Archivi tag: manga poetico

Steam Reverie in Amber: l’artbook steampunk che trasforma manga e tarocchi in poesia illustrata

La prima volta che ho sfogliato le pagine di Steam Reverie in Amber, ho avuto la sensazione di entrare in un sogno a occhi aperti, di varcare una soglia invisibile che conduce a un mondo fatto di vapori ambrati e ingranaggi silenziosi. Non è stato un semplice acquisto in libreria, ma un invito a salire a bordo della Tomeship, una libreria volante dove il tempo sembra essersi fermato e ogni libro nasconde un segreto. Quest’opera di Kuroimori non si lascia incasellare facilmente, e la sua natura sfuggente è proprio ciò che me ne ha fatto innamorare profondamente.

Non è solo un manga, né un semplice artbook, e neppure un testo di filosofia esoterica. È tutto questo e molto di più, una sinfonia visiva e narrativa che tocca corde profonde e risveglia quel tipo di meraviglia che solo le grandi opere sanno ispirare. In un’epoca dominata da storie veloci e immediate, Steam Reverie in Amber chiede al lettore di rallentare, di prendersi il tempo di osservare, di sentire, di interpretare. È un’esperienza intima, un’immersione in un universo sospeso tra lo stile steampunk e una narrazione poetica che mi ha ricordato la malinconia e la magia dei film di Miyazaki, ma con un tocco più introspettivo e sognante.

Al centro di questo mondo etereo c’è Shiori, la barista e bibliotecaria della Tomeship. La sua figura gentile e silenziosa è il cuore pulsante di questo luogo. Non è un’eroina d’azione, ma un’accogliente custode di anime in pena. Il suo bar non è un locale qualsiasi; si può accedere alla Tomeship solo se si ha un cuore spezzato. Questa premessa, così delicata e potente, mi ha catturata fin da subito. Shiori accoglie chi porta con sé ferite invisibili ma profonde, offrendo loro non solo un caffè aromatico, ma uno spazio sicuro in cui affidare i propri ricordi, le proprie sofferenze. La narrazione si sviluppa attraverso i sussurri e le immagini, creando un’atmosfera sospesa e senza giudizio, che mi ha fatto sentire a casa, come se anche io avessi un posto su quella nave.

Le storie all’interno del volume non seguono una trama lineare e non hanno un unico protagonista. Sono piuttosto una raccolta di racconti autoconclusivi, ognuno dei quali si concentra su un personaggio diverso, accomunato da un dolore o una ricerca interiore. L’uso di toni surreali e simbolici, le ambientazioni oniriche e un linguaggio visivo estremamente raffinato permettono al lettore di interpretare ogni racconto in modo personale, quasi come se fossero delle letture tarologiche. E proprio i tarocchi sono uno degli elementi più affascinanti del libro. Non vengono presentati come un mero strumento divinatorio, ma come un linguaggio di archetipi, di percorsi interiori e di suggestioni.

Alla fine del libro, una sezione extra dedicata ai tarocchi giapponesi mi ha letteralmente conquistata. È un approfondimento dettagliato e curato che rivela le radici culturali e simboliche di queste carte nella tradizione nipponica. Questa parte arricchisce enormemente l’esperienza di lettura, invitando a riflettere su temi come il destino, il caso, l’identità e la trasformazione, concetti che da sempre affascinano non solo gli appassionati di esoterismo, ma anche chi, come me, ama scovare i sottotesti filosofici nelle narrazioni.

Ma ciò che rende Steam Reverie in Amber una gioia assoluta per i sensi è senza dubbio l’aspetto visivo. Il volume è interamente a colori e curato con una meticolosità che si vede raramente. La doppia sovraccoperta, una delle quali si trasforma in un poster, è solo la punta dell’iceberg. Ogni tavola è un piccolo capolavoro, ogni vignetta un frammento di un sogno. I disegni sembrano provenire da un videogioco indie mai pubblicato o da un film d’animazione che fonde l’eleganza dello Studio Ghibli con la raffinatezza del cinema d’animazione francese.

Il character design è elegante e ricco di dettagli che invitano a una rilettura attenta. Le ambientazioni della Tomeship e i paesaggi onirici sono cesellati con una cura steampunk che farebbe impazzire chiunque abbia amato opere come Nausicaä della Valle del Vento, Final Fantasy VI o Valkyria Chronicles. C’è una profondità nella costruzione del mondo che difficilmente si trova in un’opera così difficile da etichettare. È, in sostanza, un piccolo miracolo, una chimera che fonde il meglio del manga, del design, della filosofia e dell’arte in un’unica opera coerente e affascinante.

