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Longlegs Universe: Nicolas Cage torna nell’horror di Osgood Perkins tra nuove storie e incubi condivisi

Qualcosa nel cinema horror degli ultimi anni ha iniziato a cambiare pelle, e chi ha visto Longlegs lo ha capito subito, senza bisogno di spiegazioni o analisi da cineforum: quella sensazione strana, quasi disturbante, di stare guardando un film che non gioca secondo le regole, che ti entra in testa come una creepypasta letta alle tre di notte e non se ne va più, è stata la scintilla che ha trasformato Osgood Perkins in una specie di nome culto da tenere d’occhio, uno di quelli che inizi a citare nelle chat tra amici come se fosse un insider code, e poi ovviamente c’era lui, Nicolas Cage, completamente fuori controllo, ma nel modo giusto, nel modo che ti fa pensare “ok, questo è il Cage che voglio vedere fino alla fine dei tempi”.

Il fatto che tutto questo non fosse stato costruito come un blockbuster ma fosse nato da un’anima indie, quasi sporca, rende ancora più assurdo il risultato finale: oltre cento milioni incassati, un passaparola che sembrava un glitch della realtà, gente che usciva dalla sala senza sapere bene cosa aveva visto ma con il bisogno compulsivo di parlarne, di consigliarlo, di tornarci sopra come si fa con certi manga disturbanti che ti segnano più per le sensazioni che per la trama. E proprio lì, in quella zona grigia tra culto e fenomeno mainstream, si è aperta la porta.

Perché ora non si parla più di un film isolato, ma di un universo narrativo che sta iniziando ad espandersi, e la cosa interessante è che non segue la strada più prevedibile, quella del sequel diretto, della continuazione lineare. No, qui si entra in un territorio molto più affascinante, quasi da lore espansa alla The Black Phone, dove le storie si moltiplicano, si riflettono, si deformano. Il nuovo progetto legato a Longlegs esiste, è reale, ma non sarà un capitolo due nel senso classico del termine. Piuttosto, sembra voler scavare più a fondo dentro quell’incubo, come se il film originale fosse solo una finestra aperta su qualcosa di molto più grande e inquietante.

E la presenza di Cage, ancora una volta, non è un dettaglio da poco. Anzi, è quasi il fulcro emotivo di tutto il discorso, perché la sua interpretazione nel ruolo di quel serial killer satanista completamente fuori asse è stata una di quelle cose che dividono e uniscono allo stesso tempo, che fanno discutere, che diventano meme e allo stesso tempo materiale da analisi. La domanda che gira tra chi vive di cinema come fosse ossigeno è semplice ma potentissima: tornerà nello stesso ruolo o cambierà pelle ancora una volta? Perché se c’è una cosa che Cage ha dimostrato negli ultimi anni è che può diventare qualsiasi cosa, anche qualcosa che non ha ancora un nome preciso.

Intanto Paramount Pictures si è infilata nel progetto, e questo cambia le carte in tavola più di quanto sembri a prima vista. Non si tratta solo di budget più alti o di distribuzione più ampia, ma di una trasformazione quasi genetica dell’operazione, perché quando un universo horror nato in modo indipendente entra in una macchina più grande, il rischio e la possibilità di evoluzione si muovono insieme, come due linee narrative che potrebbero convergere o distruggersi a vicenda. E guardando cosa è successo con franchise come Scream o Smile, viene spontaneo chiedersi se Longlegs diventerà qualcosa di simile o se continuerà a restare un oggetto strano, difficile da incasellare.

Nel frattempo Perkins non si è mai fermato davvero, passando da progetti come The Monkey a Keeper fino a The Young People con Nicole Kidman, come se fosse entrato in una fase creativa in cui ogni idea trova una forma, ogni ossessione diventa immagine. E questo ritmo, quasi ossessivo, si riflette anche nel modo in cui si sta costruendo questo nuovo tassello del mondo di Longlegs: non un ritorno, ma un’espansione, non una risposta ma un’altra domanda ancora più disturbante.

