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“Gaza Sette”: il fumetto che diventa testimonianza. L’arte contro la guerra nel nuovo progetto umanitario di Zen Comics

C’è un momento in cui il fumetto smette di essere semplice intrattenimento e diventa un atto politico, un grido d’umanità. È quello che sta accadendo con Gaza Sette, il nuovo progetto lanciato da Zen Comics, che unisce l’arte sequenziale e l’impegno civile in una delle operazioni più coraggiose e necessarie del panorama editoriale contemporaneo. Non una semplice raccolta di storie, ma un’opera corale, nata per ricordare, raccontare e sostenere chi vive ogni giorno tra le macerie di Gaza.

L’iniziativa, ora in crowdfunding ufficiale, è realizzata in collaborazione con Life for Gaza, Falastin Hurra e Authors of Pinto. L’obiettivo è chiaro: usare il linguaggio universale del fumetto per restituire voce e dignità a un popolo troppo spesso raccontato solo attraverso numeri e statistiche. Gaza Sette non cerca di spiegare la guerra: cerca di mostrare la vita che resiste dentro di essa.

Zen Comics, da sempre attenta al valore sociale dell’arte, ha costruito un’antologia che si compone di sette storie e sette illustrazioni, realizzate da alcuni tra i più importanti autori e disegnatori italiani e internazionali. Ogni tavola, ogni vignetta, diventa una finestra sul dolore, la speranza, la resilienza. È un mosaico di voci e sensibilità che si intrecciano, per offrire uno sguardo empatico e umano su una realtà che non può e non deve essere ignorata.

Il progetto non è solo simbolico. Il ricavato delle vendite — al netto delle spese di stampa e realizzazione — sarà interamente devoluto al sostegno dei profughi palestinesi, grazie alla collaborazione diretta con Life for Gaza. Insieme all’albo, i sostenitori riceveranno anche la canzone “Palestine” del rapper Penna, scritta appositamente per l’occasione, e le borse ufficiali di Falastin Hurra, nate dalla mostra itinerante che porta in tutta Italia centinaia di illustrazioni a sostegno del popolo palestinese.

A firmare le illustrazioni principali dell’antologia troviamo nomi di assoluto rilievo: Elena Casagrande (Marvel), Fabrizio Fiorentino (DC Comics, Glénat), Livia Pastore (Les Humanoïdes Associés), Walter Trono (Sergio Bonelli Editore, Tabou BD), Elena Selenike Nastasi (EF Edizioni), Carlo “Cid” Lauro (Disney, SaldaPress) e Giulio Rincione (Tunué). Tre di queste opere saranno realizzate completamente a mano e potranno essere acquistate direttamente durante la campagna di raccolta fondi, trasformando il gesto del collezionare in un atto di solidarietà.

Le sette storie a fumetti contenute nell’albo ampliano questo viaggio nella memoria, mescolando stili e approcci narrativi differenti. Si va da Tintinnio di Marcello Bondi e Guido Maione (Ryd Comics) a Cronaca di una storia annunciata di Giampaolo Mele e Andrea Errico, passando per Il Giardino del Minareto di Giacomo Giaquinto e Matteo Cialdella, Perché non è bastato di Marco Orlando e Daria Montanari, L’eroe di Gaza di Gianluca Testaverde e Roberto Caramiello, Il Canaro di Pier Paolo Iannici e Paolo Murgia, fino a La Bandiera di Salvo Cuna, Raffaele Forte e Sara Ianniello. La copertina, intensa e simbolica, è firmata da Alessio Monaco e Ruben Curto.

Ogni storia è un frammento di resistenza. Ogni illustrazione è una preghiera laica, una richiesta di ascolto. Ci sono bambini che giocano tra le rovine, madri che raccontano fiabe per coprire il suono delle bombe, artisti che disegnano per non dimenticare. Gaza Sette non parla solo di dolore, ma anche di bellezza: quella che nasce quando la creatività si trasforma in cura, quando la carta e l’inchiostro diventano strumenti di solidarietà.

L’anima del progetto è racchiusa in un concetto potente: l’arte come testimonianza. In un’epoca in cui l’informazione corre troppo veloce per fermarsi a guardare davvero, Gaza Sette invita a rallentare, a osservare, a sentire. È un ponte tra culture e generazioni, un’occasione per comprendere che dietro ogni notizia c’è una vita, un volto, una storia.

Zen Comics e i suoi partner non si limitano a pubblicare un albo: lanciano un messaggio. Partecipare al crowdfunding significa non solo sostenere un progetto editoriale, ma diventare parte attiva di un gesto collettivo di memoria e solidarietà. Significa trasformare la passione per il fumetto in un atto di impegno umano.

In un momento storico in cui la cultura rischia spesso di chiudersi in sé stessa, Gaza Sette riapre il dialogo tra arte e realtà. È un richiamo all’empatia, alla consapevolezza e alla responsabilità di chi crede che raccontare, disegnare, leggere — oggi più che mai — sia un modo per cambiare le cose.

Per aderire e contribuire alla campagna, basta collegarsi al al crowdfunding di Zen Comics. Un click che non serve solo a finanziare un progetto, ma a sostenere un popolo, un’idea e un modo diverso di raccontare il mondo.

Amore, sesso e terra promessa: la graphic novel che racconta l’intimità nel conflitto arabo-israeliano

Nella vasta produzione fumettistica che affronta i temi della guerra e dei conflitti geopolitici, poche opere riescono a trattare l’intimità umana con la stessa profondità e delicatezza della graphic novel “Amore, sesso e terra promessa” firmata da Salomé Parent-Rachdi e illustrata da Deloupy. Questa inchiesta disegnata, pubblicata in Francia con grande successo, si addentra nei meandri più segreti della vita amorosa e sessuale in una regione devastata dal conflitto arabo-israeliano, fornendo una prospettiva unica su due aspetti universali dell’esistenza: l’amore e il sesso.

Attraverso sedici testimonianze dirette di palestinesi e israeliani, l’opera mette in luce quanto questi temi siano profondamente influenzati dalle tensioni politiche, religiose e culturali della regione. La giornalista francese Salomé Parent-Rachdi, con il suo approccio rigoroso e umano, ha impiegato tre anni per raccogliere storie di vita quotidiana che rivelano le contraddizioni di una società lacerata: dall’impossibilità di vivere apertamente l’omosessualità a Gaza, dove l’amore tra persone dello stesso sesso è punito con la morte da Hamas, alla storia di Jean-Marc, un ebreo praticante alla ricerca di una madre per suo figlio attraverso un’agenzia specializzata, senza desiderare alcun tipo di relazione sentimentale.

