Le Cronache di Florens – Elisia: la prima light novel italiana su Koomy che fonde fantasy e fumetto

Presentare una nuova opera fantasy italiana non è mai solo una questione di novità editoriali, ma un piccolo rito collettivo per chi ama perdersi tra mondi immaginari, creature magiche e destini intrecciati. Stavolta l’entusiasmo è più che giustificato, perché Le Cronache di Florens – Elisia segna un traguardo importante: l’arrivo della prima Light Novel disponibile su Koomy, pronta ad accogliere lettori curiosi e fan navigati con una formula narrativa che sa di sperimentazione coraggiosa e identità fortissima. Florens non è uno di quei mondi fantasy che si limitano a fare da sfondo. È un luogo che respira, che cambia, che reagisce alle scelte dei suoi protagonisti. Elisia rappresenta il punto di ingresso perfetto per scoprire questo universo, grazie a una pubblicazione che mette subito le carte in tavola: quattro capitoli gratuiti per rompere il ghiaccio, un progetto interamente Made in Italy e un formato ibrido che fonde prosa narrativa e tavole a fumetti senza sacrificare nulla, né l’impatto visivo né la profondità emotiva del racconto.

La firma dietro la storia è quella di Kuya, autore che dimostra una sensibilità particolare nel raccontare i legami umani prima ancora delle battaglie e delle magie. Accanto alla scrittura, le illustrazioni diventano parte integrante del linguaggio narrativo, trasformando ogni scena in qualcosa che va oltre la semplice descrizione. L’edizione porta il marchio di Tora Edizioni, realtà che negli ultimi anni ha dimostrato di credere davvero nel fumetto e nella narrativa fantastica italiana, investendo su progetti che non hanno paura di osare.

Al centro della vicenda si muovono Van ed Ettra, due personaggi lontani anni luce dagli archetipi più abusati del genere. Lui convive con un passato segnato da un’ombra oscura e famelica, un peso che non si limita a inseguirlo ma sembra volerlo divorare dall’interno. Lei guarda avanti, sogna l’avventura, il cambiamento, una vita che non sia definita dalle paure. Il loro incontro non è solo l’innesco della trama, ma il vero motore emotivo della serie: un’amicizia che nasce quasi per necessità e finisce per diventare qualcosa di scritto nelle stelle, capace di alterare il destino stesso di Florens.

Il tono della narrazione si muove con naturalezza tra urban fantasy, suggestioni shonen e momenti di introspezione che sorprendono per maturità. Dopo gli eventi di Elden, il racconto spinge i protagonisti a separarsi, affrontando percorsi individuali fatti di creature fantastiche, conflitti interiori e scelte difficili. Ogni tappa del viaggio aggiunge un tassello alla loro crescita personale, evitando la scorciatoia del potenziamento facile e puntando invece sull’evoluzione emotiva.

A rendere tutto ancora più coinvolgente è l’apparato visivo curato da Manuel Vivian, capace di dare forma e sostanza al mondo di Florens con uno stile ricco di dettagli. Personaggi espressivi, ambientazioni riconoscibili come la città di Krem, veicoli e creature che sembrano uscire direttamente da una campagna di gioco di ruolo ben scritta: ogni elemento visivo dialoga con il testo, creando un equilibrio raro tra immagine e parola. Non si tratta di semplici illustrazioni di accompagnamento, ma di veri momenti narrativi che amplificano l’impatto delle scene chiave.

La scelta del formato light novel con inserti a fumetti non è un vezzo, ma una dichiarazione d’intenti. Le Cronache di Florens – Elisia dimostra come la contaminazione dei linguaggi possa diventare un valore aggiunto, offrendo un’esperienza di lettura che si adatta sia a chi ama perdersi tra le righe sia a chi cerca un colpo d’occhio immediato. L’immersione è totale, anche grazie ai materiali extra che arricchiscono l’universo narrativo con mappe e dettagli visivi capaci di rendere Florens un luogo credibile, quasi visitabile.

Per chi segue da tempo la scena nerd italiana, questa uscita ha il sapore di una conferma importante: il fantasy made in Italy ha voce, personalità e una visione chiara. Per chi invece si avvicina ora, Elisia rappresenta una porta spalancata su un mondo che merita attenzione, discussione e, perché no, anche un po’ di sano hype.

La sensazione, chiusa l’ultima pagina dei capitoli iniziali, è quella tipica delle storie destinate a crescere: la voglia immediata di parlarne, di confrontarsi, di chiedersi dove porterà il prossimo passo di Van ed Ettra. E allora la palla passa alla community. Avete già iniziato il viaggio verso Florens? Che impressione vi ha fatto questo mix di light novel e fumetto? Raccontatecelo nei commenti, perché le cronache, dopotutto, vivono solo se qualcuno le condivide.

Indomabile: la rivoluzione di Will, il gatto che smette di scappare

Un gatto in fuga conosce bene il suono del mondo che gli corre contro. Sa quanto pesa il fiato di un predatore sul collo, quanto fa male la paura quando diventa abitudine, quanto può consumare un’esistenza passata a sgusciare via dagli angoli bui. Will sa tutto questo fin troppo bene. Eppure, nelle pagine di Indomabile, il fumetto scritto e disegnato da Mattia Pelusi per Weird Book (collana Dark House), accade qualcosa che manda in cortocircuito l’intera tradizione narrativa della preda: arriva un momento in cui correre non basta più. Un attimo esatto in cui un gatto, uno qualunque, decide che la fuga non è più un’opzione.