La vera forza di questo libro, tuttavia, risiede nel suo rifiuto di offrire risposte facili. Non è un prodotto da scaffale mainstream. Non accompagna il lettore per mano, né offre spiegazioni didascaliche. Al contrario, richiede uno sforzo di immersione, una predisposizione alla contemplazione e all’interpretazione. È un libro per chi ama il caffè amaro, per chi sfoglia i tarocchi per il puro piacere di perdersi nei loro disegni, per chi ricerca le “Cose Belle” con la “C” maiuscola. E se ti senti parte di questo universo fatto di sogni illustrati e malinconie steampunk, allora Steam Reverie in Amber non ti deluderà. Ogni storia è una piccola mappa dell’interiorità. Ogni illustrazione è una finestra su un altro mondo. Ogni cliente della Tomeship è un frammento di me, di te, di chiunque abbia mai cercato un senso, un amore perduto o un ricordo sbiadito. Questo libro non si limita a essere letto, ma va vissuto, e forse, persino sognato.


Sei pronto a salire a bordo della Tomeship? Porta con te una ferita, un caffè forte e la voglia di perderti tra le stelle. Il viaggio è appena iniziato.

Tra sabbia, sangue e anime immortali: “La Tomba del Faraone” di Keiko Takemiya, il manga storico che risveglia l’anima dell’Antico Egitto

Quando ho aperto il cofanetto de La Tomba del Faraone, edito da J-POP Manga, mi è sembrato di far scattare un meccanismo antico, come se avessi sfiorato una leva nascosta sotto la sabbia del deserto egizio. Il profumo delle pagine, la luce che accarezzava i frontespizi dorati, e quella promessa sottile racchiusa tra le tavole: stai per entrare in un altro tempo. E credetemi, ci sono entrata anima e cuore. Questo non è solo un manga, è un portale narrativo, una macchina del tempo che ci trasporta in un Egitto crepuscolare, scolpito nel mito e nella tragedia, in un’epopea che gronda sangue, sabbia e passione.

La Tomba del Faraone è un’opera maestosa di Keiko Takemiya, nome che ogni otaku con un minimo di consapevolezza storica del manga dovrebbe pronunciare con la stessa devozione con cui si nomina Osamu Tezuka o Riyoko Ikeda. Takemiya, sì, proprio lei, la madre de Il poema del vento e degli alberi, quel manga rivoluzionario che ha cambiato per sempre lo shōjo e aperto le porte al Boy’s Love, quando ancora il termine nemmeno esisteva. Ma prima del poema, prima della tempesta che avrebbe scosso il manga anni ’70, c’è stato questo gioiello dimenticato: Pharaoh no Haka, finalmente arrivato in Italia in un’edizione che è un regalo per chi ama la cultura pop giapponese, ma ha anche un debole per la storia antica, le tragedie epiche e i drammi interiori laceranti.

La trama è un affresco carico di tensione e simbolismo. Siamo nel momento in cui l’unificazione dell’antico Egitto inizia a sgretolarsi. Il regno pacifico e colto di Esteria viene travolto dalla forza brutale di Urjna, guidato dal faraone Sneferu, personaggio ambiguo, crudele, affascinante, quasi un incrocio tra Ramses e un villain shakespeaeriano. In mezzo a questa disfatta, nasce la figura di Sariokis, principe dal volto angelico e dallo spirito indomito, che dopo la caduta del suo regno si ritrova schiavo, fuggitivo, ribelle, icona. Diventa il Falco del deserto, e con lui il manga cambia respiro, da cronaca storica a leggenda, da semplice shōjo a tragedia greca travestita da fumetto orientale.

Sariokis è uno di quei personaggi che ti entra dentro e ci resta. All’inizio quasi infastidisce, perché lo vedi piccolo, fragile, spazzato via dalla brutalità del mondo. Ma poi cresce, si spezza e si ricompone, ogni volta più forte, ogni volta più complesso. C’è qualcosa di profondamente poetico nella sua resilienza, un eroismo che nasce dalla sofferenza e non dalla forza. E quando scopri che la sua unica debolezza è la sorella Nile – dolce, misteriosa, figura femminile dallo sguardo struggente – capisci che l’amore, in questa storia, è un campo di battaglia. Un’arma. Una condanna.

