Donne con disabilità e violenza: il progetto “Adulte!” di Fondazione Time2 rompe l’invisibilità

La parola “invisibile” fa sempre un rumore strano, soprattutto per chi è cresciuta dentro fandom dove ogni personaggio secondario può diventare improvvisamente fondamentale, dove la guerriera rimasta sullo sfondo per metà stagione finisce per salvare il party, dove una ragazzina con un potere non ancora compreso scopre di non essere un glitch della trama ma la chiave per leggere tutto il mondo in un altro modo. Eppure, fuori dagli anime, dai manga, dai videogiochi e dalle convention in cui impariamo a riconoscerci anche dietro parrucche, armature EVA foam e badge appesi al collo, l’invisibilità non ha niente di romantico. Fa male. Cancella. Rende più difficile chiedere aiuto, nominare ciò che accade, persino capire che una ferita non è “normale”, non è “cura”, non è “protezione”, non è “così va il mondo”. Il dato da cui partire è uno di quelli che non si riescono a scrollare via come una notifica fastidiosa: secondo la ricerca VERA promossa da FISH, il 65% delle donne con disabilità ha subito violenza nel corso della propria vita e, in circa un caso su tre, quella violenza non è stata riconosciuta come tale nemmeno da chi l’ha vissuta sulla propria pelle.

Sembra quasi impossibile da dire senza fermarsi un secondo. Il 65% non è un dettaglio statistico da infilare tra due righe di un comunicato, non è una percentuale fredda da lasciare in fondo allo schermo come quei sottotitoli minuscoli che nessuno legge. Racconta una frattura sociale profonda, una zona d’ombra in cui genere e disabilità si intrecciano creando una forma di vulnerabilità che troppo spesso resta fuori campo. La violenza contro le donne con disabilità può abitare luoghi che dovrebbero essere sicuri, può mimetizzarsi dentro rapporti familiari, contesti di cura, ambienti di lavoro, relazioni affettive, spazi sociali in cui la dipendenza dall’altro viene confusa con il diritto dell’altro a decidere, controllare, limitare, zittire. A volte il mostro non arriva con l’estetica da boss finale, non ha corna, artigli o una barra della vita sopra la testa: si presenta come abitudine, come frase detta “per il tuo bene”, come scelta fatta al posto tuo, come corpo trattato da oggetto da gestire invece che da persona da ascoltare.

Da questa consapevolezza nasce “Adulte!”, il progetto con cui Fondazione Time2 è entrata tra i cinque vincitori del Bando ACT 2026 di Fondazione Unipolis, all’interno della categoria dedicata alle disuguaglianze. Il titolo è già una dichiarazione, quasi una parola lanciata sul tavolo senza abbassare lo sguardo: adulte, non eterne bambine, non presenze da proteggere congelandole in una vita decisa da altri, non personaggi di supporto nella storia familiare o istituzionale di qualcuno. Adulte come soggetti pieni, desideranti, complessi, anche contraddittori, con diritto all’autonomia, alla libertà di scelta, alla sessualità, al lavoro, alla vita indipendente, alla possibilità di sbagliare, ricominciare, cambiare build come in un gioco di ruolo quando ti accorgi che quella classe non ti rappresenta più. Il percorso prenderà avvio a settembre 2026 a Torino e accompagnerà giovani donne con disabilità fino a giugno 2028, dentro Open, lo Spazio Aperto di diversità di Fondazione Time2, un luogo che già nel nome sembra opporsi alla logica delle porte chiuse, dei corridoi separati, delle stanze in cui si parla “di” qualcuno senza parlare “con” qualcuno.

Parlare di donne con disabilità significa anche entrare in una questione più ampia, quella del riconoscimento. Perché il problema non riguarda solo ciò che accade, ma anche ciò che il mondo riesce o non riesce a vedere. Il parallelo con la diagnosi di autismo nelle ragazze, richiamato anche dal dibattito scientifico più recente, è potentissimo proprio per questo: per anni il modello dominante ha letto l’autismo soprattutto attraverso espressioni più facilmente riconosciute nei maschi, lasciando molte bambine e ragazze in una specie di zona grigia diagnostica. Uno studio pubblicato sul British Medical Journal, basato su oltre 2,7 milioni di persone nate in Svezia tra il 1985 e il 2022, mostra come il rapporto tra diagnosi maschili e femminili, molto sbilanciato durante l’infanzia, tenda a ridursi fino quasi alla parità attorno ai vent’anni. Non significa che le bambine diventino improvvisamente autistiche da adulte, ovviamente, ma che spesso vengono viste tardi, capite tardi, accolte tardi. E chi frequenta community neurodivergenti, chi ascolta le storie di ragazze arrivate alla diagnosi dopo anni di mascheramento, ansia, burnout e incomprensione, lo sa benissimo: non essere nominate non rende meno reale ciò che si vive. Lo rende solo più solitario.

Questo ritardo nello sguardo diventa ancora più feroce quando si parla di violenza. Se una donna con disabilità non viene percepita come adulta, come autonoma, come portatrice di desideri, confini, consenso e progetto di vita, diventa più facile che la società non riconosca ciò che le viene tolto. La violenza può non essere compresa perché manca il linguaggio per nominarla, perché chi la subisce è stata educata a considerare normale la dipendenza dagli altri, perché la relazione di cura può trasformarsi in controllo senza che nessuno abbia il coraggio di smontare l’incantesimo, perché la famiglia viene ancora troppo spesso immaginata come luogo automaticamente buono, mentre sappiamo che nessuno spazio è immune dal rischio di abuso. Qui la cultura nerd, quella vera, quella che non si limita a collezionare variant cover ma usa le storie per leggere il presente, può fare una cosa importante: ricordarci che ogni narrazione ha bisogno di punto di vista. Cambiare prospettiva non è un esercizio estetico, è una rivoluzione politica.

“Adulte!” lavora esattamente su questo piano, tenendo insieme empowerment individuale e dimensione collettiva, perché nessuna eroina si salva davvero da sola se il mondo attorno continua a essere progettato come un dungeon pieno di trappole invisibili. Il progetto prevede percorsi personalizzati di vita, inserimenti lavorativi costruiti attraverso il metodo place and train, counselling, supporto psicologico e psicoterapeutico, gruppi di parola dedicati a relazioni, affettività e sessualità, laboratori tra donne e una campagna di comunicazione e advocacy sulla vita indipendente vista attraverso la lente del genere e del funzionamento. Tradotto fuori dal linguaggio tecnico, significa accompagnare giovani donne con disabilità a riconoscersi come protagoniste della propria storia, ma anche mettere in crisi il modo in cui servizi, famiglie, istituzioni e comunità immaginano la disabilità femminile. Perché l’autonomia non nasce magicamente dal nulla come un power-up trovato in uno scrigno: va resa possibile, sostenuta, allenata, difesa, soprattutto quando per anni qualcuno ti ha fatto credere che scegliere non fosse affare tuo.

Il numero delle beneficiarie dirette, 82 giovani donne, non va letto come una cifra chiusa, piccola o grande che sia. In un progetto simile ogni persona coinvolta apre cerchi concentrici, perché attorno alle partecipanti si muovono famiglie, operatori, datori di lavoro, servizi sociali, comunità territoriali, e circa 300 persone saranno raggiunte indirettamente da questo processo. La trasformazione culturale funziona un po’ come certe quest cooperative: parte da un gruppo, ma se il party impara davvero qualcosa, cambia anche la mappa. Torino, con oltre 20.000 utenti dei servizi per la disabilità e un tasso di occupazione delle persone con disabilità ancora sotto il 30%, diventa allora non solo lo scenario del progetto, ma un laboratorio concreto su una domanda che riguarda tutta l’Italia: quanto spazio reale siamo disposti a lasciare alle persone con disabilità quando smettiamo di parlare di inclusione come parola carina da brochure e iniziamo a misurarla sulla vita quotidiana, sui soldi, sul lavoro, sulle relazioni, sul diritto di uscire di casa, innamorarsi, abitare, decidere?

Fondazione Time2 non arriva a questa sfida come una comparsa entrata all’ultimo episodio. Da anni lavora sull’autodeterminazione dei giovani con disabilità intellettiva e relazionale, accompagnandoli nel passaggio all’età adulta attraverso percorsi educativi, sportivi, di empowerment, cittadinanza attiva, inserimento lavorativo e progetto di vita personalizzato, in coerenza con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Le sue sedi, Open a Torino e Casa Mistral a Oulx, raccontano due dimensioni diverse ma connesse: la città e il territorio, l’incontro e il respiro, la possibilità di costruire contesti in cui la diversità non venga semplicemente tollerata, ma diventi criterio di progettazione. Accanto a Time2 ci saranno l’Associazione Verba, impegnata nei percorsi psicologici individuali e nei gruppi di parola, l’Istituto Change, che curerà il counselling, e il Comune di Torino, con servizi come Passepartout, Centro Relazioni e Famiglie e InformaGiovani, chiamati a intercettare e coinvolgere le destinatarie del percorso. La parola “rete” viene usata spesso fino a perdere forza, ma qui torna a essere necessaria: nessun servizio può limitarsi a passare la questione a qualcun altro come fosse una side quest scomoda.

Il punto più interessante, e forse anche più urgente, sta nell’approccio intersezionale dichiarato da “Adulte!”. Intersezionale non significa complicare le cose per il gusto di farlo, né aggiungere etichette su etichette fino a rendere tutto indecifrabile. Significa guardare le persone dove sono davvero, dentro l’incrocio tra corpo, genere, classe, abilità, età, territorio, famiglia, desideri, paure, possibilità. Una giovane donna con disabilità non vive una discriminazione “a compartimenti stagni”, prima come donna e poi come persona con disabilità, come se si potessero separare le statistiche con una linea pulita. Le due cose si parlano, si moltiplicano, si confondono, generano ostacoli specifici che richiedono strumenti specifici. Chi ama i mondi narrativi complessi dovrebbe capirlo al volo: non puoi affrontare un boss multiforma con una sola mossa ripetuta all’infinito. Devi leggere il pattern, cambiare strategia, ascoltare il party, usare risorse diverse, accettare che la soluzione standard non basta.

