Archivi tag: Nia DaCosta

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa – Quando l’orrore smette di correre e diventa un culto

Da ieri, un brivido freddo è tornato a scorrere lungo la schiena del cinema di genere. Non è solo la paura del buio o il timore di un salto sulla sedia: è quell’inquietudine viscerale che solo la saga di 28 Giorni Dopo ha saputo codificare nel DNA della cultura pop contemporanea. Con l’uscita di 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, ci troviamo di fronte al quarto atto di un’epopea che ha trasformato lo zombie movie in un trattato sociologico, insegnando a più di una generazione di geek e cinefili che la rabbia non è solo un sintomo clinico, ma un fatto politico, umano e dolorosamente reale.

Ventotto anni fa, Jim correva tra le strade spettrali di una Londra svuotata, regalandoci una delle sequenze più iconiche della fantascienza moderna. Oggi, quell’universo non si accontenta di essere un ricordo sbiadito o un’operazione nostalgia per collezionisti di Blu-ray. Al contrario, pretende di evolversi, mutare e infettare nuovamente il nostro immaginario con una ferocia rinnovata. Lo fa rifiutando le scorciatoie del fan service banale, scegliendo invece una via rituale, disturbante e profondamente stratificata.

La visione di Nia DaCosta e l’eredità di Garland

Raccogliere il testimone da giganti come Danny Boyle e Alex Garland era una sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Eppure Nia DaCosta, già apprezzata per la sua capacità di maneggiare il trauma collettivo nel reboot di Candyman, dimostra una maturità autoriale sorprendente. La sua regia imprime alla pellicola una sacralità febbrile: non siamo più nel territorio dell’action puro, ma in una sorta di liturgia del post-apocalittico. Il montaggio alterna momenti di caos primordiale a pause silenziose e quasi religiose, dove la macchina da presa indugia sui sopravvissuti come fossero reliquie di un mondo che non esiste più. I colori saturi gridano, mentre l’orrore compie un salto evolutivo: non si limita a correre verso di noi, ma si inginocchia, contempla e aspetta il momento giusto per colpire.

Dietro le quinte, la mente architettonica di Alex Garland continua a tessere una tela di ambiguità morale. Lo sceneggiatore di Ex Machina e Civil War torna a casa, portando con sé quel pessimismo cosmico che rende le sue storie così magnetiche. Se il primo film del 2002 parlava di rabbia sociale e il sequel 28 Settimane Dopo esplorava l’occupazione militare e il fallimento delle istituzioni, questo nuovo capitolo – che segue il più intimo e filosofico 28 Anni Dopo del 2025 – sposta l’asse sul senso stesso del dolore. Cosa resta di noi quando smettiamo di scappare?

Ralph Fiennes e il culto della memoria

Al centro di questa nuova deriva troviamo il Dottor Kelson, interpretato da un Ralph Fiennes monumentale, capace di oscillare tra la lucidità dello scienziato e il misticismo del profeta. Il suo “Tempio delle Ossa” non è la tana di un folle, ma un progetto, una dottrina. È un archivio emotivo fatto di resti umani, un memoriale che costringe i vivi a guardare ciò che preferirebbero seppellire per sempre. In un mondo che non cerca più la cura medica, Kelson offre una cura per l’anima, o forse solo una nuova, raffinata forma di manipolazione.

A fargli da contraltare troviamo il giovanissimo Spike (Alfie Williams), il ponte generazionale verso il futuro, che deve vedersela con la minaccia più tossica di questo nuovo ordine mondiale: Sir Jimmy Crystal. Interpretato da un inquietante Jack O’Connell, Crystal è il leader che emerge dalle macerie usando i simboli del passato – dai frammenti religiosi alle icone pop più grottesche – come strumenti di controllo violento. La sua figura richiama inevitabilmente i populismi moderni, trasformando il film in uno specchio deformante della nostra realtà.