Ed è proprio qui che Takemiya mostra il suo genio. L’amore non è mai puro rifugio: è tormento, è sacrificio, è una corda tesa sull’abisso. L’intero manga è attraversato da una sensualità sotterranea e pericolosa, da tensioni emotive che ricordano le opere più intense di Yukio Mishima o i drammi di Euripide. E tutto questo, signori miei, in un manga pensato per ragazze adolescenti. Già negli anni ’70. Siamo di fronte a un’autrice che non solo ha osato, ma ha sfidato i limiti della sua epoca, raccontando sesso, violenza, potere e manipolazione con uno sguardo crudo e al tempo stesso pieno di empatia. Lo stile si evolve man mano che le pagine socrrono tra le dita, le tavole diventano vertiginose, le inquadrature teatrali, il dolore quasi fisico. Sneferu, Kes, la madre del faraone, la figlia del visir: tutti, in un modo o nell’altro, sono travolti dall’amore o dalla brama. E quando il dramma raggiunge il suo apice, ti rendi conto che stai leggendo qualcosa che va oltre l’intrattenimento: è arte.

E l’edizione J-POP, lasciatemelo dire, è una dichiarazione d’amore. Il cofanetto è solido, elegante, quasi regale, con quei frontespizi d’oro che sembrano brillare come geroglifici alla luce del tramonto. Le pagine a colori sono rare gemme incastonate tra le ombre e i chiaroscuri del manga. È il tipo di edizione che, una volta letta, non riponi nello scaffale come le altre. Le dedichi uno spazio speciale, come si fa con le reliquie.

La Tomba del Faraone è un manga che parla a chi ama la storia, ma non quella scolastica e fredda dei manuali. Parla a chi sogna tra le dune, a chi immagina dèi crudeli e amanti dannati, a chi cerca nel manga qualcosa di più del semplice “mi piace”. È un’opera che ti scava dentro, che ti sfida a resistere al dolore dei suoi personaggi e poi ti premia con una bellezza che fa male. È, semplicemente, un’opera d’arte.

E ora, ditemi: voi conoscevate questo titolo? Avevate mai sentito parlare di Pharaoh no Haka prima che J-POP lo riportasse alla luce come un tesoro sepolto? Vi affascina l’antico Egitto tanto quanto affascina me, tra alabastro, incensi e destini scolpiti nella pietra?

Parliamone nei commenti qui sotto, oppure condividete questo articolo sui vostri social e fatelo leggere a quell’amico o amica che colleziona cofanetti manga come se fossero papiri sacri. Perché La Tomba del Faraone non è solo un manga da leggere: è un’esperienza da vivere, da custodire e – perché no – da tramandare.

“La Neve dello Scorso Anno”: poesia, memoria e manga – un viaggio nel cuore di Eiichi Muraoka

C’è un momento particolare, sfuggente, in cui sfogliando le pagine di un manga non leggi solo una storia: ti ritrovi a viverla. Questo è quello che mi è successo con La Neve dello Scorso Anno, l’ultima – e probabilmente definitiva – opera di Eiichi Muraoka, appena pubblicata in Italia da Nippon Shock Edizioni. Da appassionata di manga giapponesi da oltre vent’anni, ho sentito subito che questo non era un titolo qualunque, ma una di quelle rarità che ti arrivano dritte al cuore e che lasciano un’eco difficile da dimenticare.

Quando ho letto che questo manga aveva vinto il Premio Manga Kingdom Tosa 2024 ai 53° Japan Cartoonists Association Awards, mi sono chiesta cosa potesse avere di tanto speciale da aver colpito i giurati di una delle più importanti istituzioni del fumetto giapponese. Ma è bastato aprire il volume, sentire il fruscio delle pagine e immergermi nella prima storia per capirlo. La Neve dello Scorso Anno non è solo una raccolta di racconti brevi: è una meditazione profonda sulla vita, il tempo che passa, le persone che incontriamo e i ricordi che portiamo con noi. Il titolo stesso è un invito alla riflessione: la neve caduta l’anno prima è ormai sciolta, irrecuperabile, eppure resta nella memoria come una carezza fredda e silenziosa.

