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Tower Dungeon di Tsutomu Nihei: la scalata oscura tra dungeon crawler e filosofia nichilista

Tsutomu Nihei, il visionario dietro opere di culto come Blame! e Knights of Sidonia, ha deciso di abbandonare le sue sterminate metropoli cyberpunk per intraprendere un viaggio verticale e senza ritorno in un mondo fantasy cupo, rarefatto e ossessivo: Tower Dungeon. Pubblicato a partire da ottobre 2023 su Monthly Shōnen Sirius di Kodansha, il manga ci trascina in una torre inespugnabile che sembra viva, ostile e dotata di un’oscura coscienza, dove un contadino – sì, un contadino qualsiasi, privo di gloria e privo di armature scintillanti – viene arruolato per salvare una principessa intrappolata ai piani più alti.

Dietro questa trama che potrebbe sembrare “classica” si nasconde invece un’opera che rielabora in chiave radicale il dungeon crawler, filtrandolo attraverso la lente di Nihei: silenzi pesanti, ambienti che comunicano più delle parole, geometrie impossibili che si piegano e si contraggono, una narrazione che alterna l’avanzata verticale a brevi e preziose finestre di memoria. Ogni piano della Torre è un microcosmo, una trappola filosofica, un ecosistema chiuso che risponde a regole arcane. L’effetto è straniante: la lettura si trasforma in un’esplorazione mentale, quasi un pellegrinaggio verso un luogo che non promette salvezza.

Il protagonista, Yuva, è un antieroe silenzioso e anonimo, una sorta di “personaggio-avatar” che il lettore abita per filtrare il terrore e l’oppressione della Torre. Non c’è spazio per i protagonisti carismatici o per i compagni di viaggio memorabili: qui, l’entità che domina la scena è l’architettura stessa, che si insinua nella narrazione come un antagonista vivo. L’ascesa è lenta, faticosa, scandita da minacce che non si presentano come semplici mostri, ma come mutazioni impossibili, corpi che sembrano partoriti dalla pietra stessa, ibridi innaturali in un body horror che sfiora l’arte contemporanea.

Esteticamente, Tower Dungeon è un atto d’amore verso il fantasy più cupo, quello in cui il pericolo è costante e il respiro è corto. I rimandi ai videogiochi soulslike e ai dungeon crawler old-school sono evidenti, ma filtrati da una sensibilità grafica che attinge tanto al fumetto europeo – Moebius, Druillet – quanto all’estetica horror giapponese. Nihei scolpisce i suoi scenari in bianco e nero con una precisione chirurgica: ombre materiche, luci minime e calibrate, dettagli che emergono come incisioni su pietra. Ogni tavola è un’istantanea di un mondo in cui il vuoto e la claustrofobia diventano elementi narrativi.

Sotto la superficie fantasy, il manga cela un’anima filosofica: la Torre come metafora dell’anelito umano verso l’elevazione, e al tempo stesso come simbolo dell’inevitabile caduta. Scalare significa salire verso una morte più alta, un concetto che Nihei declina con un nichilismo raffinato. Non c’è gloria nell’arrivo, forse neppure arrivo: l’importante è l’ascesa stessa, come rito senza promessa.

In Giappone, il manga ha già visto la pubblicazione di quattro volumi entro marzo 2025, e Kodansha USA si prepara a portarlo in Nord America nel 2025. In Italia, Planet Manga ha colto l’occasione per portare un autore amatissimo da queste parti, consapevole che il pubblico nostrano saprà apprezzare il cambio di registro: dal cyberpunk siderale al fantasy claustrofobico, con la stessa potenza visiva e lo stesso rigore narrativo.

Tower Dungeon non è per chi cerca un’avventura fantasy rassicurante. È un’esperienza sensoriale e mentale, una scalata che sfida il lettore a interrogarsi sul senso stesso dell’andare avanti quando la speranza è solo un’eco distante. È Nihei nella sua essenza più pura: spietato, magnetico, ipnotico. E per chi ha amato perdersi nei corridoi infiniti di Blame! o nei vuoti siderali di Knights of Sidonia, questa è un’altra vertigine da affrontare senza voltarsi indietro.

Tra sabbia, sangue e anime immortali: “La Tomba del Faraone” di Keiko Takemiya, il manga storico che risveglia l’anima dell’Antico Egitto

Quando ho aperto il cofanetto de La Tomba del Faraone, edito da J-POP Manga, mi è sembrato di far scattare un meccanismo antico, come se avessi sfiorato una leva nascosta sotto la sabbia del deserto egizio. Il profumo delle pagine, la luce che accarezzava i frontespizi dorati, e quella promessa sottile racchiusa tra le tavole: stai per entrare in un altro tempo. E credetemi, ci sono entrata anima e cuore. Questo non è solo un manga, è un portale narrativo, una macchina del tempo che ci trasporta in un Egitto crepuscolare, scolpito nel mito e nella tragedia, in un’epopea che gronda sangue, sabbia e passione.

