche ben più oscure di quelle finora raccontate?

Il film sembra intenzionato ad affrontare queste domande senza paura.

Una costruzione estetica che profuma di epopea sci-fi

Le riprese tra Islanda, Scozia e Londra hanno permesso a Gillespie di costruire un universo visivo che sembra scolpito più che filmato. Niente luci perfette, niente colori saturi, niente spazi rassicuranti. Ogni pianeta è una ferita. Ogni cielo è un ricordo infranto. Ogni navicella ha graffi, bruciature, segni di guerra. Il costume stesso di Kara è segnato, consumato, vissuto. Non un simbolo pulito, ma un’armatura sopravvissuta all’inferno.

Prime reazioni: il film che potrebbe diventare un cult immediato

Secondo alcune indiscrezioni, chi ha visto il film in anteprima privata è uscito in lacrime e applausi. Milly Alcock viene descritta come un “uragano controllato”, capace di unire durezza e delicatezza con una naturalezza quasi spiazzante. Gunn pare esserne innamorato artisticamente, e questo è sempre un segnale potentissimo: quando un regista costruisce un universo narrativo intorno alla psicologia dei suoi personaggi, l’evoluzione è garantita.

Se Superman è la luce, Kara è il coltello che la attraversa

Questa è la vera chiave del film. Superman rappresenta ciò che crediamo di poter essere. Supergirl rappresenta ciò che serve per diventarlo: il dolore, la perdita, la resilienza, la rabbia, la scelta di rialzarsi ogni volta. Non è escluso che David Corenswet appaia in un cameo che ribalterebbe la dinamica vista in Superman. Sarebbe un gesto narrativo perfetto, una danza di specchi fra i due eredi della Casa di El.

Dalle ceneri nasce l’eroina che aspettavamo da anni

Per troppo tempo Kara è stata trattata come un’appendice, come una derivazione, come una variante rosa di Superman. Woman of Tomorrow spezza questa tradizione e la riscrive da capo. Kara diventa il volto della resilienza kryptoniana, la voce di chi ha visto l’oscurità e ha scelto di affrontarla, non di ignorarla.

Il 26 giugno 2026 sta arrivando. E se il trailer è solo un assaggio, allora prepariamoci: il futuro del DCU non parla più soltanto il linguaggio dell’eroismo classico. Parla con la voce graffiata di Milly Alcock. Una voce che brucia come un sole morente e promette una rinascita che potrebbe cambiare tutto.

Jimmy Olsen protagonista del nuovo spin-off di Superman: “DC Crime” porta Metropolis su HBO Max

Il nuovo Universo DC firmato James Gunn e Peter Safran continua a espandersi, e questa volta il protagonista non è un alieno venuto da Krypton, ma un ragazzo armato solo di una macchina fotografica, una buona dose di coraggio e un’irresistibile curiosità giornalistica. HBO Max ha ufficialmente messo in sviluppo “DC Crime”, una serie spin-off dedicata a Jimmy Olsen, lo storico reporter del Daily Planet e “migliore amico di Superman”, destinata a esplorare l’altra faccia di Metropolis: quella dove non volano solo supereroi, ma anche intrighi, scandali e misteri degni di un noir fantascientifico.

Il ritorno di un eroe (quasi) dimenticato

James Bartholomew Olsen, per tutti Jimmy, è un personaggio con una storia lunga quasi quanto quella di Superman stesso. Creato nel 1938 da Jerry Siegel e Joe Shuster, è comparso per la prima volta in Action Comics #6, diventando presto uno dei volti più amati del fumetto americano. Giornalista impacciato ma brillante, simbolo di umanità e intraprendenza in un mondo di dèi in calzamaglia, Jimmy è l’occhio attraverso cui i lettori hanno imparato a guardare Superman da vicino: l’amico fidato, il testimone delle imprese dell’Uomo d’Acciaio, e spesso anche il suo salvato di turno.

La serie DC Crime, ideata dai creatori di American Vandal Dan Perrault e Tony Yacenda, punta a reinventare proprio questo sguardo umano e ironico. Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, sarà Skyler Gisondo (già visto in The Righteous Gemstones e Booksmart) a vestire i panni del giovane fotografo del Daily Planet, qui in una veste del tutto nuova: conduttore di una mockumentary series che indagherà i crimini più bizzarri e pericolosi dell’universo DC. Un’idea geniale che promette di mischiare satira giornalistica, azione e metanarrativa, in perfetto stile HBO.

Un mondo tra supereroi e satire investigative

La scelta di costruire un universo “dal basso” non è casuale. Se Superman: Legacy, il film diretto da James Gunn e interpretato da David Corenswet e Rachel Brosnahan nei ruoli di Clark Kent e Lois Lane, rappresenta l’epica classica dell’eroe, DC Crime si muove invece come un “dietro le quinte” del giornalismo supereroico. Il Daily Planet diventa così un crocevia di personaggi minori, voci, complotti e misteri urbani: una Metropolis viva e pulsante che si racconta da sé, tra flash di fotocamere e prime pagine.

Il primo caso al centro della serie? Niente meno che Gorilla Grodd, il celebre nemico di Flash, un primate iperintelligente capace di controllare la mente umana. La sua presenza lascia intendere che il mondo di DC Crime non sarà confinato a Metropolis, ma potrà espandersi verso Gorilla City, il regno segreto di scimmie evolute nascosto nel cuore dell’Africa. Un dettaglio che, per i fan del DCU, non è casuale: Creature Commandos aveva già accennato all’esistenza di Grodd, e ora sembra che l’Universo condiviso stia davvero prendendo forma, tassello dopo tassello.

Un’eredità che torna dal passato

Per chi conosce la storia editoriale di Jimmy Olsen, questo spin-off non è una novità ma un ritorno alle origini. Negli anni Cinquanta, il giovane reporter aveva infatti una sua testata autonoma, “Superman’s Pal, Jimmy Olsen”, una delle serie più longeve della Silver Age con oltre 160 numeri pubblicati. Lì, Jimmy affrontava trasformazioni assurde — da Turtle Boy a Elastic Lad — e avventure surreali degne dei migliori episodi di Doctor Who. Ma proprio in quelle pagine, nel 1970, fece il suo esordio un personaggio destinato a cambiare per sempre la mitologia DC: Darkseid, il tiranno di Apokolips. Non è quindi un caso che Gunn e Safran abbiano deciso di riportare in primo piano un personaggio così legato alla storia cosmica del DCU.

Tra ironia e mitologia

Se Superman: Legacy promette di restituire la figura di Clark Kent al suo archetipo più puro, DC Crime si prepara a essere la sua controparte metanarrativa: un modo per esplorare il mito dell’eroe attraverso gli occhi dell’uomo comune. E in questo senso, Jimmy Olsen rappresenta la quintessenza del “cittadino di Metropolis”: curioso, fallibile, affamato di verità ma anche pronto a ridere del proprio ruolo in un mondo dominato da dèi e mostri.