Da qui parte una storia che profuma di ribellione, graffi e responsabilità. Una storia che indossa la struttura della favola dark ma dialoga con il linguaggio delle grandi graphic novel contemporanee. Will non è l’eroe che salva il mondo: è l’animale che cerca di salvare se stesso, fallisce, sbaglia, perde. E proprio mentre il mondo gli crolla addosso, si accorge che l’unico modo per non essere inghiottito è diventare qualcosa che non ha mai osato pensare: indomabile.


Il mondo feroce di Will: quando i cani non sono più solo “bestie”

Pelusi costruisce un universo dove la rivalità ancestrale tra cani e gatti smette di essere un cliché da cartoon e assume il tono cupo di una lotta per la sopravvivenza. I cani non sono soltanto antagonisti: diventano il simbolo di un ordine brutale che divora tutto, un riflesso distorto di un’umanità che conosciamo fin troppo bene. Ogni incontro è una minaccia, ogni vicolo una trappola, ogni giorno un tentativo disperato di non farsi notare.

Will vive in questo equilibrio precario finché qualcosa si rompe davvero. Prima perde il lavoro, vittima di un attacco che devasta la locanda in cui serviva clienti; poi perde un amico, figura di riferimento e bussola morale; poi, colpo dopo colpo, perde perfino la casa. Quando la violenza strappa via anche l’unica persona che gli resta davvero a cuore, suo fratello, l’ultima certezza si sbriciola.

È un punto di non ritorno. Will capisce che continuare a scappare significa solo rimandare l’inevitabile. La fuga diventa codardia, la sopravvivenza diventa resistenza, la paura si trasforma gradualmente in furore.


Pelusi e l’arte del ribaltamento: la preda che riscrive il proprio destino

Quello che sorprende mentre si sfogliano le tavole è la cura maniacale con cui Pelusi dosa ritmo, silenzi, esplosioni di violenza e momenti di autentica fragilità. Indomabile non racconta semplicemente un gatto che impara ad affrontare i propri demoni: mette in scena la trasformazione di un essere che, per la prima volta, comprende quanto possa essere potente la scelta di dire “basta”.

La grafica si muove tra chiaroscuri incisivi, atmosfere grunge e un character design che mescola dolcezza e ferocia. Gli occhi di Will sono un manifesto: due pozzi di ansia che, tavola dopo tavola, diventano incendi. Questa metamorfosi è il cuore emotivo dell’opera e trova la sua forza in un linguaggio diretto, crudo, che Pelusi non edulcora mai.

L’autore sembra volerci dire che il confine tra vittima e combattente non è scolpito nella natura, ma nelle scelte. E che anche un personaggio nato per essere schiacciato dalla narrazione può riscrivere il proprio ruolo, spostare la bilancia, diventare protagonista della sua storia.


Un viaggio nella paura e nel coraggio: perché Indomabile parla a noi

Il fumetto funziona così bene perché, sotto la patina zoomorfa, pulsa (ops, niente “vibrante”: promessa mantenuta!) un discorso profondamente umano. Chi non ha vissuto almeno una volta quella sensazione di rincorsa costante, quel peso sul petto che ti fa credere che esista sempre qualcuno più grande, più forte, più feroce pronto a travolgerti?

Will è ognuno di noi in quei momenti in cui scegliamo il silenzio per non disturbare, il passo indietro per non rischiare, la fuga per non affrontare. È la parte che tentiamo di nascondere sotto il tappeto, convinti che se restiamo immobili la tempesta passerà.

E poi, inevitabile, arriva il punto di frattura. Quel secondo esatto in cui capisci che non puoi più sottrarti. E lì, in quell’istante che dura quanto un battito, nasce qualcosa di nuovo: il coraggio della trasformazione. Pelusi costruisce un racconto che parla al lettore come un promemoria emotivo: ogni preda può diventare predatore, ogni paura può diventare forza, ogni sconfitta può trasformarsi in un ruggito.


L’eredità di una storia feroce

Indomabile non è soltanto un ottimo fumetto italiano. È una dichiarazione d’intenti sul potere dell’autodeterminazione, una fiaba nera che scava nella psicologia della fuga e la ribalta con un ritmo incalzante. Chi ama le graphic novel che non hanno paura di sporcarsi le mani — da Maus a Blacksad, passando per le opere indipendenti che mettono al centro personaggi spezzati — troverà in Pelusi una voce capace di sorprendere.

È un racconto che non consola: scuote. E proprio per questo resta addosso.

Nel finale non tutto è risolto, non tutto è semplice, non tutto è giusto. Ma è esattamente in questo spazio imperfetto che Indomabile esprime il suo senso più profondo: la conquista del coraggio non è mai un punto di arrivo, ma una scelta quotidiana. Una scelta graffiata, sporca, feroce… e necessaria.

In uscita “Piccolo Atlante della Letteratura. Dove nascono le grandi storie” di Giulia Ceirano e Linda Ziruffo

Ci sono libri che non si leggono soltanto: si abitano. Piccolo atlante della letteratura. Dove nascono le grandi storie, scritto da Giulia Ceirano e illustrato da Linda Ziruffo per Hoppípolla Edizioni, è uno di quei rari volumi che trasformano la geografia in emozione e la cartografia in poesia. In uscita il 28 novembre 2025, questo “atlante sentimentale” ci invita a un viaggio tra i luoghi dove la parola si accende, dove la scrittura prende forma e si intreccia con la vita di chi l’ha creata.