Oltre lo zombie movie: un’esperienza sensoriale

In questo capitolo, gli infetti sono diventati parte del paesaggio, una costante atmosferica come il cielo grigio della Gran Bretagna. La vera paura scaturisce dalle strutture di potere, dal modo in cui gli uomini riscrivono le regole quando la civiltà è solo un eco lontana. È un approccio che dialoga con capolavori come The Last of Us, ma con una ferocia ancora più politica e simbolica.

L’esperienza visiva è accompagnata dalle sonorità ipnotiche di Hildur Guðnadóttir, che riesce a far convivere sound design industriale e melodie strazianti, intervallate da una colonna sonora audace che spazia dai Radiohead agli Iron Maiden. È un cortocircuito estetico che spiazza e affascina, tipico del cinema che non vuole rassicurare ma scuotere.

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa è un film imperfetto e bizzarro, a tratti volutamente grottesco, ma proprio per questo vitale. È un laboratorio di idee che ci interroga sulla fragilità della nostra sicurezza e sul bisogno umano di aggrapparsi ai miti, anche quando sono fatti di ossa. E quel finale… quel finale promette di riaccendere discussioni che dureranno anni.


Cosa ne pensate di questo nuovo corso della saga? Credete che la visione di Nia DaCosta abbia reso giustizia all’eredità di Boyle, o preferivate l’approccio più crudo dei primi capitoli? Il Dottor Kelson è un salvatore o un folle pericoloso?

28 anni dopo: l’horror evoluto di Danny Boyle e Alex Garland che racconta un’umanità allo specchio

C’è un certo tipo di cinema che non ti lascia mai. Non parlo di quelli che rivedi ogni Natale o che citi a memoria nei giochi da pub. Parlo di quei film che si infilano sotto la pelle, che sedimentano nel subconscio e rispuntano, prepotenti, nei momenti più imprevedibili. Per me, 28 giorni dopo è sempre stato uno di quelli. Non solo un film, ma un’esperienza sensoriale, quasi tattile, che ha cambiato il modo in cui guardo l’orrore sullo schermo. La corsa sfrenata di Cillian Murphy in una Londra vuota, la musica di John Murphy che monta come un’onda di panico, gli occhi rossi degli infetti: sono immagini che non si cancellano.

 

E ora eccoci qui, oltre vent’anni dopo, con 28 anni dopo. Un titolo che potrebbe sembrare una semplice operazione nostalgia – e invece no. Quello che Danny Boyle e Alex Garland ci regalano non è solo un sequel. È una riflessione lucida e spietata su cosa significhi vivere dopo la fine del mondo. E soprattutto: su cosa significhi essere ancora umani.

La cosa che mi ha colpito subito – ancor prima dei titoli di testa – è la consapevolezza del film di trovarsi in un mondo post-pandemico. Non parlo solo della narrazione, ma dello sguardo con cui ci osserva. 28 anni dopo sa benissimo che lo spettatore del 2025 ha conosciuto l’isolamento, la paura dell’altro, il silenzio improvviso delle città. Lo accoglie. Lo ingloba nella sua struttura. È come se il film ci dicesse: “Vi ricordate la finzione? Ora fa più paura perché sapete quanto sia vicina alla realtà.”

Il Regno Unito, nella finzione, è diventato un buco nero nella mappa. Nessun contatto, nessuna speranza. La vita resiste solo in forma di ruggine, muschio e sangue. E al centro di questo inferno c’è una famiglia spezzata. Jamie, interpretato da un Aaron Taylor-Johnson in stato di grazia, si è rifugiato con sua moglie Isla e il piccolo Spike su una di quelle isole sospese nel tempo e nelle maree. La malattia che corrode Isla non è il virus, ma qualcosa di ancora più crudele perché reale: una degenerazione senza nome, senza cura. E quando Spike decide di affrontare il mondo per cercare una salvezza impossibile, capisci che il film non parlerà solo di infetti. Parlerà di legami. Di speranze disperate. Di quanto siamo disposti a rischiare per chi amiamo.