Questi racconti svelano un panorama emotivo complesso, in cui il patriarcato e il moralismo soffocano l’autodeterminazione individuale, lasciando però intravedere spiragli di resistenza e libertà. La narrazione, pur radicata nella realtà geopolitica della regione, si muove su un piano profondamente personale, indagando come la guerra e la religione plasmino le scelte affettive e sessuali delle persone. La prefazione di Gad Lerner aggiunge ulteriore autorevolezza all’opera, sottolineandone la rilevanza nel dibattito contemporaneo.

Le illustrazioni di Deloupy amplificano la potenza della narrazione con un tratto espressivo e intenso, capace di restituire le emozioni e le sfumature psicologiche dei protagonisti. L’artista, noto per il suo impegno nel raccontare storie di grande impatto sociale, ha saputo dare vita a una galleria di volti e situazioni che colpiscono per la loro autenticità, evitando stereotipi e semplificazioni.

Questa graphic novel si inserisce nella tradizione del fumetto d’inchiesta inaugurata da opere come “Palestina” di Joe Sacco, ma se ne distingue per la scelta di esplorare il conflitto attraverso una lente intima e personale. Non si tratta solo di un reportage visivo, ma di un’opera che mette in discussione tabù e dogmi, aprendo una finestra su una realtà raramente raccontata dai media mainstream.

Salomé Parent-Rachdi, nata a Nantes nel 1992 e attualmente residente a Parigi, si è imposta nel panorama giornalistico grazie alla sua capacità di affrontare tematiche complesse con sensibilità e rigore. Corrispondente per diverse testate in Israele e Palestina, si occupa di cronaca internazionale, produce podcast e collabora alla realizzazione di documentari televisivi.

Deloupy, illustratore di grande esperienza nato nel 1968 a Saint-Étienne, ha affinato la sua arte presso l’Accademia di Belle Arti di Angoulême, specializzandosi nella bande dessinée. Fondatore delle edizioni Jarjille nel 2004, ha collaborato con alcuni dei principali editori francesi, tra cui Delcourt e Casterman. Il suo impegno per la narrazione a sfondo sociale lo ha portato a partecipare all’opera collettiva “Donna, Vita, Libertà” (Rizzoli Lizard), dedicata ai diritti delle donne in Iran e curata da Marjane Satrapi.

Con il suo sguardo originale e penetrante, “Amore, sesso e terra promessa” rappresenta un’opera fondamentale per chiunque voglia comprendere le implicazioni umane e psicologiche del conflitto arabo-israeliano. Un libro capace di abbattere barriere e pregiudizi, portando il lettore a riflettere su quanto, nonostante le differenze e le divisioni, il desiderio di amare e di essere amati resti un tratto comune a tutta l’umanità.

“Occhi puntati su Rafah”: un grido di allarme virtuale per scongiurare una nuova tragedia

Un’immagine potente, uno slogan emblematico, un messaggio di speranza che risuona sui social network: la grafica “All Eyes on Rafah” ha catturato l’attenzione di milioni di persone in tutto il mondo, diventando un simbolo della lotta per la pace e contro le sofferenze del popolo palestinese.

Nata dall’ingegno di un fotografo malese, Shahv4012, la grafica ha trovato terreno fertile nelle piattaforme social, in particolare nelle Stories di Instagram, dove è stata condivisa e ricondivisa a ritmo vertiginoso. Un fiume digitale di solidarietà ha travolto il web, amplificando il grido di dolore e la richiesta di giustizia per le vittime dei bombardamenti israeliani a Rafah.

Oltre 36 milioni di condivisioni solo su Instagram

Un numero che testimonia la potenza comunicativa di quest’opera d’arte digitale, capace di superare barriere linguistiche e culturali per unire le voci di chi invoca la fine del conflitto e la tutela dei diritti umani.

“Tocca a te”

Un invito all’azione che ha spinto migliaia di utenti a fare propria la grafica, trasformandola in un vessillo virtuale per la pace. Un semplice gesto, un click, un atto di condivisione che ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica e a tenere alta l’attenzione sulla drammatica situazione di Rafah.

Un’immagine (prodotta con AI) che vale più di mille parole

La forza espressiva della grafica “All Eyes on Rafah” risiede nella sua semplicità e immediatezza. Uno sguardo intenso, un cielo carico di presagi, un nome che evoca una realtà lacerata dalla violenza. Un’immagine che scuote le coscienze, invita alla riflessione e spinge a chiedere a gran voce: “Fino a quando?”.

L’arte digitale come strumento di denuncia e di mobilitazione

La storia di questa grafica dimostra ancora una volta il potere del web e dei social network come strumenti per amplificare messaggi di pace e di giustizia. Un’immagine virtuale, probabilmente sviluppata con AI, che ha saputo toccare i cuori di milioni di persone, trasformandosi in un grido di allarme contro l’indifferenza e un monito a non voltare le spalle alle sofferenze del mondo.

Un messaggio di speranza che non si spegne

La grafica “All Eyes on Rafah” continuerà a circolare online, alimentando la fiamma della speranza e ricordando al mondo che la lotta per la pace e la giustizia è un dovere di tutti. Un’immagine che ci spinge a non dimenticare e a continuare a chiedere un futuro migliore per tutti coloro che soffrono a causa dei conflitti e delle oppressioni.

Nota: L’immagine a cui fa riferimento il testo è stata, probabilmente, elaborata tramite AI, anche se l’autore non lo dice apertamente, e proprio per questo si sono generate innumerevoli critiche, censure, lamentele fino anche a strumentalizzazioni e i soliti presunti complotti dei poteri forti, noi ricordiamo solo un pensiero con Picasso amava descrivere il potere dell’arte:

L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.

La spia ha i capelli rossi di Sarah Mustafa

Sarah Mustafa, scrittrice di talento originaria di Pavia, inizia la sua carriera letteraria con un romanzo avvincente che porta i lettori in un viaggio ricco di mistero, passione e segreti nascosti nel passato. Pubblicato dalla casa editrice napoletana Homo Scrivens, il libro segna il debutto di Mustafa nell’editoria, distinguendosi per la sua ricca narrativa intrisa di storia e cultura.