È difficile non vedere in questa serie anche una sottile riflessione sul giornalismo moderno, sempre più intrecciato con la spettacolarizzazione dell’informazione. Che cosa significa essere reporter in un’epoca in cui la verità è costantemente filtrata da social, propaganda e “realtà alternative”? DC Crime sembra voler rispondere proprio a questa domanda, con l’ironia tagliente che da sempre contraddistingue gli autori di American Vandal.

E il futuro del DCU?

La comparsa di Gorilla Grodd potrebbe aprire la strada a un debutto inaspettato anche per The Flash nel nuovo DCU. Non ci sono conferme ufficiali, ma il fatto che l’antagonista principale della serie sia storicamente legato al velocista scarlatto è un indizio forte. E se davvero Gunn volesse introdurre il nuovo Flash partendo da DC Crime, sarebbe un colpo di genio degno del suo stile: costruire il mito da una prospettiva laterale, partendo dagli outsider.

Per ora, HBO Max e DC Studios non hanno annunciato una data di uscita o l’inizio delle riprese, ma è chiaro che DC Crime è destinata a essere un tassello importante del nuovo universo condiviso. Un progetto che mescola comicità, mistero e mitologia supereroica, dimostrando ancora una volta che, nel mondo DC, anche il più piccolo dei personaggi può diventare il protagonista di una grande storia.

E forse, in fondo, è proprio questo il cuore della leggenda di Metropolis: non servono superpoteri per essere un eroe. A volte basta una fotocamera, un taccuino… e il coraggio di raccontare la verità.

V for Vendetta torna in TV: HBO prepara la serie prodotta da James Gunn e Peter Safran

Vent’anni dopo aver incendiato gli schermi con il suo messaggio anarchico e la sua iconica maschera di Guy Fawkes, V for Vendetta è pronto a tornare. Nel novembre 2025, infatti, HBO ha annunciato lo sviluppo di una serie televisiva ispirata alla celebre graphic novel di Alan Moore e David Lloyd, con Pete Jackson alla sceneggiatura e James Gunn e Peter Safran, i nuovi architetti dei DC Studios, come produttori esecutivi. Una notizia che arriva con tempismo quasi profetico, pochi giorni dopo quel Remember, remember the fifth of November che ogni anno fa vibrare i cuori di chi ha amato l’opera originale e il film del 2005. In un mondo che sembra sempre più diviso e controllato, l’idea di un ritorno televisivo di V for Vendetta suona come un atto di ribellione culturale perfettamente in linea con lo spirito del tempo.


L’origine di un mito: dal fumetto alla leggenda

V for Vendetta nacque nei primi anni ’80 sulle pagine dell’antologia britannica Warrior, per poi essere completato nel 1988-89 in una miniserie a colori pubblicata dalla DC Comics. Alan Moore e David Lloyd dipinsero un futuro distopico e spaventoso: un Regno Unito piegato da un governo neofascista e omofobo, il Norsefire, nato dalle ceneri di una guerra nucleare.

In questo scenario oppressivo si muove V, un anarchico mascherato ispirato alla figura storica di Guy Fawkes, che orchestra un piano per abbattere il regime e restituire al popolo la libertà di pensare e scegliere. Accanto a lui, la giovane Evey Hammond, salvata dalla polizia segreta e trasformata in simbolo di risveglio civile.

La forza della graphic novel non risiede solo nella sua potenza visiva, ma nella capacità di fondere filosofia politica, poetica della rivolta e introspezione psicologica. Non stupisce che, dopo il suo approdo negli Stati Uniti sotto l’etichetta Vertigo, l’opera sia diventata un cult assoluto, con oltre mezzo milione di copie vendute solo nel 2006.


Dal grande schermo al piccolo: la rivoluzione continua

Il film del 2005, diretto da James McTeigue e scritto dalle Wachowski, con Hugo Weaving e Natalie Portman, trasformò V for Vendetta in un manifesto cinematografico della resistenza individuale contro la tirannia. Oggi, Warner Bros. festeggia il ventennale riportando il film nelle sale il 5 novembre 2026, ma la vera sorpresa è l’annuncio della serie HBO.

Secondo Variety, oltre a Gunn e Safran, la produzione coinvolgerà Ben Stephenson (Poison Pen) e Leanne Klein (Wall to Wall Media, parte di Warner Bros. Television Studios UK). HBO e DC Studios, per ora, non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali, ma l’entusiasmo dei fan è già alle stelle.

Se confermata, la serie si aggiungerà a un pantheon di produzioni DC ad alto tasso di qualità come The Penguin e la prossima Lanterns, consolidando l’asse HBO–DC come la nuova casa dell’universo supereroico (e anti-supereroico) più maturo di sempre.


Il mondo secondo V: anarchia, maschere e attualità

Mai come oggi il ritorno di V for Vendetta appare carico di significato. In un’epoca di sorveglianza digitale, disinformazione e governi polarizzati, la storia di un uomo che dichiara guerra a un sistema totalitario non è solo una fantasia distopica: è un monito.

La maschera di Guy Fawkes, resa celebre dal film e adottata da movimenti come Anonymous, è ormai un simbolo universale di dissenso e libertà. Rivederla in un nuovo adattamento HBO significa riaccendere un dibattito che va oltre la narrativa: cosa significa, oggi, ribellarsi?


La sfida di Pete Jackson

Affidare la sceneggiatura a Pete Jackson (no, non quel Peter Jackson del Signore degli Anelli, ma lo sceneggiatore britannico nominato ai BAFTA per Somewhere Boy) è una scelta interessante. Jackson ha dimostrato una sensibilità rara nel raccontare l’alienazione e la perdita di identità, due temi centrali anche in V for Vendetta.

Il suo tocco intimista potrebbe donare nuova profondità al rapporto tra V ed Evey, esplorando non solo la vendetta come atto politico, ma come processo di trasformazione personale. Se a ciò si unisce la visione viscerale e ironica di James Gunn, la serie potrebbe trovare un equilibrio perfetto tra filosofia e spettacolo.


