Candyman – Il film, la storia, il folklore: il saggio di M. Fantozzi che riscrive il mito horror

Lo specchio del bagno è uno di quei portali che, da nerd, impari presto a rispettare. Ci passi davanti distrattə mille volte, poi una notte, dopo una maratona horror o una sessione di gioco finita troppo tardi, ti torna in mente quella leggenda. Cinque volte. Sempre cinque. Candyman non è solo un nome, è un rituale, un glitch narrativo che si attiva se osi guardarti riflessə abbastanza a lungo. E mentre da cosplayer ho sempre adorato i personaggi che nascono da un gesto ripetuto, quasi ossessivo, leggere Candyman – Il film, la storia, il folklore è stato come rimettere le mani su una lore che credevo di conoscere… scoprendo che sotto c’era molto, molto di più.

Il saggio di M. Fantozzi, pubblicato da Weird Book nella collana Insomnia, non si limita a raccontare Candyman come “film cult anni ’90”. Lo prende per mano e lo accompagna lontano dalle etichette facili, in un viaggio che attraversa cinema, storia, folklore urbano e ferite ancora aperte. È una lettura che non ti parla dall’alto, ma ti prende accanto, come una chiacchierata notturna dopo una proiezione troppo intensa per andare subito a dormire.

Il punto di partenza resta ovviamente il film del 1992 diretto da Bernard Rose, tratto dal racconto Il Proibito di Clive Barker. Ma Candyman qui non nasce come semplice mostro slasher. Daniel Robitaille prende forma come mito tragico, artista spezzato, figura che incarna una violenza storica che non ha mai davvero smesso di riecheggiare. Leggendo, ho avuto la stessa sensazione di quando in un JRPG scopri che il boss finale non è “cattivo” per scelta, ma perché il mondo lo ha reso tale. E improvvisamente ogni colpo fa più male.

Il libro scava nella Chicago del film, nelle sue periferie, nei corridoi fatiscenti che sembrano dungeon urbani. Luoghi che non fanno solo da sfondo, ma che respirano, osservano, ricordano. Da gamer, non ho potuto evitare il parallelismo con quelle mappe che ti restano addosso anche dopo aver spento la console. Qui la mappa è sociale, politica, culturale. Candyman diventa il risultato di un sistema che genera fantasmi e poi finge di non vederli, finché non bussano allo specchio.

Una delle cose che mi ha colpito di più è come il saggio riesca a tenere insieme analisi cinematografica e riflessione più ampia senza mai sembrare una lezione. Si parla di razzismo, di memoria, di paura come strumento di controllo, ma tutto emerge dal racconto stesso del film. Le connessioni sorprendono, come quella con il cinema di Pier Paolo Pasolini, che non ti aspetti di incontrare dietro un uncino insanguinato. Eppure, pagina dopo pagina, tutto torna. Candyman smette di essere solo horror e diventa specchio dell’umano, delle sue ossessioni, dei suoi abissi.

Il viaggio non si ferma al film originale. Arriva fino al reboot-sequel del 2021 diretto da Nia DaCosta, prodotto da Jordan Peele. Qui il mito si aggiorna, si riarticola, cambia voce ma non sostanza. Come succede spesso nelle saghe che amo cosplayare: il costume evolve, i materiali cambiano, ma il personaggio resta riconoscibile perché porta addosso la stessa ferita. Il saggio accompagna anche questo passaggio, mostrando come Candyman continui a essere evocato perché la sua storia non è mai stata davvero risolta.

Leggendo mi sono ritrovatə a pensare a quante volte, nei fandom, ci innamoriamo dei villain malinconici, dei mostri romantici, di chi incute paura ma anche compassione. Candyman è tutto questo, ma con un peso specifico che va oltre l’estetica. Non è solo una maschera da indossare a una fiera, è una domanda scomoda che continua a riflettersi davanti a noi. E forse è per questo che funziona ancora, che viene studiato, riletto, riscritto.

Candyman – Il film, la storia, il folklore non è un saggio che “spiega”. È un libro che ti accompagna, ti mette davanti allo specchio e poi resta lì, in silenzio, mentre decidi se pronunciare il nome o no. Da lettrice nerd, da fan dell’horror che ama quando fa male al punto giusto, l’ho chiuso con quella sensazione strana che mi resta dopo le opere migliori: la voglia di parlarne subito con qualcunə.