Leyla, una studentessa italo-palestinese, decide di svolgere il suo stage universitario in Giordania. La sua motivazione per tornare al luogo della sua infanzia non è un semplice sentimento nostalgico, ma piuttosto un bisogno impellente: scoprire la verità sulla morte di una giovane avvenuta quasi sessant’anni prima, in cui è coinvolta una donna dai capelli rossi che potrebbe essere Farida, sua nonna. Nella sua ricerca della verità, Leyla torna al campo profughi in cui è cresciuta e, con l’aiuto della cugina Iman, cerca di ricostruire gli eventi partendo dalla Nakba palestinese. La sua indagine si spinge fino a mettere in pericolo Gabi, un ragazzo israeliano con cui ha stretto un sincero rapporto di amicizia, nonostante le loro diverse origini. Il rapimento di Gabi aggiunge ulteriore mistero alla vicenda.

La trama del romanzo si sviluppa attraverso i ricordi della Nakba palestinese, illuminando eventi storici fondamentali che hanno plasmato il destino di intere comunità. Mentre Leyla sprofonda nel cuore del mistero, il suo legame con Gabi viene messo alla prova, conducendo a un climax avvincente e pieno di suspense. “La spia ha i capelli rossi” è non solo un romanzo di suspense, ma anche una riflessione profonda sull’identità, la memoria e le relazioni umane. Sarah Mustafa ha saputo amalgamare abilmente elementi di storia, cultura e intrighi per creare un’opera letteraria coinvolgente e memorabile.

Sarah Mustafa, nata a Pavia nel 1979, si è laureata in Scienze Politiche con specializzazione in studi politici internazionali nel 2006. Ha trascorso la sua infanzia e adolescenza in un campo profughi palestinese in Giordania, vivendo con la famiglia del padre e sperimentando di persona la realtà che racconta nei suoi scritti. Oggi Sarah divide il suo tempo tra Italia e Medio Oriente, tenendo sempre una penna e un taccuino a portata di mano.

Chi è Rich Ciolino, l’alieno che ha conquistato Sanremo?

Chi è Rich Ciolino, l’alieno che ha fatto da spalla a Ghali durante le sue esibizioni al Festival di Sanremo 2024? Si tratta di un personaggio creato dallo stesso rapper italo-tunisino, che ha voluto portare sul palco dell’Ariston un messaggio di amore e rispetto per il nostro pianeta.

Rich Ciolino è un extraterrestre che ha il potere di entrare nella testa di Ghali e comunicare con lui telepaticamente. In “Casa mia”, il brano in gara, Ghali dialoga con Rich, che gli fa notare la bellezza della Terra e lo rassicura sul fatto che, nonostante le tragedie e le ingiustizie che vi accadono, la natura saprà sistemare tutto. Lo stesso artista così descrive il suo amico alieno:

“È molto più positivo e molto più ottimista di me. Dal suo pianeta ha sentito molto parlare del nostro ed è per questo che è qui, per scoprire la natura e i nostri prati verdi … Nel suo pianeta la natura non esiste, sa che il prato verde e il cielo blu ci saranno sempre e in ogni caso. Lui è atterrato qui perché gli ho mandato questa immagine del prato verde e del cielo blu, che è la cover del brano. Gli ho chiesto di consigliarmi una cover e mi ha consigliato questa. È la rappresentazione della natura e di come la natura, se vuole e quando vuole, si riprende tutto in un secondo”

Rich Ciolino non è solo una presenza scenica, ma anche una metafora per affrontare temi profondi e attuali, come la sostenibilità, l’immigrazione, il razzismo e i conflitti. Ghali, cresciuto nel quartiere milanese di Baggio, dopo aver cantato il brano Casa Mia durante la finale del Festival della Musica Italiana, proprio grazie al simpatico alieno, lancia il suo l’appello per il conflitto in Medioriente:Stop al genocidio“. Il rapper ha pronunciato la parola “Palestina”, suscitando polemiche e censure da parte della Rai.

Il simpatico alieno ha anche un profilo Instagram, @rich_ciolino, dove ha documentato la sua avventura a Sanremo, tra prove, interviste, selfie e incontri con i fan. Il pupazzo ha raccolto migliaia di follower e ha ricevuto il sostegno e l’affetto del pubblico, che ha apprezzato la sua simpatia e il suo significato.

Senza bandiere e uniti a Handala per chiedere un immediato cessate il fuoco su tutti i fronti di guerra

Il 22 luglio 1987, a Londra, veniva ucciso a colpi di pistola Naji al-Ali, uno dei più celebri e controversi disegnatori palestinesi, che con le sue vignette satiriche denunciava le ingiustizie e le violenze subite dal suo popolo. Nato nel 1938 in un villaggio della Galilea, al-Ali era stato costretto a fuggire con la sua famiglia nel 1948, dopo la creazione dello stato di Israele, e a rifugiarsi in un campo profughi in Libano. Lì aveva scoperto la sua passione per il disegno e si era unito al movimento nazionalista arabo, da cui era stato poi espulso per la sua indipendenza di pensiero. Nel 1963 si era trasferito in Kuwait, dove aveva iniziato a lavorare come vignettista per diverse riviste e giornali del mondo arabo, tra cui Al Qabas, per il quale lavorava al momento del suo assassinio.

La sua opera più famosa e significativa era Handala, un bambino di dieci anni, scalzo e stracciato, che si presentava sempre di spalle, con le mani dietro la schiena, in segno di rifiuto e protesta. Handala rappresentava il simbolo della resistenza e dell’identità palestinese, ma anche della povertà e della sofferenza dei rifugiati. Al-Ali aveva scelto di fermare l’età del suo personaggio a dieci anni, la stessa che aveva quando era stato costretto a lasciare la sua terra, e aveva dichiarato che Handala avrebbe potuto crescere solo quando fosse tornato in Palestina. Il nome Handala derivava da una pianta locale, il handhal, che produce un frutto amaro e che ha radici profonde e resistenti.

