La parola “invisibile” fa sempre un rumore strano, soprattutto per chi è cresciuta dentro fandom dove ogni personaggio secondario può diventare improvvisamente fondamentale, dove la guerriera rimasta sullo sfondo per metà stagione finisce per salvare il party, dove una ragazzina con un potere non ancora compreso scopre di non essere un glitch della trama ma la chiave per leggere tutto il mondo in un altro modo. Eppure, fuori dagli anime, dai manga, dai videogiochi e dalle convention in cui impariamo a riconoscerci anche dietro parrucche, armature EVA foam e badge appesi al collo, l’invisibilità non ha niente di romantico. Fa male. Cancella. Rende più difficile chiedere aiuto, nominare ciò che accade, persino capire che una ferita non è “normale”, non è “cura”, non è “protezione”, non è “così va il mondo”. Il dato da cui partire è uno di quelli che non si riescono a scrollare via come una notifica fastidiosa: secondo la ricerca VERA promossa da FISH, il 65% delle donne con disabilità ha subito violenza nel corso della propria vita e, in circa un caso su tre, quella violenza non è stata riconosciuta come tale nemmeno da chi l’ha vissuta sulla propria pelle.
Sembra quasi impossibile da dire senza fermarsi un secondo. Il 65% non è un dettaglio statistico da infilare tra due righe di un comunicato, non è una percentuale fredda da lasciare in fondo allo schermo come quei sottotitoli minuscoli che nessuno legge. Racconta una frattura sociale profonda, una zona d’ombra in cui genere e disabilità si intrecciano creando una forma di vulnerabilità che troppo spesso resta fuori campo. La violenza contro le donne con disabilità può abitare luoghi che dovrebbero essere sicuri, può mimetizzarsi dentro rapporti familiari, contesti di cura, ambienti di lavoro, relazioni affettive, spazi sociali in cui la dipendenza dall’altro viene confusa con il diritto dell’altro a decidere, controllare, limitare, zittire. A volte il mostro non arriva con l’estetica da boss finale, non ha corna, artigli o una barra della vita sopra la testa: si presenta come abitudine, come frase detta “per il tuo bene”, come scelta fatta al posto tuo, come corpo trattato da oggetto da gestire invece che da persona da ascoltare.
Da questa consapevolezza nasce “Adulte!”, il progetto con cui Fondazione Time2 è entrata tra i cinque vincitori del Bando ACT 2026 di Fondazione Unipolis, all’interno della categoria dedicata alle disuguaglianze. Il titolo è già una dichiarazione, quasi una parola lanciata sul tavolo senza abbassare lo sguardo: adulte, non eterne bambine, non presenze da proteggere congelandole in una vita decisa da altri, non personaggi di supporto nella storia familiare o istituzionale di qualcuno. Adulte come soggetti pieni, desideranti, complessi, anche contraddittori, con diritto all’autonomia, alla libertà di scelta, alla sessualità, al lavoro, alla vita indipendente, alla possibilità di sbagliare, ricominciare, cambiare build come in un gioco di ruolo quando ti accorgi che quella classe non ti rappresenta più. Il percorso prenderà avvio a settembre 2026 a Torino e accompagnerà giovani donne con disabilità fino a giugno 2028, dentro Open, lo Spazio Aperto di diversità di Fondazione Time2, un luogo che già nel nome sembra opporsi alla logica delle porte chiuse, dei corridoi separati, delle stanze in cui si parla “di” qualcuno senza parlare “con” qualcuno.
Parlare di donne con disabilità significa anche entrare in una questione più ampia, quella del riconoscimento. Perché il problema non riguarda solo ciò che accade, ma anche ciò che il mondo riesce o non riesce a vedere. Il parallelo con la diagnosi di autismo nelle ragazze, richiamato anche dal dibattito scientifico più recente, è potentissimo proprio per questo: per anni il modello dominante ha letto l’autismo soprattutto attraverso espressioni più facilmente riconosciute nei maschi, lasciando molte bambine e ragazze in una specie di zona grigia diagnostica. Uno studio pubblicato sul British Medical Journal, basato su oltre 2,7 milioni di persone nate in Svezia tra il 1985 e il 2022, mostra come il rapporto tra diagnosi maschili e femminili, molto sbilanciato durante l’infanzia, tenda a ridursi fino quasi alla parità attorno ai vent’anni. Non significa che le bambine diventino improvvisamente autistiche da adulte, ovviamente, ma che spesso vengono viste tardi, capite tardi, accolte tardi. E chi frequenta community neurodivergenti, chi ascolta le storie di ragazze arrivate alla diagnosi dopo anni di mascheramento, ansia, burnout e incomprensione, lo sa benissimo: non essere nominate non rende meno reale ciò che si vive. Lo rende solo più solitario.