La Tomba del Faraone è un’opera maestosa di Keiko Takemiya, nome che ogni otaku con un minimo di consapevolezza storica del manga dovrebbe pronunciare con la stessa devozione con cui si nomina Osamu Tezuka o Riyoko Ikeda. Takemiya, sì, proprio lei, la madre de Il poema del vento e degli alberi, quel manga rivoluzionario che ha cambiato per sempre lo shōjo e aperto le porte al Boy’s Love, quando ancora il termine nemmeno esisteva. Ma prima del poema, prima della tempesta che avrebbe scosso il manga anni ’70, c’è stato questo gioiello dimenticato: Pharaoh no Haka, finalmente arrivato in Italia in un’edizione che è un regalo per chi ama la cultura pop giapponese, ma ha anche un debole per la storia antica, le tragedie epiche e i drammi interiori laceranti.

La trama è un affresco carico di tensione e simbolismo. Siamo nel momento in cui l’unificazione dell’antico Egitto inizia a sgretolarsi. Il regno pacifico e colto di Esteria viene travolto dalla forza brutale di Urjna, guidato dal faraone Sneferu, personaggio ambiguo, crudele, affascinante, quasi un incrocio tra Ramses e un villain shakespeaeriano. In mezzo a questa disfatta, nasce la figura di Sariokis, principe dal volto angelico e dallo spirito indomito, che dopo la caduta del suo regno si ritrova schiavo, fuggitivo, ribelle, icona. Diventa il Falco del deserto, e con lui il manga cambia respiro, da cronaca storica a leggenda, da semplice shōjo a tragedia greca travestita da fumetto orientale.

Sariokis è uno di quei personaggi che ti entra dentro e ci resta. All’inizio quasi infastidisce, perché lo vedi piccolo, fragile, spazzato via dalla brutalità del mondo. Ma poi cresce, si spezza e si ricompone, ogni volta più forte, ogni volta più complesso. C’è qualcosa di profondamente poetico nella sua resilienza, un eroismo che nasce dalla sofferenza e non dalla forza. E quando scopri che la sua unica debolezza è la sorella Nile – dolce, misteriosa, figura femminile dallo sguardo struggente – capisci che l’amore, in questa storia, è un campo di battaglia. Un’arma. Una condanna.

Ed è proprio qui che Takemiya mostra il suo genio. L’amore non è mai puro rifugio: è tormento, è sacrificio, è una corda tesa sull’abisso. L’intero manga è attraversato da una sensualità sotterranea e pericolosa, da tensioni emotive che ricordano le opere più intense di Yukio Mishima o i drammi di Euripide. E tutto questo, signori miei, in un manga pensato per ragazze adolescenti. Già negli anni ’70. Siamo di fronte a un’autrice che non solo ha osato, ma ha sfidato i limiti della sua epoca, raccontando sesso, violenza, potere e manipolazione con uno sguardo crudo e al tempo stesso pieno di empatia. Lo stile si evolve man mano che le pagine socrrono tra le dita, le tavole diventano vertiginose, le inquadrature teatrali, il dolore quasi fisico. Sneferu, Kes, la madre del faraone, la figlia del visir: tutti, in un modo o nell’altro, sono travolti dall’amore o dalla brama. E quando il dramma raggiunge il suo apice, ti rendi conto che stai leggendo qualcosa che va oltre l’intrattenimento: è arte.

E l’edizione J-POP, lasciatemelo dire, è una dichiarazione d’amore. Il cofanetto è solido, elegante, quasi regale, con quei frontespizi d’oro che sembrano brillare come geroglifici alla luce del tramonto. Le pagine a colori sono rare gemme incastonate tra le ombre e i chiaroscuri del manga. È il tipo di edizione che, una volta letta, non riponi nello scaffale come le altre. Le dedichi uno spazio speciale, come si fa con le reliquie.

La Tomba del Faraone è un manga che parla a chi ama la storia, ma non quella scolastica e fredda dei manuali. Parla a chi sogna tra le dune, a chi immagina dèi crudeli e amanti dannati, a chi cerca nel manga qualcosa di più del semplice “mi piace”. È un’opera che ti scava dentro, che ti sfida a resistere al dolore dei suoi personaggi e poi ti premia con una bellezza che fa male. È, semplicemente, un’opera d’arte.

E ora, ditemi: voi conoscevate questo titolo? Avevate mai sentito parlare di Pharaoh no Haka prima che J-POP lo riportasse alla luce come un tesoro sepolto? Vi affascina l’antico Egitto tanto quanto affascina me, tra alabastro, incensi e destini scolpiti nella pietra?

Parliamone nei commenti qui sotto, oppure condividete questo articolo sui vostri social e fatelo leggere a quell’amico o amica che colleziona cofanetti manga come se fossero papiri sacri. Perché La Tomba del Faraone non è solo un manga da leggere: è un’esperienza da vivere, da custodire e – perché no – da tramandare.