Le vignette di al-Ali non risparmiavano nessuno: criticavano aspramente non solo l’occupazione e la repressione israeliana, ma anche la corruzione e la complicità dei regimi arabi, la violenza e l’intolleranza dei gruppi estremisti, la passività e l’ipocrisia della comunità internazionale. Per questo motivo, al-Ali si era fatto molti nemici e aveva ricevuto numerose minacce di morte. Il suo omicidio, avvenuto sotto gli occhi di molti testimoni, non è mai stato chiarito. La polizia britannica arrestò un sospetto, un palestinese che si dichiarò un doppio agente al servizio dell’OLP e del Mossad, ma non riuscì a provare la sua colpevolezza. Alcune fonti indicarono il Mossad come il mandante dell’attentato, altre puntarono il dito contro l’OLP o contro altri gruppi palestinesi rivali. Al-Ali fu sepolto nel cimitero islamico di Brookwood, vicino a Londra, dopo che il suo desiderio di essere tumulato nel campo profughi di Ain al-Hilweh, accanto al padre, si rivelò impossibile da realizzare.

A trentasei anni dalla sua morte, l’opera e il messaggio di al-Ali sono ancora vivi e attuali, e Handala è diventato un’icona della causa palestinese, presente sui muri, sui manifesti, sui tatuaggi e sui gioielli di molti palestinesi e di chi si schiera dalla loro parte. In questi giorni, in occasione dell’anniversario dell’assassinio di al-Ali, un gruppo di fumettisti italiani ha voluto rendere omaggio al grande artista con un’iniziativa originale e significativa. Si tratta di una tavola in cui sono ritratti più di cento personaggi, tratti da fumetti famosi o meno, che danno le spalle al lettore, proprio come Handala. L’idea è nata dalla disegnatrice Francesca Ghermandi, che ha coinvolto altri settantanove colleghi, tra cui Ivan Manuppelli Hurricane, Giorgio Franzaroli e Matilde della Eris Edizioni. Ogni autore ha scelto un personaggio a cui è legato e lo ha disegnato di spalle, accanto a Handala, in un gesto di solidarietà e di richiesta di un cessate il fuoco incondizionato su tutti i fronti di guerra. Tutti nessuno escluso.

L’iniziativa ha riscosso un grande successo in Italia, dove la tavola è stata pubblicata su vari siti e social network, e ha suscitato l’interesse e l’ammirazione di molti lettori e appassionati di fumetti. Ma non solo. L’iniziativa si è diffusa anche in altri Paesi, grazie alla rete e alla condivisione di molti artisti e attivisti. Il 31 dicembre 2023, il mangaka Tokushige Kawakatsa, l’artista Mariko Matsushita e la fotografa Zohre Miha hanno lanciato un appello agli autori giapponesi e non solo, invitandoli a disegnare un proprio personaggio in stile Handala, utilizzando l’hashtag #withHandala. L’appello ha avuto una vasta eco su X, dove il post di Kawakatsa ha raggiunto oltre due milioni di persone. Da allora, centinaia di contributi sono stati pubblicati online, con autori di tutto il mondo che si sono uniti alla causa. Tra i personaggi disegnati di spalle, si possono riconoscere figure famose come Naruto, Astro Boy, Hello Kitty, Pikachu, Doraemon, Totoro, Sailor Moon, Lupin III, Batman, Spider-Man, Superman, Wonder Woman, Mickey Mouse, Snoopy, Calvin e Hobbes, Mafalda, Corto Maltese, Dylan Dog, Tex Willer, Diabolik, Hugo Pratt, Moebius, Hergé e molti altri.

Nel frattempo, Eris Edizioni ha reso disponibile in download gratuito sul proprio sito il volume Filastin, dedicato a Naji al Ali e pubblicato originariamente nel 2013. Il volume è un tributo all’artista e alla sua eredità, che continua a ispirare le persone in tutto il mondo a lottare per la pace e la giustizia in Palestina. Il libro raccoglie una selezione di vignette di al-Ali, accompagnate da testi di vari autori che ne illustrano la vita e l’opera, il contesto storico e politico in cui si è sviluppata, il significato e la portata del suo messaggio. Il libro contiene anche una prefazione di Leila Khaled, la nota attivista palestinese che fu amica di al-Ali e che compare in alcune delle sue vignette.

L’iniziativa dei fumettisti italiani per il cessate il fuoco in Palestina ha dimostrato che l’arte può essere un potente strumento di cambiamento sociale e politico, capace di sensibilizzare l’opinione pubblica e di creare legami e solidarietà tra persone di culture e paesi diversi. Con l’allargamento dell’iniziativa a livello globale, c’è la speranza che sempre più persone si uniscano alla causa e si alzi una voce forte e unita per la pace e la giustizia in Palestina, una terra martoriata da un conflitto che dura da decenni e che ha causato migliaia di morti e di sfollati.

Un conflitto che ha visto nascere e fallire diversi tentativi di pace, come gli accordi di Camp David del 1978 e del 2000, gli accordi di Oslo del 1993 e del 1995, la road map del 2003, l’iniziativa di Ginevra del 2004, la conferenza di Annapolis del 2007, i colloqui di Washington del 2010 e di Gerusalemme del 2013. Un conflitto che ha diviso anche i palestinesi tra le diverse fazioni politiche e militari, come l’OLP, il Fatah, il Fronte Popolare, il Fronte Democratico, il Jihad Islamico, il Hamas e altri. Un conflitto che ha generato una grave crisi umanitaria, soprattutto nella Striscia di Gaza, sottoposta a un blocco israeliano dal 2007, e in Cisgiordania, dove si moltiplicano le colonie israeliane e il muro di separazione. Un conflitto che ha provocato anche numerose violazioni dei diritti umani, da parte di entrambe le parti, come documentato da varie organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, Human Rights Watch e Oxfam.

Di fronte a questo scenario, la voce degli artisti e dei fumettisti può sembrare debole e inutile, ma in realtà è una voce potente e necessaria, che può contribuire a rompere il silenzio e l’indifferenza, a creare consapevolezza e solidarietà, a stimolare il dialogo e la comprensione, a esprimere la speranza e la resistenza. Questo è il senso dell’iniziativa #withHandala, che vuole essere un omaggio a Naji al-Ali e al suo personaggio, ma anche un messaggio di pace e di giustizia per la Palestina e per tutti i popoli oppressi e in guerra. Un messaggio che si diffonde attraverso il linguaggio universale dell’arte e del fumetto, che può raggiungere e coinvolgere persone di ogni età, cultura e provenienza. Un messaggio che si ispira al motto di al-Ali: “Non ho mai cercato di essere un eroe, ma ho sempre cercato di essere un essere umano”.