La violenza sulle donne con disabilità resta ancora troppo poco raccontata anche perché obbliga a guardare in faccia un cortocircuito scomodo: la società ama parlare di protezione, ma fatica a parlare di potere. Proteggere può diventare una parola ambigua se significa decidere tutto al posto di un’altra persona, se cancella il diritto al rischio, se trasforma il corpo disabile in territorio amministrato dagli altri. Lo stesso vale per la rappresentazione mediatica, compresa quella pop che noi nerd consumiamo e produciamo ogni giorno: quante volte la disabilità viene usata come trauma narrativo, simbolo di fragilità, elemento estetico o scorciatoia emotiva, senza restituire alle persone disabili desiderio, ironia, rabbia, agency, sensualità, complessità? Quante volte una donna disabile viene raccontata solo come vittima o ispirazione, mai come persona che può prendere una decisione sbagliata, desiderare una relazione, costruire un lavoro, pretendere spazio, dire no senza doversi giustificare?

Forse per questo un progetto come “Adulte!” parla anche alla cultura geek, molto più di quanto potrebbe sembrare a uno sguardo distratto. Il cosplay, per esempio, ci insegna che abitare un corpo e raccontarlo sono due azioni potentissime, ma solo se restano libere. Il gaming ci insegna che l’accessibilità non è un favore, è design intelligente, è la differenza tra lasciare qualcuno fuori dalla partita e permettergli di giocare con i propri strumenti. Gli anime migliori ci hanno insegnato che il riconoscimento arriva spesso dopo una lunga lotta contro uno sguardo che non vede, non ascolta, non crede. Però la vita non può aspettare l’episodio 12 per concedere dignità a chi ne aveva diritto già dalla sigla iniziale. Servono servizi formati, reti territoriali, educazione affettiva accessibile, percorsi psicologici adeguati, lavoro vero, famiglie accompagnate, campagne capaci di nominare la violenza anche quando non assomiglia agli stereotipi che abbiamo in testa.

Il sostegno di Fondazione Unipolis attraverso il Bando ACT 2026, che ha selezionato “Adulte!” tra cinque progetti vincitori a fronte di 1.046 candidature, offre a Fondazione Time2 la possibilità di dare continuità a un percorso che non vuole limitarsi a riparare danni individuali, ma provare a cambiare il modo in cui una comunità guarda le giovani donne con disabilità. Aspirare, coinvolgere, trasformare: tre verbi che nel nome del bando sembrano quasi una progressione narrativa, ma la sfida vera sarà portarli fuori dalle parole e dentro la vita concreta. Aspirare a un futuro in cui il 65% non sia più un dato da scrivere con rabbia. Coinvolgere le persone direttamente interessate senza trasformarle in oggetti di intervento. Trasformare i servizi, le famiglie, il lavoro, la comunicazione, i linguaggi, le abitudini, le piccole violenze normalizzate che si infilano nei gesti quotidiani.

Resta addosso una sensazione difficile da mettere in ordine, forse perché certi temi non dovrebbero mai diventare comodi. Da una parte la durezza dei numeri, dall’altra la possibilità concreta di costruire percorsi di libertà. Da una parte il silenzio che per troppo tempo ha coperto la violenza contro le donne con disabilità, dall’altra un progetto che sceglie una parola semplice e gigantesca: adulte. Non perfette, non salvate, non definite dagli altri. Adulte. Persone con una voce, un corpo, una storia, una rabbia, una tenerezza, una sessualità, un futuro non scritto. La community nerd sa cosa significa affezionarsi a personaggi che il mondo sottovaluta, ma qui non stiamo parlando di fiction, e forse il vero passo da fare insieme è smettere di aspettare che qualcuno diventi “straordinario” per meritare ascolto. Sarebbe bello parlarne anche tra noi, con quella sincerità un po’ scomoda che ogni fandom maturo dovrebbe imparare a reggere: quante invisibilità continuiamo a non vedere, anche nei nostri spazi apparentemente più accoglienti?

Giornata Internazionale per le Donne e le Ragazze nella Scienza

L’11 febbraio, sotto l’egida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e con il patrocinio dell’UNESCO, il mondo celebra la Giornata Internazionale per le Donne e le Ragazze nella Scienza. Questa ricorrenza annuale non è solo un’occasione per riflettere sull’apporto femminile al progresso scientifico, ma un invito a promuovere un cambiamento culturale necessario per abbattere le barriere che ancora oggi ostacolano l’accesso paritario delle donne al mondo della scienza.

Women in science who changed the world

Nonostante il contributo fondamentale di figure femminili al progresso scientifico, la storia della scienza è spesso stata scritta a discapito delle donne. Mileva Maric, brillante matematica e prima moglie di Albert Einstein, rappresenta un esempio emblematico di come il talento femminile sia stato oscurato da colleghi uomini. Questo fenomeno si riflette anche nelle statistiche: solo 55 donne hanno ricevuto il premio Nobel su 861 assegnazioni totali, e di queste, appena 24 in ambito scientifico.

Tra le donne che sono riuscite a lasciare un’impronta indelebile nel panorama scientifico, spiccano nomi come Marie Curie, unica scienziata a vincere due Nobel in discipline diverse, e Hedy Lamarr, pioniera della tecnologia che ha reso possibile il Wi-Fi. A loro si aggiungono le italiane Rita Levi Montalcini, nobel per la medicina, Margherita Hack, astrofisica di fama mondiale, e Fabiola Gianotti, direttrice generale del CERN. Non meno importante è il contributo recente di un team di ricercatrici che ha identificato il virus SARS-CoV-2, dimostrando ancora una volta l’impatto rivoluzionario delle donne nel campo STEM.

Le Discipline STEM e l’Era dei Pregiudizi

L’acronimo STEM (Science, Technology, Engineering, and Mathematics) rappresenta uno degli ambiti più innovativi del nostro tempo, ma è anche quello in cui la presenza femminile è storicamente ridotta. Appena il 16,5% delle studentesse sceglie percorsi universitari legati a queste discipline, spesso scoraggiate da stereotipi di genere che iniziano a manifestarsi già durante l’infanzia.

È proprio per combattere questi pregiudizi che è nato l’hashtag “Non ci vuole una scienza ma ci vuole una scienziata”, una campagna di sensibilizzazione che punta a chiedere maggiori investimenti culturali ed economici per sostenere l’ingresso e il successo delle donne nelle professioni scientifico-tecnologiche.

Donne di Scienza

La celebrazione dell’11 febbraio non si limita a riconoscere i successi passati, ma mira a costruire un futuro più inclusivo. Perché ciò avvenga, è necessario un cambiamento profondo che coinvolga ogni livello della società.

Questo cambiamento deve partire dalle famiglie, spesso il primo luogo dove si alimentano o si demoliscono i sogni. Deve proseguire attraverso un’istruzione equa e motivante, che incoraggi le giovani donne a esplorare il proprio potenziale scientifico senza paura di giudizi. Infine, deve investire il mondo del lavoro, eliminando pregiudizi e discriminazioni che ancora oggi limitano l’accesso delle donne alle posizioni di rilievo.

Perché Ogni Donna Conta

La Giornata Internazionale per le Donne e le Ragazze nella Scienza è un richiamo globale all’azione. Celebrando le conquiste femminili e lavorando per rimuovere gli ostacoli che ancora oggi le donne incontrano nel campo STEM, possiamo creare una società dove il talento sia valorizzato indipendentemente dal genere. Come dimostrano le tante figure di spicco nella storia della scienza, l’innovazione non conosce barriere: ogni donna, ragazza, e bambina ha il diritto di trasformare il proprio genio in progresso per l’umanità.

MUPA – Il Museo del Patriarcato: quando il futuro osserva il nostro presente come un reperto archeologico

Entrare al MUPA, appena inaugurato a Roma, somiglia a un esperimento mentale degno della migliore fantascienza sociale: varchi la soglia e ti ritrovi proiettato in un 2148 immaginato, un futuro che osserva il nostro presente come se fosse un’era archeologica, un punto di svolta nella lunga storia della cultura patriarcale. L’operazione ideata da ActionAid è radicale, quasi un esercizio di worldbuilding sociopolitico che ricorda le distopie speculative ma, a differenza dei romanzi, questa volta l’universo narrativo è tangibile, visitabile, concreto. È un museo che sfida, inquieta, accende discussioni. Un museo che non vuole conservare, ma trasformare. Il MUPA prende forma dentro lo spazio di AlbumArte, in via Flaminia 122, e accoglie le sue opere come se fossero reperti provenienti da un’epoca remota. Pezzi di quotidianità del nostro 2025 diventano tracce di un mondo che, nel 2148, si suppone superato. È un gesto concettuale potente: qui non si immagina il futuro come progresso tecnologico, ma come maturazione sociale, etica e culturale. Lo sguardo dei curatori è il nostro specchio rovesciato: i loro reperti siamo noi.

Camminando tra le sale, la narrazione prende forma attraverso oggetti familiari che improvvisamente diventano prove materiali di un ordine simbolico che abbiamo interiorizzato. Le buste paga INAIL stampate in colori diversi per uomini e donne rendono immediatamente leggibile l’ingiustizia strutturale del gender pay gap, una differenza spesso nascosta dietro percentuali e statistiche ma, qui, tradotta in un linguaggio visivo che annulla ogni ambiguità. Poco più avanti, le ante di armadi colpite da pugni raccontano la brutalità domestica che si consuma lontano dai riflettori. Le fotografie di talk-show completamente maschili che discutono di aborto ricostruiscono un paradosso mediatico che molti preferiscono ignorare: decidere del corpo delle donne senza le donne.

Lo scarto tra ciò che viviamo e ciò che il MUPA ci spinge a vedere crea un cortocircuito emotivo. Ogni opera obbliga a rallentare, ad ammettere quanto la normalità sia spesso solo il risultato della ripetizione e della rassegnazione. L’effetto è quello di un percorso che risucchia e restituisce, un viaggio in cui la sensazione di familiarità si mescola al disagio.

Il MUPA, però, non è solo un’esposizione. Dal 20 al 25 novembre ospita incontri, talk e laboratori, costruiti insieme a reti femministe, attiviste e centri antiviolenza. L’idea è trasformare le sale in un luogo vivo, non un mausoleo ma una piattaforma di lavoro collettivo. L’unica pausa prevista è il 22 novembre, per permettere la partecipazione alla manifestazione nazionale di Non Una di Meno, un gesto che ribadisce come la cultura sia sempre un atto politico, soprattutto quando si parla di violenza di genere.