“La Neve dello Scorso Anno”: poesia, memoria e manga – un viaggio nel cuore di Eiichi Muraoka

C’è un momento particolare, sfuggente, in cui sfogliando le pagine di un manga non leggi solo una storia: ti ritrovi a viverla. Questo è quello che mi è successo con La Neve dello Scorso Anno, l’ultima – e probabilmente definitiva – opera di Eiichi Muraoka, appena pubblicata in Italia da Nippon Shock Edizioni. Da appassionata di manga giapponesi da oltre vent’anni, ho sentito subito che questo non era un titolo qualunque, ma una di quelle rarità che ti arrivano dritte al cuore e che lasciano un’eco difficile da dimenticare.

Quando ho letto che questo manga aveva vinto il Premio Manga Kingdom Tosa 2024 ai 53° Japan Cartoonists Association Awards, mi sono chiesta cosa potesse avere di tanto speciale da aver colpito i giurati di una delle più importanti istituzioni del fumetto giapponese. Ma è bastato aprire il volume, sentire il fruscio delle pagine e immergermi nella prima storia per capirlo. La Neve dello Scorso Anno non è solo una raccolta di racconti brevi: è una meditazione profonda sulla vita, il tempo che passa, le persone che incontriamo e i ricordi che portiamo con noi. Il titolo stesso è un invito alla riflessione: la neve caduta l’anno prima è ormai sciolta, irrecuperabile, eppure resta nella memoria come una carezza fredda e silenziosa.

Lo stile di Muraoka è unico. A chi è abituato ai manga frenetici, pieni d’azione e colpi di scena, quest’opera potrà sembrare un sussurro. Ma è proprio quel sussurro a farsi largo nell’anima. I disegni sono semplici, rotondi, quasi infantili nel loro minimalismo kawaii, ma ogni vignetta racchiude un mondo. Gli spazi bianchi, il silenzio delle scene, il ritmo lento delle narrazioni: tutto serve a costruire un’atmosfera intima, rarefatta, dove ogni parola è pesata e ogni gesto ha un significato.

Le storie, seppur brevi, sono potentissime. Ci sono incontri casuali che diventano momenti indelebili, memorie d’infanzia che si mescolano alla neve che cade, episodi autobiografici che mostrano il giovane Muraoka al fianco di leggende del manga come Shinji Nagashima e Fumiko Okada. Alcuni racconti sembrano scritti con una penna tremante ma piena d’amore, quasi un saluto affettuoso a un’epoca che sta finendo – forse anche alla vita stessa. Non è un caso che questa venga annunciata come l’ultima opera del maestro, malato e consapevole che ogni pagina potrebbe essere un addio.

Mi ha colpito profondamente la motivazione del premio ricevuto: non solo per il valore artistico e culturale dell’opera, ma anche per il suo significato storiografico. Attraverso i suoi ricordi, Muraoka ci offre un documento prezioso sul mondo del manga del dopoguerra, raccontando la passione, le amicizie e la sana competizione che hanno animato la scena artistica giapponese di quegli anni. Leggere queste pagine è come sedersi accanto a lui mentre rievoca la sua giovinezza, i suoi sogni, le sue fatiche.

L’edizione italiana è curata con grande rispetto da Nippon Shock Edizioni. È un volume di pregio, con una traduzione attenta e sensibile firmata da Roberto Pesci, che riesce a conservare tutta la delicatezza e la poesia dell’originale. La veste grafica è sobria ma elegante, e il formato 15×21 permette di godere appieno della bellezza dei disegni. Il prezzo, 9,50 euro, è più che giustificato per un’opera che, a mio avviso, dovrebbe trovare spazio nella libreria di ogni appassionato vero.

Questo manga, disponibile dal 20 maggio 2025 nelle fumetterie, librerie e store online, si rivolge a chi cerca qualcosa di più del semplice intrattenimento. È pensato per chi ama le storie che sanno emozionare, per chi apprezza la nostalgia di un Giappone che sta scomparendo, fatto di silenzi, rituali e memoria. E sì, anche per chi – come me – ha sempre creduto che i manga siano arte, e non solo evasione.

Il successo di La Neve dello Scorso Anno si affianca a quello di Losers di Kōjii Yoshimoto, altra perla pubblicata da Nippon Shock, e dimostra ancora una volta l’impegno di questa casa editrice nel portare in Italia opere di altissimo livello. Tra le uscite più recenti figurano anche Tsugumomo di Yoshikazu Hamada e Ancient Warrior Haniwatt di Kenji Taketomi, ma è con Muraoka che si raggiunge forse la vetta della poesia.

Quando penso a questo manga, mi viene in mente una sensazione che ho provato tante volte guardando cadere la neve: quella malinconia dolce, quell’incanto fragile che si scioglie troppo in fretta. Ma se c’è qualcosa che La Neve dello Scorso Anno ci insegna, è che quei momenti, anche se passati, continuano a vivere dentro di noi. E che la bellezza, come la neve, non ha bisogno di durare per sempre per essere eterna.

