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Il fantastico realistico. Il mondo di Hunter x Hunter come manifesto dello shōnen contemporaneo

Quando si parla di Hunter x Hunter, inevitabilmente si entra in un territorio dove il concetto stesso di shōnen viene smontato e ricostruito con una lucidità quasi filosofica. Nel suo saggio Il fantastico realistico. Il mondo di Hunter x Hunter, Alessandro Lolli ci accompagna in una riflessione che va ben oltre la semplice analisi di un manga di successo: siamo davanti a un vero e proprio viaggio nel cuore narratologico del genere battle shōnen, un percorso che trasforma l’opera di Togashi Yoshihiro in un laboratorio vivente di idee, ambiguità e contraddizioni. Hunter x Hunter è una serie che vive da quasi trent’anni sospesa tra pause, ritorni e la costante incertezza di una fine mai realmente visibile all’orizzonte. Eppure, proprio in questa tensione, si annida la sua forza. Lolli mette in luce come Togashi abbia creato un mondo che non è soltanto fantastico, ma anche radicalmente realistico. Non il realismo mimetico che cerca di riprodurre il nostro quotidiano, bensì un realismo filosofico: quello delle scelte impossibili, della relatività etica, della fragilità umana che si svela sotto le maschere eroiche.

La traiettoria di Gon, il giovane protagonista, è emblematica. Presentato inizialmente come l’archetipo dell’eroe shōnen – il ragazzo ingenuo, assetato di avventura, pronto a sostenere esami e allenamenti – Gon si rivela ben presto un personaggio fragile, rabbioso, persino spietato. Non il simbolo della purezza, ma un essere complesso, capace di scivolare nell’oscurità tanto quanto di illuminare con la sua determinazione. In questo risiede la sua umanità più autentica: Gon non è un modello da imitare, ma uno specchio in cui riflettere le contraddizioni dell’adolescenza e, più in generale, della condizione umana.

L’opera di Togashi si sviluppa come una spirale narrativa in cui ogni arco sembra negare le certezze costruite dal precedente. L’esame da Hunter introduce una struttura quasi scolastica, con prove e rivali; Yorknew City scardina le aspettative con intrighi criminali degni di un noir; Greed Island apre a un meta-gioco che fonde regole videoludiche e tensione narrativa; l’arco delle Chimera Ant, infine, è una vera apocalisse filosofica, dove i confini tra umanità e mostruosità collassano in un’unica, inquietante riflessione sul potere, sulla violenza e sulla libertà.

Lolli ci invita a guardare Hunter x Hunter come a un testo che dialoga con la tradizione e con il presente. Da un lato, affonda le radici negli archetipi dello shōnen, e non solo nelle opere precedenti di Togashi, come Yu degli Spettri, ma anche nei capisaldi che hanno definito il genere. Dall’altro, si misura costantemente con i manga contemporanei, quegli stessi titoli che oggi vengono consacrati come cult. È in questo dialogo che si percepisce la sua natura “manifesto”: Hunter x Hunter è, allo stesso tempo, celebrazione e decostruzione dello shōnen, un’opera che si interroga sul senso stesso del raccontare storie di crescita, conflitto e trasformazione.

Le battaglie, mai riducibili a semplici scontri di forza, diventano partite psicologiche e filosofiche, scacchiere in cui l’intelligenza, la strategia e persino la morale giocano un ruolo più grande della pura potenza. In queste dinamiche, Togashi porta i lettori a vivere uno scontro non solo esteriore, ma interiore, trasformando ogni combattimento in una riflessione sul prezzo del potere, sull’ambiguità della giustizia e sull’impossibilità di ridurre il mondo a categorie nette di bene e male.

Il “fantastico realistico” evocato da Lolli diventa così la cifra di un’opera che ha saputo trascendere il proprio genere. Hunter x Hunter non è solo un manga d’avventura: è un campo di battaglia esistenziale dove le regole cambiano continuamente, proprio come nella vita. Ed è forse questa la sua magia più grande: costringere i lettori a camminare insieme a Gon, Killua, Kurapika e Leorio lungo un sentiero che non offre mai facili certezze, ma soltanto nuove domande.