Chi ha vissuto l’esplosione del film nel 2024 lo sa bene, quel tipo di horror non si limita a spaventare, ma ti rimane addosso, ti cambia il modo in cui guardi certe cose, un po’ come succedeva con certi anime psicologici o con i videogiochi che ti costringono a mettere in discussione le tue scelte invece di premiarti e basta. E allora immaginare un intero universo costruito su quella stessa frequenza è qualcosa che accende la fantasia in modo quasi pericoloso.

E poi, diciamocelo senza filtri da comunicato stampa: il bello di tutto questo è che ancora non sappiamo davvero cosa aspettarci, e in un’epoca in cui trailer, leak e anticipazioni tendono a bruciare ogni sorpresa, questa sensazione di mistero totale ha un sapore quasi vintage, da internet dei primi anni 2000, da forum pieni di teorie assurde e discussioni infinite su dettagli che forse non esistono nemmeno.

Forse è proprio questo il punto, il vero motivo per cui Longlegs continua a funzionare anche fuori dallo schermo: non ti dà risposte comode, non chiude i cerchi, ti lascia lì con la testa piena di immagini e idee che continuano a rimbalzare, e adesso che quel mondo sta per allargarsi, la sensazione è quella di essere all’inizio di qualcosa che potrebbe prendere direzioni imprevedibili, magari geniali, magari completamente folli… e onestamente, è esattamente quello che ci serve.

E tu come lo immagini questo nuovo capitolo? Stessa atmosfera disturbante o qualcosa di ancora più estremo? Perché se c’è una cosa che questo universo ha già dimostrato, è che ogni volta che pensi di aver capito dove sta andando… probabilmente sei già fuori strada.

Portrait of God: quando l’horror indipendente chiama, Peele e Raimi rispondono

L’incontro tra Sam Raimi e Jordan Peele suona come uno di quei crossover impensabili che da fan sogni di vedere almeno una volta nella vita. Una collisione cosmica tra due scuole dell’orrore che raramente hanno incrociato i loro sentieri, e che ora decidono di fondersi per dare forma a Portrait of God, il lungometraggio tratto dall’omonimo corto virale di Dylan Clark. Ed è uno di quei momenti in cui senti che qualcosa, nel panorama horror contemporaneo, sta per cambiare direzione.

Universal Pictures ha appena dato il via libera al progetto e l’idea stessa che il regista di Evil Dead e l’autore di Get Out stiano lavorando fianco a fianco sembra un miracolo partorito da un altare profano. Non è semplice entusiasmo da fan: è la sensazione che due mentori del genere stiano investendo su una nuova voce creativa, uno di quei talenti destinati a rompere schemi e accendere immaginari. E questa voce si chiama Dylan Clark, autore del corto originale che in soli sette minuti e mezzo è riuscito a terrorizzare quasi nove milioni di spettatori su YouTube, diventando in poco tempo una vera e propria leggenda metropolitana digitale.

Il cortometraggio nasce come un esperimento minimalista, una di quelle storie che puntano tutto sull’atmosfera e sulla suggestione visiva. Al centro c’è Mia, una giovane studiosa di religione che sta preparando una presentazione accademica. Il soggetto? Un dipinto chiamato “Portrait of God”. Un quadro che, almeno teoricamente, dovrebbe apparire come una tela nera impenetrabile. E invece si rivela molto più di questo. Il suo buio non è silenzioso: è un luogo che guarda indietro. Un varco che inghiotte lo sguardo. Un confine pronto a incrinarsi nel momento esatto in cui la mente abbassa le sue difese.

Quello che rende Portrait of God così efficace è il modo in cui gioca con l’idea del sacro, non come rifugio ma come opposizione radicale e disturbante. L’orrore non nasce dalla profanazione, ma dal rendersi conto che ci si è avvicinati troppo a qualcosa che non dovrebbe essere contemplato. È un ribaltamento potente dell’iconografia cristiana, che Dylan Clark maneggia con sorprendente lucidità. Lo spettatore non si trova davanti a un’immagine blasfema o dissacrante, ma a un’entità che incarna una sorta di glaciale indifferenza cosmica. Una divinità che non ama, non odia: semplicemente è. E tanto basta per distruggere ogni certezza umana.