Il Mondo delle Fessure Rotonde: Il Giappone degli Yokai sbarca in Occidente attraverso la penna di Shigeru Mizuki

C’è un universo nascosto tra i vicoli illuminati al neon di Tokyo e le ombre silenziose delle montagne giapponesi. Un mondo abitato da creature misteriose, spiriti dimenticati e leggende che respirano ancora. Questo universo prende vita ne Il Mondo delle Fessure Rotonde, un’antologia imperdibile che porta per la prima volta in Occidente una selezione di storie firmate dal maestro Shigeru Mizuki, uno dei più influenti mangaka giapponesi, creatore di un immaginario popolato da yokai, fantasmi e figure arcane del folklore nipponico. Pubblicato da Canicola in occasione della mostra Mondo Mizuki, Mondo Yokai – curata da Vincenzo Filosa e Mizuki Productions per la 27° edizione del Far East Film Festival – questo volume rappresenta una vera e propria reliquia culturale. Un libro che ha il sapore dell’incanto e della scoperta, un viaggio onirico dentro una cultura che ha saputo mescolare tradizione e modernità come nessun’altra.

Shigeru Mizuki non è semplicemente un autore: è un narratore di confine, un ponte vivente (e disegnato) tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Le sue opere pubblicate tra il 1964 e il 1972 sulla rivista Garo – la bibbia del manga alternativo – vengono qui raccolte e proposte con una cura editoriale che è già di per sé un atto d’amore verso l’arte del fumetto. Il Mondo delle Fessure Rotonde non è solo una raccolta di storie inedite, ma un prezioso documento storico, una lente che ci permette di guardare nel profondo dell’anima giapponese attraverso la sensibilità unica di un autore che ha saputo dare forma al soprannaturale senza mai privarlo della sua carica emotiva, spesso malinconica, a volte beffarda, sempre umanissima.

Nel cuore di queste storie si muovono creature che sembrano uscite da un sogno febbrile: verruche parlanti, cloni ninja, alchimisti da strapazzo e mantelli volanti. Ma il tono non è mai grottesco per il gusto di esserlo. Mizuki si diverte, sì, ma sempre con uno scopo più grande: quello di raccontare come gli spiriti del passato, le leggende che popolavano i racconti delle nonne e le paure infantili, siano ancora presenti, nascosti sotto la patina scintillante del Giappone moderno.

Le città diventano quindi il palcoscenico per queste antiche entità, le metropoli vibrano di presenze che sfuggono agli occhi dei più, ma che Mizuki riesce a catturare con la sua penna. Ed è così che nelle sue tavole possiamo vedere un’anziana che passeggia teneramente con un piccolo teppistello in erba, oppure scorgere la silhouette di uno yokai appollaiato sopra un grattacielo. I confini tra realtà e leggenda si assottigliano, le fessure rotonde del titolo diventano veri e propri portali da cui il passato può riaffacciarsi sul nostro presente.

C’è un altro elemento che rende quest’opera ancora più preziosa: oltre ai manga, il volume include scritti autobiografici e riflessioni profonde di Mizuki sul linguaggio stesso del fumetto. Un’opportunità rara per avvicinarsi al pensiero creativo di un autore che ha rivoluzionato il modo di raccontare attraverso le immagini. Le sue parole ci guidano tra le pieghe della sua arte, svelandoci quanto ogni scelta stilistica, ogni inquadratura, ogni volto mostruoso nasconda una riflessione sulla società, sulla memoria, sull’identità.

E se il nome Garo suona familiare agli appassionati, è perché su quella stessa rivista hanno pubblicato giganti come Yoshiharu Tsuge – assistente di Mizuki e anch’egli figura chiave del manga d’autore – contribuendo a definire una nuova poetica, alternativa e profondamente libera. Un vero laboratorio creativo che ha dato voce a visioni fuori dagli schemi, dove anche il grottesco, l’onirico e il surreale trovavano spazio per fiorire.

Con Il Mondo delle Fessure Rotonde, i lettori italiani hanno finalmente accesso a un tesoro nascosto. Non solo un tributo a Mizuki a dieci anni dalla sua scomparsa, ma una riscoperta viva, palpitante, di un intero immaginario che continua a influenzare manga, anime, film e videogiochi. Un’opera fondamentale per chiunque voglia comprendere davvero le radici del fantastico giapponese e il modo in cui queste si intrecciano con il nostro presente.

Se amate i manga, se siete affascinati dal folklore giapponese, se il vostro cuore batte un po’ più forte ogni volta che sentite parlare di yokai e spiriti inquieti, allora questo libro fa per voi. È una porta aperta su un mondo meravigliosamente inquietante, uno di quelli da attraversare con gli occhi sgranati e la mente pronta a lasciarsi stupire.

E ora tocca a voi, cari lettori del CorriereNerd.it: siete pronti a varcare la soglia delle fessure rotonde? Conoscete già le opere di Shigeru Mizuki o è la prima volta che vi imbattete nei suoi yokai? Raccontateci nei commenti le vostre impressioni, esperienze e scoperte. E se questo articolo vi ha incuriosito o emozionato, condividetelo sui vostri social: aiutiamo insieme questi spiriti antichi a trovare nuovi occhi in cui rispecchiarsi!

