22 febbraio 1981: quando il cosplay ha smesso di essere spettatore ed è diventato storia

Un vento freddo e tagliente attraversava Tokyo quel 22 febbraio 1981, ma sotto la superficie dell’aria invernale stava ribollendo qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la storia della cultura pop mondiale. Non era solo la promozione di un film animato, non era soltanto un raduno di fan. Era una faglia che si apriva sotto i piedi della società giapponese, un momento in cui l’immaginario smetteva di restare confinato sullo schermo per riversarsi in strada, tra la folla, tra i corpi.

Davanti alla stazione di Shinjuku si teneva l’Anime New Century Declaration, un evento pensato come lancio cinematografico di Mobile Suit Gundam, la serie creata da Yoshiyuki Tomino che aveva già iniziato a cambiare il linguaggio dell’animazione giapponese. Gli organizzatori si aspettavano qualche centinaio di bambini. Si presentarono in ventimila. Ventimila. Un numero che oggi associamo ai concerti o ai grandi festival, ma che all’epoca, per un anime, aveva il sapore di una rivoluzione.

Per capire cosa stesse succedendo bisogna tornare indietro di qualche anno. La fine dei Settanta aveva già incrinato l’idea che l’animazione fosse soltanto intrattenimento infantile. Space Battleship Yamato aveva acceso l’immaginazione di un pubblico più adulto, generando riviste, discussioni, un ecosistema di fan organizzati in un’epoca in cui Internet non era neppure un’ipotesi. Gundam arrivò in quel terreno fertile e lo trasformò in qualcosa di più complesso, più politico, più umano. Niente eroi invincibili e rassicuranti: al loro posto ragazzi trascinati in guerre più grandi di loro, adulti ambigui, sistemi corrotti.

Quel pomeriggio, con la folla ormai ingestibile e la polizia preoccupata per possibili incidenti, Tomino salì sul palco e chiese ai fan di fare un passo indietro, di non trasformare quell’entusiasmo in caos. La sua voce non era quella di un produttore in cerca di hype. Era quella di un autore che sapeva di essere sotto osservazione, di vivere in un Paese in cui l’animazione veniva ancora considerata cultura minore, quasi imbarazzante. Se qualcuno si fosse fatto male, disse, avrebbero puntato il dito contro “i fan degli anime”, contro quella tribù rumorosa e giudicata infantile.

In quel momento si percepì qualcosa di diverso. Non un semplice evento promozionale, ma un atto collettivo di autoaffermazione. Sul palco salirono disegnatori, animatori, doppiatori. Professionisti che fino ad allora lavoravano dietro le quinte, spesso invisibili, etichettati come artigiani di un medium ritenuto “spazzatura”. Per la prima volta si trovarono di fronte a migliaia di ragazzi che li acclamavano come autori, come architetti di mondi.

E poi accadde la scena che ancora oggi risuona nella memoria della community. Due fan in costume, uno dei quali sarebbe diventato un nome leggendario dell’animazione, Mamoru Nagano, lessero la cosiddetta Dichiarazione di Shinjuku. Uno di loro si presentò ai giornalisti non con il proprio nome, ma come “Char Aznable”, il rivale carismatico della serie. Non un semplice travestimento. Un’identificazione totale. Un atto performativo. Dichiarò che da quel giorno iniziava una nuova era dell’animazione.

«io, Shia Aznable, in qualità di rappresentante di tutti i fan di Gundam dell’intero Giappone, dichiaro che oggi inizia la nuova era dell’animazione».

Quel gesto racchiude già tutto. L’autopresentazione come personaggio. L’appropriazione dell’identità narrativa. L’idea che lo spettatore possa attraversare lo schermo e diventare parte attiva della storia. Prima ancora che la parola “cosplay” esistesse, era nato qualcosa che in Giappone veniva chiamato kasou, letteralmente “travestimento”, ma in realtà molto di più. Non un costume di Carnevale, non una maschera per nascondersi. Una dichiarazione di appartenenza.

Quella giornata è stata spesso definita la Woodstock dell’anime, e non è un’esagerazione romantica. È il momento in cui l’animazione giapponese osa competere con la letteratura e il cinema mainstream, rivendicando dignità artistica. È il momento in cui i fan smettono di essere pubblico silenzioso e diventano soggetto collettivo.

Pochi mesi dopo, durante il Comic Market di Tokyo, alcune ragazze iniziarono a passeggiare vestite come Lamù, protagonista di Urusei Yatsura. Quelle immagini fecero il giro delle riviste specializzate. Il fenomeno cresceva, ma ancora mancava una parola capace di definirlo. A coniarla fu Nobuyuki Takahashi, dopo aver partecipato alla Worldcon di Los Angeles. Unì “costume” e “play”, giocare e recitare, in una sintesi perfetta. Nacque “cosplay”, in giapponese kosupure. Non solo indossare, ma interpretare. Non solo giocare, ma incarnare.

Da lì in poi l’onda si espanse. Harajuku diventò laboratorio a cielo aperto. Le convention americane assorbirono l’estetica giapponese e la rielaborarono. Anni dopo, anche in Italia iniziarono a comparire le prime fiere dove qualche ragazzo, tra uno stand di fumetti e uno di videogiochi, si presentava con una spada sproporzionata e una parrucca improbabile. Chi ha vissuto quell’epoca lo ricorda con una tenerezza feroce. Niente tutorial, niente stampa 3D, solo colla a caldo, notti insonni e forum frequentati in silenzio prima di trovare il coraggio di postare una foto.

L’esplosione degli anni Novanta, con titoli come Final Fantasy VII, ridefinì l’immaginario visivo di un’intera generazione. Spade gigantesche, capelli impossibili, mantelli neri che diventavano simboli identitari. Poi arrivò Naruto, e le fiere italiane si riempirono di bande frontali, tecniche ninja gridate nei corridoi, fotografie scattate con macchine digitali che oggi sembrano reperti archeologici.

Eppure il meccanismo resta identico a quello di Shinjuku 1981. Il cosplay non è travestimento. È linguaggio. Il corpo diventa medium, la stoffa diventa testo. Ogni costume è un’interpretazione, mai una copia perfetta. Indossare un personaggio significa dichiarare “questo mondo mi appartiene”, ma anche riscriverlo attraverso la propria sensibilità.

Passeggiando oggi tra gli stand di una fiera italiana si percepisce qualcosa che va oltre l’estetica. Sguardi che si incrociano e si riconoscono senza bisogno di spiegazioni. Una complicità costruita su citazioni condivise, su pomeriggi passati davanti alla TV, su notti trascorse a montare armature improvvisate. È partecipazione attiva, come direbbe Henry Jenkins. È capitale simbolico, per citare Pierre Bourdieu. Ma chiunque abbia indossato un costume almeno una volta sa che la teoria non basta.