E allora la palla passa a voi. Candyman, per voi, è solo una leggenda urbana da film dell’orrore o qualcosa che continua a dire molto più di quanto sembri? Ci vediamo nei commenti. Lo specchio, intanto, resta lì.

Portrait of God: quando l’horror indipendente chiama, Peele e Raimi rispondono

L’incontro tra Sam Raimi e Jordan Peele suona come uno di quei crossover impensabili che da fan sogni di vedere almeno una volta nella vita. Una collisione cosmica tra due scuole dell’orrore che raramente hanno incrociato i loro sentieri, e che ora decidono di fondersi per dare forma a Portrait of God, il lungometraggio tratto dall’omonimo corto virale di Dylan Clark. Ed è uno di quei momenti in cui senti che qualcosa, nel panorama horror contemporaneo, sta per cambiare direzione.

Universal Pictures ha appena dato il via libera al progetto e l’idea stessa che il regista di Evil Dead e l’autore di Get Out stiano lavorando fianco a fianco sembra un miracolo partorito da un altare profano. Non è semplice entusiasmo da fan: è la sensazione che due mentori del genere stiano investendo su una nuova voce creativa, uno di quei talenti destinati a rompere schemi e accendere immaginari. E questa voce si chiama Dylan Clark, autore del corto originale che in soli sette minuti e mezzo è riuscito a terrorizzare quasi nove milioni di spettatori su YouTube, diventando in poco tempo una vera e propria leggenda metropolitana digitale.

Il cortometraggio nasce come un esperimento minimalista, una di quelle storie che puntano tutto sull’atmosfera e sulla suggestione visiva. Al centro c’è Mia, una giovane studiosa di religione che sta preparando una presentazione accademica. Il soggetto? Un dipinto chiamato “Portrait of God”. Un quadro che, almeno teoricamente, dovrebbe apparire come una tela nera impenetrabile. E invece si rivela molto più di questo. Il suo buio non è silenzioso: è un luogo che guarda indietro. Un varco che inghiotte lo sguardo. Un confine pronto a incrinarsi nel momento esatto in cui la mente abbassa le sue difese.

Quello che rende Portrait of God così efficace è il modo in cui gioca con l’idea del sacro, non come rifugio ma come opposizione radicale e disturbante. L’orrore non nasce dalla profanazione, ma dal rendersi conto che ci si è avvicinati troppo a qualcosa che non dovrebbe essere contemplato. È un ribaltamento potente dell’iconografia cristiana, che Dylan Clark maneggia con sorprendente lucidità. Lo spettatore non si trova davanti a un’immagine blasfema o dissacrante, ma a un’entità che incarna una sorta di glaciale indifferenza cosmica. Una divinità che non ama, non odia: semplicemente è. E tanto basta per distruggere ogni certezza umana.

Ed è proprio questa intuizione a convincere Universal, e soprattutto due colossi dell’horror come Peele e Raimi, a trasformare il corto in un lungometraggio. Peele, con la sua capacità di incastonare il terrore all’interno di una riflessione sociale e simbolica, e Raimi, maestro nel lavorare sulla tensione visiva e sulla deformazione percettiva, sembrano perfetti per amplificare l’impatto concettuale dell’idea. Non stanno rubando il progetto a Clark, anzi: lo stanno sostenendo. Sarà infatti lui a dirigere la versione estesa del film, espandendo un microcosmo di sette minuti in un horror psicologico a pieno respiro.

L’aspetto più affascinante del progetto sta proprio nella sfida narrativa. Perché prendere un corto così essenziale e farne un film durevole significa lavorare sul non detto, sull’invisibile, sulla parte sommersa dell’idea originale. Portrait of God non è un racconto già pronto: è un varco, un punto di partenza da cui tirare fuori un mondo di simboli, interpretazioni e inquietudini. È una domanda aperta che Clark, con la sceneggiatura scritta insieme a Joe Russo (The Inheritance), dovrà trasformare in una vera e propria discesa negli abissi della percezione.

L’orrore teologico è uno dei territori più affascinanti e meno battuti del genere. Richiede equilibrio, coraggio e una consapevolezza profonda delle immagini che si maneggiano. Da L’Esorcista a Saint Maud, il cinema ha spesso tentato di dare forma al divino, ma raramente ha osato affrontare la questione più pericolosa: cosa succede quando l’essere umano incontra il sacro in forma non umana, non riconoscibile, non rassicurante? Portrait of God promette di muoversi proprio su questo confine sottile e perturbante.

