Il 6 ottobre 1994, nelle sale italiane, arrivava un film che portava sul grande schermo i personaggi di una delle serie animate più famose e amate di tutti i tempi: I Flintstones. Il film, diretto da Brian Levant e prodotto da Steven Spielberg, era una trasposizione in carne e ossa delle avventure della famiglia Feuerstein, ambientate in un mondo parallelo in cui gli uomini convivono con i dinosauri e usano la tecnologia di pietra.
Il film racconta la storia di Fred Flintstone (John Goodman), un operaio della cava Slate & Co., che presta dei soldi al suo migliore amico e vicino di casa Barney Rubble (Rick Moranis) per permettergli di adottare un bambino, il piccolo e selvaggio Bamm-Bamm. In cambio, Barney scambia il suo test di idoneità con quello di Fred, facendogli ottenere una promozione a vicepresidente dell’azienda. Tuttavia, si tratta di una trappola ordita dal malvagio Cliff Vandercave (Kyle MacLachlan) e dalla sua segretaria Sharon Stone (Halle Berry), che vogliono sfruttare Fred per rubare i soldi della società e farlo passare per il colpevole. Fred dovrà quindi affrontare le conseguenze della sua nuova posizione, tra i sospetti della moglie Wilma (Elizabeth Perkins), le pressioni della suocera Perla (Elizabeth Taylor) e la gelosia della moglie di Barney, Betty (Rosie O’Donnell).
Il film, che compie proprio oggi trent’anni, è una fedele trasposizione dell’omonima serie animata creata da William Hanna e Joseph Barbera nel 1960, riprendendone i personaggi, le ambientazioni, le gag e le musiche. Il film è anche ricco di citazioni e riferimenti ad altre opere cinematografiche e televisive, come Jurassic Park, Star Wars, Basic Instinct e I Simpson. Il film ha avuto un grande successo al botteghino, incassando oltre 341 milioni di dollari in tutto il mondo, a fronte di un budget di 46 milioni. Il film ha avuto anche un prequel, intitolato I Flintstones in Viva Rock Vegas, uscito nel 2000 e diretto sempre da Levant.
I Flintstones è un film che ha saputo divertire e intrattenere il pubblico di tutte le età, grazie al suo umorismo, alla sua fantasia e al suo affetto per i personaggi della serie animata. Il film è diventato un classico della commedia e un esempio di come trasporre in modo efficace e originale un cartone animato sul grande schermo. Il film celebra quest’anno il suo trentesimo anniversario, e resta ancora oggi una pellicola da rivedere e apprezzare.
Il Grande Lebowski, il cult movie dei dai fratelli Joel ed Ethan Coen, torna al cinema in versione 4K completamente restaurata. Il film, uscito nel 1998, La pellicola, nonostante abbia ottenuto un modesto successo al botteghino statunitense, è diventato un vero e proprio oggetto di culto grazie al passaparola dei fan affascinando diverse generazioni di spettatori. Nel 2008, la rinomata rivista Empire lo ha classificato al quarantatreesimo posto nella sua lista dei 500 migliori film di sempre. Lo stesso anno, “Drugo” (noto anche come “The Dude”), il protagonista interpretato da Jeff Bridges, si è aggiudicato la settima posizione nella classifica dei 100 migliori personaggi cinematografici di tutti i tempi.
Il Grande Lebowski si presenta come una commedia-crime che racconta le avventure di Jeffrey Lebowski, soprannominato “Il Drugo” . Il Drugo è uno scapolone indolente, che passa le giornate fumando marijuana, ascoltando musica e giocando a bowling con i suoi amici Walter (interpretato da John Goodman) e Donny (interpretato da Steve Buscemi).
La trama prende il via quando il Drugo viene brutalmente aggredito a casa sua da due scagnozzi di Jackie Treehorn, magnate dell’industria del porno, che lo scambiano per il ricco Jeffrey Lebowski e gli chiedono di pagare il debito della moglie di Treehorn. Dopo aver malmenato il Drugo, i due malviventi si accorgono dell’errore commesso. Su insistenza dell’amico Walter, il Drugo si reca poi a casa del vero Jeffrey Lebowski, un abbiente filantropo paralizzato su una sedia a rotelle. Il Drugo racconta a Lebowski dell’aggressione subita e gli chiede un risarcimento per il tappeto rovinato durante l’incidente. Tuttavia, la richiesta viene respinta.
Pochi giorni dopo, il ricco Lebowski, disperato, chiede l’aiuto del Drugo: sua moglie è stata rapita e i rapitori chiedono un riscatto. Senza voler coinvolgere la polizia, Lebowski affida al Drugo il compito di consegnare ai rapitori una valigetta contenente un milione di dollari. Inizialmente riluttante, il Drugo accetta alla fine sperando in una lauta ricompensa. Da quel momento in poi, la situazione sfugge completamente di mano al Drugo, che si troverà sempre più coinvolto in una vicenda che va ben oltre la sua comprensione, tra fumo di marijuana e alcol.