Davanti allo specchio, nel momento in cui l’ultimo dettaglio va al suo posto, succede qualcosa di difficile da spiegare. Non diventi qualcun altro. Diventi una versione più esplicita di te stesso. Parti di carattere che nella quotidianità restano nascoste trovano spazio attraverso un’armatura, una parrucca, un paio di lenti a contatto.

Foto di Alessandra Angelini, Pamy, Sonia Moriccioni, Giada Colistra, Peppe Labate, Gianni Liuzzi

Oltre quarant’anni dopo quella dichiarazione davanti alla stazione di Shinjuku, il cosplay è fenomeno globale. Ha attraversato trasformazioni tecnologiche, ha flirtato con la competizione internazionale, ha trovato casa sui social, nei contest, nei workshop professionali. È stato frainteso, ridotto a folklore, esaltato come arte performativa. Ha cambiato forma, materiali, linguaggi.

L’intuizione originaria però resta intatta. La fantasia non come fuga, ma come costruzione di senso. L’immaginario come spazio abitabile. Un anime come Mobile Suit Gundam non è soltanto una serie televisiva, ma un universo in cui si può entrare, prendere posizione, dichiarare chi si è.

Ogni 22 febbraio torna come una ricorrenza silenziosa per chi conosce questa storia. Non per nostalgia sterile, ma per ricordare che tutto è iniziato da un gruppo di ragazzi che ha deciso di non restare seduto a guardare. Hanno attraversato lo schermo. Hanno dato un nome a un gesto. Hanno costruito un ponte tra immaginario e realtà.

Il futuro del cosplay si muove già altrove, forse in una stanza dove qualcuno sta sperimentando un nuovo materiale, forse in una chat dove si discute su come migliorare una parrucca, forse negli occhi di un adolescente che guarda un anime e pensa, senza dirlo a nessuno, che vorrebbe essere lì dentro.

Quella faglia aperta nell’inverno del 1981 non si è mai richiusa. Ogni volta che qualcuno indossa un sogno e decide di viverlo, la dichiarazione continua.

  

Corpi Elettrici e Pixel curiosi: La Grande Liberazione dell’Erotismo Nerd

Per decenni, la narrazione mainstream ha cercato di venderci un’immagine del nerd come una creatura asessuata, un eterno fanciullo rinchiuso in una cameretta, troppo impegnato a memorizzare statistiche di GDR o a catalogare albi rari per accorgersi dell’esistenza del corpo e del piacere. Questa è, senza mezzi termini, una delle più grandi bugie culturali del nostro tempo. Chiunque sia cresciuto nutrendosi di pane e fantascienza, chiunque abbia passato notti insonni davanti a un monitor o perso il fiato sfogliando una graphic novel, sa perfettamente che l’erotismo non è un ospite inatteso o un’aggiunta recente studiata per compiacere gli algoritmi dei social. Al contrario, la tensione sensuale è una costante sotterranea, un battito cardiaco che pulsa fin dalle origini di questi mondi e che oggi sta finalmente emergendo dalle ombre, rivendicando il proprio spazio senza più bisogno di giustificazioni o imbarazzate ipocrisie.

L’erotismo nel panorama geek non è mai stato un semplice incidente di percorso, ma una forma di esplorazione dell’identità e della libertà espressiva. Molti di noi hanno scoperto il significato del desiderio molto prima di averne un’esperienza reale, e lo hanno fatto attraverso la mediazione dell’arte pop. Quel battito accelerato non nasceva nel vuoto, ma davanti alle chine sinuose di un maestro come Milo Manara o alle splash page dinamiche e cariche di fisicità di Frank Cho. C’è una zona di confine magica, situata esattamente tra lo stupore per il fantastico e l’attrazione verso il proibito, dove il medium diventa uno spazio sicuro. In quel luogo protetto, l’immaginazione può correre libera, permettendo di indagare la propria sessualità senza il peso del giudizio sociale, trasformando l’eroina in latex o il guerriero statuario in simboli di una scoperta interiore.

Il fumetto, in particolare, è stato il primo vero laboratorio di questa rivoluzione silenziosa. Se torniamo con la mente alla Golden Age, i corpi erano già esasperati, ma è con l’esplosione libertaria degli anni Settanta e Ottanta che il disegno ha svelato il suo potere evocativo totale. In questo ambito, il corpo non è mai un semplice oggetto anatomico, ma si trasforma in una promessa narrativa. L’erotismo nerd non ha sempre avuto bisogno dell’atto esplicito per manifestarsi; spesso è fiorito nel non detto, in una posa studiata, in uno sguardo intenso o in un costume che sfida le leggi della fisica giocando tra il mostrare e il celare. Questa ambiguità è la vera forza del genere: il nerd impara presto che il desiderio è un’architettura della mente, qualcosa che si costruisce attraverso il suggerimento e la fantasia, rendendo l’esperienza estetica incredibilmente potente proprio perché partecipativa.

Spostando lo sguardo verso Oriente, l’universo di anime e manga ha elevato questa dialettica a vette di complessità inaspettate. Attraverso codici come il fanservice o il genere ecchi, il Giappone ha saputo mescolare un’estetica ipersensuale a narrazioni che spesso toccano temi filosofici o drammatici. Le trasformazioni delle “magical girls”, che ricordano rituali di spoliazione simbolica, o il character design meticoloso non sono solo strumenti di intrattenimento visivo, ma portatori di un erotismo che abbraccia l’idea di metamorfosi e potere. In questi spazi, il desiderio si fa fluido e permette alla community di esplorare questioni legate al genere e alla rappresentazione di sé, dimostrando che dietro una superficie apparentemente leggera si nasconde una ricerca profonda sulla natura umana e sulle sue infinite sfumature.

Il settore dei videogiochi ha vissuto una traiettoria forse più turbolenta, ma altrettanto significativa. Per lungo tempo siamo stati abituati a uno sguardo maschile predominante, che traduceva la sensualità in armature improbabili simili a biancheria intima e proporzioni anatomiche irrealistiche. Sebbene questo abbia generato dibattiti accesi tra chi difendeva la libertà creativa e chi denunciava l’oggettificazione, l’evoluzione del mezzo ha portato a una maturazione straordinaria. Oggi il videogioco non usa più l’erotismo solo come un “premio” visivo per il giocatore, ma lo integra nella narrazione come un’esperienza empatica e relazionale. Il desiderio videoludico contemporaneo passa attraverso la scelta e l’interattività, creando un’intimità che non è mai passiva, ma nasce da ore di immersione in una storia. Il legame che si stabilisce con un personaggio va oltre l’attrazione fisica, diventando una connessione emotiva profonda in cui il corpo desiderato è parte integrante di un percorso di vita condiviso virtualmente.