Questo ritardo nello sguardo diventa ancora più feroce quando si parla di violenza. Se una donna con disabilità non viene percepita come adulta, come autonoma, come portatrice di desideri, confini, consenso e progetto di vita, diventa più facile che la società non riconosca ciò che le viene tolto. La violenza può non essere compresa perché manca il linguaggio per nominarla, perché chi la subisce è stata educata a considerare normale la dipendenza dagli altri, perché la relazione di cura può trasformarsi in controllo senza che nessuno abbia il coraggio di smontare l’incantesimo, perché la famiglia viene ancora troppo spesso immaginata come luogo automaticamente buono, mentre sappiamo che nessuno spazio è immune dal rischio di abuso. Qui la cultura nerd, quella vera, quella che non si limita a collezionare variant cover ma usa le storie per leggere il presente, può fare una cosa importante: ricordarci che ogni narrazione ha bisogno di punto di vista. Cambiare prospettiva non è un esercizio estetico, è una rivoluzione politica.
“Adulte!” lavora esattamente su questo piano, tenendo insieme empowerment individuale e dimensione collettiva, perché nessuna eroina si salva davvero da sola se il mondo attorno continua a essere progettato come un dungeon pieno di trappole invisibili. Il progetto prevede percorsi personalizzati di vita, inserimenti lavorativi costruiti attraverso il metodo place and train, counselling, supporto psicologico e psicoterapeutico, gruppi di parola dedicati a relazioni, affettività e sessualità, laboratori tra donne e una campagna di comunicazione e advocacy sulla vita indipendente vista attraverso la lente del genere e del funzionamento. Tradotto fuori dal linguaggio tecnico, significa accompagnare giovani donne con disabilità a riconoscersi come protagoniste della propria storia, ma anche mettere in crisi il modo in cui servizi, famiglie, istituzioni e comunità immaginano la disabilità femminile. Perché l’autonomia non nasce magicamente dal nulla come un power-up trovato in uno scrigno: va resa possibile, sostenuta, allenata, difesa, soprattutto quando per anni qualcuno ti ha fatto credere che scegliere non fosse affare tuo.
Il numero delle beneficiarie dirette, 82 giovani donne, non va letto come una cifra chiusa, piccola o grande che sia. In un progetto simile ogni persona coinvolta apre cerchi concentrici, perché attorno alle partecipanti si muovono famiglie, operatori, datori di lavoro, servizi sociali, comunità territoriali, e circa 300 persone saranno raggiunte indirettamente da questo processo. La trasformazione culturale funziona un po’ come certe quest cooperative: parte da un gruppo, ma se il party impara davvero qualcosa, cambia anche la mappa. Torino, con oltre 20.000 utenti dei servizi per la disabilità e un tasso di occupazione delle persone con disabilità ancora sotto il 30%, diventa allora non solo lo scenario del progetto, ma un laboratorio concreto su una domanda che riguarda tutta l’Italia: quanto spazio reale siamo disposti a lasciare alle persone con disabilità quando smettiamo di parlare di inclusione come parola carina da brochure e iniziamo a misurarla sulla vita quotidiana, sui soldi, sul lavoro, sulle relazioni, sul diritto di uscire di casa, innamorarsi, abitare, decidere?
Fondazione Time2 non arriva a questa sfida come una comparsa entrata all’ultimo episodio. Da anni lavora sull’autodeterminazione dei giovani con disabilità intellettiva e relazionale, accompagnandoli nel passaggio all’età adulta attraverso percorsi educativi, sportivi, di empowerment, cittadinanza attiva, inserimento lavorativo e progetto di vita personalizzato, in coerenza con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Le sue sedi, Open a Torino e Casa Mistral a Oulx, raccontano due dimensioni diverse ma connesse: la città e il territorio, l’incontro e il respiro, la possibilità di costruire contesti in cui la diversità non venga semplicemente tollerata, ma diventi criterio di progettazione. Accanto a Time2 ci saranno l’Associazione Verba, impegnata nei percorsi psicologici individuali e nei gruppi di parola, l’Istituto Change, che curerà il counselling, e il Comune di Torino, con servizi come Passepartout, Centro Relazioni e Famiglie e InformaGiovani, chiamati a intercettare e coinvolgere le destinatarie del percorso. La parola “rete” viene usata spesso fino a perdere forza, ma qui torna a essere necessaria: nessun servizio può limitarsi a passare la questione a qualcun altro come fosse una side quest scomoda.