Lo stile di Muraoka è unico. A chi è abituato ai manga frenetici, pieni d’azione e colpi di scena, quest’opera potrà sembrare un sussurro. Ma è proprio quel sussurro a farsi largo nell’anima. I disegni sono semplici, rotondi, quasi infantili nel loro minimalismo kawaii, ma ogni vignetta racchiude un mondo. Gli spazi bianchi, il silenzio delle scene, il ritmo lento delle narrazioni: tutto serve a costruire un’atmosfera intima, rarefatta, dove ogni parola è pesata e ogni gesto ha un significato.

Le storie, seppur brevi, sono potentissime. Ci sono incontri casuali che diventano momenti indelebili, memorie d’infanzia che si mescolano alla neve che cade, episodi autobiografici che mostrano il giovane Muraoka al fianco di leggende del manga come Shinji Nagashima e Fumiko Okada. Alcuni racconti sembrano scritti con una penna tremante ma piena d’amore, quasi un saluto affettuoso a un’epoca che sta finendo – forse anche alla vita stessa. Non è un caso che questa venga annunciata come l’ultima opera del maestro, malato e consapevole che ogni pagina potrebbe essere un addio.

Mi ha colpito profondamente la motivazione del premio ricevuto: non solo per il valore artistico e culturale dell’opera, ma anche per il suo significato storiografico. Attraverso i suoi ricordi, Muraoka ci offre un documento prezioso sul mondo del manga del dopoguerra, raccontando la passione, le amicizie e la sana competizione che hanno animato la scena artistica giapponese di quegli anni. Leggere queste pagine è come sedersi accanto a lui mentre rievoca la sua giovinezza, i suoi sogni, le sue fatiche.

L’edizione italiana è curata con grande rispetto da Nippon Shock Edizioni. È un volume di pregio, con una traduzione attenta e sensibile firmata da Roberto Pesci, che riesce a conservare tutta la delicatezza e la poesia dell’originale. La veste grafica è sobria ma elegante, e il formato 15×21 permette di godere appieno della bellezza dei disegni. Il prezzo, 9,50 euro, è più che giustificato per un’opera che, a mio avviso, dovrebbe trovare spazio nella libreria di ogni appassionato vero.

Questo manga, disponibile dal 20 maggio 2025 nelle fumetterie, librerie e store online, si rivolge a chi cerca qualcosa di più del semplice intrattenimento. È pensato per chi ama le storie che sanno emozionare, per chi apprezza la nostalgia di un Giappone che sta scomparendo, fatto di silenzi, rituali e memoria. E sì, anche per chi – come me – ha sempre creduto che i manga siano arte, e non solo evasione.

Il successo di La Neve dello Scorso Anno si affianca a quello di Losers di Kōjii Yoshimoto, altra perla pubblicata da Nippon Shock, e dimostra ancora una volta l’impegno di questa casa editrice nel portare in Italia opere di altissimo livello. Tra le uscite più recenti figurano anche Tsugumomo di Yoshikazu Hamada e Ancient Warrior Haniwatt di Kenji Taketomi, ma è con Muraoka che si raggiunge forse la vetta della poesia.

Quando penso a questo manga, mi viene in mente una sensazione che ho provato tante volte guardando cadere la neve: quella malinconia dolce, quell’incanto fragile che si scioglie troppo in fretta. Ma se c’è qualcosa che La Neve dello Scorso Anno ci insegna, è che quei momenti, anche se passati, continuano a vivere dentro di noi. E che la bellezza, come la neve, non ha bisogno di durare per sempre per essere eterna.

Otomachi Record – Il suono perduto dei ricordi tra vinili, manga e sogni sospesi

digitale. È quella che si sprigiona quando sollevi la puntina di un giradischi e lasci che il vinile racconti la sua storia. È fatta di fruscii, piccoli salti, nostalgie in sottofondo. E se questa melodia potesse trasformarsi in un manga? Se le note dimenticate di un vecchio LP diventassero l’anima di una narrazione surreale e poetica? È esattamente questo l’universo che Ryōichirō Kezuka ci regala con Otomachi Record – Storie imprevedibili & Dischi introvabili, pubblicato in Italia da Planet Manga in due volumi speciali, Side A e Side B, che sembrano usciti direttamente da una collezione da collezionista di lunga data.