Il punto di rottura definitivo tra l’immaginario e la realtà fisica avviene però nel mondo del cosplay. Qui la fantasia smette di essere un’immagine su carta o un ammasso di pixel per farsi carne. Indossare i panni di un personaggio non è un semplice atto di mimetismo, ma una performance consapevole di riappropriazione del proprio corpo. Il cosplay erotico, troppo spesso liquidato con sufficienza dai critici superficiali, è in realtà una manifestazione di potere. Chi interpreta una versione sensuale di un eroe o di una villain sta esercitando un controllo totale sulla propria immagine, scegliendo attivamente cosa mostrare e come abitare una fantasia. Non si tratta di essere oggetti del desiderio altrui, ma di diventare soggetti attivi che rendono reale una visione, esplorando lati della propria personalità che la quotidianità spesso costringe a soffocare.

Oggi questo linguaggio erotico nerd sta vivendo una fase di inclusività senza precedenti, allontanandosi definitivamente da una prospettiva unica e monolitica. Le interpretazioni queer, le versioni gender-bent e le riscritture sensuali che sfidano i canoni tradizionali stanno trasformando il fandom in un ecosistema vibrante e fluido. Internet ha agito da catalizzatore, permettendo alla comunità di scambiarsi fanart, fanfiction e contenuti NSFW che non servono solo alla gratificazione personale, ma diventano strumenti di dialogo sociale. In questi spazi virtuali, l’erotismo si trasforma in un segnale di appartenenza: condividere una fantasia o una reinterpretazione erotica di un mito pop significa dire agli altri che siamo parte della stessa tribù, che ci riconosciamo nelle stesse vulnerabilità e negli stessi desideri.

Certamente, un potere comunicativo così forte non è privo di zone d’ombra e richiede una discussione continua sul confine tra libera espressione e pressione sociale, tra gioco creativo e sfruttamento. Tuttavia, negare o nascondere l’anima erotica della cultura nerd significherebbe mutilarne l’identità stessa. Questi universi fantastici ci hanno sempre parlato di corpi, di piaceri e di passioni, offrendoci lo specchio deformante ma onesto dell’immaginazione per osservare chi siamo veramente. L’erotismo nerd è, in ultima analisi, il rivendicare il diritto di sognare e di desiderare attraverso le lenti del fantastico, trasformando la nostalgia in consapevolezza e la solitudine in una complicità condivisa tra milioni di appassionati.

E tu, in questo lungo viaggio tra mondi immaginari e passioni reali, che rapporto hai costruito con la sensualità geek? Ti è capitato di vivere l’erotismo dei tuoi hobby come una rivelazione improvvisa, come una forma di liberazione personale o come un territorio ancora circondato da piccoli tabù da abbattere?

Elden Ring: Tarnished Edition rinviato al 2026 — il sogno dell’Interregno su Nintendo Switch 2 dovrà attendere

Quando Bandai Namco e FromSoftware parlano, il mondo dei gamer trattiene il fiato. E così è successo anche stavolta: Elden Ring: Tarnished Edition per Nintendo Switch 2 è stato ufficialmente rinviato al 2026. La notizia è arrivata con un comunicato pubblicato su X, in cui gli sviluppatori hanno spiegato che il rinvio serve a “migliorare le prestazioni” del gioco sulla nuova console ibrida di Kyoto. Tradotto: serve più tempo per fare in modo che l’Interregno possa brillare anche lontano da TV e PC, nel palmo delle mani dei giocatori.

Il rinvio, pur senza una data precisa, conferma che la Tarnished Edition non arriverà nel 2025 come previsto, ma si prenderà un intero anno in più di sviluppo. Una mossa che ha diviso la community: tra chi plaude all’attenzione al dettaglio e chi teme che l’ambizioso progetto possa essere troppo per l’hardware Nintendo — anche nella sua nuova incarnazione.

La sfida dell’Interregno portatile

Nintendo Switch 2 promette molto: risoluzione fino a 4K in modalità docked, 1080p in portatile e un comparto tecnico finalmente allineato ai tempi. Ma Elden Ring non è un titolo qualsiasi. È un mondo sterminato, una cattedrale digitale di mitologia e dolore, una sinfonia interattiva scritta da Hidetaka Miyazaki e George R. R. Martin. Farlo girare con fluidità e coerenza su una console portatile non è solo un esercizio tecnico: è un’impresa quasi mistica.

Secondo quanto trapelato, i primi test interni della build per Switch 2 avrebbero mostrato cali di frame e texture non sempre all’altezza. Da qui la decisione, difficile ma inevitabile, di rinviare tutto per ottimizzare il codice. FromSoftware non è nuova a questi perfezionismi: il loro motto è sempre stato “la sofferenza è parte del viaggio”, e sembra che anche lo sviluppo segua la stessa filosofia.

Elden Ring Tarnished Edition Nintendo Switch 2 Reveal Trailer

Giocare Elden Ring in mobilità suona come un sogno per chi, negli ultimi anni, ha perso il conto delle ore trascorse tra Marika, Melina e i Signori dell’Anello. La Tarnished Edition non vuole essere un semplice porting, ma una versione su misura pensata per il nuovo ecosistema Nintendo. Se l’ottimizzazione sarà all’altezza, potremmo trovarci di fronte a una piccola rivoluzione: l’esperienza soulslike portata letteralmente ovunque.

Per molti fan, l’idea di affrontare Margit o Radahn sul treno o in pausa pranzo è il sogno di una vita. Ma l’impresa tecnica resta titanica: garantire un framerate stabile in battaglie tanto dense e spettacolari è una sfida che potrebbe definire il futuro dei porting di giochi tripla A su Switch 2.

Il fascino oscuro dell’Interregno

Il cuore pulsante di Elden Ring è la sua narrazione implicita, quel modo unico in cui ogni rovina e ogni boss raccontano una storia di potere, caduta e redenzione. Il giocatore veste i panni del Senzaluce, un’anima errante che attraversa un mondo in frantumi alla ricerca dei frammenti dell’Anello Ancestrale. È un viaggio che si muove tra mito e disperazione, dove la morte è solo un checkpoint dell’esperienza.

Questa complessità narrativa e visiva è ciò che rende difficile il lavoro di ottimizzazione: l’Interregno vive di dettagli, di contrasti di luce, di orizzonti lontani e architetture gotiche che sembrano respirare. Comprimere tutto questo in un hardware portatile, senza snaturarne l’atmosfera, è un equilibrio delicato.