Mentre si attraversa la mostra, il pensiero ritorna ai numeri attuali, quelli che ActionAid porta avanti nella ricerca “Perché non accada”. Non parliamo di astrazioni, ma di 98 donne uccise nel 2024, quasi una ogni quattro giorni. Numeri che, letti da un futuro immaginario, assumono la gravità dei dati storici, quelli che vorremmo poter raccontare solo nei libri e non nei notiziari. La mostra ci interroga proprio su questo: quanto siamo disposti a cambiare perché la violenza smetta di essere una notizia ricorrente? E ancora: quanto è radicato il patriarcato nelle scelte quotidiane che facciamo, nelle parole che usiamo, nei silenzi che sopportiamo?

L’opera che incornicia articoli di giornale con titoli sessisti è un pugno nello stomaco, perché mostra un sistema mediatico che perpetua narrazioni distorte o riduttive. Dai titoli che cancellano i nomi delle donne ai comportamenti paternalistici di figure pubbliche, ogni elemento diventa un tassello di quel mosaico culturale che normalizza la disparità. Questa sezione, probabilmente la più disturbante, mette in scena il ruolo della stampa come specchio deformante, ricordando quanto sia urgente ripensare i linguaggi e le responsabilità narrative.

La madrina della mostra, l’attrice Violante Placido, racconta di apprezzare l’impianto visionario del museo e sottolinea l’importanza di ribaltare lo sguardo sul presente immaginandolo dal futuro. La stessa ActionAid, con Katia Scannavini, ricorda come la prevenzione primaria sia un terreno da cui dipende qualsiasi possibilità di cambiamento reale. Dalla scuola all’urbanistica, la trasformazione culturale non è un accessorio ma un’infrastruttura.

È impossibile non soffermarsi davanti ai diorami e alle installazioni interattive che ricreano situazioni quotidiane, come quella sui mezzi pubblici, dove un manichino donna viene invaso nello spazio personale da due manichini uomini. In questa scena, così semplice e al tempo stesso così concreta, si condensano decine di testimonianze, paure, esperienze che molte persone conoscono fin troppo bene. Il MUPA insiste su una cosa: l’empatia è una tecnologia potentissima, soprattutto quando diventa immersione sensoriale e narrativa.

Ogni sala produce una domanda diversa, ma l’epicentro è sempre lo stesso: come possiamo costruire un futuro che guardi al patriarcato come a un fossile, e non come a un presente che ci avvolge? La risposta non è semplice, ma è chiaro che il museo non vuole fornirla. L’obiettivo è generare un processo, una consapevolezza collettiva che continui anche fuori da AlbumArte.

Prima di uscire, una frase accompagna l’ultimo passo: “Se ti ritrovi in una delle manifestazioni di violenza rappresentate, chiama il 1522.” È una chiusura dura, reale, necessaria. Perché il MUPA non è un’esperienza astratta, è un confronto frontale con ciò che viviamo.

La mostra resterà aperta fino al 25 novembre e si candida a diventare uno degli eventi culturali più significativi dell’anno, non per ciò che espone, ma per ciò che smuove. In fondo, immaginare il 2148 non è solo un esercizio di fantasia: è un invito a non aspettare così a lungo.

Women and the City 2025: quando la parità diventa futuro

Torino si prepara a spalancare le porte a una nuova edizione di Women and the City, il festival che da tre anni trasforma la città in un palcoscenico diffuso di riflessione, impegno e cultura attorno al tema della parità di genere. Non un semplice cartellone di eventi, ma un vero e proprio universo narrativo, dove voci internazionali, arte, attivismo e testimonianze si intrecciano per costruire un racconto corale. Quest’anno il motto è chiaro e potente: “Dove c’è parità, c’è futuro”. Dal 22 al 26 ottobre, con estensioni fino al 23 novembre, Torino e sette comuni piemontesi diventano il cuore pulsante di oltre cento appuntamenti. Una costellazione che supera i confini regionali: il 2026 segnerà infatti lo sbarco del festival a Bari, creando un ponte Sud-Nord nel nome dei diritti e della pace.

Un festival che raddoppia

La terza edizione porta con sé un ampliamento senza precedenti: otto giornate ufficiali, un programma Off che coinvolge sette comuni e cinque festival partner, oltre 300 ospiti nazionali e internazionali. Dalle aule universitarie alle piazze storiche, dai circoli culturali alle biblioteche, Women and the City vuole essere un’esperienza collettiva che mescola memoria e futuro, denuncia e speranza.

Il percorso non si limita agli incontri. Quest’anno il festival accoglie anche opere simboliche come il murale dedicato a Giulia Cecchettin, che verrà inaugurato il 20 ottobre come gesto corale di ribellione e ricordo, accompagnato da un flash mob e da un videoracconto per tutte le vittime di femminicidio.

La voce delle protagoniste

Tra gli ospiti spicca un nome che da solo racconta una battaglia lunga una vita: Shirin Ebadi, giurista iraniana, prima donna musulmana a ricevere il Nobel per la Pace. Dal suo esilio salirà sul palco del Politecnico di Torino per ribadire un principio che dovrebbe essere universale: i diritti delle donne sono diritti umani.

Accanto a lei, figure come Pietro Grasso, già Presidente del Senato, lo psicoterapeuta Alberto Pellai, la statistica Linda Laura Sabbadini, la filosofa Francesca Romana Recchia Luciani, l’attivista danese Emma Holten, e ancora artisti, economisti, registi e sportive. Persino la Squadra Femminile di calcio Iran di Torino avrà un ruolo di primo piano, portando in campo il valore dello sport come diritto e come identità.

Educare per cambiare

Uno degli assi portanti della manifestazione è l’educazione affettiva e sessuale. Da qui nasce la petizione “Conoscere per rispettare. L’educazione che manca”, lanciata in collaborazione con università e istituzioni locali. E da qui prende forma un’idea creativa e potente: un bugiardino contro l’amore malato, distribuito in 700 farmacie della provincia, per smascherare i comportamenti tossici che spesso si travestono da normalità.

Le sfide del lavoro e della cura

Il festival non dimentica le disuguaglianze economiche. Venerdì 24 ottobre sarà dedicato alle grandi questioni del lavoro femminile: dal gender pay gap alle nuove sfide aziendali, fino alle storie di manager e imprenditrici che stanno scardinando vecchi schemi. Temi come la cura, la leadership inclusiva e il soffitto di cristallo saranno al centro di incontri e tavole rotonde che vogliono proporre soluzioni concrete, non solo analisi.

Un orizzonte che si allarga

La sfida di Women and the City non si limita a Torino. L’edizione 2026, già annunciata a Bari, segna un allargamento del progetto in chiave nazionale. L’obiettivo è creare un ponte culturale che unisca territori diversi sotto una stessa visione: città più giuste, inclusive e sostenibili.

Perché conta esserci

Oltre i dati e i numeri, Women and the City è soprattutto un atto politico e culturale: costruire uno spazio condiviso in cui le voci delle donne e degli uomini possano incontrarsi senza barriere. Un luogo di dialogo che diventa resistenza, un festival che non teme di alzare la voce per chiedere parità, diritti, pace.

Chi attraverserà questo festival non porterà a casa soltanto un ricordo, ma un frammento di futuro. Perché, come suggerisce il titolo scelto per questa edizione, senza parità non c’è domani.

E ora la domanda è per voi, lettrici e lettori di CorriereNerd: quale sarebbe la vostra questione nerd da inserire in un festival come questo? Videogiochi con protagoniste femminili, supereroine nei fumetti, personaggi delle serie TV che hanno cambiato l’immaginario? Raccontateci nei commenti quali storie, universi o icone geek vorreste vedere accanto a nomi come Shirin Ebadi. Perché anche la cultura nerd, con la sua forza dirompente, può e deve entrare in dialogo con i grandi temi della parità.

 

Costanza d’Altavilla. Donne e potere: il fumetto ARS che racconta la regina normanna

Palermo medievale, con i suoi palazzi normanni, i mosaici dorati, le trame di corte e quella luce mediterranea che sembra fatta apposta per trasformare la Storia in leggenda, diventa il palcoscenico di un fumetto che ha tutta la forza narrativa di una grande saga dinastica, ma senza bisogno di draghi, profezie inventate o regni immaginari. “Costanza d’Altavilla. Donne e potere – Il fumetto” nasce infatti da una vicenda reale, potentissima e troppo spesso relegata ai margini della memoria collettiva: quella di Costanza d’Altavilla, principessa normanna, regina di Sicilia, imperatrice del Sacro Romano Impero e madre di Federico II, lo “stupor mundi”. Un personaggio che, se fosse stato scritto oggi da uno sceneggiatore fantasy, sarebbe stato probabilmente accusato di essere troppo epico per risultare credibile. E invece Costanza è esistita davvero, ha attraversato una delle stagioni più complesse della politica europea e ha dimostrato che il potere, quello autentico, non appartiene al genere, ma alla visione, alla lucidità e alla capacità di restare in piedi mentre il mondo prova a decidere al posto tuo.

Il fumetto, promosso dalla Commissione per la vigilanza sulla Biblioteca e l’Archivio storico dell’Assemblea Regionale Siciliana, guidata dall’onorevole Marianna Caronia insieme alle componenti Valentina Chinnici e Roberta Schillaci, non si presenta come una semplice pubblicazione divulgativa, ma come un progetto culturale pensato per parlare alle nuove generazioni con un linguaggio immediato, visuale e profondamente contemporaneo. La scelta del fumetto, da questo punto di vista, è tutt’altro che decorativa. Chi frequenta la cultura nerd lo sa bene: la nona arte non è mai stata soltanto evasione. Il fumetto può raccontare guerre galattiche e traumi adolescenziali, supereroi e rivoluzioni, manga sportivi e drammi storici, universi distopici e biografie dimenticate. Può fare quello che spesso i manuali scolastici faticano a fare: avvicinare chi legge a un personaggio, renderlo riconoscibile, emotivo, umano. Proprio per questo Costanza d’Altavilla trova tra le tavole illustrate una seconda vita narrativa, capace di far dialogare Medioevo, educazione civica, parità di genere, memoria siciliana e immaginario pop.