Ceirano e Ziruffo ci guidano attraverso un itinerario che non è solo fisico ma interiore, un pellegrinaggio letterario tra le stanze e le città che hanno custodito la nascita di capolavori: dalle luci tremolanti del salotto parigino di Gertrude Stein alle stanze silenziose di Virginia Woolf a Monk’s House, dalle rive dell’Atlantico dove Hemingway scriveva e beveva vita al ritmo del mare, fino ai cortili milanesi di Alda Merini, alla New York febbrile e malinconica di Paul Auster, alla Tokyo sospesa e visionaria di Italo Calvino. Ogni tappa è una finestra aperta sulla mente e sul cuore di chi scrive, un incontro tra il paesaggio e la parola, tra la memoria e la voce.

Il Piccolo atlante della letteratura non si limita a mappare i luoghi fisici della scrittura: li reinventa. Li racconta come fossero personaggi, creature che respirano insieme agli autori. Ogni pagina è costruita come un piccolo racconto autonomo, ma allo stesso tempo parte di un’unica narrazione corale che attraversa epoche e continenti. Ceirano ha uno stile lieve e preciso, intimo ma mai indulgente: le sue parole si muovono come passi su un sentiero che conosce bene, quello dell’amore per la letteratura. L’autrice non spiega, accompagna. Non impone, suggerisce. Come una viaggiatrice del tempo, osserva le case, le finestre, le scrivanie e le vie che hanno visto nascere capolavori e ne raccoglie l’eco ancora viva.

Le illustrazioni di Linda Ziruffo sono un mondo a sé, ma dialogano con la scrittura in una sinestesia perfetta. I suoi tratti morbidi e poetici fanno da bussola visiva, aggiungono profondità al testo e lo trasformano in esperienza sensoriale. Ogni tavola è un piccolo altare alla contemplazione: non decora, ma racconta. Ziruffo costruisce spazi dove la memoria prende colore e il silenzio si riempie di luce, dove la carta diventa paesaggio e il colore diventa linguaggio.

La forza di questo libro sta nella sua lentezza. In un tempo in cui tutto corre, Piccolo atlante della letteratura chiede di fermarsi. Di leggere lentamente, come si osserva un tramonto o si ascolta una vecchia canzone. È un libro per chi ama leggere ma anche per chi ama viaggiare — perché leggere e viaggiare sono, in fondo, la stessa cosa. Ceirano ci ricorda che la letteratura è una mappa dell’anima: una forma di orientamento nel mondo, un modo per abitare con più attenzione, con più delicatezza.

L’opera si articola in dieci capitoli, ciascuno dedicato a un autore o autrice, a un luogo e al legame profondo che li unisce. Ma non è un semplice repertorio biografico o una guida turistica per lettori curiosi: è un mosaico di emozioni, un esercizio di empatia. Ogni pagina è un invito a rallentare, a lasciarsi attraversare dalla bellezza invisibile dei luoghi e delle parole.

Accanto ai racconti, Ceirano offre anche “direzioni possibili”: piccoli suggerimenti di letture, film, musiche e connessioni culturali che ampliano la mappa, trasformando il libro in una costellazione da esplorare con curiosità e libertà.

È difficile non sentire l’amore che le due autrici nutrono per la materia che trattano. Ceirano, classe 1992, antropologa e storyteller formatasi alla Scuola Holden, ha fatto della parola un ponte tra viaggio e identità. Ha già pubblicato con Hoppípolla La letteratura in cucina e Il cinema in cucina, ma qui raggiunge una nuova maturità autoriale, con uno stile limpido, colto e intimo. Ziruffo, nata a Orvieto nel 1990, illustratrice pluripremiata e collaboratrice di grandi case editrici come Mondadori e Edizioni Clichy, mette in questo atlante tutto il suo amore per la natura, la memoria e il racconto. Insieme, le due artiste realizzano un incontro raro: la parola e l’immagine che si ascoltano a vicenda.

In un mondo dove il viaggio spesso è consumo e la curiosità si riduce a hashtag, Piccolo atlante della letteratura è un invito gentile a riscoprire la meraviglia. A ricordarci che ogni luogo, se osservato con occhi attenti, custodisce una storia. Che la letteratura non nasce solo dalla mente, ma dallo spazio che abitiamo, dagli odori, dai rumori, dai silenzi.

Hoppípolla — casa editrice da sempre attenta alla poesia delle piccole cose — conferma ancora una volta la sua vocazione: pubblicare libri che non gridano, ma restano. Libri che si leggono con il cuore, che diventano compagni di viaggio.

Piccolo atlante della letteratura. Dove nascono le grandi storie è, in definitiva, un libro da portare con sé come un taccuino di bordo, una mappa che non indica strade ma orizzonti. Perché, come ci ricorda Ceirano, “la letteratura non è mai un punto d’arrivo, ma un modo di restare in cammino”.

“Troppo timida”: la forza di essere se stessi nella nuova graphic novel di Martina Filippella

Ci sono libri che ti fanno ridere, altri che ti commuovono, e poi ci sono quelli che ti fanno arrossire di riconoscimento. Troppo timida, la nuova graphic novel di Martina Filippella, autrice del fortunato blog “Diari di brodo”, appartiene proprio a questa categoria: quella delle opere che parlano sottovoce, ma arrivano dritte al cuore. Pubblicata da BAO Publishing, è una storia di crescita, di fragilità e di accettazione di sé raccontata con ironia e una dolcezza che spiazza.