E tu, lettore, sei pronto a rileggere Hunter x Hunter non più come un semplice shōnen, ma come un’opera che decostruisce e reinventa il mito stesso dell’eroe? Forse, in quell’instabilità che tanto affascina e spaventa, si nasconde la vera ragione per cui continuiamo ad aspettare con trepidazione ogni nuovo capitolo.

Tower Dungeon di Tsutomu Nihei: la scalata oscura tra dungeon crawler e filosofia nichilista

Tsutomu Nihei, il visionario dietro opere di culto come Blame! e Knights of Sidonia, ha deciso di abbandonare le sue sterminate metropoli cyberpunk per intraprendere un viaggio verticale e senza ritorno in un mondo fantasy cupo, rarefatto e ossessivo: Tower Dungeon. Pubblicato a partire da ottobre 2023 su Monthly Shōnen Sirius di Kodansha, il manga ci trascina in una torre inespugnabile che sembra viva, ostile e dotata di un’oscura coscienza, dove un contadino – sì, un contadino qualsiasi, privo di gloria e privo di armature scintillanti – viene arruolato per salvare una principessa intrappolata ai piani più alti.

Dietro questa trama che potrebbe sembrare “classica” si nasconde invece un’opera che rielabora in chiave radicale il dungeon crawler, filtrandolo attraverso la lente di Nihei: silenzi pesanti, ambienti che comunicano più delle parole, geometrie impossibili che si piegano e si contraggono, una narrazione che alterna l’avanzata verticale a brevi e preziose finestre di memoria. Ogni piano della Torre è un microcosmo, una trappola filosofica, un ecosistema chiuso che risponde a regole arcane. L’effetto è straniante: la lettura si trasforma in un’esplorazione mentale, quasi un pellegrinaggio verso un luogo che non promette salvezza.

Il protagonista, Yuva, è un antieroe silenzioso e anonimo, una sorta di “personaggio-avatar” che il lettore abita per filtrare il terrore e l’oppressione della Torre. Non c’è spazio per i protagonisti carismatici o per i compagni di viaggio memorabili: qui, l’entità che domina la scena è l’architettura stessa, che si insinua nella narrazione come un antagonista vivo. L’ascesa è lenta, faticosa, scandita da minacce che non si presentano come semplici mostri, ma come mutazioni impossibili, corpi che sembrano partoriti dalla pietra stessa, ibridi innaturali in un body horror che sfiora l’arte contemporanea.

Esteticamente, Tower Dungeon è un atto d’amore verso il fantasy più cupo, quello in cui il pericolo è costante e il respiro è corto. I rimandi ai videogiochi soulslike e ai dungeon crawler old-school sono evidenti, ma filtrati da una sensibilità grafica che attinge tanto al fumetto europeo – Moebius, Druillet – quanto all’estetica horror giapponese. Nihei scolpisce i suoi scenari in bianco e nero con una precisione chirurgica: ombre materiche, luci minime e calibrate, dettagli che emergono come incisioni su pietra. Ogni tavola è un’istantanea di un mondo in cui il vuoto e la claustrofobia diventano elementi narrativi.

Sotto la superficie fantasy, il manga cela un’anima filosofica: la Torre come metafora dell’anelito umano verso l’elevazione, e al tempo stesso come simbolo dell’inevitabile caduta. Scalare significa salire verso una morte più alta, un concetto che Nihei declina con un nichilismo raffinato. Non c’è gloria nell’arrivo, forse neppure arrivo: l’importante è l’ascesa stessa, come rito senza promessa.

In Giappone, il manga ha già visto la pubblicazione di quattro volumi entro marzo 2025, e Kodansha USA si prepara a portarlo in Nord America nel 2025. In Italia, Planet Manga ha colto l’occasione per portare un autore amatissimo da queste parti, consapevole che il pubblico nostrano saprà apprezzare il cambio di registro: dal cyberpunk siderale al fantasy claustrofobico, con la stessa potenza visiva e lo stesso rigore narrativo.