L’opera, con soggetto, sceneggiatura e disegni di Enza Fontana, realizzazione e stampa a cura di Good Event srl e supporto tecnico di Giuseppe Lo Bocchiaro, è stata pensata come completamento ideale di un percorso più ampio dedicato alla regina e imperatrice normanna. La Commissione Biblioteca dell’ARS ha infatti costruito intorno a Costanza un insieme di iniziative che hanno attraversato scuola, ricerca, divulgazione e innovazione tecnologica: un concorso rivolto agli studenti, un volume costruito con la formula originale della lettera immaginaria a Costanza, eventi multidisciplinari, fino alla creazione di un avatar interattivo capace di rispondere a domande sulla sua figura. Il fumetto arriva quindi come tassello narrativo di un mosaico più grande, scegliendo una forma capace di raggiungere ragazze e ragazzi senza retorica, con un racconto che non semplifica la Storia, ma la rende attraversabile.

Il titolo “Costanza d’Altavilla. Donne e potere” dichiara subito la sua direzione. Non siamo davanti a una biografia neutra, ma a un racconto che usa la vita di una protagonista medievale per interrogare il presente. Il rapporto tra donne e potere resta infatti uno dei grandi temi irrisolti della nostra società. Cambiano i secoli, cambiano le istituzioni, cambiano i linguaggi, ma la domanda resta lì, ostinata: quante figure femminili sono state dimenticate, ridimensionate, trasformate in comparse accanto a padri, mariti, fratelli o figli più celebrati? Costanza d’Altavilla è stata figlia di Ruggero II, moglie di Enrico VI, madre di Federico II, ma ridurla a questi legami significherebbe tradire il senso stesso del progetto. Il fumetto insiste invece sulla sua identità autonoma, sulla sua capacità di leggere il proprio tempo, sulla forza con cui riuscì a incidere in un sistema dominato da uomini, guerre, dinastie e strategie di potere.

La narrazione parte da Palermo nel 1158, con un’immagine che ha il sapore delle grandi origini mitiche: una bambina tra le braccia della madre Beatrice. Non una statua, non un nome inciso su una genealogia, ma una creatura viva, ancora piccola, ancora immersa in uno spazio di affetti e silenzi. Il fumetto sceglie così di restituire a Costanza un’infanzia, un immaginario, un rapporto con il mondo prima ancora che con il trono. Questa scelta è fondamentale, perché porta il lettore e la lettrice dentro una dimensione emotiva che raramente associamo ai personaggi storici. Costanza bambina osserva, ascolta, immagina. Vive dentro il Palazzo Reale di Palermo, attraversa ambienti segnati dalla magnificenza dell’arte normanna, entra in contatto con quel mondo multiculturale che aveva reso la Sicilia un laboratorio unico nel Mediterraneo. L’immagine del mosaico, e in particolare il riferimento poetico al volto di Ruggero II, diventa una delle intuizioni più belle del fumetto: il padre non è solo una figura politica lontana, ma un’eredità simbolica, una visione del regno, una traccia luminosa da comprendere e forse un giorno portare avanti.

Tra le tavole emerge una Palermo che non funziona da semplice fondale, ma da personaggio silenzioso. Il Palazzo Reale, la Cappella Palatina evocata attraverso i suoi spazi dorati, i richiami alla cultura normanna, la stratificazione di popoli, religioni e lingue trasformano l’ambiente in una macchina narrativa. Per chi ama le ambientazioni fantasy, questa Sicilia medievale possiede una potenza visiva straordinaria: corti attraversate da tensioni politiche, eredi fragili, alleanze matrimoniali, simboli sacri, confini instabili, sovrani giovanissimi, imperatori lontani e papi pronti a intervenire negli equilibri del potere. La differenza è che qui non stiamo sfogliando un atlante inventato, ma una pagina reale della storia europea.

Costanza cresce in un mondo che cambia rapidamente intorno a lei. Il fumetto la mostra mentre sogna, si annoia, si ribella, immagina di viaggiare, dipingere, cantare le gesta dei cavalieri, ma anche mentre viene richiamata al ruolo che la società pretende da una principessa. Questi passaggi funzionano molto bene perché parlano direttamente al pubblico giovane. La Costanza adolescente non è una figura imbalsamata, ma una ragazza piena di desideri, curiosità, insofferenze e ironia. Vuole guardare oltre le mura, vuole capire, vuole scegliere. La sua relazione con il potere non nasce come ambizione fredda, ma come progressiva consapevolezza. Intorno a lei, gli adulti parlano di regni, successioni, equilibri internazionali, mentre lei impara a leggere le crepe di quel sistema. In questa rappresentazione si sente la volontà di mostrare una protagonista che non subisce semplicemente il proprio destino, ma lo attraversa con intelligenza, trasformandolo in spazio d’azione.

Il cuore narrativo del progetto, pur senza perdere la leggerezza del linguaggio fumettistico, affronta questioni storiche complesse. Alla fine del XII secolo, il Regno di Sicilia si trova stretto tra pressioni interne ed esterne, mentre l’Impero svevo e il papato ridisegnano i rapporti di forza europei. Guglielmo II, nipote di Costanza, diventa figura cruciale per il destino degli Altavilla, mentre la mancanza di eredi diretti apre scenari pericolosissimi. Il matrimonio con Enrico VI di Svevia, figlio dell’imperatore Federico Barbarossa, non viene raccontato come una favola romantica, ma come un passaggio politico di enorme rilevanza. Attraverso quell’unione, il regno normanno entra in connessione con la discendenza imperiale germanica, creando una traiettoria destinata a culminare nella nascita di Federico II. Proprio qui il fumetto riesce a rendere accessibile un tema che, nelle pagine di un manuale, rischierebbe di risultare ostico: la politica dinastica come strumento di costruzione del potere, ma anche come spazio in cui una donna può diventare soggetto e non soltanto pedina.

La figura di Tancredi, il cugino che tenta di sottrarle il Regno, introduce nella vicenda un antagonismo quasi da saga cavalleresca. La lotta per la successione, le tensioni tra legittimità e forza, il conflitto tra diritto e ambizione rendono la parabola di Costanza ancora più cinematografica. Ma ciò che colpisce è la scelta di non trasformarla in un’eroina muscolare secondo cliché moderni. Costanza non ha bisogno di essere riscritta come guerriera fantasy per apparire potente. La sua forza sta nella tenacia, nella memoria, nella consapevolezza del proprio ruolo, nella capacità di resistere a un sistema che tenta di definirla attraverso ciò che dovrebbe essere e non attraverso ciò che può diventare. In questo senso, il fumetto lavora su un’idea di leadership femminile molto interessante: non una leadership urlata, non una caricatura del potere maschile, ma una forma di governo radicata nella visione, nella continuità e nella capacità di immaginare futuro.

Federico II, naturalmente, aleggia sulla storia come promessa e compimento. Il figlio di Costanza diventerà una delle figure più affascinanti del Medioevo europeo, imperatore, legislatore, uomo di cultura, sovrano capace di incarnare un’idea cosmopolita del potere. Eppure il fumetto invita a guardare prima di tutto alla donna che rende possibile quella traiettoria. Troppo spesso la narrazione storica celebra i grandi uomini come se fossero nati dal nulla, dimenticando le reti familiari, politiche e culturali che hanno reso possibile la loro ascesa. “Costanza d’Altavilla. Donne e potere” recupera proprio quel passaggio cancellato o appannato: dietro lo “stupor mundi” troviamo una madre, una regina, una stratega, una figura capace di chiudere e insieme riaprire il cerchio della storia normanna.

Dal punto di vista visivo, il lavoro di Enza Fontana sceglie un tratto accessibile, espressivo, adatto a un pubblico giovane ma non infantile. Le tavole alternano momenti intimi e scene di più ampio respiro, con una palette che valorizza ori, verdi, rossi e toni caldi capaci di evocare l’immaginario palermitano e normanno. I volti hanno una chiarezza emotiva immediata, mentre gli ambienti restituiscono l’idea di una corte sospesa tra splendore artistico e tensione politica. La scelta delle 24 tavole, divise in quattro sezioni, permette una lettura agile ma densa, costruita come un percorso di formazione: dall’infanzia alla maturità, dal sogno privato alla responsabilità pubblica, dalla posizione marginale alla centralità storica. È una struttura quasi da origin story, e forse proprio per questo funziona così bene per chi viene dal linguaggio dei comics, dei manga e delle grandi narrazioni seriali.

La vera intuizione culturale dell’opera sta però nella sua capacità di mettere insieme divulgazione storica e immaginario contemporaneo senza trasformare Costanza in un personaggio “modernizzato” in modo artificiale. Il fumetto non cancella il Medioevo, non finge che la protagonista viva secondo categorie di oggi, ma usa la sua vicenda per parlare a chi legge adesso. Marianna Caronia ha definito il progetto un atto politico, perché restituisce alle ragazze esempi di potere femminile rimossi o sottovalutati dalla storiografia maschile. Valentina Chinnici ha messo in evidenza la forza generazionale dell’iniziativa, pensando al fumetto come strumento per permettere alle bambine di vedere in Costanza non una principessa passiva, ma una donna capace di trasformare sogni e possibilità in progetto concreto. Roberta Schillaci ha sottolineato invece il valore del fumetto come linguaggio universale, capace di trasmettere messaggi complessi senza appesantirli con la retorica. Tre letture diverse, ma convergenti: Costanza serve a parlare di storia, certo, ma anche di diritti, rappresentazione, cittadinanza e immaginario.

Questa operazione risulta particolarmente importante proprio perché arriva da una istituzione come l’Assemblea Regionale Siciliana e dalla sua Biblioteca, luogo che per sua natura conserva documenti, memoria e strumenti di studio, ma che qui sceglie di uscire da un’idea puramente archivistica del sapere. La Biblioteca dell’ARS, nata fin dal 1947 per offrire supporto informativo all’attività legislativa e oggi custode di un patrimonio rilevante tra monografie, periodici, giornali e fondi storici, diventa in questo progetto anche motore narrativo. Non solo scaffali e cataloghi, ma una piattaforma culturale capace di trasformare il patrimonio storico in esperienza accessibile. Questa è una prospettiva molto nerd, nel senso più bello del termine: prendere un archivio, una figura medievale, una questione politica e trasformarli in racconto, immagine, interazione, avatar, fumetto, percorso per le scuole.