La prima metà è un ritorno all’origine del genere. Boyle ha ancora quella furia visiva che ti incolla alla poltrona: la camera a mano che trema come il battito cardiaco, i tagli frenetici, la luce naturale che filtra tra le rovine. Ma ciò che impressiona di più è come l’universo degli infetti si sia evoluto. Non sono più solo corpi rabbiosi e incontrollabili. Sono diventati parte di un ecosistema. Lenti, veloci, mostruosi: ognuno ha una funzione. E guardandoli, non puoi non pensare al modo in cui anche i virus reali mutano, imparano, sopravvivono. C’è una logica fredda, una coerenza scientifica che rende tutto ancora più agghiacciante.

Ma è la seconda parte del film a sorprendermi davvero. Quando Spike e Isla si inoltrano verso il continente, il tono cambia. Non è più solo tensione. È poesia oscura. È viaggio interiore. Ho pensato a The Road, certo, ma anche a Cuore di tenebra, a Stalker di Tarkovskij. Si abbandonano le regole dell’action e si entra in un campo più rarefatto, più doloroso. Le rovine parlano. I silenzi diventano assordanti. Garland sa scrivere la paura non solo come minaccia esterna, ma come voragine dell’anima. E Boyle, con la sua regia istintiva ma calibrata, trasforma le immagini in meditazioni visive. Ogni inquadratura pesa, resta, scava.

Il cast è magnetico. Taylor-Johnson è una forza quieta: senti ogni sua scelta come una ferita. Jodie Comer, fragile e luminosa, regala una performance che spezza il cuore. E Ralph Fiennes – non so nemmeno da dove cominciare. Il suo Dr. Kelson è l’incarnazione del dubbio etico: è un medico? Un santone? Un sopravvissuto che ha perso l’anima? Ogni suo sguardo è un enigma. E poi c’è quel momento. Il viso sfocato di un infetto. Quegli occhi. Quella mascella. Non dicono nulla, ma lo sai. Sì, lo sai. Boyle e Garland non ti servono Cillian Murphy su un piatto d’argento. Ti fanno desiderare che ci sia. E temere che ci sia.

La produzione è sontuosa, ma non perde mai l’anima indie che ha reso grande il primo film. Ogni dollaro del budget – 75 milioni – è investito nel mondo, non nell’effetto. Ci sono immagini che mi porterò dietro: una città sommersa, un campo pieno di croci fatte con i rottami, un bambino che accende un fuoco nella notte. E poi il suono. I momenti di silenzio assoluto. I crescendo elettronici. La colonna sonora è una lama, e taglia nei momenti giusti.

E infine, c’è la promessa. Questo è solo l’inizio. 28 Years Later: The Bone Temple è già pronto. Nia DaCosta alla regia è una scelta coraggiosa e stimolante. Se manterranno questa coerenza, se continueranno a raccontare l’apocalisse con occhi umani e feriti, allora non ci troveremo di fronte a una semplice trilogia. Ma a una nuova mitologia.

28 anni dopo è un film che non spaventa per il sangue, ma per la verità. Perché parla di solitudini, di memorie, di futuri incerti. È un horror che riflette, che morde piano prima di affondare i denti. E io, da appassionata irriducibile del genere, non posso che sentirmi grata. Perché non è solo un grande film. È un grande sguardo sul mondo. Uno di quelli che, una volta che li hai incontrati, non ti abbandonano più.