E nel frattempo…

Mentre si attendono dettagli su cast e produzione, i fan potranno rivivere la magia del film originale che tornerà nei cinema in occasione del ventesimo anniversario. Warner Bros. ha già diffuso un trailer celebrativo, carico di nostalgia e con un messaggio chiaro: le idee non muoiono mai. E tu, cosa ne pensi? Il ritorno di V for Vendetta in TV sarà una rivoluzione culturale o un rischio di tradire lo spirito originale?
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The Conjuring: il ritorno dei Warren e l’espansione dell’universo horror di James Wan

Certe saghe, proprio come i fantasmi che raccontano, non trovano mai pace. The Conjuring: Last Rites doveva essere il gran finale, l’ultimo rito, il commiato definitivo alla storia di Ed e Lorraine Warren. Ma si sa, nell’horror – e a Hollywood – la parola “fine” è spesso solo un’illusione. Dopo aver incassato 487 milioni di dollari in tutto il mondo (più di qualsiasi altro capitolo della serie), il film ha dimostrato che il pubblico non è ancora pronto a lasciare andare i suoi cacciatori di demoni preferiti. E così, dalle nebbie del paranormale, arriva l’annuncio: i Warren torneranno. Ma lo faranno guardando indietro. Secondo Variety, infatti, il nuovo capitolo della saga sarà un prequel, ambientato agli inizi della carriera dei due investigatori dell’occulto. Un ritorno alle origini che promette di riscrivere – o meglio, reinterpretare – la genesi stessa del mito. Alla regia è in trattative Rodrigue Huart, mentre la sceneggiatura è affidata a Richard Naing e Ian Goldberg, già autori degli ultimi due film della saga principale. Il grande assente, almeno per ora, sembra essere James Wan: il padre fondatore del Conjuring Universe non è ancora ufficialmente coinvolto nel progetto, anche se il suo spirito aleggia inevitabilmente su ogni pagina della sceneggiatura.

Gli albori dei Warren: amore, paura e possessioni

La nuova storia ci riporterà ai giorni in cui Ed e Lorraine non erano ancora icone pop dell’occulto, ma due giovani curiosi e idealisti alle prese con i primi fenomeni inspiegabili. Potremmo persino assistere al loro primo incontro, in una versione romanzata (e sicuramente più inquietante del vero). La scelta di ambientare la vicenda nel passato implica quasi certamente un recasting: Patrick Wilson e Vera Farmiga, i volti storici della saga, difficilmente torneranno nei ruoli principali.

Una decisione che non sorprende: Last Rites si apriva proprio con un flashback che mostrava i giovani Warren interpretati da Orion Smith e Madison Lawlor – tanto convincenti da spingere la stessa Farmiga a suggerire di mantenere nuovi attori invece di ricorrere al ringiovanimento digitale. Ed è forse in quel prologo che si nasconde la chiave del futuro (anzi, del passato) del franchise.

Il film, prodotto da New Line Cinema e distribuito da Warner Bros. Pictures, promette di esplorare i primi casi della coppia, quando la linea tra fede e follia era ancora sottile, e il confine tra la verità e la leggenda non era stato codificato in dossier e videocassette spettrali.

Il Conjuring Universe: un mosaico di incubi condivisi

Nato nel 2013 dal genio (e dal sadismo elegante) di James Wan, The Conjuring ha costruito in poco più di dieci anni uno dei universi condivisi più coerenti e redditizi del cinema moderno, con oltre 2,4 miliardi di dollari incassati a fronte di budget complessivi irrisori. Oltre ai film principali dedicati ai Warren, l’universo si è ramificato con spin-off di enorme successo come Annabelle, The Nun e La Llorona.

E proprio la Llorona, la “Donna che piange” del folklore latinoamericano, è pronta a tornare: The Revenge of La Llorona riporterà in scena il suo lamento nel buio. Alla regia ci sarà Santiago Menghini, autore dell’horror psicologico No One Gets Out Alive, mentre la sceneggiatura è firmata da Sean Tretta, specialista di mitologie mostruose. Il film vedrà il ritorno del curandero Rafael Olvera (Raymond Cruz), affiancato da un cast che mescola volti noti della TV horror – come Jay Hernandez, Monica Raymund ed Edy Ganem – a giovani promesse del genere. Le riprese, iniziate a ottobre 2025 a Buffalo, promettono un mix esplosivo di paura, mito e dramma familiare, nello stile più puro e viscerale di Wan.

Come da tradizione, anche in questo spin-off il terrore abiterà tra le mura di casa, là dove i sensi di colpa e i segreti diventano spiriti più spaventosi dei demoni stessi.

L’universo si espande: i demoni arrivano su HBO

Ma la vera sorpresa per i fan del franchise è l’approdo in TV: HBO sta sviluppando una serie ambientata nel Conjuring Universe, un passo che segna un’evoluzione epocale per la saga. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Warner Bros. Television, Atomic Monster di James Wan e The Safran Company di Peter Safran, e sarà guidato da Nancy Won (Jessica Jones, Little Fires Everywhere) nel ruolo di showrunner. Al suo fianco, una coppia di autori che farà la gioia dei nerd più incalliti: Peter Cameron e Cameron Squires, già dietro a serie come WandaVision, Agatha All Along, The Boys e The Acolyte. Il loro coinvolgimento lascia intuire che la serie potrebbe abbracciare nuove dimensioni narrative, fondendo orrore gotico, mitologia pop e introspezione psicologica.

Al momento non si sa se la serie seguirà ancora i Warren o se si concentrerà su nuovi casi e nuove entità, ma una cosa è certa: il mondo di The Conjuring è tutt’altro che finito. Sta solo cambiando forma.

Il terrore non muore mai

In un’epoca in cui molti franchise horror arrancano tra reboot forzati e sequel senz’anima, The Conjuring Universe continua a reinventarsi senza tradire le sue radici. È un laboratorio di paura, dove il sacro e il profano, il reale e il fantastico, convivono come due facce della stessa moneta maledetta.

E allora sì, Last Rites non era davvero “l’ultimo rito”: era solo l’invocazione successiva. Perché nel mondo creato da James Wan, il male non dorme mai – al massimo cambia casa.

Il nuovo calendario del DC Universe: film, serie e l’epica rivoluzione dei supereroi DC

Il futuro del cinema e della serialità supereroistica sta prendendo forma proprio ora, sotto i nostri occhi, con la forza di un nuovo mito che vibra di promesse e rivoluzioni. Il suo nome è DC Universe, o più semplicemente DCU. Un universo narrativo che non nasce per aggiungersi all’affollata costellazione dei franchise contemporanei, ma per riscrivere le regole stesse del genere, segnando una rinascita epica e consapevole della mitologia DC.

Alla guida di questa rifondazione ci sono due nomi che, per chi vive di cinecomic e cultura pop, non hanno bisogno di presentazioni: James Gunn e Peter Safran. Il duo creativo è stato chiamato da Warner Bros. Discovery per ricostruire dalle fondamenta l’universo DC, dopo anni di tentativi, errori e promesse mancate del vecchio DCEU (DC Extended Universe).

Gunn e Safran hanno raccolto le ceneri di un pantheon diviso per riforgiarlo in una mitologia coerente, coraggiosa e finalmente coesa. L’obiettivo non è solo “rimettere ordine”, ma creare un ecosistema narrativo in cui cinema, serie TV, animazione e videogiochi dialogano come parti di un unico grande racconto. E per le storie più eccentriche o indipendenti, ci sarà spazio nell’etichetta parallela DC Elseworlds, dove la libertà creativa potrà correre senza limiti.