Tower Dungeon non è per chi cerca un’avventura fantasy rassicurante. È un’esperienza sensoriale e mentale, una scalata che sfida il lettore a interrogarsi sul senso stesso dell’andare avanti quando la speranza è solo un’eco distante. È Nihei nella sua essenza più pura: spietato, magnetico, ipnotico. E per chi ha amato perdersi nei corridoi infiniti di Blame! o nei vuoti siderali di Knights of Sidonia, questa è un’altra vertigine da affrontare senza voltarsi indietro.

Steam Reverie in Amber: l’artbook steampunk che trasforma manga e tarocchi in poesia illustrata

La prima volta che ho sfogliato le pagine di Steam Reverie in Amber, ho avuto la sensazione di entrare in un sogno a occhi aperti, di varcare una soglia invisibile che conduce a un mondo fatto di vapori ambrati e ingranaggi silenziosi. Non è stato un semplice acquisto in libreria, ma un invito a salire a bordo della Tomeship, una libreria volante dove il tempo sembra essersi fermato e ogni libro nasconde un segreto. Quest’opera di Kuroimori non si lascia incasellare facilmente, e la sua natura sfuggente è proprio ciò che me ne ha fatto innamorare profondamente.

Non è solo un manga, né un semplice artbook, e neppure un testo di filosofia esoterica. È tutto questo e molto di più, una sinfonia visiva e narrativa che tocca corde profonde e risveglia quel tipo di meraviglia che solo le grandi opere sanno ispirare. In un’epoca dominata da storie veloci e immediate, Steam Reverie in Amber chiede al lettore di rallentare, di prendersi il tempo di osservare, di sentire, di interpretare. È un’esperienza intima, un’immersione in un universo sospeso tra lo stile steampunk e una narrazione poetica che mi ha ricordato la malinconia e la magia dei film di Miyazaki, ma con un tocco più introspettivo e sognante.

Al centro di questo mondo etereo c’è Shiori, la barista e bibliotecaria della Tomeship. La sua figura gentile e silenziosa è il cuore pulsante di questo luogo. Non è un’eroina d’azione, ma un’accogliente custode di anime in pena. Il suo bar non è un locale qualsiasi; si può accedere alla Tomeship solo se si ha un cuore spezzato. Questa premessa, così delicata e potente, mi ha catturata fin da subito. Shiori accoglie chi porta con sé ferite invisibili ma profonde, offrendo loro non solo un caffè aromatico, ma uno spazio sicuro in cui affidare i propri ricordi, le proprie sofferenze. La narrazione si sviluppa attraverso i sussurri e le immagini, creando un’atmosfera sospesa e senza giudizio, che mi ha fatto sentire a casa, come se anche io avessi un posto su quella nave.

Le storie all’interno del volume non seguono una trama lineare e non hanno un unico protagonista. Sono piuttosto una raccolta di racconti autoconclusivi, ognuno dei quali si concentra su un personaggio diverso, accomunato da un dolore o una ricerca interiore. L’uso di toni surreali e simbolici, le ambientazioni oniriche e un linguaggio visivo estremamente raffinato permettono al lettore di interpretare ogni racconto in modo personale, quasi come se fossero delle letture tarologiche. E proprio i tarocchi sono uno degli elementi più affascinanti del libro. Non vengono presentati come un mero strumento divinatorio, ma come un linguaggio di archetipi, di percorsi interiori e di suggestioni.

Alla fine del libro, una sezione extra dedicata ai tarocchi giapponesi mi ha letteralmente conquistata. È un approfondimento dettagliato e curato che rivela le radici culturali e simboliche di queste carte nella tradizione nipponica. Questa parte arricchisce enormemente l’esperienza di lettura, invitando a riflettere su temi come il destino, il caso, l’identità e la trasformazione, concetti che da sempre affascinano non solo gli appassionati di esoterismo, ma anche chi, come me, ama scovare i sottotesti filosofici nelle narrazioni.