E ammettiamolo: vedere Peele e Raimi impegnati in un progetto che affronta la rappresentazione di Dio come entità percepita e non mostrata è una promessa intrigante. Loro sanno come costruire il non detto, come dare peso al silenzio, come rendere minaccioso ciò che non ha volto. E se il corto originale faceva tremare per il semplice gioco di sguardi tra spettatore e tela, immaginare cosa potrà fare un film intero con questo concetto mette i brividi.

A rendere la storia ancora più suggestiva è il fatto che Portrait of God nasca da un’opera quasi artigianale, costruita con mezzi minimi ma idee enormi. È quel tipo di progetto che incarna la quintessenza dell’horror indipendente: immaginazione che supera la produzione, intuizione che precede la tecnica. Il suo successo virale non è accidentale; è il risultato di una narrazione che lavora sull’istinto, sulle paure primordiali, su quel senso di “qualcosa che non dovrei vedere” che sta alla base del terrore più puro.

Ed è qui che la collaborazione con Peele e Raimi diventa simbolica. È come se il cinema di genere stesse dicendo a voce alta: questo ragazzo ha qualcosa da dire. E noi vogliamo ascoltarlo.

L’attesa intorno al progetto cresce di giorno in giorno, anche perché il tema ha un potenziale esplosivo nella cultura pop contemporanea. Viviamo in un’epoca in cui il sacro viene continuamente rielaborato attraverso meme, arte digitale, folklore urbano, reinterpretazioni personali. L’idea di affrontare l’immagine di Dio non come icona ma come visione proibita, come distorsione percettiva, si inserisce perfettamente in questo dialogo collettivo tra spiritualità e paura.

Il film, per ora, resta un mistero. Non esiste una data di uscita, non sono stati annunciati casting o dettagli sulla trama estesa. Ma forse è proprio questo a renderlo così potente: come il quadro del corto, qualcosa sta guardando da dentro l’oscurità, e noi non sappiamo ancora cosa sia.

Una cosa, però, è chiara: Portrait of God potrebbe diventare uno di quei cult moderni che nascono dal nulla, crescono grazie al passaparola e si radicano nella memoria collettiva degli appassionati. La combinazione Peele-Raimi-Clark è un triangolo creativo inedito che promette di scuotere l’horror dall’interno, riportandolo a quell’essenzialità primordiale che fa paura perché tocca corde antiche.

E ora tocca a voi: avevate già visto il corto originale? Che cosa vi aspettate dal lungometraggio? Vi affascina o vi inquieta l’idea di un horror teologico che prova a guardare il volto di Dio? Parliamone nei commenti: l’oscurità, dopotutto, diventa meno minacciosa quando la si attraversa insieme.

OD: il nuovo incubo di Hideo Kojima con Jordan Peele promette di ridefinire l’horror videoludico

Quando Hideo Kojima annuncia un nuovo progetto, l’intero universo videoludico si ferma a trattenere il fiato. Con OD, l’autore giapponese non solo torna a confrontarsi con il genere horror, ma lo fa affiancandosi a una delle voci più innovative del cinema contemporaneo: Jordan Peele, regista che ha saputo reinventare il linguaggio della paura con film come Get Out e Nope. Il risultato è un’opera che si annuncia come qualcosa di più di un semplice videogioco: una nuova forma di media, come lo stesso Kojima ama definirla. OD nasce dalla collaborazione tra Kojima Productions e Xbox Game Studios, sfruttando la potenza dell’Unreal Engine e le potenzialità del cloud gaming. L’obiettivo dichiarato è creare un’esperienza che metta il giocatore di fronte ai propri limiti psicologici, spingendolo a “fare overdose di paura”. Un concetto radicale che richiama alla mente il non-finito capolavoro di Kojima, quel P.T. che ancora oggi è venerato come una delle esperienze horror più destabilizzanti mai apparse in digitale.

Il teaser, intitolato OD: Knock, è già di per sé una piccola opera disturbante. Si apre con un incessante bussare alla porta, un suono che diventa subito ossessione. Una mano tremante raccoglie una misteriosa carta infilata sotto la porta: da un lato un volto stilizzato che sembra un cuore pulsante ricoperto di occhi, dall’altro messaggi criptici che parlano di rituali proibiti, edifici scansionati dal mondo reale e presenze maledette. A ogni passo, il trailer alterna rivelazioni grottesche e simbolismi criptici, fino alla sequenza più agghiacciante: candele che piangono come neonati sanguinanti, un altare rituale e un’entità invisibile che si manifesta con passi pesanti e sussurri minacciosi.