Comunità e cooperazione: il lato sociale di un mondo solitario

Non va dimenticato l’aspetto multiplayer, che da sempre caratterizza le opere FromSoftware. Il sistema asincrono di evocazioni e messaggi scritti dai giocatori è diventato un simbolo della loro filosofia: siamo soli, ma mai completamente. Se Switch 2 riuscirà a gestire in modo stabile le funzioni online, la Tarnished Edition potrebbe inaugurare una nuova era per il multiplayer portatile — un’esperienza in cui la connessione diventa parte integrante del viaggio.

L’arte della personalizzazione

Uno dei motivi per cui Elden Ring è diventato un fenomeno culturale è la sua libertà. Armi, incantesimi, build e strategie si combinano come pezzi di un puzzle in continua evoluzione. Ogni Senzaluce è unico, ogni approccio diverso. Riportare questa vastità di possibilità su Switch 2 richiede un lavoro certosino di adattamento, ma se il risultato sarà all’altezza, potremmo avere tra le mani la versione più versatile del gioco mai vista.

Nintendo e la scommessa tripla A

Il rinvio di Elden Ring: Tarnished Edition non è solo un evento legato al singolo titolo: è un segnale di come Nintendo voglia posizionarsi nel nuovo scenario del gaming. Portare un colosso come Elden Ring su una console ibrida significa lanciare una sfida diretta a PlayStation e Xbox, dimostrando che Switch 2 può essere una casa anche per i giganti tecnici del settore.

In un mercato in cui la definizione di “next-gen” è sempre più sfumata, questa edizione potrebbe rappresentare la prova del nove per capire se Nintendo può davvero competere sul piano delle prestazioni senza sacrificare la sua identità.

Un anno in più per un sogno più grande

FromSoftware ha sempre dimostrato che la pazienza è una virtù. Se un rinvio serve a mantenere intatta la magia di un capolavoro, vale la pena attendere. Il 2026 potrebbe sembrare lontano, ma per un gioco che ha ridefinito il concetto di epica digitale, un anno in più non è un ritardo: è un respiro prima del colpo di spada.

E così, mentre l’Interregno si prepara a rinascere su Switch 2, noi Senzaluce restiamo in attesa. Le nebbie si diradano lentamente, ma la promessa rimane: presto potremo impugnare la nostra lama e tornare, ancora una volta, a morire gloriosamente sotto il sole dorato di un mondo che non smette mai di stupire.

La Villa del Mistero: un weekend gotico e horror a Villa Draghi

Nel cuore dei Colli Euganei, un evento imperdibile attende gli appassionati del mistero, dell’horror e dell’estetica gotica. Il 15 e 16 marzo 2025, la suggestiva Villa Draghi di Montegrotto Terme si trasformerà in un luogo sospeso tra realtà e fantasia, accogliendo “La Villa del Mistero“, un evento unico nel suo genere organizzato da Comix.La location scelta non poteva essere più evocativa. Villa Draghi, elegante edificio neogotico costruito tra il 1848 e il 1850, sorge sulle pendici del Monte Alto e porta con sé una storia affascinante. Un tempo residenza nobiliare, oggi ospita il Museo Internazionale del Vetro d’Arte e delle Terme, custode di opere muranesi e reperti archeologici romani. La villa, con la sua architettura suggestiva e la terrazza panoramica che domina la città termale, diventerà il palcoscenico perfetto per due giorni di adrenalina e mistero.

L’evento promette un’esperienza immersiva senza precedenti, con un ricco programma che spazia tra enigmi, spettacoli e avventure da brivido. Per gli amanti delle sfide, le Escape Room metteranno alla prova l’ingegno dei partecipanti, mentre l’Horror House e la Creepy Zombie Experience regaleranno momenti di puro terrore. Chi desidera un contatto con l’occulto potrà esplorare l’Antro della Magia, dove cartomanti e divinatori offriranno letture e predizioni.

Ma “La Villa del Mistero” non è solo paura e tensione: il mercato gotico offrirà una vasta selezione di articoli unici, dai manufatti artigianali all’abbigliamento dark e steampunk. I figuranti in abiti gotici, vampiri e krampus contribuiranno a creare un’atmosfera fuori dal tempo, rendendo ogni angolo della villa un set perfetto per gli amanti della fotografia e del cosplay. Gli appassionati di musica troveranno pane per i loro denti con il concerto metal che chiuderà la serata, accompagnato da danze e performance a tema.

Per completare l’esperienza, un’area food truck garantirà ristoro con specialità gastronomiche selezionate, rendendo la giornata ancora più piacevole. E per chi vuole sfoggiare il proprio stile, la gara per il miglior outfit premierà i costumi più originali e inquietanti.

L’evento si svolgerà dalle 10:00 alle 19:00 e sarà facilmente accessibile grazie a un servizio di trasporto incluso nel prezzo del biglietto: un trenino collegherà Piazza Mercato alla villa, offrendo un viaggio suggestivo prima ancora di varcare le sue soglie. Il costo del biglietto d’ingresso, pari a 10 euro, comprende l’accesso a tutte le esperienze, permettendo ai visitatori di immergersi completamente nell’atmosfera della Villa del Mistero.

Con il suo mix di horror, gotico e intrattenimento immersivo, “La Villa del Mistero” si preannuncia come un evento imperdibile per tutti gli appassionati del genere. Che siate veterani del mondo dark o semplici curiosi in cerca di emozioni forti, Villa Draghi sarà il luogo perfetto per vivere un weekend all’insegna del mistero e dell’adrenalina. Non resta che segnare la data in agenda e prepararsi a varcare la soglia della paura!

“Volevo essere un Duro”: Lucio Corsi e la Rivincita della Cultura Nerd a Sanremo

Lucio Corsi, l’eclettico cantautore e musicista italiano dalla spiccata indole Nerd, ha conquistato il pubblico del Festival di Sanremo 2025 con il suo brano “Volevo essere un duro”, un pezzo che lo ha portato a ottenere il secondo posto nella prestigiosa kermesse musicale. Dietro il suo successo, c’è un talento unico, uno spirito anticonformista e una personalità che ha saputo affascinare non solo i fan del suo genere, ma anche i più giovani appassionati della cultura nerd.

Il Festival di Sanremo 2025 ha visto la vittoria di Olly con “Balorda Nostalgia”, ma Lucio Corsi ha brillato con la sua performance e il suo look audace. La serata finale ha visto il cantautore esibirsi con una chitarra che ha catturato l’attenzione, insieme a un outfit che non è passato inosservato: una combinazione di gotico e glam rock, con un tocco di cosplay che ha rievocato il mondo dei fumetti e delle serie animate. Le spalline strutturate del suo abito, il suo spirito creativo e il richiamo a personaggi nerd iconici hanno dato un chiaro segno di quanto Corsi sia legato alla cultura pop e nerd.

