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Spider-Man incontra Superman (di nuovo): il crossover che ci riporta bambini… ma con vent’anni di consapevolezza in più

Qualcuno là fuori ha deciso che il 2026 doveva essere quell’anno strano, di quelli che non si limitano a uscire dal calendario ma ti colpiscono proprio nello stomaco nerd, tipo quando riapri una vecchia scatola di fumetti e ritrovi l’albo che ti ha fatto capire perché ami questo medium… e improvvisamente eccoli di nuovo insieme, Spider-Man e Superman, due icone che non dovrebbero convivere nello stesso universo e invece sì, lo fanno, ancora una volta, come se le regole editoriali fossero solo un suggerimento gentile e non un limite reale.

Panini Comics ha acceso la miccia e la community ha fatto il resto, perché basta pronunciare quelle due parole nello stesso respiro — Marvel e DC — e succede qualcosa di chimico, una specie di glitch emotivo che manda in tilt qualsiasi timeline personale, riportandoti indietro a quando i crossover erano sogni impossibili, roba da discussioni infinite nei forum, da “e se…” che non pensavi avrebbero mai preso forma.

E invece eccoci qui, con un doppio evento che non si limita a replicare il passato ma lo prende, lo smonta e lo rimette insieme con una consapevolezza diversa, più adulta, più stratificata, quasi come se anche i fumetti fossero cresciuti insieme a noi.

Perché il punto non è solo vedere Spider-Man e Superman nello stesso spazio narrativo — quello ormai lo sappiamo che funziona — il punto è come lo fanno oggi, con due approcci speculari che sembrano parlarsi a distanza, come due universi che finalmente accettano di contaminarsi senza perdere identità.

Da una parte la visione DC, con quella scrittura che sa giocare con il mito, con Clark Kent e Peter Parker che si ritrovano a inseguire la stessa storia, lo stesso mistero, come due giornalisti prima ancora che supereroi, e questa cosa mi manda completamente fuori fase perché riporta tutto a un livello quasi umano, quasi quotidiano, mentre dietro le quinte si muovono due cervelli malati come Brainiac e Doctor Octopus, che non hanno bisogno di spaccare città per essere inquietanti, basta il modo in cui pensano.

Dall’altra parte la risposta Marvel, più emotiva, più personale, quasi intima, con quella sensazione che ogni tavola sia un dialogo tra ciò che questi personaggi rappresentano per chi scrive e per chi legge, e infatti non è un caso che dietro ci sia gente che con questi eroi ci è cresciuta davvero, che li ha interiorizzati al punto da trasformarli in qualcosa di più di semplici figure in costume.

E poi succede quella cosa che adoro, quella deriva multiversale che non è solo fanservice ma diventa un vero playground creativo, dove puoi passare da un’atmosfera noir anni ’30 con Spider-Man Noir e un Superman d’altri tempi, fino a collisioni emotive tra famiglie di eroi, illusioni costruite da menti disturbanti, incontri che sembrano usciti da un crossover tra un sogno e una fanfiction scritta alle tre di notte dopo una maratona anime.

Il bello è proprio questo: il crossover non è più l’evento “wow” fine a sé stesso, ma diventa linguaggio, diventa modo di raccontare, un po’ come succede negli anime moderni quando i mondi si incastrano senza chiedere permesso, come se fosse naturale, inevitabile.

E mentre tutto questo prende forma su carta, fuori dal fumetto succede qualcosa di altrettanto interessante, perché Superman sta vivendo una nuova rinascita anche sul fronte cinematografico e Spider-Man continua a reinventarsi, a tornare sempre a quel punto di equilibrio tra responsabilità e caos personale che lo rende così dannatamente reale.

Due archetipi opposti, quasi incompatibili: uno che guarda il mondo dall’alto e lo protegge come un simbolo, l’altro che inciampa, sbaglia, paga le conseguenze e continua comunque ad andare avanti, e forse è proprio questo il motivo per cui funzionano così bene insieme, perché non si annullano, si completano.

E allora sì, questo ritorno non è nostalgia, non è solo marketing, non è nemmeno un semplice “evento editoriale”, è qualcosa di più sottile, più difficile da spiegare, è come se il fumetto stesse ricordando a sé stesso cosa può essere quando smette di avere paura di osare.

Anche le variant cover giocano la loro parte in questa celebrazione, perché artisti come David Nakayama e Olivier Coipel stanno trasformando ogni uscita in un piccolo oggetto di culto, di quelli che non compri solo per leggerli ma per tenerli lì, sullo scaffale, come una reliquia pop che racconta un momento preciso della storia nerd.

E in mezzo a tutto questo, la cosa che mi colpisce davvero è quanto questo ritorno sembri naturale, quasi inevitabile, come se fosse sempre stato scritto che prima o poi saremmo tornati qui, a parlare di Spider-Man e Superman nello stesso respiro, senza più quella sensazione di “evento impossibile” che aveva il primo incontro.

Forse perché oggi siamo abituati ai multiversi, agli incroci, ai crossover ovunque, o forse perché abbiamo semplicemente accettato che le storie più belle sono quelle che non rispettano i confini.

E quindi la domanda resta lì, sospesa, come una splash page senza balloon finale: questo è solo un ritorno celebrativo o è l’inizio di qualcosa di più grande, di un nuovo modo di pensare i crossover tra Marvel e DC?

Io una risposta non ce l’ho, ma so una cosa: rivedere Spider-Man e Superman insieme fa lo stesso effetto di riaccendere una vecchia console e sentire quella schermata iniziale che ti riporta subito a casa.

E adesso lo voglio sapere davvero — senza filtri, senza pose da critico — qual è il crossover che vi farebbe perdere completamente la testa? Perché se questo ci ha insegnato qualcosa… è che l’impossibile, nel fumetto, dura giusto il tempo di una pagina prima di diventare realtà.