A incarnare il terrore sullo schermo c’è Sophia Lillis (IT), protagonista di questo primo sguardo al gioco. Con lei faranno parte del cast anche Hunter Schafer (Euphoria) e l’iconico Udo Kier, presenza che da sola basta a evocare atmosfere da incubo. Kojima ha dichiarato che Peele porterà una diversa dimensione di paura, mentre lui stesso ha voluto concentrarsi sul terrore più primordiale: il suono del bussare. Un dettaglio apparentemente banale, che nelle mani giuste diventa arma di puro orrore psicologico.

Lo sviluppo di OD non è stato privo di ostacoli. Interrotto nel dicembre 2024 a causa dello sciopero SAG-AFTRA che ha coinvolto anche il settore videoludico, è ripreso solo nel luglio 2025, dopo l’uscita di Death Stranding 2: On the Beach. L’attesa però sembra aver rafforzato l’hype: il nuovo teaser mostrato durante il decimo anniversario di Kojima Productions non solo ha confermato l’atmosfera disturbante del progetto, ma ha introdotto anche il sottotitolo Knock, quasi a sancire che quel battito insistente non è solo un effetto sonoro, ma il cuore stesso dell’esperienza.

Kojima non ha mai nascosto la sua ambizione: OD dovrà essere qualcosa di “totalmente diverso”, un’opera che forse verrà compresa davvero solo tra vent’anni. Dichiarazioni che ricordano la sua attitudine visionaria, capace di dividere pubblico e critica, ma sempre in grado di lasciare un segno indelebile nella cultura videoludica. Basti pensare che lo stesso autore ha confessato di voler arrivare a “scannerizzare un fantasma”, come parte della ricerca di realismo disturbante che anima il progetto. Al di là delle dichiarazioni, resta una certezza: OD è già uno degli horror più attesi della decade. Non solo perché porta la firma di due autori che hanno riscritto le regole dei rispettivi media, ma perché promette di colmare quel vuoto lasciato dal mai nato Silent Hills. È come se Kojima, a distanza di dieci anni, stesse reclamando ciò che gli era stato strappato via: la possibilità di ridefinire l’horror interattivo.

Il risultato finale sarà un videogioco? Un film giocabile? Una performance interattiva che unisce rituale e narrazione? Forse tutte queste cose insieme. E forse è proprio questa la sua forza: trasformare la paura in linguaggio, e il linguaggio in esperienza.


🎮 Ora la palla passa a voi: cosa vi aspettate da OD? Pensate che Kojima riuscirà a superare l’eredità di P.T. e a regalarci un nuovo modo di vivere l’horror? Raccontatecelo nei commenti e preparatevi, perché quel bussare alla porta non smetterà tanto presto.

HIM: quando l’horror incontra il football e la fama si trasforma in incubo

C’è un brivido nuovo che si insinua tra le maglie del football americano. Un sussurro oscuro che prende vita nel cuore pulsante di uno sport dove la violenza non è solo tollerata: è celebrata. Ed è proprio lì, tra corpi che si scontrano e sogni che si spezzano, che si annida HIM, il nuovo e attesissimo film horror prodotto da Jordan Peele e distribuito da Universal Pictures, in uscita il 19 settembre 2025. Un’opera che promette di sconvolgere, scuotere e ipnotizzare — perché quando Peele è coinvolto, nulla è mai come sembra.Dopo l’enigmatico Nope e il crudo realismo sociale di Get Out e Us, il nome di Jordan Peele è diventato sinonimo di horror d’autore. Ma questa volta, il maestro del mistero non siede dietro la macchina da presa: a dirigere è Justin Tipping, che firma anche la sceneggiatura insieme a Zack Akers e Skip Bronkie, già noti per Limetown. Eppure, l’impronta di Peele è inconfondibile: lo si percepisce nella scelta dei temi, nella tensione visiva e in quel senso di inquietudine che ti si incolla addosso.

HIM è più di un horror sportivo. È una spirale psicologica in cui il sogno americano dell’eccellenza atletica si trasforma in una distorsione grottesca. Protagonista del film è Cameron Cade, interpretato da Tyriq Withers, giovane promessa del football travolta da un trauma cerebrale alla vigilia del Combine, l’evento che decreta l’entrata nell’Olimpo professionistico della NFL. Quando tutto sembra perduto, entra in scena Isaiah White, icona leggendaria del football americano, incarnata da un Marlon Wayans magnetico e disturbante, pronto a offrire una seconda possibilità. Ma ogni miracolo ha un prezzo. E in HIM, quel prezzo si paga con la sanità mentale.