Claudine! di Riyoko Ikeda: un grido struggente d’identità nel cuore della Belle Époque

Ci sono storie che non si dimenticano. Ci sono storie che, seppur scritte decenni fa, sembrano ancora oggi pulsare con la stessa intensità, con la stessa urgenza emotiva di quando sono nate. Claudine! di Riyoko Ikeda è una di queste. Un volume unico, un gioiello della narrativa a fumetti che J-POP Manga riporta in libreria e fumetteria dal 2 maggio, in una nuova edizione che rende giustizia a un’opera tanto breve quanto potente. Come appassionata di anime e manga giapponesi – e in particolare delle opere shōjo che coniugano eleganza grafica, profondità emotiva e coraggio tematico – non posso che sentirmi travolta da questo manga, che va oltre la narrativa di genere per sfiorare l’anima di chi legge.

Riyoko Ikeda, già autrice del leggendario Lady Oscar (Le Rose di Versailles), ha il dono raro di scrivere personaggi che sembrano usciti dal cuore stesso della tragedia greca, immersi in scenari raffinati ma carichi di tensione. In Claudine!, ambientato in una Francia di fine Ottocento, in bilico tra i fasti dell’aristocrazia e le inquietudini di un secolo nuovo, ci racconta la vita di un giovane che si percepisce uomo, nonostante il corpo assegnatogli alla nascita sia quello di una donna. Claude – o Claudine, come lo chiamano tutti – è un personaggio che spacca il cuore. Forte, intelligente, affascinante, eppure condannato a un dolore sordo e continuo, fatto di incomprensione, di desideri soffocati, di amori impossibili.

La sua storia è narrata con lo sguardo partecipe di un medico che lo conosce fin da bambino, chiamato dalla madre preoccupata a “curare” quella che lei considera una stranezza. Ma il dottore, al contrario, si affeziona profondamente a Claudine, comprendendone la complessità e intuendo in lui una straordinaria intensità umana. Attraverso le sue parole, Ikeda tesse una trama che ha il respiro del destino, dove ogni amore, ogni incontro, ogni frattura emotiva sembra ineluttabile.

Claudine ama, disperatamente. Ama Maura, la domestica della sua infanzia, e poi Cecilia, la raffinata bibliotecaria che, come in un dramma shakespeariano, è legata al passato oscuro del padre di Claudine. Ama infine Sirene, la donna che per un breve tempo sembra accettarlo davvero, ma che finirà col tradirlo, scegliendo uno dei suoi fratelli. Ogni amore è una fiammata, un sogno che si infrange contro il muro dell’invisibilità, contro i pregiudizi di un mondo che non ha spazio per un’identità fuori dagli schemi.

La penna di Ikeda è implacabile. Non concede facili redenzioni, non addolcisce la realtà. Eppure, nel dolore, c’è sempre una tensione poetica, un’estetica struggente che rende tutto incredibilmente bello. Anche la morte, che arriva con la sua brutalità, è dipinta come un ultimo atto di liberazione. Claudine si toglie la vita perché il suo corpo è una prigione troppo stretta, e lo fa con la dignità tragica di un eroe classico, consapevole che il mondo non è pronto a vederlo per ciò che è davvero.

A colpire, in questa lettura, non è solo la forza tematica, pionieristica e ancora oggi attuale, ma anche la delicatezza del tratto grafico, la composizione delle tavole, l’uso espressivo degli sguardi e dei silenzi. Ikeda è una maestra nel suggerire l’indicibile. Gli occhi ramati di Claudine, che bruciano di rabbia e dolcezza, sono il filo conduttore di tutto il manga. In quegli occhi c’è un’umanità che trascende il genere, la biologia, la morale sociale.

Intorno a lui, ruotano figure che lo amano, lo temono o lo fraintendono. Il padre, Auguste, è un uomo contraddittorio: lo educa come un maschio, lo porta a caccia, gli parla del mondo… ma è anche portatore di una morale ambigua e di segreti torbidi che avvelenano il cuore della famiglia. I fratelli lo amano e lo accettano per quello che è, ma ne restano comunque a distanza. Rosemarie, forse l’unico personaggio che riesce davvero a intuire la sua identità, lo definisce “un uomo imprigionato nel corpo di una donna”. È una frase che risuona come un’eco potente in tutto il manga, condensando in poche parole il dramma esistenziale del protagonista.

Claudine! è anche una riflessione su quanto possa essere fragile l’amore, quando non trova un terreno fertile dove attecchire. E su come la società – ieri come oggi – sia ancora impreparata a comprendere la complessità dell’identità di genere. Claudine non cerca di “diventare” uomo. Lui è uomo. Ma il mondo non lo riconosce, lo respinge, lo condanna. E questo lo rende un personaggio profondamente moderno, che anticipa di decenni i dibattiti attuali sulla disforia di genere, sulla visibilità delle persone transgender, sul diritto di esistere per ciò che si è.