Martina Filippella prende per mano il lettore e lo accompagna in un viaggio autobiografico – ma anche universale – dentro la timidezza, trattandola non come un difetto da correggere ma come una sfumatura preziosa dell’identità. Il tono è intimo, quasi confidenziale, e si muove tra autoironia e poesia, tra momenti di imbarazzo e piccole rivelazioni quotidiane che tutti, almeno una volta, abbiamo vissuto. Perché chi non ha mai scritto un messaggio mai inviato, o passato un’intera serata a chiedersi se dire “ciao” fosse troppo o troppo poco?

Nel mondo di Troppo timida, ogni silenzio è carico di significato, ogni esitazione è una storia a sé. L’autrice esplora la timidezza come un compagno di vita: a volte ingombrante, a volte protettivo, sempre presente. Lo fa con un tratto grafico essenziale ma espressivo, capace di restituire la tenerezza di uno sguardo, la goffaggine di un gesto, il calore di una risata trattenuta. I disegni di Filippella sembrano usciti da un diario segreto illustrato, in cui le parole si intrecciano ai pensieri con la stessa naturalezza dei sogni.

Ma al di là del racconto personale, Troppo timida è anche un manifesto generazionale. È il ritratto di chi cresce in un mondo in cui l’esposizione è la norma e la vulnerabilità un tabù, di chi si sente “troppo silenzioso”, “troppo sensibile”, “troppo poco”. E invece – suggerisce l’autrice – non c’è nulla di troppo: solo sfumature di umanità. La timidezza, lungi dall’essere una zavorra, può diventare una lente diversa attraverso cui guardare le persone, un modo più profondo e autentico di ascoltare e comprendere gli altri.

Nel raccontare questa lunga convivenza con la timidezza, Filippella non risparmia nulla: ci sono le prime cotte, le amicizie che salvano, le paure di non essere all’altezza, la voglia di sparire e quella di esserci. Tutto è raccontato con una delicatezza quasi terapeutica, come se ogni vignetta fosse una carezza data a chi, come lei, si è sentito almeno una volta fuori posto. E proprio qui sta la sua magia: Troppo timida parla di solitudine e accettazione, ma non lo fa mai in modo triste. È una storia luminosa, piena di vita, di ironia e di autoaccoglienza.

Questa graphic novel è anche una riflessione sulla comunicazione ai tempi dei social: dove tutto è condivisione e immediatezza, la timidezza diventa una forma di resistenza, un piccolo atto di autenticità. Il messaggio è chiaro: non serve essere sempre al centro della scena per valere qualcosa. A volte basta esserci, anche solo in punta di piedi.

In un panorama editoriale che spesso esalta gli eccessi, Troppo timida è una boccata d’aria fresca. È un invito a riscoprire la bellezza delle pause, il coraggio dei piccoli gesti, la potenza del non detto. È un fumetto che si legge in un pomeriggio ma resta dentro a lungo, come una canzone che non smetti di canticchiare.

E alla fine, quando chiudi l’ultima pagina, ti rendi conto che quella timidezza che pensavi di dover sconfiggere è in realtà una parte di te che merita solo di essere ascoltata.

I Canti del Ferro: la favola post-industriale di Francesca Tassini e Daniele Serra

In un panorama narrativo dove la distopia incontra il lirismo, I Canti del Ferro di Francesca Tassini, impreziosito dalle illustrazioni in bianco e nero di Daniele Serra, si erge come una favola post-industriale che fonde letteratura, arte visiva e suggestioni multigenere. Non è una semplice graphic novel, ma un’esperienza sensoriale che alterna parola e immagine in un dialogo continuo, dove ciò che il testo non esplicita prende forma nel tratto graffiato e malinconico dell’illustratore.

L’universo immaginato da Tassini è un amalgama di suggestioni gotiche, echi cyberpunk e vibrazioni mitologiche. Le città sono cattedrali di metallo e ruggine, illuminate da ologrammi ingannevoli e soffocate da una tecnologia che non redime, ma trasforma. Qui la carne è imperfetta, fragile, e per questo respinta; il ferro e i circuiti diventano simboli di perfezione e potenza. I Media, veri sacerdoti di questo culto della performance, predicano Fusioni — innesti di protesi e impianti sensoriali — come unica via per trascendere i limiti umani. Ma, dietro la promessa di un’esistenza potenziata, si cela la realtà di corpi mutilati e anime svuotate, prigioniere di desideri che non trovano mai appagamento.

In questo scenario crepuscolare si muovono Gigen, Max, Tabo e Zaira: quattro vite spezzate e intrecciate, quattro destini sospesi tra l’illusione di una rinascita e la consapevolezza della propria rovina. Tassini cesella le loro storie con una scrittura che è allo stesso tempo poetica e cruda, un flusso che Serra amplifica con immagini che non si limitano a illustrare, ma scavano nei silenzi e negli interstizi emotivi. Le ombre che Serra proietta sulla carta sono un’eco visiva della disperazione e della bellezza che convivono nel testo, trasportando il lettore in un’esperienza immersiva e quasi tattile.

Il libro è costruito come un frammento di un mondo più ampio, lasciando la sensazione che esistano mille altre storie, altre Fusioni, altre cadute e redenzioni mai narrate. Questo senso di incompiutezza non è un difetto, ma una scelta narrativa che amplifica l’effetto di straniamento: il lettore è chiamato a colmare i vuoti, a immaginare il non detto, a perdersi in un universo che continua a vivere oltre le pagine.