Il punto più interessante, e forse anche più urgente, sta nell’approccio intersezionale dichiarato da “Adulte!”. Intersezionale non significa complicare le cose per il gusto di farlo, né aggiungere etichette su etichette fino a rendere tutto indecifrabile. Significa guardare le persone dove sono davvero, dentro l’incrocio tra corpo, genere, classe, abilità, età, territorio, famiglia, desideri, paure, possibilità. Una giovane donna con disabilità non vive una discriminazione “a compartimenti stagni”, prima come donna e poi come persona con disabilità, come se si potessero separare le statistiche con una linea pulita. Le due cose si parlano, si moltiplicano, si confondono, generano ostacoli specifici che richiedono strumenti specifici. Chi ama i mondi narrativi complessi dovrebbe capirlo al volo: non puoi affrontare un boss multiforma con una sola mossa ripetuta all’infinito. Devi leggere il pattern, cambiare strategia, ascoltare il party, usare risorse diverse, accettare che la soluzione standard non basta.
La violenza sulle donne con disabilità resta ancora troppo poco raccontata anche perché obbliga a guardare in faccia un cortocircuito scomodo: la società ama parlare di protezione, ma fatica a parlare di potere. Proteggere può diventare una parola ambigua se significa decidere tutto al posto di un’altra persona, se cancella il diritto al rischio, se trasforma il corpo disabile in territorio amministrato dagli altri. Lo stesso vale per la rappresentazione mediatica, compresa quella pop che noi nerd consumiamo e produciamo ogni giorno: quante volte la disabilità viene usata come trauma narrativo, simbolo di fragilità, elemento estetico o scorciatoia emotiva, senza restituire alle persone disabili desiderio, ironia, rabbia, agency, sensualità, complessità? Quante volte una donna disabile viene raccontata solo come vittima o ispirazione, mai come persona che può prendere una decisione sbagliata, desiderare una relazione, costruire un lavoro, pretendere spazio, dire no senza doversi giustificare?
Forse per questo un progetto come “Adulte!” parla anche alla cultura geek, molto più di quanto potrebbe sembrare a uno sguardo distratto. Il cosplay, per esempio, ci insegna che abitare un corpo e raccontarlo sono due azioni potentissime, ma solo se restano libere. Il gaming ci insegna che l’accessibilità non è un favore, è design intelligente, è la differenza tra lasciare qualcuno fuori dalla partita e permettergli di giocare con i propri strumenti. Gli anime migliori ci hanno insegnato che il riconoscimento arriva spesso dopo una lunga lotta contro uno sguardo che non vede, non ascolta, non crede. Però la vita non può aspettare l’episodio 12 per concedere dignità a chi ne aveva diritto già dalla sigla iniziale. Servono servizi formati, reti territoriali, educazione affettiva accessibile, percorsi psicologici adeguati, lavoro vero, famiglie accompagnate, campagne capaci di nominare la violenza anche quando non assomiglia agli stereotipi che abbiamo in testa.
Il sostegno di Fondazione Unipolis attraverso il Bando ACT 2026, che ha selezionato “Adulte!” tra cinque progetti vincitori a fronte di 1.046 candidature, offre a Fondazione Time2 la possibilità di dare continuità a un percorso che non vuole limitarsi a riparare danni individuali, ma provare a cambiare il modo in cui una comunità guarda le giovani donne con disabilità. Aspirare, coinvolgere, trasformare: tre verbi che nel nome del bando sembrano quasi una progressione narrativa, ma la sfida vera sarà portarli fuori dalle parole e dentro la vita concreta. Aspirare a un futuro in cui il 65% non sia più un dato da scrivere con rabbia. Coinvolgere le persone direttamente interessate senza trasformarle in oggetti di intervento. Trasformare i servizi, le famiglie, il lavoro, la comunicazione, i linguaggi, le abitudini, le piccole violenze normalizzate che si infilano nei gesti quotidiani.
Resta addosso una sensazione difficile da mettere in ordine, forse perché certi temi non dovrebbero mai diventare comodi. Da una parte la durezza dei numeri, dall’altra la possibilità concreta di costruire percorsi di libertà. Da una parte il silenzio che per troppo tempo ha coperto la violenza contro le donne con disabilità, dall’altra un progetto che sceglie una parola semplice e gigantesca: adulte. Non perfette, non salvate, non definite dagli altri. Adulte. Persone con una voce, un corpo, una storia, una rabbia, una tenerezza, una sessualità, un futuro non scritto. La community nerd sa cosa significa affezionarsi a personaggi che il mondo sottovaluta, ma qui non stiamo parlando di fiction, e forse il vero passo da fare insieme è smettere di aspettare che qualcuno diventi “straordinario” per meritare ascolto. Sarebbe bello parlarne anche tra noi, con quella sincerità un po’ scomoda che ogni fandom maturo dovrebbe imparare a reggere: quante invisibilità continuiamo a non vedere, anche nei nostri spazi apparentemente più accoglienti?