Dalle macerie del DCEU alla “bibbia” del nuovo DCU

Il 2022 è stato l’anno zero della rinascita. Dopo la fusione tra Discovery e WarnerMedia, il CEO David Zaslav affida a Gunn e Safran la missione di salvare il marchio DC da un destino di mediocrità e frammentazione. Da quella sfida nasce una vera e propria “bibbia narrativa”, un piano decennale che intreccia il linguaggio del cinema con la sensibilità del fumetto.

Il primo capitolo di questo monumentale progetto porta un titolo che è già tutto un programma: “Gods and Monsters”.
Un nome che suona come una dichiarazione d’intenti, un manifesto poetico in cui il divino e il mostruoso si fondono per raccontare l’anima contraddittoria dell’universo DC. Un mondo dove Superman e Swamp Thing possono convivere nello stesso respiro, come due facce della stessa medaglia: la luce dell’eroe e l’ombra del mostro.


James Gunn: l’artigiano del caos che ama la coerenza

Gunn, autore e regista capace di passare dal sarcasmo pulp dei Guardiani della Galassia alla brutalità poetica di The Suicide Squad, ha voluto chiarire fin da subito la sua filosofia:

“Un film dev’essere basato su una buona sceneggiatura. Non girerò mai un film con uno script incompleto, anche se ha già il semaforo verde.”

Una presa di posizione netta in un’industria che troppo spesso sacrifica la qualità sull’altare della fretta. Gunn ha perfino confessato di aver cancellato un progetto già approvato pur di non tradire quel principio. È questo rigore narrativo la chiave del nuovo DCU: meno improvvisazione, più visione.


Capitolo Uno: “Gods and Monsters”

L’epopea ha preso ufficialmente il via con Creature Commandos, serie animata debuttata nel 2024. Ma il vero battesimo del fuoco arriverà con Superman, il film scritto e diretto da Gunn e previsto per l’estate 2025.

Sarà il film che ridarà all’Uomo d’Acciaio non solo un nuovo volto, ma un nuovo spirito. Il simbolo di un mondo in costruzione, un punto d’origine per un universo che promette meraviglie.

Accanto a lui, una costellazione di progetti che mescolano i toni più epici a quelli più audaci:

  • The Authority, con un team di antieroi che ridefinirà il concetto di giustizia.

  • The Brave and the Bold, nuovo debutto di Batman con Damian Wayne al suo fianco.

  • Supergirl: Woman of Tomorrow, ispirato alla miniserie di Tom King, dove l’eroina sarà esplorata in chiave più introspettiva e spaziale.

  • Swamp Thing, firmato da James Mangold, un horror filosofico che promette di far tremare la palude e le nostre certezze.

Sul versante seriale, l’universo DC si estenderà con Waller, spin-off di Peacemaker con Viola Davis; Lanterns, serie investigativa in stile True Detective ambientata tra le stelle; Paradise Lost, prequel mitologico di Wonder Woman ambientato su Themyscira; e Booster Gold, una commedia temporale che fonde parodia, fantascienza e autocoscienza nerd.


Soft reboot: il passato che non muore

Uno dei temi più discussi tra i fan è la transizione tra DCEU e DCU. Gunn parla di soft reboot: un reset, sì, ma non una cancellazione totale.
Alcuni volti restano: Viola Davis sarà ancora Amanda Waller, John Cena tornerà come Peacemaker e Blue Beetle, interpretato da Xolo Maridueña, farà parte integrante del nuovo universo.

Altri, invece, lasceranno spazio a nuove incarnazioni: la Justice League del passato non tornerà in blocco, ma i suoi archetipi vivranno nuove vite. È una metamorfosi, non un funerale: proprio come accade nei fumetti, dove ogni reboot è un rito di rinascita.


Un mondo di miti, non di città reali

Una differenza sostanziale separerà il DCU dal modello Marvel: non vedremo New York, Los Angeles o San Francisco, ma Metropolis, Gotham, Central City e Themyscira.
Città immaginarie ma iconiche, che incarnano idee, stati d’animo, archetipi morali. È la scelta di un universo che vuole restare mitico, onirico, più vicino ai fumetti che alla cronaca.

Ogni film e serie sarà tratto da specifici archi narrativi della DC Comics, fedeli alla loro essenza ma reinventati per un pubblico contemporaneo. Non stupisce che, dopo gli annunci del 2023, i volumi originali abbiano registrato un boom di vendite: la passione per l’universo DC è tornata a pulsare.


Il calendario del nuovo pantheon DC

L’agenda è fitta, ma scandita da una regola aurea: niente uscite senza sceneggiature pronte.
Il 21 agosto 2025 arriverà la seconda stagione di Peacemaker su HBO Max (e probabilmente in Italia con il debutto del nuovo servizio HBO nel 2026).
Seguiranno il film Supergirl il 26 giugno 2026, Clayface l’11 settembre dello stesso anno e la serie Lanterns, ancora senza data ufficiale.

Sul fronte animato, Dynamic Duo è previsto per il 30 giugno 2028. Si tratta di un film d’animazione in stop-motion dedicato a Dick Grayson e Jason Todd, i due aiutanti di Batman, che, secondo TheWrap, sarà prodotto anche da Matt Reeves tramite la sua società 6th & Idaho, ma non sarà collegato né ai film di The Batman con Robert Pattinson né al nuovo DC Universe di James Gunn. Sarà quindi classificato come “Elseworlds”, ossia un progetto indipendente e non canonico.La sceneggiatura è attualmente in fase di riscrittura da parte di Scott Neustadter e Michael H. Weber, noti autori di (500) giorni insieme.

Nel frattempo, anche se esterno alla continuità principale, The Batman Part II di Matt Reeves – etichettato come Elseworlds – arriverà il 1° ottobre 2027, pronto a continuare il suo oscuro viaggio nella Gotham del realismo gotico.

E sullo sfondo, una lista di titoli in lavorazione che suona come una promessa per i fan: Teen Titans, Wonder Woman, The Authority, Swamp Thing, Booster Gold, Justice League e un misterioso progetto ancora top secret diretto dallo stesso Gunn.


Oltre l’hype: un nuovo modo di credere negli eroi

Il DCU non è solo un universo cinematografico, ma una dichiarazione d’amore per il potere dei miti.
Vuole conciliare umanità e grandezza, ironia e pathos, speranza e terrore. È un esperimento narrativo che cerca equilibrio tra cinema d’autore e intrattenimento pop, tra il linguaggio dei fan e la visione dei creatori.

Con “Gods and Monsters” si apre una stagione in cui il supereroe torna a essere un archetipo – non un meme, non un franchise, ma una leggenda che riflette i nostri conflitti interiori.