Ma ciò che rende Steam Reverie in Amber una gioia assoluta per i sensi è senza dubbio l’aspetto visivo. Il volume è interamente a colori e curato con una meticolosità che si vede raramente. La doppia sovraccoperta, una delle quali si trasforma in un poster, è solo la punta dell’iceberg. Ogni tavola è un piccolo capolavoro, ogni vignetta un frammento di un sogno. I disegni sembrano provenire da un videogioco indie mai pubblicato o da un film d’animazione che fonde l’eleganza dello Studio Ghibli con la raffinatezza del cinema d’animazione francese.

Il character design è elegante e ricco di dettagli che invitano a una rilettura attenta. Le ambientazioni della Tomeship e i paesaggi onirici sono cesellati con una cura steampunk che farebbe impazzire chiunque abbia amato opere come Nausicaä della Valle del Vento, Final Fantasy VI o Valkyria Chronicles. C’è una profondità nella costruzione del mondo che difficilmente si trova in un’opera così difficile da etichettare. È, in sostanza, un piccolo miracolo, una chimera che fonde il meglio del manga, del design, della filosofia e dell’arte in un’unica opera coerente e affascinante.

La vera forza di questo libro, tuttavia, risiede nel suo rifiuto di offrire risposte facili. Non è un prodotto da scaffale mainstream. Non accompagna il lettore per mano, né offre spiegazioni didascaliche. Al contrario, richiede uno sforzo di immersione, una predisposizione alla contemplazione e all’interpretazione. È un libro per chi ama il caffè amaro, per chi sfoglia i tarocchi per il puro piacere di perdersi nei loro disegni, per chi ricerca le “Cose Belle” con la “C” maiuscola. E se ti senti parte di questo universo fatto di sogni illustrati e malinconie steampunk, allora Steam Reverie in Amber non ti deluderà. Ogni storia è una piccola mappa dell’interiorità. Ogni illustrazione è una finestra su un altro mondo. Ogni cliente della Tomeship è un frammento di me, di te, di chiunque abbia mai cercato un senso, un amore perduto o un ricordo sbiadito. Questo libro non si limita a essere letto, ma va vissuto, e forse, persino sognato.


Sei pronto a salire a bordo della Tomeship? Porta con te una ferita, un caffè forte e la voglia di perderti tra le stelle. Il viaggio è appena iniziato.

Darwin’s Incident: il manga capolavoro di Shun Umezawa che mette in crisi l’idea stessa di umanità

Immaginate di aprire un manga e di sentire subito quella strana tensione sotto pelle, come quando una storia non si limita a intrattenerti ma inizia a farti domande scomode. The Darwin’s Incident, opera scritta e disegnata da Shun Umezawa, appartiene esattamente a questa categoria rara e preziosa. Non è solo un seinen di successo, non è soltanto un manga premiato e discusso: è una lente crudele e lucidissima puntata sulla nostra idea di umanità, sul concetto di diritto, di convivenza e di responsabilità morale in un mondo che ama le etichette più delle persone.

Pubblicato a partire dal 2020 sulle pagine della rivista giapponese Monthly Afternoon di Kodansha, The Darwin’s Incident ha iniziato quasi in sordina, per poi crescere volume dopo volume fino a diventare uno dei titoli più chiacchierati degli ultimi anni. In Italia arriva grazie a Dynit Manga, con un’edizione curata e solida, come da tradizione dell’editore, capace di valorizzare una storia che non vive di effetti speciali grafici ma di sguardi, dialoghi e silenzi carichi di significato. Non sorprende che l’opera abbia superato il milione e mezzo di copie in circolazione e abbia conquistato riconoscimenti importanti come il Manga Taishō Award e l’Excellence Award al Japan Media Arts Festival: sono premi che non si limitano a certificare il successo commerciale, ma riconoscono un peso culturale reale.