Il compound isolato in cui Cade viene invitato ad allenarsi, insieme alla moglie influencer di Isaiah, interpretata da una misteriosa e affascinante Julia Fox, diventa lo scenario di un addestramento allucinato e violento, dove il confine tra disciplina e tortura svanisce. Le sequenze del trailer — che hanno già fatto il giro del web — sono un pugno nello stomaco: un montaggio che alterna allenamenti brutali, sangue a fiotti e sguardi persi nel vuoto, mentre riecheggia una frase che sembra la tesi stessa del film: “In questo gioco, la violenza viene premiata. Quindi impara ad amarla.”

Cosa si nasconde dietro la maschera carismatica di Isaiah? Un allenatore? Un mentore? O qualcosa di molto più oscuro? Il trailer non lo svela, ma lancia interrogativi che bruciano: è follia, è magia, è soprannaturale? O è solo il volto più sincero dell’ambizione umana?

La narrazione di HIM scava a fondo nell’anima distorta della celebrità, della mascolinità tossica e della deificazione dell’atleta. Come una partita giocata nell’inconscio collettivo americano, dove ogni touchdown potrebbe essere una condanna e ogni vittoria il preludio della rovina. Il football diventa così il palcoscenico ideale per esplorare l’idolatria, la pressione e la metamorfosi della mente sotto il peso delle aspettative.

Non è un caso che la sceneggiatura, inizialmente intitolata Goat, fosse già entrata nel 2022 nella prestigiosa Black List delle migliori storie non ancora prodotte. Un riconoscimento che preannunciava il suo potenziale eversivo. Dopo la conferma di Justin Tipping come regista nel gennaio 2024, e l’ingresso nel cast di nomi potenti come Marlon Wayans, Tyriq Withers e Julia Fox, il progetto ha assunto contorni sempre più ambiziosi, fino a conquistare l’attenzione del grande pubblico. Le riprese si sono concluse a fine 2024, e ora l’attesa si fa febbrile.

La colonna sonora, affidata a Bobby Krlic (aka The Haxan Cloak), già apprezzato per il lavoro atmosferico su Midsommar, promette di amplificare il senso di smarrimento e angoscia, in perfetto stile Monkeypaw Productions. E se la musica è l’invisibile, il cast è il corpo: insieme a Wayans, Withers e Fox, troviamo Tim Heidecker, Jim Jefferies, il lottatore MMA Maurice Greene, il rapper Guapdad 4000 e la fenomenale Tierra Whack, tutti al loro debutto cinematografico.

Ma è soprattutto la domanda implicita nel titolo a lasciarci inquieti: chi è HIM? È un’entità? Un simbolo? Un’ombra dentro di noi? Il titolo non ce lo dice, ma insinua. Fa pensare a un culto, a una forza inafferrabile, a un “lui” che potrebbe essere chiunque — o peggio, essere noi stessi.

In un’epoca in cui la fama è più facile da ottenere che da sopportare, HIM si propone come specchio deformante del successo, dove ogni riflesso è una verità scomoda. Se il trailer riesce a farci sussultare in due minuti più di interi film horror, cosa ci farà il lungometraggio completo? È questa la magia nera di Jordan Peele: non ci dice tutto, ci fa desiderare di saperne di più. E intanto, ci lascia lì, a speculare. A tremare. A desiderare il prossimo kickoff.

Candyman è tornato: Jordan Peele riporta l’Uomo Nero nell’horror urbano del nuovo millennio

Dite il suo nome. Cinque volte. Davanti a uno specchio. Se avete coraggio. Ebbene sì, Candyman è tornato. Ma attenzione: quello che potrebbe sembrare un semplice reboot nostalgico si rivela invece uno degli esperimenti horror più intelligenti, stratificati e pericolosamente attuali dell’ultima decade. Alla guida dell’incubo troviamo nientemeno che Jordan Peele, il geniale regista e produttore dietro le inquietudini di Scappa – Get Out e Noi, qui in veste di sceneggiatore e produttore. Accanto a lui, Win Rosenfeld e la regista Nia DaCosta, per un ritorno nel quartiere più infestato della Chicago cinematografica: Cabrini-Green.