Se tutto andrà come previsto, nei prossimi dieci anni assisteremo alla nascita di una nuova mitologia pop, fatta di dèi imperfetti, mostri redenti e sogni di giustizia che non smettono mai di cambiare forma.

E voi, lettori di CorriereNerd.it, siete pronti a entrare nel nuovo DC Universe? Quale eroe (o anti-eroe) attendete con più curiosità?
Scrivetecelo nei commenti o sui nostri canali social: perché questa volta, il multiverso nerd non si guarda soltanto. Si vive.

Henchmen: il copione “segreto” di Zach Cregger con Joker, Harley Quinn e un possibile Batman nel nuovo DCU

Gotham è una città che non conosce tregua. Un crocevia di ombre e luci al neon, di risate folli e giustizia senza volto. Tra i suoi vicoli, un nuovo tassello narrativo sta prendendo forma grazie a Zach Cregger, regista che ha già lasciato il segno con il disturbante Barbarian e l’atteso Weapons. Questa volta, però, non si tratta di horror puro: Cregger ha messo mano a una sceneggiatura ambientata nel cuore del DC Universe, un progetto chiamato Henchmen che ha già acceso la fantasia dei fan. Protagonisti? Joker e Harley Quinn, con il Cavaliere Oscuro che potrebbe fare un’apparizione tanto breve quanto memorabile.

Il regista ha raccontato di aver terminato la sceneggiatura già nel 2022, prima ancora del successo di Barbarian. In quell’anno, ospite del podcast Bloody Disgusting, rivelò per la prima volta di aver scritto una storia “Batman-adjacent”, cioè vicina al mondo del Pipistrello senza essere un classico film di supereroi. Cregger ammise apertamente di non essere un fan sfegatato del genere, ma disse anche che non riusciva a smettere di pensare a questa particolare idea, al punto da sentirsi obbligato a metterla su carta. Il risultato, stando alle sue parole, è il miglior copione che abbia mai scritto, qualcosa di cui è ossessionato e che vorrebbe vedere realizzato a ogni costo.

La trama, rivelata da The Hollywood Reporter, si concentra su uno scagnozzo di basso livello della malavita di Gotham che, per un colpo di fortuna, riesce a mettere fuori combattimento Batman. Non si tratta di un piano elaborato, di un’arma segreta o di un’alleanza con altri villain di spicco: solo una casualità che trasforma un criminale qualunque in una leggenda del sottobosco. Questo evento attira inevitabilmente l’attenzione della coppia più pericolosa della città, Joker e Harley Quinn, la cui presenza nella storia è confermata. Batman, invece, apparirebbe solo per un cameo, ma sufficiente a far percepire il peso del suo mito e l’effetto destabilizzante di vederlo sconfitto da un “nessuno”.

Cregger non ha ancora presentato ufficialmente il progetto ai DC Studios, ma James Gunn e Peter Safran sono consapevoli della sua esistenza. Al momento, la priorità del regista è rispettare i suoi impegni già in programma: un adattamento di Resident Evil, seguito da un film di fantascienza originale, prima di poter tornare a occuparsi di questo script ambientato nel DCU. Lui stesso ha dichiarato che, se arrivasse la chiamata, lascerebbe cadere qualsiasi altro impegno per girarlo. Non ha mai incontrato Gunn di persona, ma non nasconde il desiderio di sedersi a un tavolo con lui per parlarne.

Il fascino di Henchmen sta nella sua prospettiva ribaltata. Non è un’epica battaglia tra eroe e arcinemico, né l’ennesimo origin movie. È un racconto dal basso, visto attraverso gli occhi di chi solitamente rimane sullo sfondo, di chi esegue ordini senza mai finire nei titoli di coda. L’idea di raccontare Gotham da questa angolazione, inserendo Joker e Harley non come semplici guest star ma come motori della trama, permette di esplorare la città in un modo più sporco, più ironico e persino più umano. È un approccio che ricorda certe gemme autoconclusive della DC Comics, quei numeri unici che vivono di vita propria e che restano nella memoria per la loro originalità.

Se Henchmen dovesse trovare posto nella roadmap ufficiale del DCU, rappresenterebbe una deviazione interessante rispetto alle grandi saghe corali e ai progetti più tradizionali. Potrebbe diventare il “Joker meets Fargo” dell’universo di Gunn, un mix di dark comedy, tensione e umorismo nero che solo un autore con il background di Cregger potrebbe orchestrare. E la possibilità di vedere un Batman vulnerabile, sconfitto non da un supercriminale leggendario ma da un colpo di fortuna, è il genere di provocazione che fa discutere per settimane nei forum e nei social.

Per ora resta un sogno nel cassetto, ma uno di quelli che hanno già iniziato a vivere nella testa dei fan. Gotham è fatta così: a volte le storie più esplosive partono dai margini, da un vicolo buio dove nessuno guarda. E chissà che, prima o poi, non ci ritroveremo tutti al cinema a seguire la parabola di uno scagnozzo qualunque che ha avuto la sua giornata di gloria… e a chiedere a gran voce un seguito. Perché in fondo, anche tra i criminali di Gotham, c’è sempre spazio per una leggenda.

Wonder Woman torna nel DC Universe: James Gunn conferma il nuovo film sull’Amazzone

C’è un’energia che serpeggia tra le pagine digitali delle notizie nerd in questi giorni. Un fremito sottile ma inesorabile, come il battito d’ali di un grifone sulle scogliere di Themyscira. Sì, amiche e amici del CorriereNerd.it, è giunto il momento di tornare a parlare di lei: la sola, l’unica, inimitabile Wonder Woman. E questa volta non si tratta di speculazioni, teorie o sussurri nella notte: abbiamo finalmente notizie ufficiali, fresche fresche e confermate, che rimettono la principessa amazzone al centro del pantheon cinematografico del nuovo DC Universe.

L’annuncio è arrivato con tutta la potenza di un fulmine lanciato da Zeus in persona: James Gunn, il demiurgo che sta riforgiando il destino del DCU insieme a Peter Safran, ha rivelato che un nuovo film su Wonder Woman è attualmente in fase di scrittura. Non si tratta di una semplice idea buttata lì, ma di un progetto concreto che sta già prendendo forma su carta (o meglio, su file), parola dello stesso Gunn durante un’intervista rilasciata il 10 giugno 2025. “Stiamo lavorando a Wonder Woman,” ha detto, lasciando intendere che il progetto è ancora nelle sue fasi iniziali, ma è reale, vivo e pronto a germogliare.