Hedda: La Nuova Rielaborazione Cinematografica del Classico di Ibsen con Tessa Thompson

Il mondo del cinema si prepara ad accogliere una delle reinterpretazioni più attese e ambiziose degli ultimi anni, con l’uscita di Hedda, il nuovo drama diretto da Nia DaCosta, che promette di riportare sulla grande schermo l’iconico personaggio di Hedda Gabler, protagonista dell’omonima opera teatrale di Henrik Ibsen. La pellicola, in uscita il 14 febbraio 2025, si preannuncia come una fusione di intensità emotiva e modernità, arricchita da un cast stellare che contribuirà a rendere questa nuova versione del personaggio ancora più complessa e affascinante.

La Trama di Hedda: Un Nuovo Sguardo sulla Drammaticità di Hedda Gabler

Il film Hedda si ispira all’opera teatrale di Ibsen, rappresentata per la prima volta nel 1891, ma con una rielaborazione che si inserisce nel contesto contemporaneo. La protagonista, Hedda Gabler, è interpretata da Tessa Thompson, attrice nota per i suoi ruoli in Creed 3 e The Marvels. La trama si concentra sulla vita di Hedda, una donna che, pur avendo tutto ciò che molti potrebbero invidiarle, è consumata da un senso di insoddisfazione. Intrappolata in un matrimonio che non le dà la libertà che desidera, e con un passato che continua a bussare alla sua porta attraverso un ex amante, Hedda sogna una vita più sublime e affascinante. Per raggiungere i suoi obiettivi, è pronta a ricorrere a manipolazioni e azioni distruttive, facendo emergere la sua natura ambigua e controversa.

Il film esplora in profondità i temi della libertà, della manipolazione e del desiderio di autoaffermazione, tutti tratti che rendono Hedda un personaggio tanto amato quanto odiato. La regia di Nia DaCosta, che ha già conquistato il pubblico con Candyman e The Marvels, promette di dare un tocco di freschezza e intensità a questo dramma classico, rendendolo accessibile anche alle nuove generazioni di spettatori, senza perdere la profondità psicologica che ha reso Hedda Gabler un personaggio senza tempo.

Il Cast del Film: Un Ensemble di Talenti

Uno degli aspetti che rende Hedda ancora più interessante è il cast che accompagna Tessa Thompson nella sua interpretazione della protagonista. Accanto a lei, troviamo un gruppo di attori di grande talento, che aggiungeranno complessità e sfumature alla storia. Imogen Poots, recentemente protagonista del film Fuga a Parigi e della serie Outer Range, interpreta un ruolo che promette di essere altrettanto affascinante. Al suo fianco, Tom Bateman (visto in Tredici vite e Based on a True Story), Nina Hoss (che ha impressionato il pubblico con la sua performance in Tár), e Nicholas Pinnock sono solo alcuni dei nomi di un cast che, insieme a Tessa Thompson, promette di offrire interpretazioni memorabili.

Il film è prodotto da Orion Pictures e Plan B Entertainment, la casa di produzione fondata da Brad Pitt, che negli ultimi anni ha lavorato a numerosi progetti di successo. Plan B, in particolare, si è distinta per la sua attenzione a storie originali e innovative, e Hedda non farà certo eccezione.

La Regia di Nia DaCosta: Un’Approccio Moderno al Classico di Ibsen

Nia DaCosta, la regista che ha saputo reinventare un classico dell’orrore con Candyman, si trova ora a dirigere una nuova versione di una delle opere teatrali più celebrate di sempre. La sua visione artistica promette di infondere Hedda con una prospettiva moderna, senza snaturare il cuore della storia originale. DaCosta ha già dimostrato la sua capacità di portare freschezza e originalità a storie familiari, e con Hedda, non c’è dubbio che saprà arricchire il dramma con nuove intuizioni visive e narrative.

Riprese e Data di Uscita

La produzione di Hedda è iniziata nel novembre 2023, con le riprese che sono partite nel gennaio 2024 nel Regno Unito. Il film, che vedrà la luce nei cinema statunitensi il 14 febbraio 2025, promette di essere un evento cinematografico che attirerà l’attenzione di appassionati di cinema e di teatro. La sceneggiatura, pur mantenendo fede alla trama originale di Ibsen, è stata rielaborata per adattarsi ai tempi moderni, dando nuova vita a un personaggio che continua a esercitare un fascino irresistibile, anche dopo più di un secolo.