Falastin Hurra: mostra di Fumetti per la Palestina libera

Il progetto “Kufia, matite italiane per la Palestina”, ideato nella Napoli degli anni ’80, sarà alla base di una nuova esposizione inclusa nel più ampio evento “Falastin Hurra a partire dal 3 gennaio al complesso di San Domenico Maggiore. La manifestazione, promotrice della causa palestinese, mostrerà a Napoli una collezione di tavole, illustrazioni e vignette di disegnatori di tutto il mondo, alcuni dei quali collaboreranno alle due mostre dedicate ai giovani disegnatori italiani e stranieri o a disegnatori palestinesi. Alcuni dignitari del mondo della cartoon, come Joe Sacco, Miguel Angel Martin e Seth Tobocman, oltre a una lista di circa 80 artisti per un tributo a Handala, saranno parte di questo evento che conta sulle collaborazioni delle realtà già esistenti nelle gallerie Lazzarelle Bistrot, Bicycle House e GalleYiart SpaZio31, e inizierà con una selezione di “Kufia” e di altre opere nelle Galleria Principe dal 23 dicembre. Le sedi e orari di apertura dell’esposizione, inclusa quella del complesso di San Domenico Maggiore, saranno comunicati nella pagina ufficiale: facebook.com/events/738466781600410/738466791600409.

Tracciato Palestina. Racconto di Viaggio in Cisgiordania

Il FOA Boccaccio di Monza,  presenta il graphic novel di Elena Mistrello Tracciato Palestina. Racconto di viaggio in Cisgiordania”. Il libro, scritto e disegnato dall’artista con la collaborazione di Elio Catania e Nicolàs Garcia, offre uno sguardo sulla vita dei palestinesi all’interno della West Bank. L’opera, in parte diario di viaggio e in parte reportage militante, nasce come progetto collaterale dell’ultima carovana di West Climbing Bank, un collettivo che utilizza l’arrampicata come mezzo di scambio e solidarietà, oltre che come atto di resistenza pacifica alla colonizzazione israeliana.

L’autrice, conosciuta nel mondo del fumetto e dell’illustrazione per la sua attenzione alle tematiche politiche e sociali, conduce il lettore attraverso i luoghi e gli incontri che caratterizzano il suo primo viaggio in Palestina. Ogni giorno è segnato dalla scoperta di diverse forme di violenza presenti nella regione, dalle restrizioni imposte dall’esercito israeliano alle difficoltà di movimento dei palestinesi.

Il tema centrale dell’opera è la violenza e le molteplici forme di resistenza che si sviluppano come reazione. L’autrice racconta di essere stata testimone di un’incursione notturna dell’esercito israeliano nel campo profughi di Dheisheh, dove era alloggiata, e di come questa esperienza abbia fatto emergere in lei la consapevolezza delle ingiustizie subite dai palestinesi.

Attraverso testimonianze, momenti intimi e rabbia, il fumetto cerca di trasmettere al lettore l’esperienza e le emozioni vissute dall’autrice durante il suo viaggio in Palestina. Un esempio di ciò è la descrizione del funerale di Adam, un ragazzo di sedici anni ucciso dall’esercito israeliano a pochi passi dall’autrice. La tavola che rappresenta il corteo funebre trasmette una forte sensazione di fierezza e rabbia, che coinvolge il lettore e ne fa sua la causa.

“Tracciato Palestina” è quindi non solo un racconto di viaggio, ma un’opera che invita alla riflessione sul significato dell’apartheid e della colonizzazione perpetrata da Israele nei territori occupati. Le illustrazioni e le descrizioni eloquenti riescono a suscitare nel lettore la curiosità di partire e di comprendere di persona cosa significhi vivere in quella regione. Un libro che lascia un segno profondo e invita alla solidarietà con il popolo palestinese.

Il conflitto tra Isreale e Palestina attraverso i fumetti

Il conflitto tra Israele e Palestina è una delle questioni più complesse e drammatiche della storia contemporanea, che coinvolge aspetti politici, religiosi, etnici e umanitari. La violenza che si scatena periodicamente tra le due parti ha provocato migliaia di vittime, tra cui civili innocenti, e ha alimentato l’odio e la paura reciproca. Per cercare di capire le origini, le cause e le conseguenze di questo conflitto, oltre ai libri di storia e ai reportage giornalistici, esistono anche opere di narrativa grafica che offrono una prospettiva diversa e originale, spesso basata su testimonianze dirette o su ricerche approfondite. In questo articolo vi presentiamo alcuni dei fumetti e delle graphic novel fondamentali che raccontano il conflitto tra Israele e Palestina, con uno sguardo critico, empatico e a volte provocatorio.

Unknown/Sconosciuto di Rutu Modan

Rutu Modan, la famosa fumettista israeliana, presenta in “Unknown/Sconosciuto” un’Israele segnata dagli attentati terroristici. Il fumetto narra delle difficoltà “normali” di vivere vicino al terrorismo e dell’incertezza che esso comporta. L’intera storia viene raccontata attraverso gli occhi di una ragazza israeliana “qualsiasi”, che sta facendo il servizio militare e deve bilanciare le relazioni umane e sentimentali con la sopravvivenza in un costante stato di allerta. Questo fumetto offre una testimonianza “leggera” di una società complessa, ma viene tratteggiata con precisione lucida, sia dal punto di vista grafico che letterario.

Valzer con Bashir. Una storia di guerra di Ari Folman e David Polonski

La graphic novel di Ari Folman e David Polonski Valzer con Bashir. Una storia di guerra racconta della strage di Sabra e Chatila, descrivendo gli gli eventi di cui lo stesso Folman è stato protagonista, avendo partecipato alla guerra in Libano nell’esercito israeliano. La narrazione si apre con un incubo: tutte le notti un amico e commilitone di Folman, sogna di essere inseguito da 26 cani famelici, quelli che ha dovuto uccidere per evitare che la sua brigata venisse scoperta. Ascoltando l’amico il protagonista inizia a chiedersi che cosa sia stata veramente la guerra a cui ha partecipato, ma di cui non ha alcun ricordo. Decide così di intraprendere un viaggio per raccogliere le testimonianze degli altri compagni di battaglia e scopre dai loro racconti che ciascuno ha rielaborato la memoria della guerra in modo diverso. Piano piano riemerge in Folman la memoria rimossa della strage, costringendolo a misurarsi con la disumanità della guerra.