Un momento di gioia pura per tutti noi che, negli ultimi mesi, avevamo iniziato a temere che Diana fosse rimasta indietro nel nuovo mosaico del DC Universe. In effetti, fino a poco tempo fa, lei era l’unica dei “Grandi Quattro” a non avere ancora un film ufficialmente annunciato. Perché sì, ormai è chiaro che il nuovo DCU poggerà su quattro colonne portanti: Superman, Batman, Supergirl e, naturalmente, Wonder Woman. David Zaslav, CEO di Warner Bros. Discovery, lo aveva già anticipato con fierezza, parlando di un futuro in cui Kara Zor-El avrebbe affiancato i due iconici maschi alfa e la nostra amata Diana in una nuova trinità espansa, più inclusiva e moderna. Ma senza Wonder Woman, quella visione sarebbe stata zoppa.

Ora, con l’annuncio ufficiale del film, le cose si fanno serie. Ancora più interessante, però, è la rivelazione fatta da Deadline, che nelle scorse ore ha riportato un dettaglio cruciale: la sceneggiatura sarà firmata da Ana Nogueira, già incaricata di scrivere il film dedicato a Supergirl e impegnata anche sulla serie live-action dei Teen Titans. Un nome che, sebbene ancora poco noto al grande pubblico, promette di portare una sensibilità contemporanea e coerente con il nuovo corso narrativo dell’universo DC. Il suo coinvolgimento, per ora, non è stato commentato ufficialmente dai DC Studios, ma la notizia è bastata a scatenare un’onda d’entusiasmo tra i fan.

Ed è impossibile non notare come questa nuova direzione arrivi in un momento cruciale per il brand DC. Il recente successo planetario del film Superman, sempre diretto da James Gunn, è stato un segnale chiarissimo: il pubblico è ancora affamato di supereroi, ma vuole storie nuove, volti nuovi e – soprattutto – un universo coeso. Con oltre 409 milioni di dollari incassati in poche settimane, Superman ha dato una scossa vitale a un franchise che molti credevano ormai fuori gioco. E ora, con Wonder Woman pronta a tornare in campo, le cose potrebbero davvero decollare.

Ovviamente, il percorso per riportare Diana sul grande schermo non è stato tutto rose e fiori. Ricordiamoci che il tanto chiacchierato Wonder Woman 3 di Patty Jenkins è stato ufficialmente cancellato quando Gunn e Safran hanno preso il timone dei DC Studios. Una decisione che fece parecchio rumore – e non poca polemica – anche per via dell’addio (non proprio consensuale) di Gal Gadot, la cui interpretazione di Diana aveva segnato un’intera generazione di spettatori. Tuttavia, alla luce del nuovo piano decennale del DCU, la scelta appare ora più che sensata. Per costruire un universo narrativo coeso, serve coerenza. E questo significa, inevitabilmente, ricominciare da capo.

Dunque sì, è praticamente certo che vedremo una nuova interprete indossare i bracciali d’argento e brandire la Lancia di Atena. E mentre i rumor continuano a impazzare online – tra i nomi più chiacchierati c’era perfino Milly Alcock, reduce da House of the Dragon, ma James Gunn ha smentito tutto – al momento non c’è ancora una scelta definitiva per il ruolo. Il mistero su chi sarà la nuova Wonder Woman rimane fitto, ma forse è meglio così. Il fascino dell’attesa, del “chi sarà degna?”, alimenta la nostra immaginazione e tiene alta la tensione narrativa. Un po’ come succedeva quando aspettavamo con ansia la prossima stagione di Smallville o il nuovo costume di Batman.

E intanto, mentre l’ombra della nuova Diana si staglia all’orizzonte, non possiamo dimenticare il ruolo monumentale che il personaggio ha giocato nella cultura pop. Creata nel 1941 da William Moulton Marston, Wonder Woman è stata la prima supereroina a rompere le barriere di genere nei fumetti, incarnando un modello di forza femminile che univa potere e compassione, giustizia e amore, battaglia e diplomazia. La sua influenza è stata tale da attraversare decenni, generazioni e medium diversi: dalla leggendaria Lynda Carter nella serie TV anni ’70, alla potente incarnazione cinematografica di Gal Gadot, fino ad arrivare ai fumetti moderni e ai videogiochi. È un simbolo, un faro, una vera dea tra gli eroi.

Ecco perché il ritorno di Wonder Woman nel nuovo DCU non è una semplice notizia di cinema. È un evento culturale. È il ripristino di un equilibrio mitologico. È il richiamo delle Amazzoni, pronte a cavalcare di nuovo tra le nuvole dei nostri sogni nerd. In un universo che si sta ricostruendo pezzo dopo pezzo, con nuovi Green Lantern in arrivo, un Flash in fase di rilancio e una Justice League che finalmente sembra avere una visione condivisa, Diana è più che mai necessaria. Perché lei non è solo una combattente: è la coscienza dell’intero pantheon DC.

Quindi sì, possiamo finalmente urlarlo con fierezza: Wonder Woman sta tornando. E non vediamo l’ora di scoprire chi sarà chiamata a raccogliere il Lazo della Verità e a incarnare questo mito immortale. Il viaggio sarà lungo, certo, ma ogni passo ci avvicina a una nuova epoca di gloria per l’universo DC.

E voi? Chi vorreste vedere nei panni della nuova Wonder Woman? Quale attrice pensate possa incarnare lo spirito indomito dell’Amazzone? Condividete le vostre teorie nei commenti, diteci la vostra e – soprattutto – diffondete la notizia sui vostri social: il mondo ha bisogno di sapere che Diana sta per tornare. E noi nerd, come sempre, saremo pronti ad accoglierla con il rispetto che merita.

Creature Commandos: Il Nuovo Capitolo del DCU sotto la Guida di James Gunn

Con Creature Commandos, James Gunn ha finalmente lanciato il tanto atteso nuovo universo cinematografico DC (DCU), segnando l’inizio di una nuova era per i supereroi. La serie, che ha debuttato su Max, non si limita a essere un semplice punto di partenza per un progetto più ampio, ma funge da preambolo carico di freschezza e audacia, destinato a spaziare tra cinema, televisione e videogiochi. Come primo capitolo di una lunga saga, Creature Commandos si pone come un ponte tra l’eredità del vecchio DCEU e l’innovativo DCU, avviando un percorso narrativo solido e ricco di potenziale.

La serie, scritta e prodotta da James Gunn, gioca con la sua tipica ricetta: un mix di stramberie irresistibili, musica iconica, battute pungenti e una buona dose di violenza stilizzata. Sebbene l’approccio di Gunn possa sembrare ripetitivo per alcuni, la sua capacità di mescolare leggerezza e momenti emotivi forti conferisce a Creature Commandos un’identità unica e inconfondibile. Non è solo un racconto di supereroi; è una riflessione sulle fragilità e le sfumature umane, anche quando i protagonisti sono mostri, robot e creature da incubo. La capacità di Gunn di fondere umorismo e dramma in un equilibrio perfetto emerge in tutta la sua potenza, e il risultato è una serie che riesce ad affascinare e commuovere con la stessa intensità.

