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Tra sabbia, sangue e anime immortali: “La Tomba del Faraone” di Keiko Takemiya, il manga storico che risveglia l’anima dell’Antico Egitto

Quando ho aperto il cofanetto de La Tomba del Faraone, edito da J-POP Manga, mi è sembrato di far scattare un meccanismo antico, come se avessi sfiorato una leva nascosta sotto la sabbia del deserto egizio. Il profumo delle pagine, la luce che accarezzava i frontespizi dorati, e quella promessa sottile racchiusa tra le tavole: stai per entrare in un altro tempo. E credetemi, ci sono entrata anima e cuore. Questo non è solo un manga, è un portale narrativo, una macchina del tempo che ci trasporta in un Egitto crepuscolare, scolpito nel mito e nella tragedia, in un’epopea che gronda sangue, sabbia e passione.

La Tomba del Faraone è un’opera maestosa di Keiko Takemiya, nome che ogni otaku con un minimo di consapevolezza storica del manga dovrebbe pronunciare con la stessa devozione con cui si nomina Osamu Tezuka o Riyoko Ikeda. Takemiya, sì, proprio lei, la madre de Il poema del vento e degli alberi, quel manga rivoluzionario che ha cambiato per sempre lo shōjo e aperto le porte al Boy’s Love, quando ancora il termine nemmeno esisteva. Ma prima del poema, prima della tempesta che avrebbe scosso il manga anni ’70, c’è stato questo gioiello dimenticato: Pharaoh no Haka, finalmente arrivato in Italia in un’edizione che è un regalo per chi ama la cultura pop giapponese, ma ha anche un debole per la storia antica, le tragedie epiche e i drammi interiori laceranti.

La trama è un affresco carico di tensione e simbolismo. Siamo nel momento in cui l’unificazione dell’antico Egitto inizia a sgretolarsi. Il regno pacifico e colto di Esteria viene travolto dalla forza brutale di Urjna, guidato dal faraone Sneferu, personaggio ambiguo, crudele, affascinante, quasi un incrocio tra Ramses e un villain shakespeaeriano. In mezzo a questa disfatta, nasce la figura di Sariokis, principe dal volto angelico e dallo spirito indomito, che dopo la caduta del suo regno si ritrova schiavo, fuggitivo, ribelle, icona. Diventa il Falco del deserto, e con lui il manga cambia respiro, da cronaca storica a leggenda, da semplice shōjo a tragedia greca travestita da fumetto orientale.

Sariokis è uno di quei personaggi che ti entra dentro e ci resta. All’inizio quasi infastidisce, perché lo vedi piccolo, fragile, spazzato via dalla brutalità del mondo. Ma poi cresce, si spezza e si ricompone, ogni volta più forte, ogni volta più complesso. C’è qualcosa di profondamente poetico nella sua resilienza, un eroismo che nasce dalla sofferenza e non dalla forza. E quando scopri che la sua unica debolezza è la sorella Nile – dolce, misteriosa, figura femminile dallo sguardo struggente – capisci che l’amore, in questa storia, è un campo di battaglia. Un’arma. Una condanna.

Ed è proprio qui che Takemiya mostra il suo genio. L’amore non è mai puro rifugio: è tormento, è sacrificio, è una corda tesa sull’abisso. L’intero manga è attraversato da una sensualità sotterranea e pericolosa, da tensioni emotive che ricordano le opere più intense di Yukio Mishima o i drammi di Euripide. E tutto questo, signori miei, in un manga pensato per ragazze adolescenti. Già negli anni ’70. Siamo di fronte a un’autrice che non solo ha osato, ma ha sfidato i limiti della sua epoca, raccontando sesso, violenza, potere e manipolazione con uno sguardo crudo e al tempo stesso pieno di empatia. Lo stile si evolve man mano che le pagine socrrono tra le dita, le tavole diventano vertiginose, le inquadrature teatrali, il dolore quasi fisico. Sneferu, Kes, la madre del faraone, la figlia del visir: tutti, in un modo o nell’altro, sono travolti dall’amore o dalla brama. E quando il dramma raggiunge il suo apice, ti rendi conto che stai leggendo qualcosa che va oltre l’intrattenimento: è arte.

E l’edizione J-POP, lasciatemelo dire, è una dichiarazione d’amore. Il cofanetto è solido, elegante, quasi regale, con quei frontespizi d’oro che sembrano brillare come geroglifici alla luce del tramonto. Le pagine a colori sono rare gemme incastonate tra le ombre e i chiaroscuri del manga. È il tipo di edizione che, una volta letta, non riponi nello scaffale come le altre. Le dedichi uno spazio speciale, come si fa con le reliquie.

La Tomba del Faraone è un manga che parla a chi ama la storia, ma non quella scolastica e fredda dei manuali. Parla a chi sogna tra le dune, a chi immagina dèi crudeli e amanti dannati, a chi cerca nel manga qualcosa di più del semplice “mi piace”. È un’opera che ti scava dentro, che ti sfida a resistere al dolore dei suoi personaggi e poi ti premia con una bellezza che fa male. È, semplicemente, un’opera d’arte.

E ora, ditemi: voi conoscevate questo titolo? Avevate mai sentito parlare di Pharaoh no Haka prima che J-POP lo riportasse alla luce come un tesoro sepolto? Vi affascina l’antico Egitto tanto quanto affascina me, tra alabastro, incensi e destini scolpiti nella pietra?

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