Hedda si presenta come un’opera cinematografica che promette di affascinare, turbare e, soprattutto, stimolare il pensiero. Grazie alla regia visionaria di Nia DaCosta, alla potente interpretazione di Tessa Thompson e a un cast di attori di prim’ordine, questo film sembra destinato a diventare un punto di riferimento per gli appassionati di cinema drammatico e per coloro che amano rivedere i classici sotto una nuova luce. La combinazione di tematiche universali e di un’interpretazione contemporanea delle problematiche di Hedda Gabler non mancherà di suscitare dibattiti e riflessioni, rendendo Hedda un film da non perdere nel 2025.

La recensione di The Marvels. Un Fallimento Tra Le Stelle del MCU

Come appassionata di cinecomics e fan storica dell’universo Marvel, avevo aspettative piuttosto alte per The Marvels, il 33° film del Marvel Cinematic Universe (MCU), un’opera che avrebbe dovuto unire le storie di tre eroine: Carol Danvers (Brie Larson), Kamala Khan (Iman Vellani) e Monica Rambeau (Teyonah Parris). Ma, purtroppo, quello che mi sono ritrovata a vedere è stato un film che ha tradito completamente le aspettative, scivolando nel baratro della delusione.

The Marvels è un sequel di Captain Marvel (2019), ma soprattutto un crossover con la serie Ms. Marvel (2022), che sembrava essere la base perfetta per un’avventura emozionante. Eppure, nonostante la premessa intrigante, il film non riesce a decollare nemmeno per un momento. La trama si concentra su un fenomeno misterioso che provoca uno scambio di corpi tra le tre protagoniste ogni volta che usano i loro poteri. Se da un lato questo potrebbe sembrare un’idea divertente, sullo schermo risulta essere più un espediente narrativo confusionario che un punto di forza. La continua alternanza tra i corpi delle protagoniste, che sarebbe dovuta essere un elemento di tensione e dramma, finisce per risultare un esercizio inutile che non aggiunge nulla alla profondità dei personaggi e alla comprensione della trama. Anzi, spesso la sensazione è che il film non sappia come sviluppare davvero la storia, preferendo imboccare la strada della comicità forzata piuttosto che esplorare le dinamiche tra le sue eroine.

A livello estetico, The Marvels è un disastro. La regia di Nia DaCosta sembra totalmente priva di ispirazione. Le scenografie sono vuote e senza carattere, come se il film fosse stato girato in tutta fretta, senza alcun sforzo nel creare l’atmosfera che ci si aspetterebbe da un cinecomic Marvel. Gli effetti speciali, pur essendo abbondanti, non riescono a compensare la mancanza di sostanza: invece di esaltare la narrativa, sembrano solo riempitivi di una trama che non si fa mai strada. La sensazione che rimane è quella di assistere a un film pensato per un pubblico decisamente giovane, con una regia che preferisce adottare un tono infantilizzante piuttosto che affrontare temi più maturi.

I personaggi, purtroppo, sono una delle note dolenti del film. Carol Danvers, interpretata da Brie Larson, era stata una delle figure più promettenti del MCU, ma qui appare stanca e disinteressata, e il suo rapporto con le altre due protagoniste non viene mai realmente esplorato. La dinamica con Kamala Khan, che avrebbe dovuto essere uno degli snodi centrali del film, rimane piatta e priva di chimica, nonostante le buone intenzioni comiche di Iman Vellani. Monica Rambeau, purtroppo, viene trattata con la stessa superficialità: la sua storia non viene mai davvero sviluppata, e il suo arco narrativo finisce per perdersi nel caos di un film che non sa dove voglia andare. Il risultato è che le tre eroine, nonostante il loro potenziale, non riescono mai a brillare come dovrebbero, e la mancanza di un vero legame tra di loro rende il film ancora più frustrante.