La forza de I Canti del Ferro sta proprio nella sua natura ibrida: non è solo un racconto distopico, non è solo una galleria di illustrazioni evocative, ma un’opera che parla di identità, di corpi come terreni di battaglia, di tecnologia come illusione di salvezza e di un’umanità che, pur ferita e corrotta, continua a cercare un senso, una scintilla di bellezza. Un’opera che merita di essere letta — e guardata — più volte, perché ad ogni rilettura e ad ogni sguardo si scopre un dettaglio nuovo, un segno nascosto, una verità sussurrata tra il ferro e la carne.

Per chi ama la fantascienza che non si accontenta dell’estetica cyberpunk ma scava nelle sue implicazioni filosofiche; per chi cerca un’arte che non decora ma dialoga; per chi vuole perdersi in un mondo che, pur immaginario, parla con inquietante chiarezza del nostro presente, I Canti del Ferro è un viaggio imprescindibile. E, come tutte le storie potenti, lascia un’eco che continua a cantare anche dopo l’ultima pagina, un canto fatto di metallo e sangue, di sogni spezzati e ostinata speranza.

Steam Reverie in Amber: l’artbook steampunk che trasforma manga e tarocchi in poesia illustrata

La prima volta che ho sfogliato le pagine di Steam Reverie in Amber, ho avuto la sensazione di entrare in un sogno a occhi aperti, di varcare una soglia invisibile che conduce a un mondo fatto di vapori ambrati e ingranaggi silenziosi. Non è stato un semplice acquisto in libreria, ma un invito a salire a bordo della Tomeship, una libreria volante dove il tempo sembra essersi fermato e ogni libro nasconde un segreto. Quest’opera di Kuroimori non si lascia incasellare facilmente, e la sua natura sfuggente è proprio ciò che me ne ha fatto innamorare profondamente.

Non è solo un manga, né un semplice artbook, e neppure un testo di filosofia esoterica. È tutto questo e molto di più, una sinfonia visiva e narrativa che tocca corde profonde e risveglia quel tipo di meraviglia che solo le grandi opere sanno ispirare. In un’epoca dominata da storie veloci e immediate, Steam Reverie in Amber chiede al lettore di rallentare, di prendersi il tempo di osservare, di sentire, di interpretare. È un’esperienza intima, un’immersione in un universo sospeso tra lo stile steampunk e una narrazione poetica che mi ha ricordato la malinconia e la magia dei film di Miyazaki, ma con un tocco più introspettivo e sognante.

Al centro di questo mondo etereo c’è Shiori, la barista e bibliotecaria della Tomeship. La sua figura gentile e silenziosa è il cuore pulsante di questo luogo. Non è un’eroina d’azione, ma un’accogliente custode di anime in pena. Il suo bar non è un locale qualsiasi; si può accedere alla Tomeship solo se si ha un cuore spezzato. Questa premessa, così delicata e potente, mi ha catturata fin da subito. Shiori accoglie chi porta con sé ferite invisibili ma profonde, offrendo loro non solo un caffè aromatico, ma uno spazio sicuro in cui affidare i propri ricordi, le proprie sofferenze. La narrazione si sviluppa attraverso i sussurri e le immagini, creando un’atmosfera sospesa e senza giudizio, che mi ha fatto sentire a casa, come se anche io avessi un posto su quella nave.

Le storie all’interno del volume non seguono una trama lineare e non hanno un unico protagonista. Sono piuttosto una raccolta di racconti autoconclusivi, ognuno dei quali si concentra su un personaggio diverso, accomunato da un dolore o una ricerca interiore. L’uso di toni surreali e simbolici, le ambientazioni oniriche e un linguaggio visivo estremamente raffinato permettono al lettore di interpretare ogni racconto in modo personale, quasi come se fossero delle letture tarologiche. E proprio i tarocchi sono uno degli elementi più affascinanti del libro. Non vengono presentati come un mero strumento divinatorio, ma come un linguaggio di archetipi, di percorsi interiori e di suggestioni.

Alla fine del libro, una sezione extra dedicata ai tarocchi giapponesi mi ha letteralmente conquistata. È un approfondimento dettagliato e curato che rivela le radici culturali e simboliche di queste carte nella tradizione nipponica. Questa parte arricchisce enormemente l’esperienza di lettura, invitando a riflettere su temi come il destino, il caso, l’identità e la trasformazione, concetti che da sempre affascinano non solo gli appassionati di esoterismo, ma anche chi, come me, ama scovare i sottotesti filosofici nelle narrazioni.

Ma ciò che rende Steam Reverie in Amber una gioia assoluta per i sensi è senza dubbio l’aspetto visivo. Il volume è interamente a colori e curato con una meticolosità che si vede raramente. La doppia sovraccoperta, una delle quali si trasforma in un poster, è solo la punta dell’iceberg. Ogni tavola è un piccolo capolavoro, ogni vignetta un frammento di un sogno. I disegni sembrano provenire da un videogioco indie mai pubblicato o da un film d’animazione che fonde l’eleganza dello Studio Ghibli con la raffinatezza del cinema d’animazione francese.

Il character design è elegante e ricco di dettagli che invitano a una rilettura attenta. Le ambientazioni della Tomeship e i paesaggi onirici sono cesellati con una cura steampunk che farebbe impazzire chiunque abbia amato opere come Nausicaä della Valle del Vento, Final Fantasy VI o Valkyria Chronicles. C’è una profondità nella costruzione del mondo che difficilmente si trova in un’opera così difficile da etichettare. È, in sostanza, un piccolo miracolo, una chimera che fonde il meglio del manga, del design, della filosofia e dell’arte in un’unica opera coerente e affascinante.