La scintilla narrativa è potente fin dalle prime pagine. Un’azione violenta di un’organizzazione animalista estremista, l’Animal Liberation Alliance, porta alla liberazione di una scimpanzé incinta da un laboratorio di ricerca. Da quella fuga nasce Charlie, un essere unico al mondo, metà umano e metà scimpanzé, presto etichettato con il termine brutale e riduttivo di “humanzee”. Charlie viene adottato e cresciuto da genitori umani, lontano dai riflettori e dal clamore, in un tentativo disperato di offrirgli un’esistenza normale. Ma The Darwin’s Incident non è una favola rassicurante, e Umezawa lo chiarisce subito: la normalità, quando sei diverso in modo così radicale, è un privilegio fragile.

Charlie cresce, studia, osserva. La sua intelligenza supera quella della media umana, le sue capacità fisiche sono straordinarie, ma ciò che colpisce davvero è la sua sensibilità. Non è un mostro, non è un esperimento fuori controllo, non è un simbolo consapevole. È un ragazzo che vuole capire chi è e quale posto può occupare in una società che ragiona ancora per confini rigidi, biologici e ideologici. L’ingresso al liceo, a quindici anni, segna una frattura irreversibile. Lo sguardo curioso lascia spazio alla paura, l’interesse diventa discriminazione, e la convivenza pacifica si trasforma in un campo minato emotivo e sociale.

Accanto a Charlie si muove Lucy, una ragazza brillante e isolata, marchiata come “strana” e “nerd” in un ambiente che non perdona chi esce dai ranghi. Il loro rapporto è uno degli elementi più riusciti del manga, perché non viene idealizzato né strumentalizzato. Lucy non è la classica spalla narrativa, ma un personaggio che riflette, dubita, cresce insieme a Charlie, offrendo al lettore uno sguardo umano e imperfetto su ciò che sta accadendo. In mezzo a loro, come un’ombra sempre più ingombrante, l’ALA ritorna, più radicalizzata, più violenta, decisa a trasformare Charlie in un’icona, in un’arma politica, in un vessillo per una causa che non ammette sfumature.

Ed è proprio qui che The Darwin’s Incident mostra la sua vera forza. Umezawa non si limita a raccontare una storia di fantascienza sociale, ma costruisce un terreno scivoloso dove nessuna posizione è completamente comoda. I diritti animali, la sperimentazione scientifica, l’eco-terrorismo, la manipolazione mediatica, il concetto stesso di “diritti umani” vengono messi sotto una luce spietata. Perché si parla sempre e solo di diritti umani? Cosa accade quando un’altra forma di vita acquisisce intelligenza, linguaggio e autocoscienza pari o superiori alle nostre? Chi decide chi merita tutela, e chi può essere sacrificato in nome di un’idea più grande?

La scrittura di Umezawa è chirurgica. I dialoghi non cercano mai la frase a effetto fine a se stessa, ma scavano lentamente, lasciando domande sospese che continuano a lavorarti dentro anche dopo aver chiuso il volume. La trama avanza con un ritmo controllato, alternando momenti di tensione pura a lunghe sequenze introspettive che ricordano quanto questo manga sia, prima di tutto, una riflessione sull’identità. Charlie non è un eroe né una vittima totale: è uno specchio, e guardarlo significa spesso non riconoscersi, o riconoscersi troppo.

Dal punto di vista grafico, The Darwin’s Incident sceglie la strada dell’essenzialità. Il tratto di Umezawa non punta alla ricchezza ossessiva di dettagli, ma a una pulizia espressiva che rende i volti e i corpi incredibilmente comunicativi. Ogni espressione pesa, ogni inquadratura sembra studiata per amplificare il disagio, la distanza, l’incomprensione. È uno stile che potrebbe sembrare semplice a un primo sguardo, ma che rivela una grande maturità narrativa, soprattutto nel modo in cui accompagna le tematiche senza mai sovrastarle.

