Qualche volta le notizie che fanno più rumore non sono quelle che annunciano un nuovo inizio, ma quelle che rivelano che una storia aveva già una destinazione precisa fin dall’inizio. È esattamente la sensazione che mi ha lasciato l’annuncio della terza stagione di Devil May Cry su Netflix. Da una parte l’entusiasmo di sapere che Dante tornerà ancora una volta a impugnare Rebellion contro orde di demoni, dall’altra quella malinconia tipica delle grandi saghe che si preparano al loro capitolo conclusivo.
Netflix ha confermato ufficialmente il rinnovo della serie animata ispirata al celebre franchise di Capcom, ma ha anche chiarito che questo terzo ciclo di episodi rappresenterà la conclusione definitiva del progetto. Una scelta che potrebbe sorprendere chi immaginava una lunga serializzazione, ma che in realtà appare perfettamente coerente con la visione creativa che Adi Shankar aveva in mente fin dal primo episodio.
Chi conosce il lavoro di Shankar sa bene che raramente costruisce qualcosa senza un piano preciso. Lo aveva già dimostrato con Castlevania, trasformando un videogioco iconico in una narrazione animata adulta e stratificata, capace di parlare sia agli appassionati storici sia a un pubblico completamente nuovo. Con Devil May Cry il produttore ha seguito una strada diversa ma altrettanto ambiziosa, prendendo il materiale originale di Capcom e reinterpretandolo attraverso una lente quasi mitologica.
La rivelazione più interessante è arrivata proprio dalle parole dello showrunner. Secondo Shankar, l’intera struttura narrativa era nascosta sotto gli occhi degli spettatori fin dall’inizio. Chi ha osservato con attenzione i titoli degli episodi avrebbe potuto cogliere gli indizi disseminati lungo il percorso. La prima stagione rappresentava l’Inferno, la seconda il Purgatorio e la terza sarà il Paradiso. Una reinterpretazione moderna della Divina Commedia che sostituisce poeti e allegorie con pistole giganti, spade leggendarie, cappotti rossi svolazzanti e combattimenti impossibili.
Devo ammettere che questa idea mi affascina parecchio. Da appassionato di anime e videogiochi sono cresciuto con opere che mescolavano riferimenti culturali altissimi e puro spettacolo action. Pensiamo a serie come Neon Genesis Evangelion, capaci di prendere simbolismi religiosi, filosofia e psicologia per trasformarli in giganteschi scontri tra mecha. Oppure a Devilman, che ha sempre giocato sul contrasto tra paradiso e inferno, umanità e mostruosità. In fondo Devil May Cry ha sempre fatto parte di questa tradizione: un universo dove il sovrannaturale diventa il palcoscenico perfetto per raccontare identità, destino e conflitti familiari.
L’idea che questa serie Netflix sia stata concepita come una vera e propria trilogia cinematografica mascherata da show televisivo cambia completamente la prospettiva con cui osservare le prime due stagioni. Molte sequenze che sembravano semplicemente preparatorie assumono adesso un significato diverso. Ogni scontro, ogni apparizione di Vergil, ogni riferimento alla Force Edge sembra appartenere a un disegno più grande che sta finalmente arrivando alla sua conclusione.
Dante rimane naturalmente il fulcro di tutto. Il personaggio creato da Capcom continua a rappresentare una delle figure più iconiche della storia videoludica. Sarcastico, arrogante, apparentemente invincibile eppure tormentato da ferite profonde, Dante è uno di quei protagonisti che hanno definito un’intera generazione di gamer. Molto prima che diventassero popolari gli eroi cinici e autoironici nei blockbuster moderni, lui stava già facendo battute mentre eliminava creature infernali con uno stile impossibile da imitare.
La versione animata ha cercato di preservare proprio quell’equilibrio delicato tra spettacolarità e dramma personale. Dietro ogni esplosione, dietro ogni combo impossibile, si nasconde sempre la storia di un ragazzo che vive sospeso tra due mondi. Umano e demone. Figlio e guerriero. Eroe e potenziale distruttore.
Anche il successo ottenuto dalla serie spiega la rapidità con cui Netflix ha confermato il rinnovo. Le prime due stagioni hanno saputo mantenere una presenza costante nelle classifiche globali della piattaforma, dimostrando che il pubblico continua ad avere fame di adattamenti videoludici realizzati con cura. Una tendenza che negli ultimi anni è diventata sempre più evidente. Da Arcane a Cyberpunk: Edgerunners, passando per The Last of Us e Fallout, il vecchio pregiudizio secondo cui videogiochi e adattamenti non potessero convivere sembra ormai appartenere a un’altra epoca.
Forse il vero segreto sta nel fatto che oggi molti dei creatori coinvolti sono essi stessi fan. Non trattano queste proprietà intellettuali come semplici marchi da sfruttare, ma come universi narrativi da rispettare e ampliare. Guardando Devil May Cry si percepisce chiaramente questa passione. Ogni riferimento, ogni arma, ogni personaggio sembra costruito per dialogare direttamente con chi ha passato notti intere davanti a una PlayStation cercando di ottenere il grado SSS nelle missioni più difficili.
Lo Studio Mir ha inoltre contribuito a dare alla serie una personalità visiva immediatamente riconoscibile. Alcune sequenze d’azione sembrano quasi uscite da un anime d’alto profilo, mentre altre ricordano il linguaggio spettacolare dei videogiochi moderni. Una fusione che funziona sorprendentemente bene e che ha aiutato l’opera a distinguersi nel panorama dell’animazione occidentale contemporanea.
Adesso tutta l’attenzione è puntata sulla terza stagione e soprattutto su ciò che Shankar definisce il “Paradiso”. Chi conosce la saga originale sa che il concetto di paradiso, in Devil May Cry, difficilmente coinciderà con qualcosa di sereno o rassicurante. Anzi, è facile immaginare che il capitolo finale porterà Dante ad affrontare le prove più difficili della sua esistenza, mettendo in discussione tutto ciò che crede di sapere sul proprio destino e sulla propria eredità.
L’aspetto più intrigante riguarda proprio la conclusione della cosiddetta Force Edge Saga. Chi segue i videogiochi conosce bene l’importanza di quella leggendaria spada e del suo legame con Sparda, figura quasi mitologica che continua a proiettare la sua ombra sull’intera narrativa della serie. Chiunque abbia giocato a Devil May Cry sa che il passato non rimane mai davvero sepolto e che ogni segreto, prima o poi, torna a reclamare il proprio posto nella storia.
Per questo motivo l’annuncio della stagione finale non sembra tanto una chiusura quanto il completamento di un percorso. Una differenza sottile ma fondamentale. Alcune serie terminano perché vengono cancellate. Altre finiscono perché hanno raccontato esattamente la storia che volevano raccontare. Tutto lascia pensare che Devil May Cry appartenga alla seconda categoria.
E voi come avete vissuto queste prime due stagioni? Pensate che la scelta di chiudere tutto con una trilogia sia quella giusta oppure avreste voluto vedere Dante continuare ancora a lungo le sue avventure animate su Netflix? La sensazione è che il viaggio stia per raggiungere il suo momento più spettacolare, e conoscendo Dante, probabilmente non mancherà qualche colpo di scena capace di far discutere il fandom ancora per parecchio tempo.