Il fatto che la pubblicazione non sia destinata alla vendita rafforza la sua natura civica e formativa. “Costanza d’Altavilla. Donne e potere – Il fumetto” non nasce come prodotto commerciale da scaffale, ma come strumento da diffondere, scaricare, richiedere, utilizzare. La disponibilità attraverso i canali dell’Assemblea Regionale Siciliana e la possibilità di farne richiesta alla Commissione Biblioteca lo collocano in una dimensione educativa aperta, pensata per classi, biblioteche, lettrici e lettori curiosi, insegnanti, appassionati di storia siciliana e fan del fumetto storico. In un ecosistema culturale in cui spesso la divulgazione viene schiacciata tra accademia e intrattenimento superficiale, un progetto simile ricorda quanto possa essere fertile la zona di incontro tra rigore, creatività e linguaggio pop.

Costanza d’Altavilla, riletta oggi, diventa una protagonista sorprendentemente attuale. Non perché sia necessario trasformarla in un’icona contemporanea a tutti i costi, ma perché la sua vicenda porta con sé domande ancora vive. Che cosa significa esercitare potere in un mondo che non ti riconosce pienamente? Quanto pesa la memoria quando viene scritta quasi sempre da chi ha avuto più voce? Quali modelli offriamo alle nuove generazioni quando raccontiamo la Storia? E soprattutto: quante Costanze abbiamo lasciato nell’ombra, mentre celebravamo solo i nomi più facili da ricordare?

Il fumetto della Commissione Biblioteca ARS risponde a queste domande con un gesto narrativo semplice e potente: apre una porta. Fa entrare lettrici e lettori dentro la Palermo degli Altavilla, mostra una bambina che guarda un mosaico, una giovane donna che comprende il peso della propria dinastia, una regina che attraversa conflitti e alleanze, una madre che consegna al futuro una delle figure più straordinarie della storia europea. Non predica, racconta. Non trasforma la parità di genere in slogan, la incarna in un percorso. Non usa il Medioevo come cartolina, ma come specchio. Ed è proprio per questo che “Costanza d’Altavilla. Donne e potere” merita attenzione: perché dimostra che il fumetto storico può essere insieme accessibile e profondo, pop e istituzionale, educativo e affascinante, capace di far vibrare la memoria senza rinunciare alla complessità.

Per CorriereNerd.it, un’opera come questa parla direttamente alla nostra idea di cultura geek: quella che non separa mai il piacere del racconto dalla voglia di capire il mondo. Costanza d’Altavilla non è solo una regina da riscoprire, ma una protagonista da rimettere al centro dell’immaginario, accanto alle grandi figure femminili che hanno cambiato la storia senza aspettare il permesso di nessuno. E se oggi una ragazza, sfogliando queste 24 tavole, dovesse riconoscere in lei non una figura lontana, ma una possibilità, allora il fumetto avrebbe già compiuto la sua missione più importante: ricordarci che ogni generazione ha bisogno di nuove immagini per nominare il proprio futuro.

L’Intelligenza Artificiale come Strumento per la Parità di Genere, l’Inclusività e il Rispetto delle Diversità Umane

L’Intelligenza Artificiale sta ridefinendo la nostra società, trasformando profondamente numerosi ambiti della vita quotidiana. Sebbene il dibattito pubblico si concentri spesso sui rischi legati ai bias e alle discriminazioni insite nei sistemi di IA, questa tecnologia, se sviluppata con consapevolezza ed etica, può diventare uno strumento potente per promuovere la parità di genere, l’inclusività e il rispetto delle diversità umane. Un uso responsabile dell’IA consente di ridurre le disparità sociali e professionali, migliorare l’accessibilità alle opportunità e costruire una società più equa per tutti.

L’IA e la Parità di Genere

La parità di genere rappresenta una delle sfide più complesse della nostra epoca. L’IA può svolgere un ruolo determinante nella riduzione del divario di genere, intervenendo in diversi ambiti cruciali.

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda l’eliminazione dei bias di genere nei processi di selezione del personale. Grazie all’uso di algoritmi avanzati, i sistemi di IA possono analizzare e migliorare i processi di assunzione, garantendo equità nelle selezioni e nelle promozioni. I software di screening dei curriculum possono essere progettati per valutare le competenze e le esperienze dei candidati senza considerare informazioni personali come genere o età, contribuendo così a neutralizzare pregiudizi inconsci.

L’IA può inoltre monitorare le disparità salariali attraverso l’analisi di grandi quantità di dati aziendali, identificando differenze retributive ingiustificate tra uomini e donne e suggerendo misure correttive. La trasparenza fornita da questi strumenti può incentivare politiche aziendali più eque e giuste.

L’educazione e la formazione sono un altro settore chiave in cui l’IA può promuovere la parità di genere. Piattaforme di apprendimento automatizzato e chatbot educativi possono sensibilizzare le persone sulle tematiche di genere, contribuendo a un cambiamento culturale nelle aziende e nelle istituzioni. L’IA può anche supportare le vittime di discriminazione e violenza di genere, offrendo strumenti di segnalazione anonima e assistenza psicologica tramite chatbot e piattaforme dedicate.

Inclusività e IA

L’inclusività implica la capacità di accogliere e valorizzare le persone indipendentemente dalle loro caratteristiche individuali. L’IA può favorire ambienti più accessibili, tanto nel mondo digitale quanto in quello fisico.

Le tecnologie di assistenza per persone con disabilità rappresentano un settore in cui l’IA sta già facendo progressi significativi. Sistemi di riconoscimento vocale, lettori di schermo per non vedenti e strumenti di traduzione automatica facilitano l’accesso all’informazione per milioni di persone. Inoltre, l’IA permette la personalizzazione dei contenuti digitali, adattando piattaforme e servizi alle esigenze specifiche di ogni utente.

Anche la diversità linguistica e culturale può essere valorizzata grazie all’IA. Gli algoritmi di traduzione automatica consentono di abbattere le barriere linguistiche, rendendo i contenuti accessibili a un pubblico globale e favorendo una comunicazione più inclusiva. Inoltre, l’IA può essere utilizzata per analizzare e migliorare le politiche di inclusione aziendale, aiutando le organizzazioni a identificare aree di miglioramento e sviluppare strategie più efficaci per promuovere la diversità.

L’IA e il Rispetto delle Diversità Umane

Una società equa deve essere in grado di riconoscere e valorizzare le differenze tra gli individui. L’IA può supportare questo processo attraverso diversi strumenti innovativi.

Uno degli ambiti più promettenti riguarda la rilevazione e la mitigazione dei bias nei dati. Gli algoritmi possono essere addestrati per identificare e correggere pregiudizi nelle decisioni automatizzate, garantendo maggiore equità e giustizia.

Un altro aspetto rilevante è la promozione di contenuti rappresentativi. Le piattaforme basate su IA possono favorire una rappresentazione più equa e diversificata nei media, riducendo gli stereotipi e contribuendo a una narrazione più inclusiva.

L’analisi delle dinamiche sociali attraverso l’IA consente di studiare e comprendere meglio fenomeni di discriminazione ed esclusione, fornendo dati utili per l’elaborazione di politiche pubbliche efficaci. Inoltre, l’IA può essere impiegata per combattere le discriminazioni online, rilevando e segnalando contenuti offensivi o pericolosi sui social media.

Sfide e Considerazioni Etiche

Nonostante le numerose opportunità, l’uso dell’IA per promuovere la parità di genere, l’inclusività e il rispetto delle diversità presenta alcune sfide rilevanti.Uno dei principali ostacoli è rappresentato dai bias nei dati. Poiché l’IA apprende dai dati disponibili, spesso questi ultimi riflettono pregiudizi storici e sociali. Per garantire equità nei sistemi di IA, è necessario sviluppare strategie di mitigazione dei bias e migliorare la qualità dei dataset utilizzati.La trasparenza e la responsabilità sono aspetti fondamentali nello sviluppo di soluzioni di IA etiche. Gli algoritmi devono essere comprensibili e verificabili, per evitare discriminazioni involontarie e garantire l’affidabilità delle decisioni prese.La supervisione umana rimane essenziale. L’IA deve essere utilizzata come supporto alle decisioni umane, piuttosto che sostituire completamente il giudizio umano, per prevenire l’automatizzazione di ingiustizie.Infine, la protezione della privacy deve essere garantita. L’uso dell’IA nell’analisi di dati sensibili deve rispettare normative stringenti per tutelare la riservatezza degli individui e impedire un uso improprio delle informazioni raccolte.

L’Intelligenza Artificiale ha il potenziale per diventare uno strumento fondamentale nella promozione della parità di genere, dell’inclusività e del rispetto delle diversità umane. Tuttavia, per realizzare questo obiettivo, è necessario un impegno costante nella progettazione di sistemi equi, trasparenti e rispettosi dei principi etici. Attraverso un approccio consapevole e responsabile, combinando innovazione tecnologica, regolamentazione adeguata e sensibilizzazione sociale, l’IA può realmente contribuire alla costruzione di una società più giusta e inclusiva per tutti.

Le Ombre del Cosplay: L’Abuso Psicologico e la Forza del Riscatto

Il Cosplay, abbreviazione di “costume play”, è una pratica che ha acquisito una popolarità sempre crescente negli ultimi decenni. Nata come un’attività dedicata agli appassionati di anime, fumetti, videogiochi e cultura pop, oggi il cosplay si è esteso a un fenomeno globale che coinvolge persone di ogni età e provenienza. Sebbene il cosplay abbia trovato un suo spazio all’interno di una nicchia culturale ben definita, non è esente da critiche e pregiudizi da parte di chi lo considera un’attività infantile o fuori dalle convenzioni sociali. Per comprendere meglio queste critiche, è necessario esaminare il fenomeno da diverse prospettive psicologiche, antropologiche e sociologiche.

Dal punto di vista psicologico, il cosplay rappresenta una forma di espressione dell’identità personale, una via per esplorare e manifestare aspetti del sé che altrimenti potrebbero rimanere nascosti. In molti casi, il cosplay è una pratica di “gioco di ruolo” che permette agli individui di indossare i panni di personaggi che ammirano, prendendo su di sé caratteristiche o qualità che nella vita quotidiana potrebbero essere inaccessibili o inespresse. Si tratta di una forma di evasione che può servire anche come meccanismo di coping per chi affronta difficoltà emotive o psicologiche. Tuttavia, la società tende a giudicare negativamente comportamenti che si discostano dalle norme convenzionali. La teoria dell’identità sociale di Tajfel e Turner suggerisce che gli individui tendono a categorizzarsi in gruppi sociali e che chi si dedica a pratiche non conformi può essere etichettato come “outsider”, suscitando reazioni di disapprovazione. In particolare, il cosplay degli adulti può essere visto come immaturo, poiché la nostra cultura associa il travestimento principalmente al mondo infantile o a eventi occasionali come il carnevale, piuttosto che a una pratica costante e matura.