A livello di tono, The Marvels non riesce a trovare un equilibrio. Si alterna tra il tentativo di essere epico e l’insistenza su gag comiche che non arrivano mai al punto giusto. Quella che doveva essere un’avventura avvincente finisce per essere una serie di scene in cui il tentativo di far ridere il pubblico si traduce in momenti imbarazzanti. La regia di Nia DaCosta non trova mai la sua voce: il film è troppo infantile per i fan di lunga data e troppo confuso per chi cerca una trama solida. Non c’è cuore, non c’è quella scintilla che ha reso titoli come Guardians of the Galaxy e Avengers: Endgame così memorabili. Anzi, The Marvels sembra una di quelle pellicole Marvel di cui ci dimenticheremo presto, incapace di lasciare il segno.

L’antagonista, Dar-Benn (Zawe Ashton), è l’ennesima delusione. Sebbene il film tenti di dare una motivazione per il suo odio verso Carol Danvers, il personaggio risulta essere completamente privo di spessore. Non c’è alcuna empatia per lei o per il suo popolo, e la sua presenza come villain sembra più un riempitivo che un vero e proprio ostacolo per le protagoniste. La sua assenza di profondità, combinata con il conflitto universale poco avvincente, rende difficile qualsiasi coinvolgimento emotivo. La sua mancanza di motivazioni credibili è solo uno dei tanti fallimenti del film.

La durata di The Marvels (105 minuti) scivola via senza lasciare nulla di memorabile. Nonostante qualche sequenza d’azione che potrebbe intrattenere, non c’è alcun momento che rimanga impresso nella mente dello spettatore. Le scene post-crediti, ormai una tradizione nell’universo Marvel, sono solo un timido tentativo di prolungare la vita del franchise, ma non riescono a riscattare un film che, nel complesso, è solo una delusione.

In conclusione, The Marvels è una delle pellicole più deboli del MCU, che non solo delude le aspettative, ma fa rimpiangere quello che il franchise è stato e che potrebbe ancora essere. Con personaggi mal sviluppati, una trama priva di mordente e una regia che non sa dove andare, questo film si unisce alla lunga lista di titoli Marvel che sembrano aver perso la loro identità. Un vero peccato, considerando il potenziale delle sue protagoniste e il richiamo di un universo che un tempo sapeva emozionare.

Candyman è tornato: Jordan Peele riporta l’Uomo Nero nell’horror urbano del nuovo millennio

Dite il suo nome. Cinque volte. Davanti a uno specchio. Se avete coraggio. Ebbene sì, Candyman è tornato. Ma attenzione: quello che potrebbe sembrare un semplice reboot nostalgico si rivela invece uno degli esperimenti horror più intelligenti, stratificati e pericolosamente attuali dell’ultima decade. Alla guida dell’incubo troviamo nientemeno che Jordan Peele, il geniale regista e produttore dietro le inquietudini di Scappa – Get Out e Noi, qui in veste di sceneggiatore e produttore. Accanto a lui, Win Rosenfeld e la regista Nia DaCosta, per un ritorno nel quartiere più infestato della Chicago cinematografica: Cabrini-Green.

Chi conosce l’originale Candyman del 1992, firmato da Bernard Rose e tratto da un racconto di Clive Barker, sa bene cosa aspettarsi: non il classico “slasher”, ma un horror metropolitano pieno di simbolismi, dolore e sangue, in cui le leggende urbane si fondono con il razzismo sistemico, la paura sociale e il fascino oscuro dell’ignoto. Ed è esattamente da lì che questo nuovo capitolo — che non è un remake ma un sequel spirituale diretto — riparte. Con l’intenzione chiara di aggiornare il mito di Candyman all’era post-verità, ai social, alla generazione Z e ai mostri che oggi abitano i nostri incubi quotidiani.

