Lanterns: il trailer svela la nuova era delle Lanterne Verdi nel DC Universe

Un anello verde che brilla nel buio dello spazio non è solo un simbolo di potere. È una promessa. Una responsabilità. Un richiamo antico che riecheggia nella memoria di chiunque abbia sfogliato un fumetto DC negli ultimi quarant’anni. E adesso quel richiamo torna a farsi sentire forte grazie al primo trailer ufficiale di Lanterns, la nuova serie HBO dedicata alle Lanterne Verdi, destinata a ridefinire l’immaginario cosmico del rinnovato DC Universe.

Il video è arrivato prima del previsto, quasi come un segnale lanciato nello spazio per ricordare ai fan che qualcosa di enorme sta prendendo forma. L’uscita della serie è fissata per agosto 2026, ma le prime immagini bastano già a far capire che questa produzione non vuole essere semplicemente un’altra storia di supereroi. Il progetto punta molto più in alto: costruire un thriller cosmico capace di mescolare investigazione, mitologia fumettistica e drammi umani.

E fidatevi: se amate le storie DC quanto me, la sensazione è quella di assistere all’inizio di qualcosa di davvero grande.

Il nuovo DC Universe guarda alle stelle

La serie nasce all’interno della grande rifondazione del DC Universe guidata da James Gunn e Peter Safran, un piano ambizioso che vuole restituire coerenza e profondità narrativa a uno dei mondi supereroistici più iconici della cultura pop.

In questo contesto, Lanterns occupa un ruolo strategico. Il progetto doveva arrivare nei primi mesi del 2026, ma la data è stata spostata verso la fine dell’estate dello stesso anno, come annunciato dal CEO HBO Casey Bloys durante la presentazione dei palinsesti a New York. Un rinvio che non suona come un problema, ma piuttosto come una dichiarazione di intenti: perfezionare ogni dettaglio per trasformare la serie in uno dei pilastri narrativi della nuova era DC.

Il calendario, tra l’altro, crea una curiosa vicinanza con il film Clayface, previsto per settembre. Due opere molto diverse, ma entrambe pensate per espandere il lato più oscuro e complesso dell’universo DC.

Un thriller investigativo nello spazio

Dimenticate la classica epopea supereroistica piena di battaglie spettacolari tra pianeti. Lanterns sceglie una strada decisamente più intrigante: quella del noir investigativo.

La storia parte da un omicidio misterioso nel Nebraska. Un caso apparentemente ordinario che però si rivela presto collegato a qualcosa di immensamente più grande. Dietro quella morte si nasconde un enigma capace di minacciare l’equilibrio dell’intero cosmo.

A indagare sono due membri del Corpo delle Lanterne Verdi, i guardiani intergalattici incaricati di proteggere i 3600 settori dello spazio. Ognuno di loro brandisce un anello alimentato dalla forza di volontà, capace di trasformare l’energia in costrutti luminosi di qualunque forma.

La struttura narrativa sembra voler fondere atmosfere da True Detective con l’immaginario fantascientifico più cupo, quasi un incontro tra il poliziesco contemporaneo e la fantascienza sporca alla Blade Runner.

Dietro la sceneggiatura troviamo una squadra creativa impressionante. Chris Mundy, già autore di Ozark, lavora insieme a Damon Lindelof, mente dietro la serie Watchmen, e allo scrittore DC Tom King, uno degli autori più raffinati ad aver raccontato le Lanterne nei fumetti moderni.

Una combinazione che promette profondità psicologica, tensione narrativa e rispetto assoluto per il mito fumettistico.

Hal Jordan e John Stewart: due eroi, due epoche

Al centro della storia troviamo due figure fondamentali dell’universo DC: Hal Jordan e John Stewart.

Hal Jordan, interpretato da Kyle Chandler, rappresenta la vecchia guardia delle Lanterne Verdi. Pilota, impulsivo, istintivo. Un uomo che ha visto abbastanza oscurità da dubitare persino della luce che porta sull’anello.

Accanto a lui arriva la nuova recluta John Stewart, interpretato da Aaron Pierre. Ex marine, artista, costruttore di forme perfette generate dalla volontà. Se Hal è azione pura, John è struttura. Geometria. Controllo.

Il rapporto tra i due sembra costruito come una sorta di passaggio generazionale. Mentor e allievo, ma anche due visioni del mondo che inevitabilmente entreranno in collisione.

E questa dinamica potrebbe diventare uno degli elementi più affascinanti della serie.

Sinestro torna nell’ombra

Ogni grande storia delle Lanterne ha bisogno di una presenza capace di mettere in discussione l’equilibrio tra luce e oscurità.

Quella presenza ha un nome: Sinestro.

Il personaggio, interpretato da Ulrich Thomsen, è uno degli antagonisti più complessi della mitologia DC. Un tempo mentore di Hal Jordan, ora rappresenta la versione distorta della stessa luce che le Lanterne difendono.

La sua presenza suggerisce che la serie non racconterà una semplice lotta tra bene e male. Piuttosto uno scontro ideologico tra due visioni del potere.

E quando Sinestro entra in scena, significa sempre che il cosmo sta per cambiare.

Un indizio folle nel trailer: la Lanterna scoiattolo

Tra le battute più sorprendenti del trailer compare una frase destinata a diventare immediatamente virale tra i fan.