Capire Israele in 60 giorni (e anche meno) di Sarah Glidden

Sarah Glidden, giovane statunitense di origini ebraiche, adotta uno stile di narrazione diverso nel suo libro “Capire Israele in 60 giorni (e anche meno)“. Con il suo tratto stilizzato e gli occhi disegnati come piccoli punti neri, Glidden offre una prospettiva naïf e a tratti anche spensierata sulla questione israelo-palestinese. Il libro è un diario che documenta un’esperienza particolare: un viaggio turistico unico nel suo genere chiamato “Taglit, un viaggio alla scoperta d’Israele”. Questo progetto è finanziato sia dal governo israeliano che da privati e permette a giovani di origine ebraica di visitare Israele gratuitamente. Nel corso dei giorni, Glidden, una critica scettica, si ritrova spesso confusa, poiché mette in scena le molte contraddizioni tra la normalità della vita in questa regione e la complessità nascosta di eventi storici e interpretazioni. Questo libro rappresenta un’esplorazione, spesso critica, di dubbi sia grandi che piccoli che affollano la mente di molti cittadini confusi da un’informazione spesso dominata dalla propaganda.

Palestina di Joe Sacco

Palestina è una graphic novel di Joe Sacco. Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992 l’autore ha trascorso due mesi in Israele e nei Territori Occupati, viaggiando e prendendo appunti. Ha vissuto nei campi palestinesi, condividendone la vita (o meglio, la loro sopravvivenza) in mezzo al fango, in baracche di lamiera arrugginita, tra coprifuoco e retate dell’esercito israeliano. Risultato del suo meticoloso lavoro d’inchiesta è questo volume che, combinando la tecnica del reportage di prima mano con quella della narrazione a fumetti, riesce a dare espressione a una realtà tanto complessa e coinvolgente come quella del Medio Oriente.

Gaza 1956 di Joe Sacco

Il conflitto nella Striscia di Gaza ha radici profonde nella lunga storia di questa regione al confine tra Egitto e Israele. Joe Sacco, con il suo lavoro “Gaza 1956”, offre una ricostruzione storica piuttosto che una semplice testimonianza. Attraverso varie conversazioni con i palestinesi di Khan Younis e Rafah, Sacco intreccia gli eventi del 1956 con gli avvenimenti più recenti, come la Seconda Intifada, la morte di Rachel Corrie e la guerra in Iraq. L’autore maltese crea così un’opera ambiziosa che mescola passato e presente, ricerca e ricostruzione, per illuminare gli aspetti nascosti del conflitto israelo-palestinese.

Portraits of Israelis and Palestinians: For My Parents, di Seth Tobocman

Seth Tobocman è un artista americano indipendente che si distingue non solo nel campo del fumetto giornalistico, ma soprattutto in quello investigativo e controinformazione. In questo libro, “Portraits of Israelis and Palestinians: For My Parents” Tobocman abbandona il suo stile tipico caratterizzato da tratti densi e compatti, ispirato alla tradizione dell’incisione su legno, per indulgere in matite e schizzi molto più liberi e spontanei. Il libro nasce dall’esperienza vissuta da Tobocman nel 2002, quando era insegnante di arte per i bambini di un villaggio al di fuori di Ramallah, in Palestina. Tornato negli Stati Uniti, desiderava raccontare non solo la sua esperienza, ma anche la vita di quelle popolazioni ai suoi parenti e amici di origine ebraica. Così, ha creato questo intrigante sketchbook, ricco di illustrazioni e appunti presi sul posto.

Saltare il muro di Maximilien Leroy

“Saltare il muro” di Maximilien Leroy racconta racconta la vita di Mahmoud, un giovane palestinese che vive la situazione di ogni prigioniero, quella di non poter uscire fuori dalle mura che lo tengono rinchiuso all’interno della Palestina occupata. L’unico luogo in cui si sente veramente libero è la sua mente e attraverso questo artificio ripercorre la sua storia: quella di rifugiato palestinese, recluso dietro un muro di cemento e filo spinato, all’ombra delle torrette di vigilanza dell’occupazione. I prigionieri, talvolta, ricevono delle visite. Mahmoud è sensibile al fascino delle belle straniere, ma decide di aprire la sua porta anche a Maximilien, un giovane uomo venuto dalla Francia che disegna, sa vedere e ascoltare. “Saltare il muro” è il risultato dell’incontro di questi due giovani ventiduenni, che insieme disegnano le immagini di una libertà per ora inaccessibile.

Il mio migliore nemico di Jean-Pierre Filiu e David B.

“Il mio migliore nemico” di Jean-Pierre Filiu e David B. ci offre invece una prospettiva più ampia, abbracciando l’intera storia dei rapporti tra Stati Uniti d’America e Medio Oriente, partendo dagli antichi miti fino ai giorni nostri. Con una rigorosa impostazione storica, il graphic novel ripercorre secoli di inimicizie, guerre e collaborazioni economiche, offrendoci uno sguardo lucido e critico su questa complessa relazione. Nonostante l’aspetto pedagogico possa limitare la creatività di David B., l’opera rappresenta comunque un notevole strumento di consultazione, arricchita dallo stile visivo di un abile fumettista che sa come “visualizzare idee”.

Cronache di Gerusalemme di Guy Delisle

Agosto 2008: un volo notturno porta Guy Delisle a Gerusalemme, dove il fumettista e la sua famiglia trascorreranno un anno della propria vita per dare modo a Nadège, la compagna di Guy, di partecipare a una missione di Medici Senza Frontiere. Vivranno a Beit Hanina, un quartiere nella zona est della città che sin dalla prima passeggiata si mostrerà, in tutta la sua desolazione, decisamente diverso dalla Gerusalemme propagandata dalle guide turistiche; e si destreggeranno più o meno goffamente in una quotidianità fatta di checkpoint e frontiere – teatro di perquisizioni e infiniti quanto surreali interrogatori -, delle mille sfumature di laicità e ultraortodossia, di tensioni feroci e contrasti millenari, e della disperata speranza, della rabbia e della frustrazione del popolo palestinese, in lotta ogni giorno contro l’occupazione, devastato dall’atrocità di un attacco (la tristemente nota Operazione Piombo Fuso) di cui l’autore si trova a essere basito spettatore.

