Cal Kestis è uno di quei personaggi che non ti limiti a controllare. Ti resta addosso. Come una cicatrice che non fa più male ma che senti sotto le dita, soprattutto nei momenti di silenzio, quando il gioco spegne la musica e rimani solo con il respiro del personaggio, il rumore lontano dell’Impero, BD-1 che emette quel verso elettronico che ormai riconosceresti anche nel sonno. È successo così, senza cerimonie, senza fanfare. Un Jedi stanco, imperfetto, che non ti chiede di essere un eroe ma di sopravvivere. E forse è per questo che l’idea di un terzo capitolo della saga Star Wars Jedi continua a tornare, come un pensiero ricorrente che non se ne va.
Le voci, questa volta, non arrivano dai soliti rumor da corridoio. Arrivano da chi, di solito, parla con cognizione di causa e senza bisogno di clickbait. Durante una puntata del Kinda Funny Gamescast, Tim Gettys ha lasciato cadere la frase con la leggerezza di chi sa che basterà a incendiare la community. Ha detto di aver “sentito alcune cose”. Niente date scolpite nella pietra, niente trailer segreti, solo l’idea che il prossimo capitolo potrebbe arrivare nel 2026, con un annuncio sorprendentemente vicino al lancio, forse già nella finestra del Summer Game Fest. Lo stesso schema che aveva funzionato con Fallen Order, quando Respawn Entertainment aveva scelto di non dilatare l’attesa fino a renderla tossica.
Questa sensazione non nasce dal nulla. Nell’estate del 2025, parlando con Variety, Laura Miele, presidente di EA Entertainment, ha citato apertamente un terzo capitolo di Star Wars Jedi tra i progetti in lavorazione legati alle IP Disney e Marvel. Una frase che pesa, perché arriva da una figura che non parla mai per riempire il silenzio. E se si guarda la linea temporale, l’ipotesi non è così folle: Jedi: Survivor è uscito nel 2023, tre anni di sviluppo porterebbero dritti a un 2026 plausibile. Plausibile, però, non significa sereno.
Dentro Electronic Arts l’aria è diventata più pesante, e non serve leggere tra le righe. Licenziamenti, progetti cancellati, studi chiusi. Il gioco su Black Panther non ha mai visto la luce e Cliffhanger Studios è diventato un nome da ricordare al passato. Anche Respawn ha pagato il suo prezzo, con oltre cento persone costrette a lasciare lo studio. Patrick Wren, senior encounter designer, ha parlato apertamente su Bluesky di un morale ai minimi storici. Non una lamentela generica, ma lo sfogo stanco di chi continua a creare mondi mentre intorno tutto scricchiola.
Ed è qui che il discorso smette di essere solo industria e torna a essere emotivo. Perché Cal Kestis non è un brand da spremere. È un percorso. Un ragazzo che sopravvive all’Ordine 66, che si nasconde su Bracca come se il passato potesse davvero restare sepolto sotto il ferro arrugginito, che impara a usare la Forza non come strumento di potere ma come ancora di salvezza. Ogni passo di Cal è una contrattazione continua con il trauma, con la perdita, con l’idea che forse il vecchio Ordine Jedi non fosse l’unica strada possibile. Non è un caso se tanti giocatori lo sentono vicino. Non è Luke, non è Anakin. È uno che cade spesso. E si rialza male, con la schiena piegata e la paura ancora addosso.
E poi c’è BD-1. Non un semplice companion, ma una presenza affettiva. Un droide che non parla davvero eppure dice tutto. La sua popolarità non è un mistero, e non stupisce che qualcuno abbia già iniziato a sussurrare la parola proibita: serie TV. Un live action dedicato a Cal Kestis. Nessun annuncio ufficiale da Lucasfilm o Disney, ma Cameron Monaghan ha più volte lasciato intendere che sarebbe pronto a tornare nei panni del personaggio anche fuori dal medium videoludico. L’idea è di quelle che fanno tremare i polsi, perché funzionerebbe. Funzionerebbe raccontare cosa succede negli spazi vuoti, tra un gioco e l’altro, nei momenti in cui la galassia non esplode ma respira piano.
Il punto, però, resta uno. Star Wars Jedi 3 non è solo una questione di calendario. È una promessa narrativa. Chiudere una trilogia significa prendersi la responsabilità di un finale che non tradisca il cammino fatto. E farlo in un momento storico in cui l’industria videoludica è stanca, spaventata, spesso cinica. Respawn lo sa. EA lo sa. I fan lo sentono. E forse è proprio per questo che l’attesa pesa così tanto. Perché non riguarda solo un gioco in uscita, ma la possibilità che una storia raccontata con sincerità possa arrivare fino in fondo senza essere spezzata.
Cal Kestis, da qualche parte nella galassia, è ancora in cammino. Non sappiamo quando tornerà, né in che forma. Pad alla mano o magari su uno schermo diverso. La Forza, intanto, resta sospesa. E la sensazione è quella di stare davanti a una porta socchiusa, abbastanza aperta da lasciar passare la luce, ma non ancora abbastanza da vedere cosa c’è dall’altra parte. Forse è il momento giusto per fermarsi un attimo e chiedersi cosa vorremmo davvero trovare, quando quella porta si aprirà del tutto.