Dal suo debutto, Lucio Corsi ha sempre catturato l’attenzione non solo per la sua musica, ma anche per il suo look inconfondibile. Chi può dimenticare quando si è presentato con una tuta da meccanico e un cappello buffo che ha subito evocato il personaggio di Ganchan di Yattaman? Un’immagine che ha colpito subito per la sua originalità e il suo spirito giocoso, caratteristiche che da sempre contraddistinguono il cantautore.

https://youtu.be/O_OL1ZK6NQ0

Ma è stato durante la quarta serata del Festival di Sanremo 2025 che Lucio ha davvero lasciato il segno. In un momento che resterà nella memoria collettiva, si è esibito in un duetto davvero speciale, cantando “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno insieme a Topo Gigio, il mitico pupazzo che ha segnato un’epoca della televisione italiana. Non si è trattato di una semplice gag, ma di un vero e proprio atto artistico che ha emozionato il pubblico, creando un legame profondo tra la musica e le icone che hanno accompagnato la nostra infanzia. La scelta di esibirsi con Topo Gigio ha suscitato molta discussione, rivelando un lato più sensibile e autentico del suo stile, capace di andare oltre la superficie e di toccare le corde più intime del pubblico.

Lucio Corsi, però, non è solo un artista capace di sorprendere con la sua musica e il suo stile. A Sanremo 2025, ha sfoggiato un look che è un vero e proprio atto di creatività e libertà. Con outfit originali, fatti a mano e realizzati con materiali riciclati, ha messo in mostra un’estetica eccentrica e anticonformista, ben lontana dai vestiti griffati dei suoi colleghi. Il suo stile, decisamente fuori dagli schemi, è il riflesso di un’artista che non ha paura di esprimere la sua unicità. E come se non bastasse, ha scelto di arrivare all’Ariston a piedi, un gesto simbolico che rafforza ancora di più l’immagine di un musicista che sfida le convenzioni e rifiuta gli obblighi del mercato commerciale.

Lucio Corsi è un artista che sa giocare con l’immagine, ma non è solo questo. La sua carriera musicale è solida e radicata nel cantautorato italiano, ma arricchita da influenze internazionali e da un tocco decisamente moderno. Con ogni nuova performance e ogni canzone, continua a conquistare il pubblico, non solo per il suo talento, ma anche per la sua capacità di essere autentico in un mondo musicale sempre più commerciale.

Nato a Grosseto nel 1993, Corsi ha iniziato la sua carriera musicale nei locali della sua zona, ispirato dai grandi del rock progressivo come i Genesis e dai cantautori italiani come Ivan Graziani e Flavio Giurato. Il suo primo EP, Vetulonia Dakar (2014), ha subito attirato l’attenzione della critica, seguita dal suo primo album, Altalena Boy/Vetulonia Dakar (2015), che ha confermato il suo talento emergente.Nel corso degli anni, Corsi ha continuato a crescere artisticamente, esplorando nuovi territori musicali e collaborando con artisti del calibro di Baustelle e Brunori Sas. Con il suo secondo album, Cosa faremo da grandi? (2019), pubblicato per l’etichetta Sugar Music, Lucio ha segnato un ulteriore passo nella sua carriera, mentre nel 2023 ha rilasciato il suo terzo album, La gente che sogna, che ha fatto il suo debutto sul palco del Firenze Rocks. Il 2025 è stato un anno fondamentale per Lucio Corsi, con la sua partecipazione al Festival di Sanremo. Con il brano “Volevo essere un duro”, ha conquistato il secondo posto e vinto il Premio della Critica “Mia Martini”, un riconoscimento che sottolinea la profondità e l’autenticità della sua musica. La sua presenza a Sanremo è stata un ulteriore segno di quanto Corsi sia ormai una figura centrale nella scena musicale italiana, capace di mescolare la tradizione con l’innovazione e di dare voce a una generazione di giovani appassionati di musica e cultura pop.

Esattamente con ogni lettere di questo sito Nerd, Lucio Corsi è anche un artista che non dimentica le sue radici. Il suo amore per la musica di Toy Story, in particolare per la canzone “Hai un amico in me”, che ha spesso cantato nei suoi concerti, dimostra il suo legame con l’infanzia e la cultura popolare. In effetti, la scritta “Andy” sotto il suo stivale, richiamo a Woody, è un omaggio al film che ha segnato generazioni, mostrando il lato emotivo e nostalgico del cantautore, che trova sempre un modo per unire la sua passione musicale alla cultura che lo circonda.

Lucio Corsi si conferma una delle figure più originali e promettenti del panorama musicale italiano. Con il suo talento, la sua capacità di mescolare diversi mondi e il suo spirito irriverente, ha conquistato il cuore del pubblico del Festival di Sanremo, segnando un altro capitolo importante nella sua carriera. Il futuro sembra essere ancora tutto da scrivere, e non c’è dubbio che Lucio continuerà a sorprenderci con la sua musica, la sua personalità e il suo legame con il mondo nerd e pop.

Cosplay e Identità di genere: creazione di nuovi mondi e autoespressione culturale

Il cosplay, fenomeno che nasce negli anni ’80 in Giappone, è passato da una pratica esclusiva legata agli anime e manga giapponesi a una vera e propria forma d’arte globale. Oggi, il cosplay abbraccia una vasta gamma di universi narrativi, che spaziano dai film hollywoodiani ai videogiochi, e si è evoluto ben oltre la mera espressione ludica. Oltre alla dimensione creativa e di svago, il cosplay offre uno spazio unico per esplorare e ridefinire l’identità di genere. Esaminando questa pratica attraverso le lenti della psicologia, dell’antropologia e della sociologia, si può osservare come il cosplay diventi uno strumento potente per sperimentare ruoli di genere alternativi, sfidare le norme sociali e immaginare nuove possibilità per l’individuo.

Un Rifugio per l’Identità di Genere

Dal punto di vista psicologico, il cosplay rappresenta una piattaforma sicura dove chi partecipa può esplorare e manifestare identità di genere alternative, senza la pressione dei giudizi esterni. Questo aspetto è particolarmente significativo per le persone che si trovano in un processo di scoperta del proprio genere, come gli individui transgender o non binari. Il cosplay consente loro di sperimentare con il proprio corpo e ruolo di genere, adottando personaggi di un genere diverso dal proprio. In questo ambiente di accettazione, il cosplay si configura come una forma di esplorazione che offre benessere psicologico e permette una profonda introspezione.

Le teorie psicologiche, come quelle di Erik Erikson, che esplorano l’identità, suggeriscono che gli individui attraversano fasi di sperimentazione prima di raggiungere una definizione stabile del sé. Il cosplay, in questo contesto, funge da esperienza attiva di esplorazione, un terreno fertile che favorisce la crescita psicologica e aiuta gli individui a definire chi sono al di fuori delle pressioni sociali.