Not the Israel My Parents Promised Me di Harvey Pekar e JT Waldman

Not the Israel My Parents Promised Me è una graphic novel di Harvey Pekar e JT Waldman, pubblicata postuma nel 2012. La madre di Harvey Pekar era sionista per via della politica. Suo padre era sionista per via della fede. Che Harvey frequentasse lezioni di ebraico giornaliere o partecipasse a picnic sionisti, è cresciuto come un fermo sostenitore dello Stato ebraico. Ma presto si trovò a mettere in discussione le stesse convinzioni e ideali dei suoi genitori. In quest’opera, la memoria grafica finale dell’uomo che ha definito il genere, Pekar esplora cosa significa essere ebreo e cosa Israele rappresenta per gli ebrei. Nel corso di una sola giornata nella sua città natale di Cleveland, Ohio, Pekar e l’illustratore JT Waldman si confrontano con le mitologie e le realtà che circondano la patria ebraica. Pekar intreccia la sua crescente disillusione verso lo stato moderno di Israele con una storia completa del popolo ebraico dai tempi biblici ai giorni nostri, e il risultato è un’odissea personale e storica di straordinaria potenza. Schietto ed empatico, Pekar non aveva pazienza per ingiustizia e pregiudizio in qualsiasi forma, e seppur comprendendo le radici dell’amore incondizionato dei suoi genitori per Israele, giunge alla ferma convinzione che tutti i popoli debbano essere sottoposti agli stessi standard universali di decenza, equità e democrazia.

Israël – Palestine entre guerre et paix di Uri Fink

Uri Fink è uno dei più acclamati autori di fumetti israeliani, un nome di grande rilievo sin dagli anni Ottanta. Uno dei suoi lavori più importanti è “Israël – Palestine entre guerre et paix” che riflette l’impegno dell’autore come attivista pacifista e mostra la sua critica audace delle politiche israeliane. Uri Fink racconta la vita quotidiana di un israeliano che desidera la pace, ma si ritrova coinvolto nelle logiche che regolano la politica del suo paese. Attraverso diversi periodi della sua vita, Fink mostra l’evoluzione del suo pensiero riguardo al conflitto israelo-palestinese. Sotto l’influenza delle opere di Joe Sacco, tanto nel disegno quanto nella scrittura, Fink costruisce una testimonianza diretta e tangibile di quegli israeliani che, seppur minoritari, non sono affatto invisibili e si oppongono al conflitto.

Le juif arabe di Asaf Hanuka

Il fumetto “Le Juif arabe” di Asaf Hanuka riguarda la ricerca sia familiare che personale dell’autore, che cerca di affrontare la storia del suo paese e smantellare il nazionalismo della destra israeliana. La storia del fumetto inizia nel 1929 a Giaffa durante le rivolte arabe e arriva al 2001 attraverso la storia familiare di Hanuka. La storia rappresenta tutti gli arabi, israeliani, la Palestina e Israele. Il libro racconta anche la storia di una filiazione, con i ruoli di padre e figlio che si alternano per mostrare che palestinesi e israeliani sono un unico popolo. Il protagonista principale è Abraham Yeshua, un negoziante ebreo di Tiberiade, che salva la vita di un orfano arabo di nome Ben Tsion, che a sua volta salva la vita di Abraham. Il fumetto affronta il tema dell’identità, che è impossibile da definire per palestinesi e israeliani. Le date del 1929 e del 2001 corrispondono alle rivolte palestinesi e sono associate ad arrivi significativi. Hanuka vuole mettere in luce l’accusa contro gli estremismi che dividono il popolo e creano identità nemiche. “Le Juif arabe” mostra la possibilità di una riconciliazione, riunendo ciò che era stato separato. In un momento in cui il governo è diviso, questo è un messaggio di speranza.

Baddawi di Leila Abdelrazaq

Baddawi è una graphic novel di Leila Abdelrazaq, pubblicata nel 2015. Si tratta di una storia semi-autobiografica in cui l’autrice racconta la vita di suo padre, Ahmad, nato in un campo profughi palestinese in Libano nel 1959. Ahmad cresce tra le difficoltà e le speranze di una comunità che cerca di sopravvivere e di resistere all’ingiustizia. La sua infanzia è segnata dalla guerra civile libanese, dalla violenza dei militari israeliani e libanesi, ma anche dall’amicizia, dall’amore e dalla solidarietà. Baddawi è una graphic novel toccante e poetica, che narra la storia di una generazione di palestinesi esiliati dalla loro terra.

Handala, un bambino in Palestina

Naji Ali è il più grande vignettista della storia della Palestina. Con il suo inchiostro ha saputo raccontare l’orrore, la resistenza e la sofferenza del popolo palestinese. Ha criticato l’occupazione illegale israeliana, il governo palestinese e i regimi arabi, ha fatto della sua matita una spada. Naji ha realizzato oltre 40 mila vignette, un fumettista politico senza precedenti. Handala, un bambino sempre di spalle con le mani incrociate dietro la schiena, è diventato la sua firma. Un bambino scalzo e vestito di stracci, spettatore di una guerra lunga oltre 60 anni. Nessuno conosce il volto di Handala, erba amara, il suo viso sarà “rivelato solo quando i rifugiati palestinesi torneranno in patria”. Grafite al servizio del popolo, Naji Ali è l’esempio di come una vignetta di pochi centimetri quadri possa servire più di un’intifada, fermare l’occupazione, e sventare il velo di menzogna che ricopre la Palestina.

 

L’errore di traduzione del Cammello e la Cruna di un Ago

Nel Vangelo di Matteo, una delle frasi più celebri e discusse è senza dubbio quella che recita: “È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno dei Cieli” (Matteo 19:24). Questa affermazione di Gesù, apparentemente paradossale, ha dato luogo a innumerevoli discussioni teologiche e interpretative. Tuttavia, un’analisi più approfondita delle parole originali e delle loro traduzioni potrebbe svelare ulteriori strati di significato e risolvere alcune incomprensioni storiche.