L’aspetto antropologico del cosplay rivela un altro livello di comprensione. Il travestimento, nella storia dell’umanità, ha sempre avuto un significato profondo, legato a rituali religiosi, cerimonie e riti di passaggio. In molte culture tradizionali, l’uso di maschere e costumi era (e in alcuni casi è ancora) una pratica che consentiva agli individui di trasformarsi simbolicamente, assumendo nuovi ruoli e identità. Il cosplay, in un certo senso, si inserisce in questa tradizione di trasformazione, ma nella società moderna, dove la razionalizzazione e la specializzazione hanno ridotto il valore simbolico di queste pratiche, è spesso percepito come un’attività frivola e senza una funzione “utile”. L’idea di “persona”, proposta da Carl Jung, suggerisce che il cosplay possa essere una manifestazione delle “ombre” interiori degli individui, ossia quei tratti del sé che non vengono generalmente espressi nella vita quotidiana. Tuttavia, la società tende a reprimere queste espressioni, vedendole come incompatibili con i ruoli sociali tradizionali.

Sul piano sociologico, il cosplay può essere visto come una forma di devianza, secondo la teoria di Howard Becker. La devianza non è un comportamento intrinsecamente negativo, ma è definita dalla reazione della società a tali comportamenti. Se il cosplay è visto come “strano” o “infantile”, è perché una parte della società lo etichetta come tale, non perché esso sia di per sé problematico. Inoltre, il cosplay sfida le norme di genere e di ruolo sociale, poiché molti cosplayer scelgono di interpretare personaggi di genere opposto o ruoli che non corrispondono al loro status sociale. Questo sfida alle convenzioni può generare disapprovazione tra coloro che percepiscono tali comportamenti come una minaccia all’ordine stabilito.

Tuttavia, la disapprovazione psicologica che circonda il cosplay non si limita alla critica di chi vi si dedica, ma si estende anche agli effetti che questa attività può avere su chi la pratica. Il cosplay, come molte subculture, è uno spazio di incontro dove le dinamiche interpersonali e sociali si amplificano.

Il cosplay può essere definito come una pratica che coinvolge la creazione e l’indossamento di costumi ispirati a personaggi di cultura popolare, come quelli di anime, videogiochi o film. Tradizionalmente, il cosplay ha rappresentato uno spazio sicuro per gli “emarginati” sociali, in particolare per i nerd e gli appassionati di cultura pop, che in altri contesti possono sentirsi esclusi o marginalizzati. Originariamente, il cosplay fungeva da rifugio per coloro che, a causa di preferenze o caratteristiche particolari, non riuscivano a integrarsi nelle norme sociali dominanti. La comunità cosplay offriva, e in alcuni casi continua a offrire, uno spazio in cui l’identità individuale e le diversità potessero essere espresse senza paura di giudizio. Se inizialmente il cosplay era un luogo di inclusività, oggi si è trasformato in una subcultura più ampia, dove nuove forze sociali ed economiche – come i fotografi professionisti, i social media e le dinamiche di notorietà online – hanno cominciato a esercitare una crescente influenza. La commercializzazione del cosplay ha portato, purtroppo, alla comparsa di comportamenti psicologicamente dannosi e manipolativi, che hanno intensificato le dinamiche di abuso.

Le “Menti Deboli” e il Narcisismo

Una delle problematiche psicologiche più evidenti che emergono all’interno della comunità cosplay è l’esistenza di individui con tratti psicologici distruttivi che sfruttano la vulnerabilità emotiva degli altri. Questi individui, definiti come “menti deboli”, non corrispondono al concetto di debolezza mentale o psicologica nel senso tradizionale. Piuttosto, si tratta di individui che, insoddisfatti della propria vita reale, cercano di alimentare il proprio ego e il proprio potere all’interno di questa subcultura. Persone con tratti narcisistici, manipolatori, bugiardi patologici, e in generale coloro che cercano di esercitare il controllo sugli altri per mascherare le proprie insoddisfazioni, trovano nel cosplay un terreno fertile per le proprie frustrazioni.

Questi soggetti, in molti casi, utilizzano le dinamiche di fiducia, amicizia e apertura che caratterizzano il cosplay per manipolare emotivamente altri membri della comunità. Ciò si traduce in abusi psicologici, in cui le vittime sono sfruttate per il proprio vantaggio personale, diventando pedine nelle mani di chi cerca di consolidare la propria superiorità percepita.

La Creazione di un Ambiente Tossico

Il caso di studio riportato dalla scrittrice e cosplayer Alex L. Mainardi, che ha vissuto in prima persona l’evoluzione del cosplay, offre uno spunto per comprendere come le dinamiche tossiche possano svilupparsi all’interno di una subcultura originariamente inclusiva. L’autrice descrive come, in passato, il cosplay fosse un rifugio per coloro che cercavano di evadere dalle difficoltà quotidiane della vita, come nel suo caso, dove la disabilità rendeva la realtà quotidiana particolarmente difficile da affrontare. La comunità cosplay, con la sua inclusività, rappresentava un luogo dove la disabilità e altre limitazioni non erano un ostacolo, ma semplicemente una caratteristica personale.

Con l’ingresso di nuovi attori, come fotografi e influencer sociali, il cosplay ha visto l’emergere di un cambiamento nelle sue dinamiche interne. Non è più solo un atto di passione, ma un mezzo per raggiungere notorietà e fama. Questo ha aperto la porta a coloro che vedono nel cosplay non un’espressione artistica, ma un’opportunità per ottenere visibilità e potere. Le vittime, in particolare quelle più vulnerabili emotivamente, sono spesso attirate da queste dinamiche, non riconoscendo immediatamente il danno psicologico che può derivarne.

Abilismo e Abuso Psicologico

Un aspetto cruciale delle dinamiche di abuso psicologico all’interno del cosplay riguarda il fenomeno dell’abilismo. In un contesto in cui il fisico e l’apparenza possono diventare un fattore di discriminazione, le persone con disabilità o altre limitazioni fisiche possono essere particolarmente vulnerabili. L’autrice descrive come, a causa della propria disabilità, sia stata manipolata emotivamente e finanziariamente da soggetti che si sono approfittati della sua insoddisfazione e della sua necessità di appartenere a un gruppo. Questo tipo di abuso psicologico può essere devastante, poiché coinvolge la manipolazione delle emozioni e dei sentimenti di chi si sente emarginato o inadeguato.

Resilienza e Rinascita

Il vero valore del cosplay, tuttavia, non risiede solo nelle sue potenzialità come strumento di abuso, ma anche nella capacità delle sue vittime di superare tali esperienze. La resilienza delle persone che sono state vittime di manipolazioni è un aspetto fondamentale del processo di guarigione. La liberazione dalle dinamiche di abuso consente a chi ha subito danni di ricostruire la propria identità e, in alcuni casi, di ritrovare una nuova forza interiore. Come afferma l’autrice, “dalle ceneri un nuovo inizio sorgerà”, sottolineando come la capacità di lasciar andare il passato e di rinascere da esperienze traumatiche possa portare a una rinnovata forza interiore.

Il cosplay, come molte subculture, offre uno spazio di espressione e appartenenza, ma è anche un contesto dove le dinamiche di potere, abuso e manipolazione possono emergere in modo amplificato. Le vulnerabilità psicologiche individuali sono facilmente sfruttabili in un ambiente dove la fiducia e l’apertura sono valori prevalenti. È fondamentale, quindi, sviluppare una maggiore consapevolezza delle implicazioni psicologiche del cosplay, non solo per proteggere i partecipanti da possibili abusi, ma anche per garantire che il cosplay continui a essere un luogo sicuro e inclusivo per tutti. Solo così potrà evolversi come una forma autentica di espressione, lontano dalle manipolazioni emotive e dalle dinamiche di abuso psicologico.

Cosplay is not consent: Sensibilizzazione Contro le Molestie e la Sessualizzazione

Il cosplay, acronimo di “costume play”, è molto più di una semplice forma di intrattenimento; è un’espressione artistica che fonde passione, creatività e performance, coinvolgendo milioni di appassionati in tutto il mondo. Questa pratica, che vede i partecipanti indossare costumi ispirati a personaggi tratti da anime, manga, fumetti, videogiochi e film, è diventata un fenomeno globale ampiamente riconosciuto. Tuttavia, dietro l’apparente bellezza dei costumi e delle interpretazioni si celano problematiche sociali e culturali che meritano un’attenta riflessione, in particolare riguardo alle dinamiche di parità di genere e al rispetto per l’individuo.

Il Cosplay come Espressione Artistica

Il cosplay non è semplicemente un atto di travestirsi, ma una forma di espressione che consente a chi lo pratica di immergersi in mondi immaginari, dando vita a storie di avventure, speranze e lotte. Quando una persona sceglie di incarnare un personaggio amato, lo fa per esprimere una parte di sé, per celebrare la propria passione e per condividere un pezzo della propria identità. Non si tratta di un gesto volto alla ricerca di attenzioni o di giudizi superficiali, ma di una creazione che si fonda sull’autoconsapevolezza. Tuttavia, questa libertà creativa è spesso ostacolata da pregiudizi sessisti che riducono il cosplay a una mera vetrina estetica, snaturando il suo vero significato culturale.

Le Donne nel Cosplay: Vittime di Molestie e Discriminazione

Le donne nel mondo del cosplay sono frequentemente oggetto di molestie e discriminazioni. Un fenomeno preoccupante come il “slut shaming” emerge soprattutto quando una cosplayer sceglie di interpretare un personaggio con un costume che può essere percepito come provocante. In questi casi, scatta un meccanismo di colpevolizzazione che trasforma la cosplayer in un oggetto di giudizi negativi, accusandola di svilire l’autenticità del cosplay con una presunta sessualizzazione.

Questa visione riduttiva non giustifica in alcun modo un trattamento invadente. Purtroppo, il focus viene spesso posto sulla superficialità del costume, ignorando che ogni dettaglio è frutto di un atto creativo e personale. Le critiche si concentrano sull’aspetto estetico piuttosto che riconoscere il valore culturale e emotivo di ogni scelta. Questo non solo minaccia la libertà di espressione, ma perpetua dinamiche discriminatorie basate su stereotipi sessisti.