La trama di Creature Commandos ruota attorno alla Task Force M, un gruppo di disadattati formato da personaggi tanto bizzarri quanto affascinanti. La serie non solo esplora le missioni impossibili che questi eroi (o anti-eroi) devono affrontare, ma si sofferma anche sulle dinamiche interpersonali e sulle evoluzioni emotive di ciascuno di loro. Ogni membro della squadra è un personaggio ben definito, con una propria storia e motivazioni, che lo rende memorabile e interessante. Tra i tanti, emerge il personaggio di G.I. Robot, una figura affascinante che mescola l’umanità e la robotica in un conflitto interno tanto profondo quanto coinvolgente. Sebbene scegliere un personaggio preferito in una squadra così ricca di personalità sia difficile, G.I. Robot risulta particolarmente affascinante per la sua lotta interiore, rendendolo uno dei momenti più emozionanti della serie.

Quello che rende Creature Commandos ancora più speciale è la scrittura brillante di Gunn, capace di mescolare umorismo e introspezione senza mai scivolare nel banale. Le battute, sempre taglienti e ironiche, sono equilibrate da momenti di grande profondità emotiva, che conferiscono alla serie una sensazione di autenticità. Gunn riesce a scavare nelle debolezze e paure dei suoi protagonisti, facendoli crescere e cambiare nel corso degli episodi, e tutto ciò avviene senza mai perdere il ritmo frenetico che caratterizza la serie. Questo connubio tra comicità e dramma, che ha già conquistato i fan in progetti precedenti come Guardians of the Galaxy e The Suicide Squad, è uno degli elementi che conferisce a Creature Commandos una marcia in più.

Dal punto di vista delle performance, il cast di Creature Commandos non delude. David Harbour, Indira Varma, Frank Grillo e Alan Tudyk offrono interpretazioni di alta qualità, riuscendo a dare vita a personaggi complessi e sfumati. Le loro performance non solo rendono le dinamiche tra i vari membri della Task Force M interessanti, ma portano anche un’ulteriore dimensione emotiva alla serie. Ogni battuta, ogni sguardo e ogni reazione sembra essere pensata per approfondire i legami tra i protagonisti, e ciò è reso possibile grazie al talento di questi attori. Non possiamo dimenticare la colonna sonora, che è un altro dei punti di forza di questa serie. Come sempre, Gunn sceglie brani che non solo accompagnano le scene, ma le arricchiscono, aggiungendo emozione e carica narrativa a ogni momento significativo.

Tuttavia, nonostante tutti i pregi, Creature Commandos non è priva di difetti. Alcuni episodi sembrano meno incisivi rispetto ad altri, con alcuni momenti che appaiono ripetitivi o prevedibili. Le dinamiche tra i personaggi, pur essendo promettenti, non sono ancora completamente sviluppate, e la serie a volte sembra spingersi in territori narrativi già esplorati, come le storie di formazione e le missioni di gruppo. Sebbene queste tematiche siano trattate con freschezza e originalità, non sempre riescono a stupire. Inoltre, nonostante la serie mantenga alta l’attenzione, in alcuni frangenti il ritmo potrebbe sembrare un po’ meno incalzante rispetto ai momenti più carichi di azione.

Guardando al futuro, Creature Commandos si pone come un promettente punto di partenza per il DCU sotto la guida di James Gunn e Peter Safran. Se questa serie è solo l’inizio, il futuro del DCU sembra davvero luminoso. La serie non solo prepara il terreno per futuri progetti, come i film su Superman e Batman, ma stabilisce anche un universo interconnesso che spazia tra film, serie TV e videogiochi. Il concetto di un DCU unificato, già annunciato da Gunn, è palpabile in ogni episodio, e questo ci fa sperare che il futuro porti con sé storie ancora più audaci e intriganti.

In conclusione, Creature Commandos non è solo una serie di apertura per il nuovo DCU, ma è anche un tributo alla tradizione dei fumetti e dei media, con la firma distintiva di James Gunn che mescola elementi di umorismo, azione e riflessione emotiva. La serie riesce a onorare il passato, pur dando una visione unica e personale, creando un universo che si prospetta ricco di potenzialità. Se questo è solo l’inizio, non possiamo che essere ansiosi di vedere dove porterà la Task Force M e quali sorprese ci riserverà il futuro del DCU.

Super/Man: The Christopher Reeve Story è la storia di un vero Eroe

Nel panorama cinematografico del Sundance Film Festival di quest’anno, un documentario ha catturato l’attenzione e il cuore del pubblico, regalando un’emozione rara e profonda. “Super/Man: The Christopher Reeve Story” racconta la vita di Christopher Reeve, l’attore che ha interpretato il più leggendario tra Superman e la cui esistenza è stata segnata da un tragico incidente che lo ha portato alla paralisi. Il documentario è stato diffuso il 25 settembre 2024, una data simbolica poiché coincide con il compleanno dell’attore,distribuito a livello mondiale dalla Warner Bros in collaborazione con i DC Studios, sotto la direzione di James Gunn e Peter Safran.

Christopher D’Olier Reeve nacque a New York il 25 settembre 1952, in una famiglia intellettuale che lo ha influenzato profondamente. Suo padre, Franklin D’Olier Reeve, era uno scrittore, mentre sua madre, Barbara P. Lamb, era una giornalista. Questa atmosfera stimolante contribuì a far crescere in Reeve una passione per le arti. Dopo aver ottenuto una laurea in Inglese e Teoria Musicale presso l’Università Cornell nel 1974, proseguì i suoi studi alla Juilliard School, dove si formò sotto la guida del leggendario John Houseman. La carriera di Reeve decollò nel 1976 con il suo debutto a Broadway, ma il vero successo arrivò nel 1978 con “Superman”. Questo ruolo lo consacrò come un’icona del cinema, interpretando il supereroe in quattro film fino al 1987. La vita di Reeve subì un cambiamento drammatico il 27 maggio 1995, quando un incidente durante una gara di equitazione lo lasciò tetraplegico. La lesione al midollo spinale lo privò dell’uso degli arti e della capacità di respirare autonomamente, trasformando la sua esistenza da celebre attore a simbolo di resilienza e lotta per i diritti delle persone disabili. Nonostante le difficoltà, Reeve continuò a lavorare e a recitare in film e serie, diventando un ardente sostenitore della ricerca sulle cellule staminali.

Reeve, che all’inizio della sua carriera era gracile, si era sottoposto a intensi allenamenti per diventare Superman. Nonostante la fama, desiderava diversificare la sua carriera, interpretando ruoli più complessi e sfidanti. Il documentario di Ian Bonhôte e Otto Burnham, arricchito dalle testimonianze dei figli di Reeve, Matthew, Alexandra e Will, offre uno sguardo intimo sull’attore e sull’uomo, rivelando il paradosso della sua vita, caratterizzata da attività sportive e un tragico destino. Il film affronta anche la generosità di Reeve, che, consapevole delle difficoltà altrui, utilizzò la sua notorietà per influenzare i politici a sostenere la ricerca per migliorare la vita delle persone disabili. Con coraggio, si presentò sul palco degli Oscar, affrontando il pubblico in una commovente standing ovation, dimostrando così il suo impegno per i diritti dei più deboli.