Ed è proprio questa intuizione a convincere Universal, e soprattutto due colossi dell’horror come Peele e Raimi, a trasformare il corto in un lungometraggio. Peele, con la sua capacità di incastonare il terrore all’interno di una riflessione sociale e simbolica, e Raimi, maestro nel lavorare sulla tensione visiva e sulla deformazione percettiva, sembrano perfetti per amplificare l’impatto concettuale dell’idea. Non stanno rubando il progetto a Clark, anzi: lo stanno sostenendo. Sarà infatti lui a dirigere la versione estesa del film, espandendo un microcosmo di sette minuti in un horror psicologico a pieno respiro.

L’aspetto più affascinante del progetto sta proprio nella sfida narrativa. Perché prendere un corto così essenziale e farne un film durevole significa lavorare sul non detto, sull’invisibile, sulla parte sommersa dell’idea originale. Portrait of God non è un racconto già pronto: è un varco, un punto di partenza da cui tirare fuori un mondo di simboli, interpretazioni e inquietudini. È una domanda aperta che Clark, con la sceneggiatura scritta insieme a Joe Russo (The Inheritance), dovrà trasformare in una vera e propria discesa negli abissi della percezione.

L’orrore teologico è uno dei territori più affascinanti e meno battuti del genere. Richiede equilibrio, coraggio e una consapevolezza profonda delle immagini che si maneggiano. Da L’Esorcista a Saint Maud, il cinema ha spesso tentato di dare forma al divino, ma raramente ha osato affrontare la questione più pericolosa: cosa succede quando l’essere umano incontra il sacro in forma non umana, non riconoscibile, non rassicurante? Portrait of God promette di muoversi proprio su questo confine sottile e perturbante.

E ammettiamolo: vedere Peele e Raimi impegnati in un progetto che affronta la rappresentazione di Dio come entità percepita e non mostrata è una promessa intrigante. Loro sanno come costruire il non detto, come dare peso al silenzio, come rendere minaccioso ciò che non ha volto. E se il corto originale faceva tremare per il semplice gioco di sguardi tra spettatore e tela, immaginare cosa potrà fare un film intero con questo concetto mette i brividi.

A rendere la storia ancora più suggestiva è il fatto che Portrait of God nasca da un’opera quasi artigianale, costruita con mezzi minimi ma idee enormi. È quel tipo di progetto che incarna la quintessenza dell’horror indipendente: immaginazione che supera la produzione, intuizione che precede la tecnica. Il suo successo virale non è accidentale; è il risultato di una narrazione che lavora sull’istinto, sulle paure primordiali, su quel senso di “qualcosa che non dovrei vedere” che sta alla base del terrore più puro.

Ed è qui che la collaborazione con Peele e Raimi diventa simbolica. È come se il cinema di genere stesse dicendo a voce alta: questo ragazzo ha qualcosa da dire. E noi vogliamo ascoltarlo.

L’attesa intorno al progetto cresce di giorno in giorno, anche perché il tema ha un potenziale esplosivo nella cultura pop contemporanea. Viviamo in un’epoca in cui il sacro viene continuamente rielaborato attraverso meme, arte digitale, folklore urbano, reinterpretazioni personali. L’idea di affrontare l’immagine di Dio non come icona ma come visione proibita, come distorsione percettiva, si inserisce perfettamente in questo dialogo collettivo tra spiritualità e paura.

Il film, per ora, resta un mistero. Non esiste una data di uscita, non sono stati annunciati casting o dettagli sulla trama estesa. Ma forse è proprio questo a renderlo così potente: come il quadro del corto, qualcosa sta guardando da dentro l’oscurità, e noi non sappiamo ancora cosa sia.

Una cosa, però, è chiara: Portrait of God potrebbe diventare uno di quei cult moderni che nascono dal nulla, crescono grazie al passaparola e si radicano nella memoria collettiva degli appassionati. La combinazione Peele-Raimi-Clark è un triangolo creativo inedito che promette di scuotere l’horror dall’interno, riportandolo a quell’essenzialità primordiale che fa paura perché tocca corde antiche.

E ora tocca a voi: avevate già visto il corto originale? Che cosa vi aspettate dal lungometraggio? Vi affascina o vi inquieta l’idea di un horror teologico che prova a guardare il volto di Dio? Parliamone nei commenti: l’oscurità, dopotutto, diventa meno minacciosa quando la si attraversa insieme.