Sessualizzazione e Oggettificazione: Una Questione Sociale

La sessualizzazione nel cosplay non è un fenomeno isolato, ma un riflesso di dinamiche culturali più ampie. I personaggi, soprattutto quelli femminili, sono spesso costruiti con un’estetica ipersessualizzata: abiti succinti e pose provocatorie. Sebbene questa estetica faccia parte di molte opere originali, essa porta a una distorsione della percezione del cosplayer, che viene visto come una proiezione del personaggio piuttosto che come un individuo.

La cultura della sessualizzazione ha come effetto diretto l’oggettificazione del cosplayer, riducendolo a un mero oggetto di desiderio, privandolo della sua individualità. Questo fenomeno contribuisce a una comprensione errata del cosplay, non solo come arte, ma come opportunità per giudicare, sessualizzare o aggredire chi lo pratica. Ciò accade tanto nelle fiere fisiche quanto nelle interazioni online, dove il confine tra espressione artistica e violazione del consenso è sempre più labile.

Episodi di Molestie: Un Problema Persistente

Sfortunatamente, le fiere di cosplay non sono immuni da episodi di molestie. Commenti offensivi, fotografie non richieste, palpeggiamenti indesiderati e altre forme di violenza sono pratiche che si verificano con frequenza, danneggiando l’immagine del cosplay e creando un ambiente ostile per molti partecipanti. Eventi come Lucca Comics & Games e Comicon di Napoli hanno fatto emergere questi problemi con episodi che hanno sollevato interrogativi cruciali sul rispetto delle cosplayer.

L’evento Lucca Comics & Games, uno dei festival più importanti d’Italia, ha messo in luce quanto possa essere grave la situazione, quando un uomo, qualche edizione fa, travestito da confezione di croccantini per cani, ha lanciato biscotti alle donne in costume, accusandole di indossare abiti troppo succinti. Questo gesto ha sollevato numerosi interrogativi sul rispetto che viene riservato alle cosplayer e ha dimostrato quanto sia urgente una riflessione culturale sul comportamento verso le donne all’interno di questi eventi.

Un altro caso che ha suscitato indignazione è quello di Maria Muollo, meglio conosciuta come Faenel, che nel 2024 ha denunciato di essere stata ripresa di nascosto da un uomo durante il Comicon di Napoli. Non solo è stata filmata senza il suo consenso, ma l’uomo ha mostrato un atteggiamento minaccioso quando la cosplayer ha chiesto la rimozione del video. Questo episodio ha messo in evidenza le problematiche di sicurezza durante le fiere, un tema che richiede una discussione urgente. L’organizzazione del Comicon ha prontamente avviato un’indagine interna per accertare i fatti e prendere provvedimenti. Questo è solo uno degli innumerevoli esempi che evidenziano la necessità di garantire eventi sicuri e rispettosi per tutti i partecipanti.

La sicurezza, purtroppo, continua a essere una questione irrisolta in molti eventi cosplay. Durante il festival Cartoon Club di Rimini 2024, un altro episodio di molestie ha coinvolto una cosplayer, palpeggiata da un uomo mentre si trovava vicino a uno stand. Nonostante l’intervento delle forze dell’ordine, l’uomo è stato identificato e rilasciato, mentre la vittima non ha ancora formalizzato la denuncia. Questo caso conferma che le fiere, purtroppo, non sono esenti da episodi di violenza e molestie, ribadendo l’importanza di rafforzare le misure di sicurezza per proteggere i partecipanti durante eventi affollati.

Oggi, il cosplay non si limita più ai contesti fisici, ma si estende anche al mondo digitale, attraverso piattaforme come Patreon e OnlyFans. Queste realtà permettono ai cosplayer di monetizzare il proprio lavoro e di creare contenuti anche sensuali, ma la sensualizzazione dei costumi è spesso criticata da una parte della comunità, che la considera un elemento che svilisce l’essenza del cosplay. È fondamentale ricordare che ogni cosplayer ha il diritto di scegliere come esprimersi, e nessun tipo di abbigliamento dovrebbe essere correlato al rischio di molestie o aggressioni. Le aggressioni, infatti, avvengono a prescindere da quanto una persona possa essere vestita.

Recentemente, purtroppo, diverse testimonianze hanno denunciato episodi di abusi fisici e psicologici all’interno della community cosplay italiana. Alcune ragazze, tra cui Alessia Boccola, Arianna Gaspardo (@reddieblack), Martina Bubi (@bubi.cosplay), Poison Demi ed Elisa Merchiori (@elisamerch), hanno condiviso pubblicamente le loro esperienze, rivelando comportamenti inaccettabili attribuiti a tre individui noti nella comunità. Le loro dichiarazioni, disponibili sui social nei loro rispettivi profili, hanno acceso i riflettori su una realtà preoccupante, alla quale si sono aggiunte ulteriori voci di chi ha vissuto situazioni simili o ne è stato testimone. È emerso inoltre che alcuni episodi erano già noti, ma il silenzio ha spesso prevalso. Questa vicenda sottolinea la necessità di denunciare, sostenere le vittime e promuovere una maggiore consapevolezza. Durante eventi e fiere, è fondamentale segnalare eventuali episodi di molestia alla sicurezza, agli organizzatori o, se necessario, alle forze dell’ordine. La community cosplay deve rimanere uno spazio sicuro e inclusivo, basato sul rispetto e sul supporto reciproco.

Cosplay Is not consent

Per contrastare questo fenomeno e sensibilizzare il pubblico sul tema del consenso e del rispetto, è nato il movimento “Cosplay is not consent”, ovvero “Cosplay non significa consenso”. Si tratta di una campagna di informazione e prevenzione che si propone di diffondere il messaggio che il fatto di indossare un costume non implica l’accettazione di qualsiasi tipo di contatto o interazione da parte degli altri, e che i cosplayer hanno il diritto di decidere chi, come e quando può avvicinarsi a loro, parlare con loro o fotografarli.

Il movimento “Cosplay is not consent” è emerso intorno al 2012, grazie alla testimonianza e alla mobilitazione di molti cosplayer che hanno denunciato le molestie subite nelle varie convention in cui hanno partecipato. Attraverso i social network, i blog e i siti web dedicati al cosplay, hanno condiviso le loro esperienze, le loro emozioni e le loro richieste di cambiamento, creando una rete di solidarietà e di supporto tra di loro. Inoltre, hanno realizzato dei cartelli, dei volantini e dei badge con lo slogan “Cosplay is not consent”, che hanno esposto e distribuito nelle manifestazioni, per rendere visibile il problema e coinvolgere anche gli altri partecipanti.

Il movimento ha avuto un impatto positivo sulla cultura e sull’organizzazione delle convention, che hanno iniziato a prestare maggiore attenzione alla sicurezza e al benessere dei cosplayer. Alcune manifestazioni, come il New York Comic Con, hanno adottato una politica di tolleranza zero verso le molestie, e hanno esposto dei cartelli con il messaggio “Cosplay is not consent” all’ingresso e nei vari punti del centro espositivo¹. Altre, come il RuPaul’s DragCon, hanno esteso il concetto anche al drag, con il motto “Drag is not consent”. Inoltre, sono stati creati dei gruppi e delle associazioni, come il Cosplayer Survivor Support Network, che offrono risorse e assistenza ai cosplayer che hanno subito abusi, e che valutano le procedure di sicurezza delle varie convention, per informare i fan su come le molestie vengono gestite.

Il movimento “Cosplay is not consent” ha contribuito a creare una maggiore consapevolezza e una maggiore responsabilità tra i partecipanti alle manifestazioni nerd, ma non ha ancora eliminato completamente il problema delle molestie ai cosplayer. Molti di loro, infatti, continuano a subire episodi di violenza e di umiliazione, e a dover adottare delle strategie di auto-difesa, come evitare di indossare costumi troppo rivelatori, andare sempre in gruppo o portare con sé degli spray al peperoncino³. Per questo, è necessario che il movimento continui a crescere e a diffondersi, coinvolgendo non solo i cosplayer, ma anche gli organizzatori, i media, le istituzioni e la società civile, per garantire il rispetto e la dignità di chi pratica il cosplay, e di chiunque esprima la propria identità e la propria creatività in modo libero e autentico.

Analisi e Cultura del Rispetto

Il cosplay rappresenta una forma di espressione artistica che ha la capacità di abbattere le barriere culturali, unendo persone di diverse origini, storie e passioni attraverso l’amore condiviso per i personaggi e gli universi immaginari. Sebbene il fenomeno del cosplay sia cresciuto notevolmente negli ultimi decenni, diventando una pratica riconosciuta e celebrata a livello globale, sono ancora presenti problematiche significative che ne minano il pieno sviluppo come forma inclusiva e rispettosa. Tra queste problematiche, le molestie nei confronti dei cosplayer   continuano a essere un fenomeno preoccupante, sia durante eventi dal vivo che sulle piattaforme digitali. Da una prospettiva sociologica, le molestie nel cosplay possono essere analizzate alla luce delle dinamiche di potere e controllo sociale. Il corpo del cosplayer diventa, così, un territorio conteso, dove la libertà di espressione individuale si scontra con le aspettative sociali e i pregiudizi. La percezione errata che un costume rivelatore sia un invito a interazioni non richieste riflette una cultura ancora radicata in dinamiche di dominio e oggettificazione. Questo fenomeno non riguarda solo la sfera privata del cosplayer, ma contribuisce a plasmare la percezione sociale di questa arte, riducendo l’interpretazione di un personaggio a un’azione che può essere vista come un’opportunità per giudicare, sessualizzare o aggredire.

La risposta della comunità cosplay a tali problematiche si è tradotta in numerose iniziative. Le campagne di sensibilizzazione come “Cosplay is Not Consent” (“Il cosplay non è consenso”) sono state fondamentali nel sensibilizzare il pubblico e promuovere un rispetto reciproco. Parallelamente, alcune fiere e piattaforme online hanno rafforzato le loro politiche interne, adottando regolamenti chiari contro le molestie e creando spazi di supporto per le vittime di abusi. Questi sforzi, sebbene importanti, non sono sufficienti da soli a risolvere la questione, e richiedono un continuo impegno per garantire che ogni individuo possa vivere il cosplay in modo sicuro e rispettoso.

