Una città spezzata in due, un artista che decide di smontarsi e ricostruirsi pezzo dopo pezzo, e una graphic novel che prova a raccontare proprio quel momento in cui tutto cambia davvero, non solo nella musica ma nel modo in cui la percepiamo. “Ho lasciato ogni posto. David Bowie a Berlino in tre atti” arriva in libreria dal 31 marzo e lo fa con un peso specifico enorme, perché mette le mani su uno dei periodi più affascinanti, difficili e sottovalutati della carriera del Duca Bianco.
Non è il Bowie che molti ricordano al primo colpo, quello scintillante di Ziggy Stardust, alieno glam e icona pop assoluta, ma una versione più fragile, più spigolosa, quasi in fuga da sé stesso. Berlino, alla fine degli anni Settanta, diventa il suo laboratorio segreto, un luogo dove perdersi per potersi ritrovare. E questa graphic novel sceglie proprio quella fase, raccontandola come un viaggio in tre atti che ha il sapore di una trasformazione radicale.
Tra il 1977 e il 1979 nascono tre album che non sono semplicemente dischi, ma veri e propri spartiacque: Low, Heroes e Lodger. La cosiddetta Trilogia Berlinese non è solo un punto alto della carriera di Bowie, è un cambio di paradigma. Dentro quei suoni si sente la fine di un’epoca e l’inizio di qualcosa che avrebbe influenzato intere generazioni, dal post-punk alla new wave, passando per tutto quello che ancora oggi definiamo “alternative” senza pensarci troppo.
Quello che colpisce, leggendo questa opera, è la sensazione di assistere a un momento sospeso. Berlino non è soltanto uno sfondo, è un personaggio vivo, ferito, attraversato da tensioni politiche e culturali che si infilano tra le pieghe della narrazione. Il Muro non è solo un elemento storico, è una presenza costante, quasi un’ombra che dialoga con le inquietudini interiori di Bowie.
Accanto a lui si muovono figure che per chi mastica cultura musicale suonano come una squadra di supereroi del suono: Iggy Pop, compagno di viaggio e spirito affine, Brian Eno, mente visionaria capace di ridefinire il concetto stesso di produzione musicale, e Robert Fripp, chitarrista che entra come una lama nei momenti giusti, lasciando segni indelebili. Non sono semplici comprimari, sono parte integrante di una trasformazione collettiva che supera il singolo artista.
E poi ci sono le ombre, quelle che spesso la narrazione pop tende a smussare ma che qui trovano spazio. Dipendenze, isolamento, bisogno di ricominciare. Bowie in quel periodo non sta solo creando musica, sta cercando di salvarsi. Ed è proprio questo contrasto tra fragilità personale e potenza creativa a rendere la storia così magnetica.
La scelta di raccontare tutto questo attraverso il linguaggio della graphic novel è quasi inevitabile, perché permette di dare forma visiva a qualcosa che, per sua natura, sfugge alle definizioni. I silenzi di Low, le tensioni di Heroes, le sperimentazioni di Lodger diventano immagini, sequenze, ritmo narrativo. Non è una semplice biografia illustrata, ma una traduzione emotiva di un periodo storico e artistico.
Dietro questa operazione ci sono Lorenzo Coltellacci e Mattia Tassaro, che chiudono idealmente un percorso iniziato con i Joy Division e i Cure, tornando all’origine di molte delle sonorità e delle atmosfere che hanno definito quegli universi. Il loro lavoro qui raggiunge una maturità evidente, perché riesce a tenere insieme documentazione, interpretazione e una forte identità narrativa.
Il risultato è un racconto che parla a chi Bowie lo conosce a memoria ma anche a chi magari lo ha sempre percepito come un’icona distante, quasi mitologica. Qui diventa umano, contraddittorio, vicino. E forse è proprio questo il punto più interessante: scoprire che dietro uno degli artisti più influenti della storia c’era un uomo che, in quel preciso momento, stava cercando di capire chi fosse davvero.
Leggere “Ho lasciato ogni posto. David Bowie a Berlino in tre atti” significa attraversare un confine, proprio come quelli che Bowie ha continuamente superato nella sua carriera. Non è solo un viaggio nella musica, ma un’immersione in un’epoca in cui l’arte aveva ancora il coraggio di cambiare forma senza chiedere il permesso, e in cui una città divisa poteva diventare il luogo perfetto per ricominciare da zero.
E mentre chiudi l’ultima pagina, resta addosso quella sensazione strana, quasi elettrica, che solo certe storie riescono a lasciare: la consapevolezza che senza quei tre anni, senza quella Berlino e senza quel Bowie, il mondo che ascoltiamo oggi suonerebbe completamente diverso.