Fin da subito il film colpisce per il suo atteggiamento e il suo status. Il Drugo, ribelle e protagonista, rappresenta una sfida totale alle leggi, alle regole e alla cultura del successo e del materialismo. Il suo comportamento si contrappone in maniera radicale allo stile di vita rappresentato dal suo stesso nome, generando una serie di eventi stravaganti. Il Grande Lebowski è caratterizzato da una pura caoticità in ogni suo aspetto. Ma è proprio questa caoticità a renderlo un punto di riferimento cinematografico. Inoltre, i registi hanno sapientemente mescolato elementi di diversi generi come il western, il thriller e il noir, il tutto condito da una comicità grottesca che lo rende unico. I Coen hanno tratto ispirazione da pellicole come Il Lungo Addio, Il Grande Sonno e Il Mistero del Falco, citandoli, riprendendoli e deridendoli.
Il film può essere interpretato come una celebrazione dell’uomo comune, impersonato alla perfezione dal Drugo, che vive serenamente senza preoccuparsi del resto del mondo e confinato nella sua bolla di abitudini e amicizie. Ma non bisogna dimenticare gli altri personaggi che contribuiscono al successo della pellicola. Il veterano di guerra interpretato da John Goodman, con le sue battute divenute celebri, e il personaggio di Steve Buscemi, che ogni volta che appare indossa una camicia da bowling con un nome diverso che non è mai il suo.
Più che una semplice storia, Il Grande Lebowski rappresenta un atteggiamento, uno stile di vita. Una mentalità che celebra coloro che sono felici di essere sconfitti, di essere dei perdenti. Ed è proprio in questa imprevedibilità che risiede il genio dei fratelli Coen, che dopo il successo di Fargo hanno creato un’opera del genere che all’inizio è stata criticata, ma che a distanza di 25 anni continua a comunicare in modo incontrovertibile con il pubblico, mantenendo intatto il suo fascino iconico, comico, grottesco e geniale.
La versione 4K completamente restaurata è un’occasione imperdibile per rivedere questo capolavoro. Il film sarà in programmazione dal 6 novembre in molti cinema d’Italia.
Disney+ ha annunciato che la sua attesissima serie animata Monsters & Co. La serie – Lavori in Corso! sarà disponibile in streaming a partire dal 7 luglio, con i nuovi episodi che arriveranno sulla piattaforma streaming ogni mercoledì. Nella versione originale, Mindy Kaling si unisce al cast prestando la voce a Val Little, un membro entusiasta del Monsters, Inc. Facilities Team (aka “MIFT”). Inoltre, Bonnie Hunt riprenderà il ruolo di Flint, inizialmente la responsabile dell’addestramento dei nuovi Spaventatori alla Monsters & Co., ora a capo del dipartimento addetto al reclutamento e all’addestramento dei mostri più divertenti destinati a diventare Jokesters. Ben Feldman è la voce di Tylor Tuskmon nella versione originale della serie, in cui vengono introdotti nuovi personaggi mostruosi oltre a quelli più amati dai fan, tra cui Mike Wazowski e James P. “Sulley” Sullivan, doppiati ancora una volta nella versione originale dai famosissimi Billy Crystal e John Goodman. Al fianco di Feldman e Kaling, fanno parte del gruppo del MIFT anche Henry Winkler (Happy Days) nel ruolo di Fritz, il capo svitato; Lucas Neff (Aiutami Hope!) in quello di Duncan, un idraulico opportunista; e Alanna Ubach (Coco) nel ruolo di Cutter, sempre ligia al dovere. Sono state diffuse nuove immagini dei personaggi.
Monsters & Co. La serie – Lavori in Corso! prende il via il giorno dopo che la centrale elettrica della Monsters & Co. ha iniziato a raccogliere le risate dei bambini per alimentare la città di Monstropolis, in seguito alla scoperta di Mike e Sulley che le risate generano dieci volte più energia delle urla. La serie segue la storia di Tylor Tuskmon, un giovane mostro impaziente che si è laureato con il massimo dei voti alla Monsters University con il sogno di diventare uno Spaventatore, fino a quando non trova lavoro alla Monsters & Co. e scopre che spaventare non è più di moda quanto lo è invece ridere. Dopo che Tylor viene temporaneamente riassegnato al Monsters, Inc. Facilities Team (MIFT), deve lavorare al fianco di un mal assortito gruppo di meccanici mentre si prefigge di diventare un Jokester.