Chi conosce l’originale Candyman del 1992, firmato da Bernard Rose e tratto da un racconto di Clive Barker, sa bene cosa aspettarsi: non il classico “slasher”, ma un horror metropolitano pieno di simbolismi, dolore e sangue, in cui le leggende urbane si fondono con il razzismo sistemico, la paura sociale e il fascino oscuro dell’ignoto. Ed è esattamente da lì che questo nuovo capitolo — che non è un remake ma un sequel spirituale diretto — riparte. Con l’intenzione chiara di aggiornare il mito di Candyman all’era post-verità, ai social, alla generazione Z e ai mostri che oggi abitano i nostri incubi quotidiani.

Il protagonista stavolta è Anthony McCoy, interpretato da uno straordinario Yahya Abdul-Mateen II, artista visuale in cerca di ispirazione che vive nella nuova versione gentrificata di Cabrini-Green. Sotto le luci scintillanti delle gallerie d’arte e dei locali hipster, tuttavia, la vecchia maledizione pulsa ancora sotto la pelle del quartiere. Quando Anthony scopre la leggenda di Candyman, il suo spirito creativo si accende — e con esso, purtroppo, anche l’oscurità che non aspettava altro di risvegliarsi.

Chi è Candyman oggi? Un unico fantasma vendicatore oppure molti? Il film ci mette subito di fronte a un cambio di paradigma: Candyman non è più solo Daniel Robitaille, lo schiavo linciato per aver amato una donna bianca, ma un’icona collettiva, un simbolo di dolore e vendetta afroamericana, moltiplicato nel tempo attraverso i secoli di soprusi, discriminazioni e ingiustizie. E qui sta la genialità della penna di Peele: riscrivere l’horror come atto politico senza perdere il mordente narrativo, rendendo Candyman una figura simbolica, un archetipo del trauma razziale che sopravvive e si tramanda — specchio dopo specchio.

Il film fa tremare non solo per le scene di sangue (sì, ci sono, e fanno male come uncini nella carne), ma per l’atmosfera sottile e avvelenata che permea ogni sequenza. Mentre Anthony sprofonda nel mistero, iniziando a trasformarsi fisicamente e psicologicamente, scopriamo che la leggenda non è mai davvero morta. Anzi, il suo potere si è evoluto, adattato. E se prima bastava dire il nome di Candyman per evocare il terrore, ora basta raccontarne la storia per riportarlo in vita. Una riflessione amara e brillante sull’immortalità del trauma attraverso la narrazione, oggi amplificata da Internet, meme, creepypasta e cultura virale.

DaCosta dirige con uno stile visivo elegante e tagliente, usando gli specchi come cornici instabili della realtà, in cui la verità si deforma e il mostro si nasconde… fino a quando non è troppo tardi. Eppure, in mezzo a tanta potenza simbolica, qualche spettatore affezionato alla trilogia originale potrebbe sentirsi spiazzato: dove sono i riferimenti diretti a Daniel Robitaille? Dov’è il Candyman con la voce ipnotica di Tony Todd e l’aura romantica da fantasma innamorato e dannato? Calma. Anche se il film gioca con nuove identità, il mito originale non viene affatto tradito, ma potenziato e declinato in una versione collettiva e ancora più spaventosa, in cui Candyman è tutti e nessuno.

Certo, in alcuni momenti si sente che DaCosta, pur brillante, non riesce sempre a gestire la carica simbolica della sceneggiatura con la forza visiva di un Bernard Rose o l’estetica disturbante che un Deon Taylor o persino uno Spike Lee avrebbero potuto dare. Ma il cuore del film pulsa forte. E fa male. Perché Candyman oggi è più che un film: è una riflessione tagliente su identità, memoria e giustizia. È un urlo di dolore che riecheggia tra le mura gentrificate e i vicoli dimenticati, tra le opere d’arte moderne e gli specchi incrinati del passato.

E così, ventinove anni dopo quel lontano 1992 in cui la povera Helen Lyle veniva inghiottita dalle fiamme della leggenda, Candyman torna a mostrarsi, uncinato e impietoso, pronto a farci pagare ogni volta che proviamo a dimenticarlo. Ma stavolta il mostro non è solo un individuo: è la vendetta stessa, moltiplicata. È l’Uomo Nero delle nostre paure più ancestrali, trasformato in icona sovversiva dell’orrore moderno.

Allora ve lo chiedo ancora: siete pronti a dire il suo nome cinque volte davanti allo specchio?

Exit mobile version