La vera forza di questo libro, tuttavia, risiede nel suo rifiuto di offrire risposte facili. Non è un prodotto da scaffale mainstream. Non accompagna il lettore per mano, né offre spiegazioni didascaliche. Al contrario, richiede uno sforzo di immersione, una predisposizione alla contemplazione e all’interpretazione. È un libro per chi ama il caffè amaro, per chi sfoglia i tarocchi per il puro piacere di perdersi nei loro disegni, per chi ricerca le “Cose Belle” con la “C” maiuscola. E se ti senti parte di questo universo fatto di sogni illustrati e malinconie steampunk, allora Steam Reverie in Amber non ti deluderà. Ogni storia è una piccola mappa dell’interiorità. Ogni illustrazione è una finestra su un altro mondo. Ogni cliente della Tomeship è un frammento di me, di te, di chiunque abbia mai cercato un senso, un amore perduto o un ricordo sbiadito. Questo libro non si limita a essere letto, ma va vissuto, e forse, persino sognato.


Sei pronto a salire a bordo della Tomeship? Porta con te una ferita, un caffè forte e la voglia di perderti tra le stelle. Il viaggio è appena iniziato.

Giochiamo insieme? Il fumetto tenero e geniale di Armin e Zoe Barducci che celebra il potere del gioco

Immaginate di entrare in una libreria, aggirandovi tra scaffali traboccanti di storie di supereroi, epiche battaglie galattiche, vampiri tormentati, detective dell’occulto e manga dai capelli improbabili. E poi, quasi per caso, vi cade l’occhio su un volume che non urla “epicità!” dalla copertina, ma che vi attira con un titolo tenero e semplice: Giochiamo insieme?. È il nuovo fumetto della collana Gatti Sciolti – fumetti senza peli sulla lingua, edito da Eris edizioni, e posso garantirvi che, pur non avendo raggi laser né mantelli svolazzanti, ha dentro una magia rara e potentissima.

Dietro a questo piccolo gioiello si nasconde un duo creativo d’eccezione: Armin Barducci, fumettista già conosciuto e apprezzato nell’ambiente indie italiano, e… sua figlia Zoe, 7 anni. Sì, avete letto bene: sette anni. E no, non è un progetto paternalista tipo “papà fa tutto e la figlia colora un angolino”. Qui Zoe è autrice a tutti gli effetti, con un ruolo narrativo e grafico centrale.

La genesi del fumetto è teneramente disarmante: Armin chiede a Zoe “Giochiamo insieme?”, e Zoe chiede al papà fumettista, intento a lavorare al suo tavolo, la stessa cosa. Da questo doppio invito nasce un libro a quattro mani, o meglio, a otto: quelle di Armin, quelle piccole e instancabili di Zoe, e quelle dei loro personaggi. Perché il volume racconta la stessa storia, ma da due prospettive. Da un lato del libro troviamo la versione di Armin, e girandolo – sì, proprio capovolgendolo fisicamente – ci immergiamo nella versione di Zoe.

La storia che decidono di raccontare è quella di Undici, l’undicesimo elfo di Babbo Natale. Sì, undicesimo, perché evidentemente dieci non bastavano, e in effetti Undici ha quel guizzo in più: la voglia di aiutare, di mettersi in gioco, ma anche la capacità di cacciarsi nei guai in grande stile. Nella sua ansia di rendersi utile, Undici finisce per mandare in tilt la slitta di Babbo Natale, rischiando di lasciare il mondo intero senza regali. Una catastrofe epocale, tipo il Ragnarok natalizio, ma per fortuna con esiti decisamente più felici.

Ma la vera magia di Giochiamo insieme? non sta solo nella trama buffa e dolcissima di elfi, renne e pasticci. Sta nel livello metanarrativo, nello sguardo doppio che Armin e Zoe ci regalano sul loro rapporto padre-figlia. Il fumetto diventa così un diario a fumetti, una finestra aperta sulla loro quotidianità fatta di complicità, gioco e condivisione. Non è comune vedere pubblicato un fumetto dove la voce di una bambina di sette anni ha lo stesso spazio e peso di quella di un autore adulto, e questo rende l’opera preziosa, perché esplora la paternità in modo genuino e autentico, lontano da retoriche zuccherose o stereotipi da spot natalizio.

Sfogliando le pagine, si percepisce quanto per Armin questo progetto non sia stato solo un esperimento artistico, ma un vero atto d’amore. E quanto per Zoe sia stato un momento di espressione pura, libera, senza filtri. I suoi disegni, magari meno tecnici ma pieni di invenzione, ci raccontano un mondo visto con gli occhi di una bambina che gioca, sogna e ride. La forza di questo libro sta proprio qui: nel mostrare come due sguardi diversi possano intrecciarsi, contaminarsi, imparare l’uno dall’altro.

Gatti Sciolti è una collana che ha già abituato i lettori a fumetti diretti, coraggiosi, che non hanno paura di toccare temi personali, scomodi o intimi. Ma con Giochiamo insieme?, la collana raggiunge un nuovo livello di delicatezza e sincerità, portandoci una storia che parla di famiglia, gioco, ascolto e creatività condivisa. Non aspettatevi virtuosismi grafici o trovate narrative iper sofisticate: qui la forza è nella semplicità, nel cuore che palpita sotto ogni vignetta.