Fluidità e Ruoli di Genere

Dal punto di vista antropologico, il cosplay sfida le strutture tradizionali di genere. In molte culture occidentali, i ruoli di genere sono stati storicamente rigidamente imposti, ma le sottoculture nerd e otaku hanno aperto la strada a un approccio più fluido e dinamico. In particolare, la pratica del “crossplay”, che consiste nel travestirsi da personaggi di un genere opposto, è ormai ampiamente diffusa e rappresenta un modo per esplorare la fluidità di genere.

In Giappone, inoltre, la separazione tra i generi è ancor più sfumata. Il fenomeno del bishōnen, che si riferisce a personaggi maschili dai tratti androgini, così come la presenza di idol che interpretano ruoli maschili, testimoniano una maggiore accettazione della fluidità di genere in certi ambienti giovanili e artistici. Questo approccio alla fluidità di genere si riflette nel cosplay, che diventa un terreno fertile per sfidare le convenzioni tradizionali e sperimentare identità non necessariamente legate al sesso biologico.

La teoria della performatività di Judith Butler, che concepisce il genere come una serie di atti performativi piuttosto che come un’entità fissa, trova una concreta applicazione nel cosplay. Quando un cosplayer interpreta un personaggio del sesso opposto, non sta semplicemente imitandolo, ma sta partecipando attivamente alla costruzione e reinvenzione del genere stesso, esplorando il concetto di genere come fluido e in continua evoluzione.

Comunità e Inclusività

Il cosplay non è solo un fenomeno individuale, ma è fortemente radicato in una dimensione comunitaria. Le fiere, le convention e le piattaforme online come Instagram, Reddit e Discord offrono spazi dove l’espressione di genere attraverso il cosplay non solo è accettata, ma celebrata. All’interno di queste comunità, la diversità delle identità di genere viene riconosciuta e supportata, creando un ambiente di accoglienza dove ognuno può sentirsi libero di esprimersi senza timore di discriminazioni.

Tuttavia, al di fuori di questi spazi, alcuni cosplayer che sfidano le tradizionali aspettative di genere possono affrontare reazioni negative. Ad esempio, mentre le donne che si travestono da personaggi maschili tendono ad essere più facilmente accettate, gli uomini che si travestono da personaggi femminili possono essere oggetto di stereotipi e pregiudizi. Questo squilibrio evidenzia le persistenti disuguaglianze di genere nella società.

Nonostante queste difficoltà, le comunità di cosplay si stanno evolvendo, abbracciando sempre di più il concetto di autodeterminazione di genere. Movimenti come “Cosplay is for everyone” contribuiscono a creare spazi più inclusivi, dove ogni identità di genere è celebrata e accolta. Questi ambienti sono diventati luoghi di empowerment, dove le persone possono esplorare liberamente il proprio genere, senza limitazioni, e sfidare le convenzioni senza compromessi.

Il Cosplay come Arte e Strumento di Trasformazione Sociale

Il cosplay, oltre a essere un fenomeno culturale e creativo, è un atto artistico che richiede competenze tecniche avanzate. Dalla progettazione dei costumi all’uso di materiali complessi come resine e schiume, la creazione di un costume richiede grande dedizione. Questo processo creativo non è solo un’espressione di abilità manuale, ma anche una forma di narrazione e di immersione profonda nel personaggio. I cosplayer, infatti, non si limitano a vestirsi, ma interpretano il personaggio, adottandone comportamenti, atteggiamenti e movimenti, rendendo il cosplay una performance vivente.

In eventi come le convention, la performance diventa un momento di interazione con il pubblico, trasformando l’esperienza del cosplay in un’arte condivisa. Questi eventi sono l’occasione per le persone di trascendere la realtà e vivere esperienze uniche, sfidando le convenzioni quotidiane attraverso la magia della trasformazione.

Dal punto di vista sociologico, il cosplay ha creato una comunità globale che celebra la diversità e la creatività, purtroppo non priva di difficoltà. Ad esempio, le molestie durante gli eventi e la percezione del cosplay come un passatempo infantile sono problematiche che alcune persone affrontano. Movimenti come “Cosplay is not consent” lavorano per sensibilizzare e creare ambienti di rispetto, dove tutti possano sentirsi sicuri di esprimere se stessi.

Il cosplay è un fenomeno in continua evoluzione, che ha attraversato diversi ambiti della cultura popolare e si è radicato in una varietà di contesti culturali e sociali. Non è solo una forma di intrattenimento, ma un potente strumento di autoespressione che consente alle persone di esplorare, contestare e ridefinire l’identità di genere. In un mondo dove le norme di genere sono spesso rigide, il cosplay offre un’opportunità unica di sperimentare nuove versioni di sé, senza limiti né confini. Come fenomeno culturale e sociale, il cosplay celebra la diversità, promuove l’inclusività e crea spazi di rispetto reciproco, contribuendo a una maggiore consapevolezza dell’importanza dell’autodeterminazione di genere. Con la sua capacità di sfidare le convenzioni e abbracciare la trasformazione, il cosplay continua a unire le persone, celebrando la magia del cambiamento e dell’auto-esplorazione.

Starship Troopers: Extermination – Un’esperienza di battaglia spaziale che delude le aspettative

Nel 2022, l’annuncio di Starship Troopers: Extermination aveva suscitato grandi speranze tra i fan della saga, promettendo un’esperienza di gioco che avrebbe permesso di rivivere le intense battaglie contro i famigerati “Bugs” nell’universo cinematografico di Starship Troopers. Sviluppato dal team canadese di Offworld Industries, noto per il suo lavoro su Squad, il gioco si inserisce nel vasto mondo della saga sci-fi, cercando di offrire una nuova visione del conflitto intergalattico. Tuttavia, nonostante le promesse di grandezza e la fedele riproduzione dell’universo di Starship Troopers, la versione finale del gioco, lanciata nell’ottobre del 2024, ha deluso le aspettative di molti, lasciando un sapore agrodolce.

Lo sviluppo e la fase di Early Access

L’annuncio del gioco risale al novembre 2022, con la fase di Early Access che ha preso il via il 17 maggio 2023. Offworld Industries, forte della sua esperienza con Squad (2020), ha cercato di realizzare un gioco che fosse una vera e propria immersione nell’universo di Starship Troopers. Il gioco doveva offrire sessioni multiplayer in cui i giocatori avrebbero dovuto difendere le proprie basi dalle ondate di Bugs. Se inizialmente il gioco era previsto per supportare fino a 12 giocatori, durante lo sviluppo questa cifra è stata ampliata fino a 16, aumentando la portata della modalità cooperativa PvE (Player vs Environment).