Impossibile non notare la loro forma insolita sugli scaffali delle fumetterie dal 10 aprile 2025: più che manga, sembrano due LP rilegati. E già solo questo basta a evocare tutta la magia dell’opera, pensata e disegnata per chi sa che un disco non è solo musica, ma un viaggio, un’evocazione, un frammento di vita. Kezuka, con il suo tratto semplice ma evocativo, ci invita a entrare nel piccolo mondo di Minori, una giovane commessa in un negozio di dischi che si barcamena tra scuola, lavoro e un’autentica devozione per la musica. Ma non aspettatevi una commedia adolescenziale o una storia d’amore banale: Otomachi Record è un affresco delicato della vita e del tempo, in cui ogni racconto custodisce un frammento d’anima.

Nel primo volume, lo stile narrativo si muove lieve tra slice of life e tocchi di realismo magico, conducendoci lungo le giornate di Minori e della sua amica Reiko, tra cacce a dischi introvabili e riflessioni su ciò che la musica davvero rappresenta: memoria, emozione, contatto. I negozi di dischi che frequentano non sono solo luoghi fisici, ma portali verso altre epoche, altre storie, altre vite. Basta soffermarsi su una copertina impolverata, annusare l’odore della carta vecchia o scorrere le dita sui solchi per evocare sensazioni che sfuggono alla logica, ma non al cuore.

Ed è proprio questo il segreto della scrittura di Kezuka: non afferra mai il lettore con forza, ma lo accompagna, come una traccia di sottofondo, lasciando che le emozioni emergano naturalmente. I dialoghi sono essenziali, quasi sussurrati, mentre le tavole privilegiano i silenzi e gli sguardi, i gesti e i dettagli, come se ogni vignetta fosse una nota di una partitura più grande. L’autore non ha fretta, non rincorre la trama a tutti i costi, ma ci invita a fermarci, ad ascoltare davvero.

Nel secondo volume, il ritmo cambia leggermente. Le storie si fanno meno frammentate e più profonde, concentrandosi su pochi episodi ma sviluppati con maggiore respiro. C’è più spazio per l’introspezione, per lo stupore, per quel senso di mistero che trasforma il ritrovamento di un disco in un evento quasi soprannaturale. Qui, Otomachi Record si avvicina ancora di più a quel tipo di letteratura che sfiora il fantastico, in cui gli oggetti sembrano dotati di volontà propria e ogni LP è un messaggero del passato. Una domanda serpeggia lungo le pagine: che ne sarà di questa musica, una volta che noi non ci saremo più? E chi la custodirà, quando i negozi chiuderanno, quando le puntine si spezzeranno, quando il silenzio inghiottirà le ultime note?

La bellezza di Otomachi Record non sta solo nelle sue storie, ma anche nella confezione che le racchiude. L’edizione di Planet Manga è un piccolo gioiello. I volumi quadrati (18,2 x 18,2 cm), con copertina pergamenata, pagine a colori, inserti in bicromia e due mini poster per volume, non sono solo da leggere ma da collezionare, da sfogliare e risfogliare come un vecchio album fotografico. Certo, il prezzo (12,90€ a volume) potrebbe far storcere il naso a qualcuno, soprattutto ai lettori più giovani o casuali. Ma per chi ama davvero la musica, il manga e la carta stampata, ogni dettaglio di questa edizione parla con la voce calda e sincera di un autore che non ha paura di dichiarare la propria nostalgia per il tempo che fu.

Kezuka, attraverso Minori, ci lascia qualcosa di più di una semplice raccolta di racconti. Ci offre una riflessione sul valore delle passioni, sulla memoria e sul bisogno di non dimenticare ciò che ci ha fatto sentire vivi, anche solo per un attimo. E lo fa con un’eleganza che raramente si incontra, unendo manga, musica e malinconia in un’opera che sa emozionare senza mai risultare stucchevole.

Otomachi Record – Storie imprevedibili & Dischi introvabili è quindi un viaggio. Un viaggio per chi sa ancora emozionarsi davanti a una copertina rovinata, per chi crede che un disco possa cambiare la giornata, per chi sa che tra le note si nascondono mondi. Un manga da leggere con calma, magari mentre in sottofondo gira un vecchio vinile. Perché le storie migliori, come le canzoni più belle, non hanno bisogno di gridare per essere ricordate.

E tu? Hai mai trovato un disco che ti ha cambiato la vita? Qual è il tuo vinile del cuore, quello che non presteresti mai a nessuno? Raccontacelo nei commenti e condividi questo articolo con altri appassionati come te! Facciamoci travolgere dalla nostalgia e dalla magia di Otomachi Record: il manga che suona al ritmo dei nostri ricordi.