Il protagonista stavolta è Anthony McCoy, interpretato da uno straordinario Yahya Abdul-Mateen II, artista visuale in cerca di ispirazione che vive nella nuova versione gentrificata di Cabrini-Green. Sotto le luci scintillanti delle gallerie d’arte e dei locali hipster, tuttavia, la vecchia maledizione pulsa ancora sotto la pelle del quartiere. Quando Anthony scopre la leggenda di Candyman, il suo spirito creativo si accende — e con esso, purtroppo, anche l’oscurità che non aspettava altro di risvegliarsi.

Chi è Candyman oggi? Un unico fantasma vendicatore oppure molti? Il film ci mette subito di fronte a un cambio di paradigma: Candyman non è più solo Daniel Robitaille, lo schiavo linciato per aver amato una donna bianca, ma un’icona collettiva, un simbolo di dolore e vendetta afroamericana, moltiplicato nel tempo attraverso i secoli di soprusi, discriminazioni e ingiustizie. E qui sta la genialità della penna di Peele: riscrivere l’horror come atto politico senza perdere il mordente narrativo, rendendo Candyman una figura simbolica, un archetipo del trauma razziale che sopravvive e si tramanda — specchio dopo specchio.

Il film fa tremare non solo per le scene di sangue (sì, ci sono, e fanno male come uncini nella carne), ma per l’atmosfera sottile e avvelenata che permea ogni sequenza. Mentre Anthony sprofonda nel mistero, iniziando a trasformarsi fisicamente e psicologicamente, scopriamo che la leggenda non è mai davvero morta. Anzi, il suo potere si è evoluto, adattato. E se prima bastava dire il nome di Candyman per evocare il terrore, ora basta raccontarne la storia per riportarlo in vita. Una riflessione amara e brillante sull’immortalità del trauma attraverso la narrazione, oggi amplificata da Internet, meme, creepypasta e cultura virale.

DaCosta dirige con uno stile visivo elegante e tagliente, usando gli specchi come cornici instabili della realtà, in cui la verità si deforma e il mostro si nasconde… fino a quando non è troppo tardi. Eppure, in mezzo a tanta potenza simbolica, qualche spettatore affezionato alla trilogia originale potrebbe sentirsi spiazzato: dove sono i riferimenti diretti a Daniel Robitaille? Dov’è il Candyman con la voce ipnotica di Tony Todd e l’aura romantica da fantasma innamorato e dannato? Calma. Anche se il film gioca con nuove identità, il mito originale non viene affatto tradito, ma potenziato e declinato in una versione collettiva e ancora più spaventosa, in cui Candyman è tutti e nessuno.

Certo, in alcuni momenti si sente che DaCosta, pur brillante, non riesce sempre a gestire la carica simbolica della sceneggiatura con la forza visiva di un Bernard Rose o l’estetica disturbante che un Deon Taylor o persino uno Spike Lee avrebbero potuto dare. Ma il cuore del film pulsa forte. E fa male. Perché Candyman oggi è più che un film: è una riflessione tagliente su identità, memoria e giustizia. È un urlo di dolore che riecheggia tra le mura gentrificate e i vicoli dimenticati, tra le opere d’arte moderne e gli specchi incrinati del passato.

E così, ventinove anni dopo quel lontano 1992 in cui la povera Helen Lyle veniva inghiottita dalle fiamme della leggenda, Candyman torna a mostrarsi, uncinato e impietoso, pronto a farci pagare ogni volta che proviamo a dimenticarlo. Ma stavolta il mostro non è solo un individuo: è la vendetta stessa, moltiplicata. È l’Uomo Nero delle nostre paure più ancestrali, trasformato in icona sovversiva dell’orrore moderno.

Allora ve lo chiedo ancora: siete pronti a dire il suo nome cinque volte davanti allo specchio?