Tuttavia, malgrado queste buone premesse, il gioco ha subito un avvio travagliato e, purtroppo, le speranze riposte in esso sono state ostacolate da una serie di problematiche che sono emerse durante la fase di Early Access e che, a conti fatti, non sono state completamente risolte nella versione finale.

Il gameplay: azione e costruzione della base

Il gameplay di Starship Troopers: Extermination si fonda su un mix di azione e gestione delle risorse, con i giocatori che assumono il ruolo di soldati della Mobile Infantry, un corpo d’élite che combatte contro i Bugs per difendere l’umanità. I giocatori possono scegliere tra sei diverse classi, ognuna con un ruolo specifico nella dinamica di squadra: Sniper, Ranger, Demolisher, Guardian, Engineer e Medic. Ogni classe è pensata per lavorare insieme in modo sinergico, ma il gioco manca di un vero incentivo alla cooperazione, lasciando il team a dover affrontare missioni senza una direzione chiara che stimoli la collaborazione tra i giocatori.

Le missioni si svolgono su vari pianeti dell’universo di Starship Troopers, come Valaka e Agni-Prime, con l’obiettivo di esplorare il terreno, raccogliere risorse e costruire una base difendibile dagli incessanti attacchi dei Bugs. La costruzione della base, un aspetto interessante del gameplay, consente ai giocatori di erigere fortificazioni strategiche, ma alla lunga le missioni finiscono per diventare troppo simili tra loro, riducendo l’esperienza a una serie di azioni ripetitive.

L’introduzione dell’aggiornamento “The New Vanguard” ha cercato di rivitalizzare l’esperienza, introducendo un sistema di progressione che permette ai giocatori di sbloccare nuove armi, strumenti e oggetti cosmetici. Nonostante ciò, la sensazione di monotonia persiste. Le missioni, purtroppo, non evolvono abbastanza da mantenere vivo l’interesse a lungo termine.

Il sistema Carnage e l’idea di innovazione

Un altro aggiornamento degno di nota è il “Carnage system”, introdotto nel giugno del 2024. Questo sistema mantiene i corpi dei Bugs uccisi sul campo di battaglia, arricchendo l’ambiente di nuovi ostacoli che alterano la dinamica di gioco. I nemici, infatti, possono trovare nuovi percorsi per raggiungere le basi dei giocatori, il che aggiunge un livello di sfida. Sebbene questa novità sia interessante, non è sufficiente a trasformare l’esperienza di gioco, che rimane comunque gravata dalla ripetitività.

Modalità single-player e la presenza di Casper Van Dien

Per i fan più solitari, Starship Troopers: Extermination offre una modalità single-player, con 25 missioni uniche in vari ambienti. La modalità include anche il ritorno di un personaggio iconico della saga, il generale Johnny Rico, interpretato da Casper Van Dien. La figura di Rico, ora un veterano della guerra contro i Bugs, è stata sviluppata per essere più saggia e riflessiva, ma la modalità single-player, purtroppo, non aggiunge nulla di sostanzialmente nuovo all’esperienza. Anzi, sembra più un pretesto per giustificare l’assenza di una narrazione solida e coinvolgente. Se i fan speravano in una trama che potesse espandere il mito della saga, resteranno delusi.

Problemi di performance e ripetitività

Un altro aspetto che ha suscitato numerose critiche è l’ottimizzazione del gioco. Starship Troopers: Extermination soffre di seri problemi di performance, con frequenti disconnessioni e crash che danneggiano l’esperienza di gioco, specialmente nelle sessioni multiplayer. La grafica, purtroppo, non migliora la situazione: il motore grafico è pesante e poco ottimizzato per le piattaforme su cui è stato rilasciato, e questo incide negativamente sull’immersione. Nonostante le promesse di un’esperienza epica, la combinazione di questi problemi ha reso il gioco meno coinvolgente di quanto i fan si aspettassero.

Starship Troopers: Extermination è un titolo che, purtroppo, non riesce a mantenere le promesse fatte.

Se da un lato il gioco riesce a offrire una fedele riproduzione dell’universo di Starship Troopers, con le sue battaglie contro i Bugs e l’intensa modalità cooperativa, dall’altro lato soffre di numerosi difetti che minano la sua longevità. La ripetitività delle missioni, i problemi di performance e la mancanza di un incentivo per una vera cooperazione tra i giocatori fanno sì che l’esperienza di gioco diventi rapidamente monotona. Se siete fan della saga e desiderate rivivere le battaglie contro i Bugs, Starship Troopers: Extermination potrebbe comunque soddisfarvi, ma sappiate che non vi offrirà l’esperienza coinvolgente che speravate.

Cosplay Gallery: il 25 ottobre 2024, una sfilata magica nel cuore di Milano

Immaginate di trovarvi nel cuore pulsante di Milano, avvolti da una notte magica, mentre i vostri personaggi preferiti di anime, manga, film e videogiochi prendono vita davanti ai vostri occhi. Questo sogno diventa realtà grazie a “Cosplay Gallery“, un evento esclusivo, splendidamente orchestrato da Aura “Rinoa” Nuccio e The Lery Maker, con il prezioso supporto di The Wonderland Company. La sfilata, che si terrà venerdì 25 ottobre 2024, promette di offrire ai fan un’esperienza indimenticabile, portando la magia del cosplay in una delle città più iconiche d’Italia.

Il Percorso di AuraRinoa nel Cosplay

AuraRinoa non è solo una cosplayer; è un vero e proprio pilastro della comunità cosplay italiana. Con oltre 40 costumi creati e un’incredibile collezione di premi vinti dal 2003, ha dedicato la sua vita a far brillare il cosplay nel nostro paese. Il suo apice creativo si è avuto nel 2009, quando ha dato vita al primo evento cosplay a Palermo: il Cospladya Comics & Games, che ha attirato migliaia di appassionati da tutta la Sicilia e oltre. Oggi, sebbene i suoi impegni quotidiani le lascino meno tempo per dedicarsi alla creazione di nuovi costumi, AuraRinoa continua a vivere la sua passione partecipando a eventi e convention, riciclando alcuni dei suoi abiti iconici. Ora, con grande emozione, si appresta a chiudere un capitolo importante della sua vita con una sfilata che rappresenterà un tributo alla sua straordinaria carriera da cosplayer.

L’Evento nel Dettaglio

La sfilata si svolgerà in una cornice suggestiva, partendo dal Rabbit Hole Café, attraversando la storica Galleria Mazzini e concludendo nei nuovissimi spazi della Super Heroes Art Gallery. Qui, i partecipanti saranno immersi in un mondo fantastico, popolato da principesse, supereroi, pirati e personaggi iconici della cultura nerd. Sarà un’occasione unica per ammirare i costumi straordinari creati da AuraRinoa e The Lery Maker, due delle cosplayer più amate del panorama italiano. La serata sarà arricchita dalla presenza speciale di Andre Sparrow e Morrigan Lynx, due performer di grande talento, le cui esibizioni renderanno l’atmosfera ancora più incantata. La sfilata, un perfetto connubio di moda, cultura pop e performance, sarà accompagnata da musica dal vivo e un rinfresco per gli ospiti.