Questa nuova edizione di Claudine! arriva come un dono per chi, come me, ama il manga come forma d’arte e strumento di esplorazione dell’animo umano. E rappresenta un’occasione per riscoprire una delle voci più audaci e poetiche del fumetto giapponese, capace di raccontare l’invisibile con una grazia devastante. Claudine, con la sua bellezza enigmatica, con la sua malinconia ardente, non è un semplice personaggio: è una ferita aperta, un simbolo di libertà negata, una voce che chiede ancora oggi di essere ascoltata. Sono convinta che Claudine! sia più di un manga: è una lettera d’amore scritta col sangue, un’opera che ci obbliga a guardare negli occhi la complessità dell’essere umano. Un invito a comprendere, ad abbracciare, a non giudicare. Un grido silenzioso che – ancora oggi – riesce a rompere il cuore e a illuminarlo allo stesso tempo.

“Folli Passioni” di Kamimura Kazuo arriva in Italia: un capolavoro emozionante in edizione limitata

Arrivano finalmente in Italia i due volumi di “Folli Passioni” di Kamimura Kazuo, un’opera intensa e appassionante che si presenta in tre edizioni: regular, variant esclusiva per le fumetterie (in tiratura limitata) e un cofanetto disponibile solo nello shop Coconino. Una pubblicazione attesissima per gli amanti del manga d’autore, che segna un nuovo tassello nel percorso di riscoperta del maestro Kamimura.

“La passione per l’arte e quella amorosa s’intrecciano nel nuovo capolavoro scritto e disegnato da Kamimura”, un’opera in cui la maestria del celebre autore giapponese raggiunge nuove vette espressive. Taniguchi Jiro, una delle voci più autorevoli del manga contemporaneo, disse di lui: «Il suo disegno si distingueva per un’eleganza mai vista prima di allora». Un’affermazione che ben si adatta a descrivere “Folli Passioni”, un’opera capace di trasportare il lettore nella vibrante epoca Edo.

La storia si colloca nella prima metà del XIX secolo e segue le vicende di Sutehachi, un giovane artista che giunge a Edo per lavorare con il leggendario Maestro Hokusai, una delle figure più influenti della storia dell’arte giapponese. Ma la vita del protagonista è un costante equilibrio tra dedizione artistica e una ricerca quasi compulsiva del piacere. Sutehachi intreccia così una relazione con O-Shichi, una giovane donna enigmatica e tormentata, affascinata dal fuoco e dagli incendi, un legame pericoloso e appassionato che si dipana in un crescendo drammatico.

L’opera di Kamimura esplora due tematiche fondamentali della sua poetica: l’amore portato all’estremo e la devozione per l’arte. Attraverso il percorso di Sutehachi, il maestro ci regala un affresco potente e tragico dell’epoca Edo, popolato da artisti, artigiani e personaggi ambigui, in un Giappone ancora lontano dall’ordine e dal rigore che oggi lo caratterizzano. L’antica Edo che emerge dalle pagine di “Folli Passioni” è un luogo vibrante, ricco di tensioni e contrasti, dove il confine tra genio e sregolatezza è sottile e sfuggente.

L’abilità di Kamimura nel trasportare il lettore in epoche lontane è straordinaria: ogni tavola è un omaggio all’estetica raffinata dell’ukiyo-e, con richiami diretti alle opere di Hokusai e ai maestri del periodo. Il tratto elegante e sensuale dell’autore si unisce a una narrazione intensa, capace di alternare momenti di lirismo visivo a scene crude e passionali. Le atmosfere evocate ricordano le stampe dell’epoca, in cui il mondo fluttuante prende vita attraverso dettagli ricercati e un uso sapiente della composizione.

Ma “Folli Passioni” non è solo un tributo all’arte di Hokusai e alla cultura giapponese del XIX secolo; è anche una riflessione sulla condizione umana, sulle pulsioni inarrestabili che spingono l’individuo oltre i limiti della ragione. L’ossessione per il piacere, il desiderio di eccellere, la ricerca dell’immortalità attraverso l’arte: tutti questi elementi si fondono in una narrazione avvolgente e struggente, che lascia il segno nel cuore del lettore.

L’edizione italiana curata da Coconino Press è un evento imperdibile per gli appassionati di Kamimura e per chiunque voglia scoprire uno dei suoi lavori più intensi e sofisticati. La possibilità di scegliere tra l’edizione regular, la variant da collezione e il raffinato cofanetto esclusivo per lo shop Coconino permette di godere appieno dell’esperienza di lettura, arricchita da una stampa di alta qualità che valorizza ogni dettaglio dell’arte di Kamimura.

“Folli Passioni” è un viaggio sensoriale ed emotivo, una finestra aperta su un Giappone lontano e affascinante, un’opera che incanta e travolge, confermando ancora una volta il talento immortale di Kamimura Kazuo. Un manga che non può mancare nella collezione di chi ama le grandi storie, l’arte sublime e la narrazione senza tempo.