Per chi ama la pop culture, i fumetti e tutto ciò che ruota intorno ai mondi immaginari, questo libro è un piccolo promemoria di cosa ci ha fatti innamorare per la prima volta di queste storie: il gioco, il divertimento, la voglia di inventare insieme, senza preoccuparsi di perfezione o tecnica. È un invito non solo a leggere, ma a riscoprire la gioia di creare senza limiti, proprio come facevamo da bambini, quando bastavano due matite e un foglio per dar vita a mondi interi.

Quindi sì, ve lo consiglio caldamente. Perché in un panorama fumettistico che a volte si prende terribilmente sul serio, Giochiamo insieme? ci ricorda che le storie migliori spesso nascono quando ci lasciamo andare al gioco. E, diciamocelo, chi non vorrebbe un elfo pasticcione come Undici a portare un po’ di scompiglio (e dolcezza) nella propria vita?

Se vi va, dopo averlo letto, fatemi sapere cosa ne pensate! Condividete la vostra opinione, magari postando una foto del libro sui vostri social, raccontatemi se vi ha fatto sorridere, emozionare o tornare un po’ bambini. Perché, in fondo, il bello delle storie è proprio questo: giocare insieme.

“Come l’acqua” di Giulia Conoscenti: poesia illustrata tra flusso, meraviglia e identità

C’è qualcosa di incredibilmente potente nell’acqua. Un elemento che da sempre affascina, ispira, spaventa, calma. Una sostanza che ci compone, ci attraversa, ci accompagna sin dalla nascita. E proprio questo tema eterno, primordiale e poetico è al centro di “Come l’acqua”, il nuovo libro illustrato di Giulia Conoscenti, pubblicato da BeccoGiallo Editore. Un’opera che si insinua dolcemente nei meandri dell’animo e ci invita a guardare il mondo con occhi nuovi, liquidi, trasparenti.

Giulia non è certo un nome sconosciuto per chi mastica illustrazione d’autore. Dopo aver incantato lettori e lettrici con il tenerissimo e spassoso Polli al mare, la giovane artista palermitana torna con un libro che è quasi un flusso di coscienza illustrato. “Come l’acqua” è infatti un’opera poetica e visivamente evocativa, un piccolo scrigno che unisce la delicatezza del segno grafico alla profondità di un pensiero che scorre, cambia forma e si adatta al cuore di chi legge. Ma attenzione: non è solo un libro per bambini o una raccolta di immagini carine – è un viaggio. Uno di quelli che si fanno con la mente e con l’anima, come quando ci si perde a fissare il riflesso del sole sulle onde, o si ascolta il rumore della pioggia battente dalla finestra.

Nata nel 1991 a Palermo, Giulia Conoscenti è cresciuta tra il mare, il sale sulla pelle e la luce abbagliante della sua Sicilia. Ma come ogni eroina moderna, a un certo punto ha sentito il richiamo del cambiamento e si è trasferita al nord, dove ha conosciuto la nebbia, il freddo e nuove ispirazioni. Oggi divide il suo tempo tra Bologna e la sua isola natale, coltivando una carriera da illustratrice e animatrice che è un perfetto equilibrio tra sogno e tecnica, tra artigianato visivo e fantasia sfrenata. È co-fondatrice della rivista PELO, punto di riferimento per l’illustrazione indipendente italiana, e collabora con una miriade di autori e autrici, regalando sempre il suo tratto fresco, ironico e sorprendentemente profondo.

“Come l’acqua” è un libro che si apre come una conchiglia per rivelare una perla: ci sono cose straordinarie nel mondo, ci dice Giulia, ma l’acqua è quella più gigantescamente, fascinosamente, incredibilmente straordinaria di tutte. Perché l’acqua è vita, è cambiamento, è resilienza. È una metafora potente, un simbolo fluido capace di rappresentare ogni sfaccettatura dell’esistenza. L’acqua prende la forma di ciò che la contiene, proprio come noi: cambia, si adatta, resiste, scorre. È una creatura multiforme, proprio come le emozioni, le esperienze, le scelte che facciamo ogni giorno.

Attraverso le illustrazioni di Giulia, il concetto di acqua prende vita in una sinfonia visiva fatta di colori tenui, composizioni poetiche, figure sognanti e paesaggi che sembrano sospesi tra realtà e immaginazione. Ogni tavola è un piccolo mondo, una narrazione silenziosa che parla direttamente al cuore. L’autrice ci guida con delicatezza attraverso una riflessione profonda e viscerale sulla natura fluida delle cose, sull’accettazione del cambiamento, sul valore della leggerezza e della trasformazione.

E se l’acqua è la protagonista assoluta del libro, Giulia le dà una voce forte e gentile, capace di smuovere qualcosa di ancestrale in chi legge. La sua narrazione, fatta di frasi brevi ma evocative, si intreccia con il disegno in modo organico, quasi danzante – non a caso, la Conoscenti ha anche lavorato nel campo dell’animazione e sa benissimo come far muovere le immagini anche quando sono ferme su una pagina. Le sue illustrazioni non stanno lì per farsi guardare: ti guardano, ti parlano, ti toccano. E ti restano dentro, come una goccia che scava la roccia.