Volume dopo volume, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un’opera ancora lontana dal suo epilogo, con un potenziale narrativo enorme e inquietante. La storia non dà risposte facili, non offre soluzioni consolatorie, e forse è proprio questo a renderla così necessaria nel panorama attuale. In un’epoca in cui il dibattito pubblico si polarizza sempre più velocemente, The Darwin’s Incident costringe a rallentare, a pensare, a mettere in discussione certezze che diamo per scontate.

L’annuncio di una trasposizione animata prevista per il 2026 ha acceso inevitabilmente l’attenzione anche di chi non aveva ancora recuperato il manga, ma vale la pena dirlo chiaramente: questa è una storia che nasce per la carta, per il ritmo intimo della lettura, per quel dialogo silenzioso che si crea tra vignetta e lettore. L’anime sarà una nuova porta d’accesso, certo, ma il cuore dell’esperienza resta tra le pagine.

The Darwin’s Incident è uno di quei manga che non ti chiede solo di seguirlo, ma di prenderti una responsabilità come lettore. Ti chiede di scegliere se voltare lo sguardo o affrontare domande scomode su cosa significhi davvero essere umani, oggi. E una volta iniziato questo viaggio, difficilmente se ne esce uguali. Ora la palla passa a voi: Charlie è un errore, un miracolo o un avvertimento? La discussione è appena cominciata.

“Vagabond”: l’epopea definitiva del samurai che cercava sé stesso – un capolavoro disegnato da un dio del manga

Quando si parla dei grandi capolavori del fumetto giapponese, ci sono titoli che hanno segnato epoche e generazioni, opere che non si limitano a intrattenere ma che scavano, riflettono, lasciano un’impronta profonda nella memoria del lettore. Vagabond, per me, è uno di quei manga. È molto più di un semplice racconto a fumetti. È un’esperienza. Una di quelle che ti rimangono addosso, che continui a ripensare anche a distanza di anni. Un viaggio nel tempo, nell’anima e nel significato stesso della parola “forza”.

Takehiko Inoue, che molti hanno conosciuto e amato grazie a Slam Dunk, con Vagabond compie un salto narrativo e stilistico che ha dell’incredibile. Se con Hanamichi Sakuragi ci aveva fatto ridere, emozionare e appassionare al basket, qui ci trascina nel cuore crudo e sanguinante del Giappone feudale del XVII secolo. Ma non aspettatevi la classica epopea da samurai tutta spade e onore. Vagabond è una riflessione, a tratti dolorosa, sulla crescita interiore, sulla violenza, sul senso della vita e su cosa significhi davvero essere forti. Una narrazione che affonda le sue radici nel celebre romanzo Musashi di Eiji Yoshikawa, ma che Inoue rielabora in modo personalissimo, dando vita a un’opera d’autore nel senso più pieno del termine.

La storia parte nel momento esatto in cui la guerra di Sekigahara è appena finita. È il 1600, il Giappone è dilaniato, e in questo contesto di morte e caos incontriamo Shinmen Takezō, un ragazzo selvaggio, rabbioso, quasi bestiale. La sua evoluzione in Musashi Miyamoto – nome che prenderà successivamente – è il cuore pulsante del manga. Un ragazzo che ha conosciuto solo la guerra e che inizia un viaggio solitario per diventare “invincibile”. Ma cosa significa davvero essere invincibili? È una domanda che lo perseguita e che Inoue ci sbatte in faccia più volte, senza mai darci una risposta definitiva. Perché in fondo, anche Musashi non sa davvero dove sta andando. Cerca, si perde, si rialza. Combatte, sì, ma combatte anche con i suoi fantasmi, con i suoi rimorsi, con la paura di diventare un mostro o di non essere abbastanza.