I Sette Figli del Drago: l’incanto delle fiabe moderne nell’antologia fantasy di Ryoko Kui, autrice di Dungeon Food

Ma che diamine ho appena letto? Sul serio, “I Sette Figli del Drago” di Ryoko Kui è uno di quei manga che ti prende in contropiede e ti schiaffa in faccia sette storie così assurde, geniali, poetiche e fuori di testa che ti ritrovi alla fine del volume a fissare il vuoto pensando: ma perché non l’ho letto prima?!

Pubblicato da J-POP Manga, questo volume unico è una raccolta di sette racconti autoconclusivi che ci fanno volare dalla fantasy medievaleggiante al Giappone moderno passando per realtà alternative dove sirene giocano a baseball e artisti danno vita alle loro opere con un occhio solo. E tutto questo è frutto della mente di Ryoko Kui, già autrice del capolavoro Dungeon Food, che ci aveva già dimostrato di avere un talento fuori scala nel mescolare fantasy e quotidianità con un’ironia da manuale. Se ancora non siete caduti ai suoi piedi, questo libro vi darà la spinta definitiva.

Ogni storia di questa raccolta è un piccolo universo a sé. In La torretta del drago, ad esempio, c’è un drago che si piazza tra due regni in guerra e blocca tutto. Ma non è una storia d’azione, è una roba che parte come fiaba e finisce per parlare di diplomazia, empatia e… amore per il meraviglioso. Vietato pescare le sirene, invece, ci fa incontrare una sirena testarda e un protagonista che più sfigato non si può, in una storia dolcissima ma anche profonda, che tira fuori domande esistenziali sulla diversità senza risultare pesante. E la sirena? Tenerissima, ve lo giuro.

Poi c’è La mia divinità, con un dio-pesce imbranato e una ragazzina alle prese con gli esami: sembra una storia semplice ma riesce a toccare corde insospettabili con ironia e malinconia. Ma quando sono arrivata a I lupi non mentono, ragazzi, lì ho ceduto. Una sorta di versione alternativa di Wolf Children, ma più cruda, più ironica, più sincera. E quel legame madre-figlio, visto attraverso la “sindrome del lupo”, mi ha dato il colpo di grazia.

Con Byakuroku lo squattrinato si viaggia nel tempo, in un Giappone da ukiyo-e vivente, dove un vecchio artista povero crea un suo doppio animato per portare in giro le sue opere. Un trip visivo e narrativo che parla di arte, solitudine e seconde possibilità con una delicatezza che disarma. E vogliamo parlare del fatto che l’opera prende vita perché lui non disegna mai la seconda pupilla? Genio.

Quando i bimbi fanno i bravi si sente il drago cambia tono, si fa cupa, più avventurosa. Una donna in lutto accompagna un principe in cerca di una scaglia di drago per salvare suo padre… ma le cose non sono come sembrano. Questa è la storia che mi ha lasciato più perplessa, ma in senso buono: è densa, più contorta, ma ha quel twist finale che ti fa rivalutare tutto.

Infine, La famiglia Inutani chiude il volume con una risata. Una ragazza che trasforma ogni vestito in pigiami. Ma come le vengono certe idee?! Ed è proprio qui che si capisce la vera potenza di Ryoko Kui: riesce a prendere concetti che in mano ad altri farebbero ridere per i motivi sbagliati, e li trasforma in storie adorabili, intelligenti e che ti restano addosso.

A livello grafico, lo stile è riconoscibilissimo: tratti morbidi, tavole pulite, espressività alle stelle (anche se a volte i nasi scompaiono, ma chi se ne frega?). Non ci sono pagine a colori, l’edizione J-POP è dignitosa, anche se nulla di eclatante. Ma il contenuto? Fuori scala. E per meno di dieci euro, abbiamo tra le mani un manga che non solo si legge d’un fiato, ma che ti fa venir voglia di recuperare tutto quello che questa autrice ha mai disegnato, comprese le sue liste della spesa.

Se siete stufi delle solite serie infinite, se volete un fantasy diverso, a volte delicato, a volte comico, a volte profondo e altre completamente folle, I Sette Figli del Drago è quello che fa per voi. Fidatevi di chi legge manga da più tempo di quanto abbia memoria: Ryoko Kui è una delle penne (e matite) più brillanti in circolazione.

E ora la palla passa a voi: lo avete letto? Avete altri manga antologici da consigliarci che vi hanno fatto lo stesso effetto di questa bomba fantasy? Scriveteci nei commenti e fate girare l’articolo, che le sirene di Ryoko Kui meritano più pubblico di quello di una finale di Champions!

“Un anno – Primavera”: il tocco gentile di Jiro Taniguchi incontra la sensibilità di Jean-David Morvan

C’è qualcosa di profondamente intimo e commovente nel prendere in mano Un anno – Primavera, il primo volume della delicata quadrilogia scritta da Jean-David Morvan e illustrata dal maestro Jirō Taniguchi, pubblicata da Rizzoli Lizard. È una lettura che chiede tempo, silenzio e una certa predisposizione al lasciarsi ferire in modo gentile. Questo non è un manga da divorare, ma da assaporare lentamente, come un tè preparato con cura o un ricordo che ritorna all’improvviso nei primi giorni di primavera.