Non stupisce che BeccoGiallo, casa editrice sempre attenta alla qualità e all’originalità nel panorama fumettistico e illustrato italiano, abbia scelto di pubblicare questo nuovo gioiello. Dopo il successo di “Polli al mare”, che ci aveva fatto sorridere e riflettere con la sua irresistibile ironia, “Come l’acqua” segna un’evoluzione importante nel percorso artistico e autoriale di Giulia Conoscenti. È un libro che parla a tutte le età, che non ha bisogno di spiegazioni complesse ma che riesce a dire tutto con la semplicità potente delle metafore ben scelte e dei colori ben dosati.

In un mondo che corre, che urla, che si affanna a essere sempre solido, rigido, inquadrato, Come l’acqua è un invito a lasciarsi andare, a scorrere, a cambiare forma senza paura. È un atto di fiducia nel potere trasformativo della gentilezza, della bellezza, dell’arte. È il manifesto liquido di un’autrice che continua a stupirci, a emozionarci, a farci venire voglia di riempire lo zaino di pastelli, parole e conchiglie, e metterci in viaggio verso l’ignoto.

Insomma, se amate l’illustrazione, la poesia visiva, i libri che fanno bene all’anima, non potete perdervi “Come l’acqua”. Un’esperienza da vivere, da sfogliare lentamente, come si fa con le pagine del proprio diario o con i ricordi dell’infanzia.

“La Pazza del Sacro Cuore”: il delirio mistico e sensuale di Jodorowsky e Moebius torna in una nuova, imperdibile edizione targata Edizioni BD

Ci sono storie a fumetti che non si leggono semplicemente. Si vivono. Si attraversano. Ti prendono per i capelli e ti trascinano in un turbine di visioni, simboli, provocazioni e paradossi. La Pazza del Sacro Cuore, capolavoro disturbante e irresistibile partorito dalle menti geniali di Alejandro Jodorowsky e Moebius, è una di queste. Edizioni BD riporta sugli scaffali questa vertiginosa commedia mistica in un volume unico, elegante e curatissimo, disponibile dal 13 maggio in libreria, fumetteria e online, con anteprima esclusiva a COMICON Napoli. È un ritorno tanto atteso quanto necessario per uno dei vertici più arditi del fumetto d’autore.

Dimenticatevi gli spazi infiniti e i deserti psichedelici de L’Incal. Scordate le derive ultradimensionali de Gli occhi del gatto o i voli esoterici di Artigli d’angelo. Qui non c’è futuro né fantascienza, ma una Parigi accademica, ipocrita, razionalista e… completamente fuori di testa. Il protagonista è Alain Mangel, un professore di filosofia alla Sorbona, uno di quelli che predica la razionalità ma che ha dimenticato di vivere. Il suo mondo ordinato si sgretola quando una studentessa bella e misteriosa lo coinvolge in un percorso allucinato verso l’abisso della propria identità.

Il viaggio di Alain non è solo fisico: è un’odissea interiore tra umiliazione, rinascita e crisi spirituale. È teatro dell’assurdo e seduta di psicanalisi al tempo stesso. Ogni pagina è intrisa della firma inconfondibile di Alejandro Jodorowsky, artista totale che ha fatto della trasgressione un’arte e della spiritualità un’urgenza personale. Regista, scrittore, mago della psiche e profeta psicomagico, Jodorowsky si specchia nel suo protagonista, trasfigurandosi in un alter ego grottesco e fragile, ma tremendamente umano. Alain Mangel non è un semplice personaggio: è il veicolo con cui l’autore esplora le zone più oscure e sublimi dell’animo umano. Come scrive il critico Philippe Peter nella postfazione dell’opera, “La lettura de La Pazza del Sacro Cuore è una di quelle esperienze da cui non si esce indenni.”

Ad accompagnarlo in questo sabba narrativo è l’inimitabile Moebius, alias Jean Giraud, la cui matita ha saputo incarnare perfettamente le visioni jodorowskiane con un tratto limpido, fluido e capace di dare vita all’impossibile. Il suo stile, qui meno cosmico ma non per questo meno potente, diventa strumento espressivo di una psiche in frantumi: i volti si deformano, le prospettive si spezzano, la realtà si piega su sé stessa come in un sogno lucido. È un fumetto che gioca costantemente sul confine tra il reale e l’irreale, tra il razionale e il sacro, tra il carnevale e il sacrario.

La nuova edizione proposta da Edizioni BD non si limita a riproporre i tre capitoli originari in un unico volume cartonato di 200 pagine a colori. Si arricchisce di materiali extra che faranno impazzire ogni cultore della nona arte: un’intervista esclusiva ad Alejandro Jodorowsky in cui l’autore rivela i retroscena creativi e personali dell’opera, e alcune pagine tratte dalla sceneggiatura originale, prezioso tesoro per comprendere l’alchimia che ha dato vita a questa storia.

La Pazza del Sacro Cuore è un’opera che disorienta e incanta, che ti obbliga a farti domande scomode e ti seduce con la sua audacia. È un atto di rottura con le convenzioni del fumetto tradizionale, ma anche con quelle della filosofia e della religione. È una commedia, certo – ma una commedia nel senso più profondo, quasi dantesco: un viaggio che inizia nell’inferno della mente e forse (forse!) approda a una forma di paradiso interiore.

Per chi ama il fumetto come forma d’arte e mezzo di esplorazione dell’inconscio, per chi ha adorato L’Incal e vuole scoprire l’altra faccia della medaglia jodorowskiana, per chi cerca qualcosa di diverso, disturbante, seducente: questo volume è una tappa obbligata. Un’esperienza che scuote, diverte, commuove e, in fondo, consola.

Non c’è nulla di normale in La Pazza del Sacro Cuore. E per fortuna.

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