Il documentario “Super/Man” non si limita a narrare il viaggio personale di Reeve, ma esplora anche le relazioni significative della sua vita, in particolare l’amicizia con Robin Williams. Con delicatezza, il film racconta come Williams, travestito da chirurgo, visitasse Reeve in ospedale per sollevarne il morale nei momenti più bui. Questa amicizia, nata durante i loro studi alla Juilliard, diventò un’ancora di salvezza per entrambi. Williams, che considerava Reeve un fratello, si distinse anche per i gesti d’affetto, come l’acquisto di un furgone speciale per permettere al suo amico di partecipare agli Oscar dopo l’incidente.

Commovente è anche la storia della sua famiglia allargata, composta dalla moglie Dana e dalla sua ex compagna Gae Exton. Insieme, fondarono una fondazione per sostenere la ricerca sulle lesioni spinali e migliorare la vita delle persone affette. Purtroppo, nel 2004, il cuore di Reeve si spense, segnando la fine di una vita straordinaria. Due anni dopo, Dana seguì il marito, vittima di un tumore, un destino che molti attribuirono ai sacrifici fatti per lui.

“Super/Man” è, in definitiva, un racconto di amore, resilienza e impegno, un tributo a un uomo che ha saputo trasformare la sua vita in un messaggio di speranza. Il documentario offre uno sguardo sincero e profondo su un supereroe che, al di là della finzione, è diventato un vero protagonista della sua epoca, lasciando un’eredità che continua a vivere attraverso i suoi figli e il suo impegno per una causa più grande. La storia di Christopher Reeve ci ricorda l’importanza di affrontare le avversità con coraggio e di non smettere mai di combattere per ciò che è giusto, ispirando generazioni a venire.

Steven Spielberg e il Film Mai Realizzato su Blackhawk: Il Sogno Perduto del Maestro del Cinema

Nel vasto panorama dei progetti mai concretizzati a Hollywood, pochi riescono a evocare il rimpianto e l’ammirazione come il tentativo di Steven Spielberg di portare sul grande schermo Blackhawk, l’iconico pilota della Seconda Guerra Mondiale proveniente dall’universo DC Comics. Spielberg, uno dei registi più celebrati della storia del cinema, ha sempre avuto un’affinità naturale con le storie ambientate in contesti bellici, come dimostrano capolavori quali Salvate il Soldato Ryan e la serie Band of Brothers. Tuttavia, il suo flirt con l’universo DC si è infranto contro le barriere dell’instabilità e delle priorità mutevoli dello studio cinematografico, lasciandoci solo immaginare cosa avrebbe potuto essere.

Spielberg e l’Attrazione per Blackhawk: Una Visione Interrotta Due Volte

La storia del mancato film su Blackhawk risale agli anni ’80, quando Spielberg si avvicinò per la prima volta al personaggio. Blackhawk, alias Janos Prohaska, è un pilota leggendario che guida l’unità Blackhawk Squadron, un gruppo d’élite durante la Seconda Guerra Mondiale. Un progetto che avrebbe permesso al regista di unire la sua maestria narrativa alla sua passione per le storie di guerra. Inizialmente, l’attore Dan Aykroyd, all’apice della sua popolarità grazie a Ghostbusters, era considerato per il ruolo principale, suggerendo un possibile approccio più leggero. Tuttavia, il progetto non decollò, e Spielberg si dedicò invece a un altro capolavoro del periodo, I Predatori dell’Arca Perduta.

Il secondo tentativo avvenne nel 2018, poco dopo il successo di Ready Player One. Warner Bros., nel tentativo di diversificare il panorama cinematografico della DC, annunciò ufficialmente il progetto Blackhawk, con Spielberg alla regia e alla produzione. Ma il sogno si dissolse nuovamente, complice l’instabilità creativa della DC e il processo di ristrutturazione che avrebbe portato, anni dopo, James Gunn e Peter Safran alla guida del franchise.

Cosa Avrebbe Potuto Essere: Il Legame con Salvate il Soldato Ryan

Immaginare Spielberg alle prese con un film su Blackhawk è un esercizio affascinante. Il regista ha già dimostrato una padronanza ineguagliabile nel rappresentare la brutalità e l’umanità della guerra con Salvate il Soldato Ryan. Questa pellicola, con il suo realismo crudo e la narrazione avvincente, avrebbe potuto essere una fonte d’ispirazione diretta per Blackhawk.

Mentre i film di supereroi spesso si concentrano su battaglie spettacolari e poteri straordinari, Blackhawk avrebbe potuto offrire un’angolazione diversa, fondendo il dramma umano con il senso di avventura tipico delle storie di Spielberg. La DC avrebbe avuto un film che si discostava dal tipico schema del genere, esplorando temi più maturi e radicati nella storia.

Il Ruolo di Spielberg nell’Evoluzione dei Film Bellici

Non è solo Salvate il Soldato Ryan a dimostrare il talento di Spielberg nel genere bellico. Il regista ha anche contribuito come produttore esecutivo a serie acclamate come Band of Brothers, The Pacific e Masters of the Air. Questi progetti mostrano il suo approccio meticoloso e rispettoso verso le storie di guerra, un’attenzione che avrebbe senza dubbio portato anche in Blackhawk.

Il regista ha sempre dimostrato una capacità unica di bilanciare spettacolarità e profondità emotiva, rendendo ogni progetto un’esperienza immersiva. La sua visione per Blackhawk avrebbe probabilmente enfatizzato i dilemmi morali, l’eroismo quotidiano e i legami umani che si sviluppano in tempo di guerra.

L’Eredità di un Film Mai Realizzato

Nonostante il progetto non abbia mai preso vita, il semplice fatto che Spielberg fosse interessato a Blackhawk aggiunge un’aura di prestigio al personaggio e alla sua storia. Questo interesse dimostra anche come il regista sia sempre stato disposto a esplorare nuovi generi e sfide, spingendo i confini del cinema.

Oggi, mentre la DC si trova sotto una nuova leadership, è lecito chiedersi se l’idea di un film su Blackhawk possa essere ripresa. Spielberg potrebbe non essere più coinvolto, ma il suo tocco immaginifico rimane un faro per chiunque voglia affrontare questo progetto in futuro.

Il mancato film su Blackhawk rappresenta un’occasione persa non solo per la DC, ma per l’intero panorama cinematografico. Tuttavia, come dimostra la carriera di Spielberg, i grandi sogni non svaniscono mai del tutto: restano lì, pronti a ispirare nuove generazioni di cineasti.

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