Per affrontare efficacemente il problema della sessualizzazione e delle molestie nel cosplay, è necessario adottare un approccio multidisciplinare che coinvolga diverse aree di intervento. In primo luogo, è essenziale promuovere una cultura del rispetto attraverso campagne educative mirate e workshop durante le convention. Inoltre, le fiere e gli eventi dovrebbero dotarsi di codici di condotta più rigorosi, con sanzioni chiare per chi non rispetta le regole, creando anche punti di supporto immediato per le vittime di molestie. Le piattaforme digitali, dal canto loro, devono rafforzare gli strumenti di moderazione per prevenire abusi online, implementando funzioni di segnalazione e rimozione di contenuti inappropriati. Infine, è fondamentale offrire supporto psicologico alle vittime di molestie, creando spazi sicuri dove queste possano ricevere assistenza e sostegno emotivo.

Il cosplay, infatti, è molto più di una semplice esibizione estetica: è una forma di espressione personale e creativa che merita di essere rispettata nella sua integrità. Le esperienze negative legate alla sessualizzazione e alle molestie non devono offuscare il valore profondo di questa arte, ma piuttosto fungere da stimolo per una maggiore consapevolezza sociale e culturale. Solo attraverso il rispetto reciproco, la comprensione e il sostegno collettivo il cosplay potrà continuare a crescere come una vera e propria forma d’arte, in grado di celebrare la diversità, la passione e la creatività di ogni individuo.

Un’analisi psicologica e sociologica della sessualizzazione nel cosplay evidenzia come le rappresentazioni mediatiche di alcuni personaggi, soprattutto quelli femminili, contribuiscano a rinforzare la percezione errata che i cosplayer che li impersonano siano oggetti di desiderio, piuttosto che artisti che esprimono affetto o ammirazione per il personaggio stesso. L’influenza dell’industria dell’intrattenimento e dei media alimenta stereotipi che si riflettono anche nel cosplay, dove le donne, in particolare, sono spesso costrette a confrontarsi con una percezione esterna che enfatizza la sensualità piuttosto che il talento interpretativo. Le molestie sono, dunque, il risultato di una cultura che non riesce a superare le sue radici patriarcali e che continua a oggettivizzare il corpo femminile, riducendo la libertà di espressione delle donne.

Per contrastare questo fenomeno, è fondamentale un impegno costante. Campagne educative, normative più severe, moderazione online e supporto psicologico sono misure indispensabili per tutelare i cosplayer e garantire che fiere e piattaforme digitali diventino spazi sicuri, in cui ogni partecipante possa esprimere liberamente la propria passione senza temere molestie o aggressioni. Solo attraverso una maggiore sensibilizzazione e un impegno collettivo, il cosplay potrà tornare ad essere quello che dovrebbe essere: un rifugio creativo, un luogo dove ogni individuo può essere libero di esprimersi senza paura di essere giudicato, molestato o sessualizzato.

Un Monumento per Ricordare le Streghe: La Lotta delle Donne Olandesi contro il Femminicidio

Immaginate di vivere in un’epoca in cui essere una donna indipendente o semplicemente diversa dalla norma poteva significare essere accusata di stregoneria. Nei Paesi Bassi, un gruppo di attiviste femministe ha deciso di lanciare una campagna per erigere un monumento in memoria di tutte le donne accusate di stregoneria e giustiziate tra il XV e il XVII secolo. Un’iniziativa che non solo vuole fare i conti con un passato oscuro, ma anche accendere una riflessione sul femminicidio e sulle radici di un fenomeno che, purtroppo, è ancora attuale.

Le vittime dimenticate

Susan Smit, Bregje Hofstede e Manja Bedner, le fondatrici della fondazione Nationaal Heksen Monument, hanno avviato una raccolta fondi per rendere omaggio alle circa 50.000 donne che hanno subito il terribile destino di essere accusate ingiustamente. Sul loro sito web, è possibile trovare l’elenco di tutte le vittime, un registro che parte da Lijse van den Rave, la prima donna giustiziata, fino a Sietse Hendriks, l’ultima.

In un’intervista con il Guardian, Bregje Hofstede ha spiegato il cuore della loro battaglia: “È una storia di femminicidio. Oggi, la figura della strega è spesso ridicolizzata, ma dietro quel termine c’erano donne reali, vulnerabili, accusate di crimini impossibili e condannate a morte. Vogliamo che la gente capisca la gravità di questi eventi e rifletta sulle loro radici.” Una riflessione dolorosa, ma necessaria, per non dimenticare le ingiustizie del passato.

Un simbolo di speranza

Diverse città dei Paesi Bassi, come Roermond, Montferland e Oudewater, si sono mostrate interessate ad ospitare il monumento, che rappresenterà non solo un ricordo del passato, ma anche un simbolo di speranza per il futuro. Oudewater, in particolare, è famosa per la sua “bilancia delle streghe”, un dispositivo medievale utilizzato per determinare se una donna fosse abbastanza leggera da volare su una scopa. Una tradizione macabra che oggi si trasforma in un’occasione per riflettere sulla follia della caccia alle streghe.

Le nuove streghe

Le attiviste olandesi, con un orgoglio che non può passare inosservato, rivendicano il termine “strega” che per secoli è stato usato in modo negativo. “Siamo le nuove streghe,” dichiarano, “donne forti e indipendenti che lottano per i propri diritti.” Un messaggio potente, che contrasta con le posizioni più reazionarie presenti nel paese, come quelle di figure politiche come Geert Wilders. È un’affermazione di identità, un modo per dire che la storia delle streghe non è solo una tragedia, ma un simbolo di resistenza e forza femminile.

Un futuro più equo

Il monumento alle streghe si inserisce in un contesto più ampio di lotta per l’uguaglianza di genere, in un paese che, pur essendo tra i più progressisti al mondo, non è ancora riuscito a raggiungere una parità completa. In Olanda, infatti, la parità salariale e la rappresentanza femminile in politica sono ancora obiettivi da perseguire.

Perché un monumento alle streghe? Non solo per ricordare un passato doloroso, ma per imparare dai nostri errori. È un simbolo di speranza per il futuro, un invito a costruire una società più giusta e equa per tutte le donne, affinché nessuna di loro debba mai più affrontare la crudeltà di un’accusa ingiustificata. Le streghe tornano a farsi sentire, e il loro grido è più forte che mai.

Dizionario il Ragazzini: una revisione inclusiva verso la parità di genere

L’importanza di una revisione linguistica che vada oltre gli stereotipi di genere diventa sempre più evidente nel nuovo dizionario Inglese-Italiano Italiano-Inglese il Ragazzini, che sarà disponibile dal 9 maggio 2024. John Johnson, redattore lessicografico di Zanichelli, sottolinea come ogni vocabolario debba riflettere i cambiamenti che si verificano nel mondo e come questa revisione miri a rendere il dizionario sempre più inclusivo.

La revisione sistematica del dizionario, che è in corso da anni, ha evidenziato la necessità di eliminare i preconcetti di genere presenti nei termini neutri dell’inglese e nelle costruzioni linguistiche tra italiano e inglese. Oltre 10.000 termini sono stati rivisti per garantire che il dizionario rappresenti in modo accurato la realtà attuale, evitando l’applicazione a priori del maschile sovraesteso e includendo esempi positivi e non limitati alla maternità.

Parole come “intellect” vengono ora illustrate con frasi che riflettono un linguaggio neutro e inclusivo, come “She is one of the outstanding intellects of our age” (è una delle più belle menti della nostra età). Anche i termini che non presentano una distinzione lessicale tra generi, come “translator”, vengono ora riportati in entrambi i generi (traduttore/traduttrice; interprete).

Questa nuova edizione del dizionario si propone di costruire una visione del mondo più completa ed equilibrata, attenta ai cambiamenti della società e della cultura. Le scelte linguistiche non sono solo strumenti di comunicazione, ma esprimono anche valori e idee, e la revisione del dizionario il Ragazzini rappresenta un passo importante verso la parità di genere nella linguistica.

Di Pari Passo: le favole dei bambini per la parità di genere

Il progetto “Di Pari Passo”, promosso dall’Associazione Blitos, ha preso il via presso l’Istituto Comprensivo “Bonsegna-Toniolo” di Sava, in provincia di Taranto, con l’obiettivo di promuovere la parità di genere attraverso la scrittura di favole da parte dei bambini.

Da diversi anni, il progetto si impegna a sensibilizzare le nuove generazioni sull’importanza dell’uguaglianza di genere, permettendo ai bambini di esprimersi liberamente, al di là dei ruoli imposti dalla società in base al genere. Le classi coinvolte parteciperanno a laboratori didattici per creare fiabe moderne, che verranno poi illustrate e raccolte in un libro che racconta la parità di genere attraverso gli occhi dei più piccoli.

Il Presidente dell’Associazione Blitos, Maria Grazia Russo, sottolinea l’importanza di parlare costantemente di uguaglianza, inclusione e rispetto reciproco per permeare la nostra cultura e trasmettere questi valori alle generazioni future. L’Istituto Comprensivo “Bonsegna-Toniolo”, nato dalla fusione di due istituti, si impegna a fornire un ambiente educativo basato su tradizione e innovazione, con l’obiettivo di promuovere l’uguaglianza di genere e favorire la scelta libera dei percorsi personali per tutti gli studenti.

Attraverso progetti come “Di Pari Passo”, l’istituto si propone di abbattere le barriere di genere e promuovere la parità di opportunità tra maschi e femmine in tutti gli ambiti, affrontando e contrastando gli stereotipi legati ai ruoli di genere.

La partecipazione al progetto “Di Pari Passo” rappresenta un’occasione per alunni, genitori e insegnanti di affrontare un’esperienza unica, che promuove la scrittura, l’editoria e l’uguaglianza di genere, con l’obiettivo di sovvertire le dinamiche relazionali di dominio a sfavore delle donne. Attraverso una formazione attenta e consapevole, la scuola si impegna a formare individui competenti, responsabili e consapevoli, capaci di guardare al mondo con occhi aperti e contribuire al cambiamento verso una parità di genere effettiva.

Tutto il progetto Di Pari Passo e presente sul sito  blitos.it/di-pari-passo, mentre è possibile iscriversi ai laboratori didattici alla pagina  blitos.it/laboratorididatticidiparipasso. Per tutte le altre informazioni basta scrivere a info@blitos.it.

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