A guidare il lettore è Capucine, una bambina di otto anni affetta da una forma lieve, ma ben presente, della sindrome di Down. Una condizione che non è subito riconoscibile fisicamente, e che proprio per questo genera in chi le sta intorno una costante – e dolorosa – incomprensione. Capucine non viene capita, non viene accolta. Non dalla scuola, che la isola e la respinge. Non dagli adulti, spesso smarriti o sopraffatti dalle loro stesse fragilità. Eppure lei, con il suo sguardo unico, riesce a vedere le cose nella loro interezza, riesce a sentire il dolore degli altri, a leggere l’aria quando si fa pesante, ad amare senza filtri.

Ciò che rende questo volume così speciale è proprio la sua capacità di restituire quella visione: Capucine è diversa, sì, ma non nel senso che ci aspetteremmo. È diversa perché è pura, e in un mondo che ha dimenticato la tenerezza, la purezza è quasi un disturbo, un elemento fuori posto. La storia si svolge in quel momento delicato e impercettibile in cui l’infanzia comincia a sgretolarsi. Non è un trauma preciso, non c’è un evento di rottura esplicito. È piuttosto una somma di cose: una zia che si ammala, due genitori sul punto di separarsi, una scuola che non fa spazio. Capucine si trova a dover decifrare tutto questo, senza le parole giuste, ma con una sensibilità che trascende l’intelletto.

Jean-David Morvan, sceneggiatore tra i più raffinati della bande dessinée contemporanea, costruisce un racconto che rifiuta ogni forma di retorica. La sindrome di Down non è mai spettacolarizzata né trattata come una semplice “diversità” da superare. È, piuttosto, una lente con cui guardare il mondo. Morvan riesce in un’impresa difficilissima: scrivere una storia sull’alterità senza mai cadere nella trappola del pietismo. Capucine non è un simbolo, non è un “caso umano”. È una bambina, con desideri, paure e una sensibilità acutissima. E lo è soprattutto grazie al segno inconfondibile di Taniguchi.

Che dire, infatti, del lavoro del maestro giapponese? In questi anni, Jirō Taniguchi ha costruito un vero e proprio ponte tra la narrazione grafica nipponica e quella europea. È uno di quegli autori che riescono a far tacere la pagina, a riempirla di silenzi eloquenti. I suoi paesaggi sono carichi di quiete, le sue inquadrature sembrano quasi cinematografiche, il suo tratto è sobrio, ma densissimo di emozioni. E in Un anno – Primavera questo stile raggiunge una grazia rara.

Ogni tavola respira. La primavera non è solo una cornice stagionale, ma una protagonista silenziosa. I fiori, i cieli chiari, i rami che si allungano verso la luce: tutto racconta la lenta trasformazione di Capucine, il suo sbocciare incerto. Il segno di Taniguchi, così attento alla natura e alle espressioni minime dei personaggi, ci restituisce una realtà filtrata attraverso la meraviglia. Quella meraviglia che Capucine porta con sé, anche nei momenti più duri.

C’è un passaggio in cui la bambina osserva il mare in silenzio, mentre il vento le accarezza i capelli. Non serve che dica nulla. Quel momento vale più di mille dialoghi. È lì che Taniguchi si rivela per quello che è: un poeta del visivo. Un autore capace di catturare l’invisibile. Un maestro che, ancora oggi nel 2011, continua a regalarci opere che sembrano venire da un’altra epoca, un’epoca in cui la lentezza era una virtù e i sentimenti non erano merce narrativa.

Leggere Un anno – Primavera oggi significa anche riflettere su come il fumetto possa diventare uno strumento di educazione emotiva. In un’epoca in cui tutto corre e si semplifica, Morvan e Taniguchi ci chiedono di fermarci. Di guardare. Di ascoltare. Ci parlano di una bambina che, per quanto fragile e “diversa”, riesce a fare la cosa più difficile di tutte: donare amore, incondizionatamente. Lo fa ai suoi genitori che non riescono più a parlarsi. Lo fa alla zia, che combatte una malattia. Lo fa al lettore, che esce da questa lettura con il cuore più pieno.

In conclusione, Un anno – Primavera non è soltanto il primo tassello di una tetralogia dedicata alle stagioni dell’anima. È una dichiarazione d’intenti. È la dimostrazione che il manga – e il fumetto in generale – può affrontare la diversità senza semplificazioni, può raccontare la disabilità senza scivolare nel melodramma, può essere strumento di empatia autentica. È un’opera che dovrebbe essere letta nelle scuole, discussa nei gruppi di lettura, regalata a chi crede ancora che i fumetti siano solo “cose per bambini”.

E per chi ama, come me, il manga d’autore e la bande dessinée francese, Un anno – Primavera rappresenta un piccolo miracolo editoriale: l’incontro perfetto tra due tradizioni visive diverse, unite dalla stessa delicatezza. È un manga che ti entra dentro in punta di piedi. E che, una volta chiuso, continua a fiorire nel cuore.