Quello che mi ha colpito fin da subito, e che continua a lasciarmi senza fiato ad ogni rilettura, è la maestria con cui Inoue alterna momenti di feroce brutalità a parentesi di pura contemplazione. Le prime tavole sono un susseguirsi di fendenti, fughe, sangue e fango. E poi, all’improvviso, una pagina quasi vuota, un Musashi che osserva il vento muovere le foglie, un silenzio che dice tutto. Questo ritmo, questa capacità di rallentare e meditare, è una delle cose che rendono Vagabond un’opera unica. È un manga che non ha paura di fermarsi. Anzi, nei suoi silenzi trova la sua forza più autentica.

E poi c’è lui, Kojirō Sasaki. Un personaggio che ho amato in modo viscerale. Inoue lo reinventa come un prodigio della spada sordo e muto, quasi infantile nel suo modo di stare al mondo, ma allo stesso tempo terrificante nella sua abilità. È una figura luminosa, tragica e misteriosa. Un genio puro, che combatte non per gloria, ma per istinto. Il suo contrasto con Musashi è struggente. Non solo sono destinati a confrontarsi, ma sono legati da un filo invisibile, come due poli opposti della stessa esistenza. Laddove Musashi è tormentato dalla necessità di comprendere e razionalizzare, Kojirō è l’incarnazione della spontaneità e dell’istinto. Ed è bellissimo vedere come i due si osservano, si annusano, si evitano e si cercano, in un gioco di riflessi che va oltre la semplice rivalità.

A livello grafico, Vagabond è qualcosa che sfiora il divino. Le tavole di Inoue non si leggono, si contemplano. C’è una cura maniacale per ogni dettaglio: dalle espressioni dei volti, sempre intensi e umani, fino agli sfondi che sembrano dipinti a mano. I paesaggi giapponesi sono così evocativi da far sentire quasi l’odore degli alberi, il rumore dei passi sulla terra bagnata. E i combattimenti? Coreografati con una tale grazia e potenza da sembrare danze mortali. Ogni colpo ha un peso, ogni movimento una logica interiore. Non sono mai fine a sé stessi, ma sempre parte di un discorso più ampio sull’identità, sulla determinazione, sulla paura.

Certo, verso la fine si avverte un certo rallentamento. Alcune tavole diventano più abbozzate, certi capitoli sembrano prendersi tutto il tempo del mondo. Ma non l’ho mai vissuto come un difetto. È come se Inoue stesso, attraverso il manga, stesse cercando qualcosa. Forse una risposta. Forse solo il coraggio di fermarsi. Il fatto che Vagabond sia ancora incompiuto aggiunge a tutto questo un senso di malinconia, come se anche Musashi – e noi lettori con lui – non avessimo ancora trovato la nostra vera via.

Non è un manga per tutti. Lo dico con sincerità. Chi cerca solo azione e colpi di scena, forse resterà spiazzato. Ma chi ama le storie che scavano, che pongono domande, che non danno certezze ma mettono a nudo l’animo umano, troverà in Vagabond una lettura memorabile. Una di quelle che si rileggono più volte nella vita, ogni volta con uno sguardo diverso.

Nel mio percorso da lettore appassionato di manga giapponesi, poche opere mi hanno segnato come Vagabond. È il tipo di fumetto che mi ha ricordato perché amo questo medium, quanto possa essere profondo, potente, capace di parlare al cuore e alla mente. Takehiko Inoue ha creato qualcosa di immortale, che andrebbe studiato, celebrato e tramandato.

E se non l’avete ancora letto, il mio consiglio è di recuperarlo. Ma non abbiate fretta. Leggetelo con calma, assaporando ogni tavola, ogni silenzio, ogni riflessione. Lasciate che Musashi vi accompagni nel suo cammino. Magari, lungo la strada, scoprirete qualcosa anche su voi stessi.

E voi, avete già intrapreso il viaggio di Vagabond? Che impressioni vi ha lasciato? Avete un personaggio che vi è rimasto dentro? Scrivetemi, commentate, condividete questo articolo con chi ama i manga che sanno scavare nell’anima. Perché, come ci insegna Musashi, la vera forza è anche la capacità di affrontare sé stessi.