Il 21 gennaio è una data che, per chi è cresciuto davanti alla TV con l’antenna che faceva i capricci e il volume sempre un filo troppo alto, non passa mai davvero inosservata. Nel 1980, proprio quel giorno, l’Italia faceva finalmente conoscenza con Mazinga Z. Non era un debutto qualsiasi, e nemmeno una semplice importazione tardiva. Era l’arrivo di un capostipite, di qualcosa che altrove aveva già cambiato tutto e che da noi sarebbe stato capito fino in fondo solo col tempo, come succede alle opere che arrivano prima delle parole giuste per raccontarle.
Mazinga Z nasce in Giappone nel 1972, dalla mente inquieta e geniale di Go Nagai, in un momento storico in cui il Paese stava ancora facendo i conti con le cicatrici del dopoguerra e con una modernità che correva più veloce delle certezze. Novantadue episodi animati prodotti da Toei Dōga, trasmessi su Fuji Television, accompagnati in parallelo da una versione manga che dialogava con l’anime invece di limitarne a seguire le orme. Un progetto ambizioso, stratificato, tutt’altro che ingenuo, anche se a colpire per primi erano i pugni a razzo, le urla di battaglia, il metallo che strideva contro altri metalli.
L’idea di fondo era semplice solo in apparenza. Un ragazzo, Koji Kabuto, eredita dal nonno Juzo un robot gigantesco costruito con una lega impossibile, la Superlega Z ricavata dal misterioso Japanium. Quel robot non si guida a distanza, non obbedisce da solo. Va pilotato dall’interno, come un’estensione del corpo e della volontà. È qui che Mazinga Z cambia le regole: il potere assoluto è letteralmente a portata di mano, ma non è neutro. Dipende da chi lo usa, da cosa decide di farne. “Demone” e “dio”, Ma e Jin, fusi nello stesso nome, nello stesso dilemma. Ogni volta che Koji entra nel Pilder e si incastra nella testa del robot, la serie ti ricorda che la linea tra difesa e distruzione è sottile, e che anche gli eroi sbagliano, causano danni, perdono persone.
Attorno a lui ruota un mondo che non è mai solo bianco o nero. Il Dottor Hell, Inferno nel doppiaggio italiano, non è il cattivo da fiaba ma un residuo tossico di ideologie passate, di totalitarismi, di scienza piegata al dominio. Barone Ashura, con quel corpo diviso tra maschile e femminile, è un simbolo disturbante e potentissimo di identità spezzata e manipolata. Sayaka Yumi, con Afrodite A prima e Diana A poi, non è una semplice spalla romantica, ma il volto di una femminilità forte che però paga un prezzo altissimo. E poi Boss, Nuke e Mucha, la comicità come valvola di sfogo, come modo per respirare in mezzo a una guerra che, puntata dopo puntata, diventa sempre più cupa.
Quando Mazinga Z arriva in Italia, però, il contesto è completamente diverso. Siamo reduci dall’uragano UFO Robot Goldrake, che nel 1978 ha già spaccato il palinsesto e l’immaginario. Il pubblico italiano conosce già i robot giganti, ma li ha conosciuti partendo dal capitolo “successivo”. Così Mazinga Z, che cronologicamente viene prima, si ritrova a sembrare quasi un prequel arrivato in ritardo. La programmazione su Rete 1 parte il 21 gennaio 1980, ma è una versione mutilata: poco più di cinquanta episodi trasmessi, salti arbitrari, scene tagliate senza spiegazioni, dialoghi accorciati, eyecatch e anticipazioni scomparsi. Ogni puntata dura meno, pesa meno, racconta meno. Anche il doppiaggio, curato da D.E.F.I.S. con la direzione di Mario Bardella, Gabriella Genta e Claudio Sorrentino, sceglie la strada dell’adattamento libero, ribattezzando Koji in Rio e traducendo tutti i nomi delle armi, come se fosse necessario rendere tutto più “nostro”, anche a costo di perdere pezzi per strada.
Eppure qualcosa resiste. Resiste la sigla italiana, cantata dai Pandemonium sotto lo pseudonimo Galaxy Group, con quell’energia quasi ingenua che ancora oggi basta a far scattare un riflesso pavloviano. Resistono le musiche originali di Michiaki Watanabe, figlie dirette dei kaiju eiga alla Godzilla, capaci di trasformare ogni ingresso in battaglia in un rito. Resiste soprattutto l’idea che Mazinga Z non sia solo uno strumento di vittoria, ma una domanda aperta. Può un’arma salvare il mondo senza distruggerne una parte? Può l’umanità gestire un potere così grande senza farsi divorare?
Il legame con Goldrake e con Il Grande Mazinga è uno di quei nodi che in Italia abbiamo sciolto solo anni dopo. In Giappone la trilogia è chiara, lineare, attraversata dalla figura di Koji Kabuto che cresce, cade, cambia ruolo, ma resta sempre se stesso. Da noi Koji diventa Alcor, poi Ryo, poi qualcos’altro ancora, frammentato come i palinsesti che lo hanno ospitato. Solo col tempo, grazie alle repliche, agli approfondimenti, alle edizioni home video complete, quella continuità è tornata a emergere. La pubblicazione rimasterizzata del 2015, con il recupero degli episodi inediti e un nuovo doppiaggio più rispettoso dell’originale, ha fatto finalmente pace con la storia, permettendo anche a chi non c’era nel 1980 di vedere Mazinga Z per quello che è sempre stato: l’inizio di tutto.
Negli anni non sono mancati i tentativi di rimettere mano al mito. Un remake OAV negli anni Ottanta, abortito per questioni di diritti. Z Mazinger a fine anni Novanta, che mescola robot e mitologia greca in chiave contemporanea. Mazinger Edition Z: The Impact!, che rilegge l’opera con lo sguardo di chi sa di avere alle spalle un monumento. E poi i videogiochi, da Super Robot Wars in poi, dove Mazinga Z continua a combattere fianco a fianco con generazioni diverse di mecha, come un nonno d’acciaio che non ha mai smesso di insegnare.
Quarantacinque anni dopo il suo arrivo sugli schermi italiani, Mazinga Z non è solo un ricordo da celebrare con nostalgia. È una presenza che ritorna, che riaffiora ogni volta che parliamo di robot, di responsabilità, di potere. È quella sensazione strana di rivedere un episodio oggi e accorgersi che sotto l’azione c’era già tutto: il trauma, la speranza, la paura di sbagliare, la voglia ostinata di proteggere qualcosa anche quando sembra impossibile.
Forse è per questo che, ogni 21 gennaio, viene naturale fermarsi un attimo e tornare lì, a quel primo decollo, a quel “Pilder on” che suonava come una promessa. E chiedersi, senza chiudere davvero il discorso, se siamo diventati piloti migliori di allora… o se stiamo ancora imparando a tenere le mani salde sui comandi.