Oltre a Billy Crystal, John Goodman e Bonnie Hunt, i membri del cast già presenti nei film originali includono John Ratzenberger che presta la voce a Yeti e al padre di Tylor, Bernard, Jennifer Tilly nel ruolo di Celia Mae e Bob Peterson in quello di Roze, sorella gemella del suo personaggio originale di Monsters & Co., Roz. Fanno parte del cast dei doppiatori anche Stephen Stanton (Star Wars Resistance) nei panni di Smitty e Needleman, il team di custodi maldestri alla Monsters & Co., e Aisha Tyler (Archer) in quelli della mamma di Tylor, Millie Tuskmon. Prodotta da Disney Television Animation, la serie è stata sviluppata dal veterano dell’animazione Disney Bobs Gannaway (La casa di Topolino, Planes 2 – Missione antincendio), che è anche executive producer. Il nominato all’Academy Award Sean Lurie (Testa o cuore) è il produttore, mentre Kat Good (Big Hero 6 – La serie) e Steve Anderson (I Robinson – Una famiglia spaziale) sono i supervising directors. Il compianto Rob Gibbs (Monsters & Co.) ha inoltre diretto alcuni dei primi episodi della serie.
Storytelling è un film del 2001 del regista Todd Solondz, con Robert Wisdom, Leo Fitzpatrick, Paul Giamatti, John Goodman, presentato nella sezione Un Certain Regard al 54º Festival di Cannes.
Il film è diviso in due parti: Fiction e Non-fiction. In realtà si tratta di due vicende distinte: nella prima viene descritta la vita di una ragazza che tradisce con un cinico professore il suo fidanzato disabile . Nella seconda parte viene presentato lo spaccato di una famiglia americana ricca e arrogante quanto moralmente devastata vista attraverso l’occhio della telecamera di uno sprovvisto regista di documentari. La vicenda terminerà in tragedia.
Dopo Happiness Solondz continua inarrestabile la sua critica violenta alla società americana senza tralasciarne nessun aspetto e senza salvare nessuno. A confronto American beauty, che Solondz cita-prende in giro, sembra una commediola per famiglie. La struttura frazionata, la mancanza di una trama vera e propria, la forza delle immagini, la durezza dei temi trattati rendono il film indigestibile, crudo ma tuttosommato neanche troppo sconvolgente. Fa da contrappunto la bella e piacevole colonna sonora, realizzata dal gruppo scozzese dei Belle and Sebastian.
Chiunque sia cresciuto tra cartoni giapponesi pomeridiani, modellini di auto impossibili e fantasie di velocità ha dentro di sé un ricordo preciso: una macchina bianca con una gigantesca M rossa sul cofano che sfreccia tra curve assurde e acrobazie degne di un fumetto. Quel ricordo ha un nome preciso, Mach 5, e appartiene a uno degli anime più iconici della televisione anni Sessanta: Superauto Mach 5.
Entrare in sala per vedere Speed Racerdei fratelli Wachowski significa fare qualcosa di molto particolare: non assistere semplicemente a un adattamento cinematografico, ma attraversare un portale psichedelico dove il linguaggio dell’anime, quello del fumetto e quello del cinema digitale si fondono fino a diventare quasi irriconoscibili.
E sì, appena uscita dalla sala ho avuto la sensazione molto chiara di aver assistito a qualcosa di profondamente anomalo.
Un film che non chiede il permesso alla realtà
Chi conosce il cinema dei Wachowski sa bene che la parola “normalità” non fa parte del loro vocabolario creativo. Dopo aver ridefinito l’immaginario fantascientifico con Matrix, la coppia di registi torna dietro la macchina da presa con un progetto che, sulla carta, sembra quasi impossibile: trasformare un anime degli anni Sessanta in un blockbuster contemporaneo senza tradirne lo spirito.
La risposta è sorprendente.
Speed Racernon tenta mai di sembrare realistico. Non ci prova neanche per un secondo. Il film sceglie invece una strada completamente diversa: diventare un universo visivo iper-stilizzato, una dimensione dove colori, scenografie e movimenti di macchina ricordano molto più una tavola illustrata che una ripresa cinematografica tradizionale.
Curve impossibili che sembrano disegnate da un bambino geniale, città futuristiche che sembrano galleggiare dentro un videogame, gare automobilistiche che ricordano più una danza coreografica che una competizione sportiva.
Il risultato è quasi ipnotico.
Guardando Speed Racersi ha la sensazione di trovarsi dentro un cartone animato che ha deciso di prendere vita.
Speed Racer, un pilota nato per correre
Al centro della storia troviamo Speed, interpretato da Emile Hirsch, un ragazzo cresciuto praticamente dentro un’officina. La velocità non è solo una passione per lui: è una forma di identità, qualcosa che scorre nel sangue come un destino scritto prima ancora di nascere.
La famiglia Racer vive e respira motori.