Ma la magia continua: dopo l’evento, alcuni dei costumi esposti saranno disponibili per l’acquisto, offrendo ai fan l’opportunità di portare a casa un pezzo della storia del cosplay. Inoltre, l’allestimento della mostra sarà comunicato nei giorni successivi alla sfilata, e solo chi avrà un invito speciale o prenoterà un posto potrà godere di una cena esclusiva nei locali del Rabbit Hole Café.

Un Addio Emozionante

Per AuraRinoa, questa sfilata rappresenta non solo una celebrazione della sua carriera, ma anche un modo per chiudere in bellezza un percorso artistico durato oltre un decennio. Sebbene il tempo e gli impegni abbiano ridotto le sue apparizioni come cosplayer, la passione per questo mondo rimane viva e vibrante. “È giunto il momento di appendere l’ago al chiodo,” afferma con un pizzico di nostalgia, ma anche con la consapevolezza che questo evento sarà il giusto epilogo di un capitolo meraviglioso della sua vita.

Quindi, segnate sul vostro calendario venerdì 25 ottobre! L’appuntamento è in via Giuseppe Mazzini 20, Milano, per una serata all’insegna del cosplay, dell’arte e della fantasia. Un’occasione imperdibile per tutti gli appassionati di cultura pop che desiderano rendere omaggio a una delle cosplayer più amate d’Italia. Non mancate! La magia sta per arrivare!

La magia del Cosplay. Dove Creatività e Passione Si Trasformano in Arte

A carnevale un costume vale l’altro, le principesse- i guerrieri, i costumi maggiormente più ricercare dai bambini,  ad Halloween sono inerenti alla festa solo costumi paurosi, streghe e stregoni-fantasmi- lupi ecc., ed invece nei Contest dove si riuniscono i Cosplayer la caratteristica principale è il riuscire ad immedesimare al meglio i panni del personaggio. Nel cosplay vi è qualcosa di tangibile, la sua bellezza è qualcosa che non esiste perché vi è creatività oltre che bellezza.

A volte è qualcosa che supera le leggi della fisica dato che nel riprodurre determinate caratteristiche del personaggio si arriva ad inventare pezzi ineguagliabili “dell’armatura” che nella realtà è solo disegnato o creato dal computer. Quindi ciò che personalmente mi affascina è la costante dedizione, è quella forte voglia, persistente passione che si ha nella creazione del personaggio sulla propria pelle, e nel seguire le evoluzioni dello stesso attraverso le stagioni che si susseguono dei cartoni animati o dei fumetti. Il cosplay è un fenomeno di creatività grassroots, il quale nasce dal basso e si esplica per via orizzontale, che lega in un unico sfondo alcune parole chiave della network society come il Fandom- la Performance ed il Tribalismo.

Ciò, infatti, che prevale nel caratterizzare il cosplay è quel “fandom” che rappresenta il regno ed il territorio dei fan; dal latino la parola Fandom vuol dire fanatico, quindi il devoto in senso di falso squilibrato adulatore; questo appellativo perché per conoscere qualcosa c’è bisogno di essere distanti dal proprio oggetto di studio ed i fan non lo sono affatto perché hanno una visione pericolosamente distaccata della realtà. Grande studioso del fenomeno è stato Henry Jenkins il quale ha cercato di inglobare la parola “fan” dentro la visione accademica a tal punto da firmarsi “Akafan”, fan accademico. Lui spiega perché le preferenze dei fan, che vengono considerate anomale e minacciose, sono strane ed al di fuori della comunicazione di massa, dato che loro trasgrediscono il buon gusto borghese e violano le gerarchie culturali del mainstream. I fan tendono ad essere dei lettori indisciplinati ed orgogliosi di fare delle teorie che tendenzialmente vengono escluse dalle istituzioni ed emigrate. Sempre per Jenkins i fan sono incuranti del copyright e raccolgono dalla cultura di massa materiali da rielaborare ad uso personale, come base per le loro creazioni culturali ed interazioni sociali.

Per capire meglio: << In Giappone è vietato fotografare il cosplayer in posizioni al di fuori dell’originale >>.Tale “regola” è talmente rigida e “contro natura” che è impossibile non rubare ,con una fotografia, le splendide opere che si son potute vedere durante le fiere di settore. Un cosplayer che rappresenta lo sconfinamento che è da valutare nella doppia vita dello stesso, che oltre ad immedesimarsi nei panni del personaggio vive la sua vita, quindi è stanco- ha fame- mangia e beve- parla- chiacchiera- saluta…cose che il personaggio originale nella sua realtà, in cui noi lo osserviamo, non è detto che lo faccia,lo sappia fare o necessita di farlo. Il mondo in cui vivono i cosplayer ha, da una parte, le stesse condizioni che sono presenti nel nostro, e dall’altra, si caratterizza per quei componenti unici che possono inoltre essere inseriti nell’universo di massa, anche se non tutti.

J.Fiskie è un’altro studioso che ritiene che i prodotti che i fan creano aiutano la comunità d’appartenenza, sotto forma di una “ economia culturale ombra” come se si contribuisse all’economia vera  e propria, case di produzione- industrie-fumetti…dal lancio di un prodotto al merchandising. Si vengono così a caratterizzare i FanClub, che sono dei veri e propri Opinion Maker, per la loro importanza sociale, è una cultura che nasce dal basso, dalla passione, “I cosplayer fanno arte a loro modo”.

Tutto sta in un  disegnare e progettare un sé diverso; come la moda, il cosplay si applica su un corpo ideale, sul corpo giusto. Una moda che è glaciale e rimane tale sulla passerella nella quale si espongono dei vestiti che nella vita odierna non si indossano, così avviene per l’immaginario del cosplayer. Tutto inizia da una immagine, da un disegno anatomico…si parte da un qualcosa che esiste nella propria mente. Ciò che è quello che davvero prevale nel cosplayer è che  lui  è come se fosse un attore del cinema che rivaluta il personaggio di “Batman” interpretandolo in maniera personale. Un’analisi che si rimette in scena, una valutazione del fumetto che esalta le qualità dello stesso sotto una forma multimediale. Il fumetto è ciò che permette di essere realistici senza esserlo, permette di rappresentare qualcosa trasfigurandola; è per me un’arte che nasce per passione e si diventa “maestri” della stessa arte grazie alla voglia di scaldare la propria passione, di riuscire a vedere messe in pratica le idee che si creano nel dedicarsi alla passione.

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