La Traduzione di San Girolamo

San Girolamo, uno dei padri della Chiesa e traduttore della Bibbia in latino (la Vulgata), ha interpretato la parola greca “κάμηλος” (kamelos) come “cammello”. Questa traduzione ha plasmato la comprensione comune della frase, rendendola una metafora potente ma curiosamente surreale: immaginare un grande animale come il cammello che tenta di passare attraverso un minuscolo foro di un ago. Tuttavia, alcuni studiosi hanno sollevato la possibilità che ci possa essere stato un errore di trascrizione o interpretazione. La parola greca “κάμιλος” (kamilos), molto simile a “kamelos”, si riferisce a una grossa corda o cavo, usato nelle navi per l’ormeggio. Questa ipotesi suggerisce che il detto originale potrebbe essere stato “è più facile per una grossa corda passare attraverso la cruna di un ago”, un’immagine meno surreale ma ancora evocativa di una difficoltà estrema.

Indipendentemente dalla parola usata, sia “cammello” che “grossa corda” trasmettono lo stesso messaggio di difficoltà estrema. La metafora intende sottolineare quanto sia arduo per una persona ricca, attaccata ai beni materiali, entrare nel Regno dei Cieli. Entrambe le immagini sono efficaci nel comunicare questa verità spirituale, sebbene l’una sia più concreta e l’altra più astratta.

Analisi Linguistica e Storica

Per determinare quale versione sia più coerente, è utile esaminare i contesti linguistici e culturali. Nella Palestina del I secolo, il cammello era un animale comune e noto per le sue dimensioni imponenti, rendendo la metafora immediatamente comprensibile agli ascoltatori di Gesù. D’altro canto, l’uso di corde spesse per l’ormeggio delle navi sarebbe stato familiare soprattutto ai pescatori e ai commercianti, gruppi specifici dell’uditorio di Gesù. Gli studi linguistici evidenziano che l’errore di trascrizione tra “kamelos” e “kamilos” sarebbe plausibile, date le somiglianze grafiche tra le lettere “η” (eta) e “ι” (iota) nei manoscritti greci. Tuttavia, non vi è consenso unanime tra gli studiosi, e molte versioni moderne della Bibbia mantengono la traduzione tradizionale con “cammello”.

Implicazioni Teologiche e Spirituali

Da un punto di vista teologico, la metafora del cammello può essere vista come una sfida più estrema e visivamente potente. La difficoltà di un ricco nel rinunciare ai suoi beni per seguire Cristo è paragonata a una impossibilità fisica quasi assurda, sottolineando la necessità di una trasformazione radicale del cuore e della mente. Al contrario, la metafora della grossa corda, pur mantenendo il senso di grande difficoltà, potrebbe apparire più plausibile e meno iperbolica. Ciò potrebbe rendere il messaggio più accessibile e meno facilmente fraintendibile per alcuni lettori moderni.

La questione se Gesù abbia parlato di un cammello o di una grossa corda resta aperta e probabilmente irrisolvibile in modo definitivo. Tuttavia, entrambe le interpretazioni servono lo scopo di illustrare l’insegnamento fondamentale: la difficoltà estrema per i ricchi di entrare nel Regno dei Cieli a causa del loro attaccamento ai beni materiali. Questa riflessione sull’interpretazione di “kamelos” ci invita a considerare non solo la precisione filologica ma anche la profondità del messaggio spirituale che trascende le parole e le immagini usate. Indipendentemente dalla traduzione, la chiamata di Gesù a vivere una vita di distacco dai beni terreni e di dedizione al Regno di Dio rimane chiara e incisiva.

 

Attivisti Palestinesi in Cosplay da Na’vi

Il destino della Palestina sembra essere nelle mani di un gruppo di giovani attivisti palestinesi, che hanno adottato un modo insolito per manifestare la loro opposizione ai confini imposti da Israele. Disobbedendo alle convenzioni tradizionali delle proteste, questi attivisti si sono travestiti da Na’vi, i personaggi fantastici del film Avatar, per attirare l’attenzione sulla loro causa.

L’uso del cosplay, una pratica che consiste nel vestirsi come un personaggio di un film, fumetto o videogioco, solitamente per divertimento o per partecipare a eventi tematici, è diventato un mezzo di espressione politica. Questo fenomeno, che si basa sulla passione per la cultura popolare, ha sorpreso molti osservatori, che non si aspettavano che un semplice gioco potesse assumere una valenza politica così forte.Questa forma di attivismo non convenzionale ha dimostrato la volontà e la creatività dei giovani palestinesi nel cercare nuovi modi per farsi sentire e per attirare l’attenzione del mondo sulla loro situazione. Indossando i costumi dei Na’vi, un popolo oppresso nel film di James Cameron, questi attivisti hanno cercato di ribadire la loro lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia che vedono nel trattamento da parte di Israele.

Sebbene possa sembrare strano che una protesta politica si svolga sotto forma di un cosplay, questa azione dimostra l’importanza della cultura popolare nel plasmare le identità e le visioni del mondo delle nuove generazioni. Invece di adottare metodi convenzionali, questi giovani hanno scelto di sfruttare il potere simbolico di Avatar per comunicare il loro messaggio al pubblico internazionale.Mentre alcuni potrebbero considerare questo modo di protestare come un semplice scherzo o una manifestazione di fanatismo eccessivo, è innegabile che il cosplay politico abbia avuto un impatto significativo nell’attirare l’attenzione sui problemi della Palestina e sulle ingiustizie subite da questo popolo. La loro audace scelta ha portato il loro messaggio oltre i confini del loro villaggio di Bil’in, facendo sì che la lotta per la libertà e l’uguaglianza della Palestina raggiungesse una platea internazionale.

Quindi, sebbene sia insolito vedere un gruppo di giovani attivisti palestinesi travestiti da personaggi di un film, dobbiamo riconoscere il coraggio e la determinazione di questi facinorosi della pop culture, che stanno mettendo in discussione i confini tradizionali dell’attivismo politico e stanno trovando nuove e creative modalità per dare voce alla loro lotta per la giustizia. Resta da vedere cosa riserverà il futuro per la Palestina, ma una cosa è sicura: questi giovani continueranno a perseguire il loro obiettivo con audacia e ingenio, lasciando il segno nella storia del movimento di liberazione palestinese.

Zona chiusa. 90” di animazione per la Striscia di Gaza

Dopo “Valzer con Bashir”, Yoni Goodman, ha realizzato il film d’animazione “Zona chiusa”. Realizzato per una Ong israeliana, Goodman dice anche la sua: “Spero che chi guarderà questo filmato ricordi che dietro ai generici riferimenti ad Hamas c’è una popolazione che soffre e che non c’entra nulla”.