Il padre gestisce l’officina con una dedizione quasi romantica, la madre osserva tutto con uno sguardo amorevole ma incredibilmente forte, mentre il piccolo Spritle porta nel film quell’energia infantile che ricorda quanto l’immaginario di Speed Racer nasca da una tradizione di avventura pop e cartoonistica.
Ma dietro questa superficie colorata si nasconde anche un’ombra.
Il fratello maggiore di Speed, Rex, era una leggenda delle corse. Un pilota straordinario la cui morte misteriosa ha lasciato una cicatrice profonda nella famiglia e soprattutto nella mente di Speed.
Correre diventa allora qualcosa di più di una competizione.
Diventa una promessa.
Una corsa contro un sistema corrotto
La trama si muove tra gare spettacolari, intrighi economici e grandi corporation pronte a manipolare ogni competizione pur di controllare il business delle corse.
Speed si ritrova improvvisamente davanti a una scelta difficile: restare fedele ai valori della sua famiglia oppure accettare il compromesso con un sistema che trasforma lo sport in uno spettacolo manipolato.
Il cuore emotivo della storia pulsa proprio qui.
Il film racconta una ribellione romantica contro il cinismo del potere, un tema sorprendentemente serio nascosto sotto un’estetica quasi da caramella psichedelica.
E mentre le macchine si inseguono tra acrobazie impossibili, emerge lentamente una domanda molto semplice: correre significa vincere, oppure significa restare fedeli a sé stessi?
Un trip visivo che sembra un fumetto animato
Parlare di Speed Racersenza parlare della sua estetica sarebbe praticamente impossibile.
I Wachowski costruiscono un film che sembra letteralmente dipinto. I colori sono saturi fino all’estremo, i paesaggi sembrano usciti da un sogno digitale e il montaggio gioca continuamente con sovrapposizioni, dissolvenze e transizioni che ricordano il linguaggio dei manga.
Le gare automobilistiche diventano veri e propri balletti di velocità.
Le auto saltano, si avvitano, ruotano, si lanciano su piste che sfidano la gravità. Tutto appare volutamente artificiale, e proprio per questo incredibilmente coerente con lo spirito dell’anime originale.
Il cinema blockbuster raramente osa spingersi così lontano nella stilizzazione.
Speed Racer invece lo fa senza alcuna paura.
Un cast che abbraccia il tono da favola pop
Il film funziona anche grazie a un cast che sembra perfettamente consapevole del tono quasi fiabesco della storia.
Emile Hirsch interpreta Speed con una sincerità disarmante, evitando qualsiasi ironia distaccata e abbracciando completamente l’idealismo del personaggio.
Christina Ricci porta in scena una Trixie sorprendentemente energica, mentre John Goodman e Susan Sarandon incarnano i genitori Racer con un equilibrio perfetto tra calore familiare e forza morale.
La loro presenza dona alla storia un senso di autenticità emotiva che impedisce al film di diventare solo un esercizio estetico.
In mezzo a tutto questo, la colonna sonora di Michael Giacchinoaccompagna l’avventura con un ritmo travolgente, mescolando adrenalina e nostalgia in modo quasi irresistibile.
Il vero segreto di Speed Racer
Dietro la velocità, i colori e le acrobazie impossibili, Speed Racernasconde qualcosa di molto semplice e molto raro nel cinema contemporaneo: una fiducia quasi ingenua nell’eroismo.
Speed corre perché ama correre.
Non per fama, non per denaro, non per potere.
Corre perché la velocità è la lingua con cui parla al mondo.
E in un’epoca cinematografica sempre più cinica, vedere un personaggio così puro ha qualcosa di sorprendentemente liberatorio.
Un film destinato a dividere
Uscendo dalla sala ho avuto la sensazione molto chiara che Speed Racernon sarà un film facile per tutti.
La sua estetica è radicale. Il suo linguaggio visivo rompe molte regole del cinema tradizionale. Alcuni spettatori probabilmente lo troveranno eccessivo, persino caotico.
Altri invece – soprattutto chi ama anime, fumetti e cultura pop giapponese – potrebbero riconoscere in questo film qualcosa di raro: un blockbuster che non ha paura di sembrare un gigantesco cartoon in live action.
Ed è proprio questo che lo rende così affascinante.
La domanda per la community nerd
Personalmente sono uscita dalla sala con una sensazione strana e bellissima, quella che capita ogni tanto dopo aver visto un film che non assomiglia davvero a nessun altro.
Un esperimento visivo? Un omaggio all’anime? Un folle trip pop costruito dai Wachowski?
Forse tutte queste cose insieme.
Adesso però la domanda passa a voi, nerd della nostra community: Speed Racer è destinato a diventare un cult oppure resterà uno dei blockbuster più strani mai arrivati al cinema?