John Stewart chiede ad Hal Jordan se abbia parlato con altre Lanterne. Hal risponde con una frase che sembra uscita da una discussione nerd tra amici: lui è l’unico umano, gli altri sono alieni… e uno di loro è uno scoiattolo parlante.

Chi conosce bene i fumetti DC sa che non si tratta affatto di una battuta casuale.

Quel riferimento punta direttamente a Ch’p, uno dei membri più curiosi del Corpo delle Lanterne Verdi. Creato nel 1982 da Paul Kupperberg e Don Newton, Ch’p proviene dal pianeta H’Lven e ha l’aspetto di uno scoiattolo antropomorfo.

Nel lore DC, dopo la morte del protettore del suo settore, l’anello scelse proprio lui. Addestrato da Kilowog sul pianeta Oa, Ch’p divenne una Lanterna coraggiosa e sorprendentemente popolare tra i fan.

La sua storia nei fumetti è stata anche piuttosto tragica: negli anni ’90 il personaggio morì in modo assurdo, travolto da un camion giallo sulla Terra. Un destino bizzarro che lo rese ancora più iconico.

La semplice citazione nel trailer suggerisce che il DC Universe televisivo potrebbe abbracciare anche gli elementi più strani e affascinanti della mitologia cosmica DC.

E conoscendo James Gunn, amante delle creature spaziali fuori dagli schemi, l’idea non sembra affatto impossibile.

Un cast ricco di volti importanti

Il mondo narrativo della serie si espande grazie a un cast che promette di arricchire la dimensione terrestre della storia.

Kelly Macdonald interpreta Kerry, lo sceriffo di una piccola città coinvolta nell’indagine. Nathan Fillion torna nei panni di Guy Gardner, Lanterna Verde e membro della Justice Gang. Garret Dillahunt veste i panni di William Macon, un cowboy contemporaneo con un ruolo ancora misterioso.

Accanto a loro troviamo Poorna Jagannathan nel ruolo di Zoe, Nicole Ari Parker come Bernadette Stewart, madre di John, e Jason Ritter nel ruolo di Billy Macon.

Personaggi apparentemente lontani dal cosmo DC, ma destinati a diventare pedine fondamentali di un mistero molto più grande.

Un’estetica tra fantascienza e noir

L’impatto visivo della serie sembra puntare su un realismo quasi ruvido.

Il trailer mostra pochissimi effetti spettacolari. Gli anelli verdi compaiono appena, come se il potere delle Lanterne fosse qualcosa da rivelare lentamente. Una scelta intelligente, che rafforza l’idea di un thriller investigativo prima ancora che di una saga cosmica.

Il risultato ricorda le atmosfere sporche e malinconiche di certa fantascienza adulta. Un cosmo lontano dalle luci patinate dei blockbuster, abitato da guardiani stanchi, imperfetti, carichi di responsabilità.

Il giuramento delle Lanterne torna a risuonare

Ogni fan DC conosce quelle parole.

“Nel giorno più splendente, nella notte più profonda…”

Il giuramento delle Lanterne Verdi non è soltanto una formula rituale. È una dichiarazione di intenti. Un simbolo di volontà che resiste anche quando l’oscurità sembra avere la meglio.

Lanterns sembra voler riscoprire proprio questo lato della mitologia DC: la responsabilità del potere, il peso delle scelte, la linea sottile tra eroismo e fallimento.

E forse è proprio questa la direzione più interessante per il futuro del DC Universe.

Il debutto è previsto per agosto 2026, ma il trailer ha già acceso discussioni infinite tra i fan. Un thriller cosmico, due Lanterne legendarie, un mistero che parte dalla Terra e si estende tra le stelle.

Se le promesse verranno mantenute, Lanterns potrebbe diventare la serie DC più ambiziosa mai realizzata per la televisione.

E adesso voglio sapere cosa ne pensate voi.
La nuova era delle Lanterne Verdi vi convince? Oppure il DC Universe sta correndo un rischio enorme con questa reinterpretazione noir?

Parliamone nei commenti. Perché quando si parla di DC, le discussioni tra nerd sono sempre… illuminate.

The Brave and the Bold: il Batman che aspetta, tra dubbi creativi e una nuova eredità oscura

A un certo punto, parlando di Batman, bisogna smettere di chiedersi “chi lo interpreta” e iniziare a domandarsi “che fase sta attraversando”. Perché il Cavaliere Oscuro, più di qualsiasi altro supereroe mainstream, è un termometro emotivo dell’industria. Ogni sua incarnazione racconta qualcosa non solo di Gotham, ma di chi lo sta producendo, scrivendo, immaginando. E in questo momento l’aria è strana. Non tesa. Non entusiasmante. Strana, come quelle notti in cui la città è silenziosa e sai che qualcosa si sta muovendo comunque, sotto la superficie.

The Brave and the Bold vive esattamente lì. In quello spazio sospeso dove le promesse sono state fatte, ripetute, rilanciate, ma il motore non è ancora partito davvero. Dove il titolo pesa come un manifesto e allo stesso tempo come una domanda aperta. È il Batman che dovrebbe inaugurare una nuova fase condivisa, quello che finalmente rientra nel flusso del DC Universe senza restare confinato in una bolla autoriale. Eppure, ogni volta che sembra pronto a fare un passo avanti, qualcosa frena. O devia.

Il nome che per mesi è sembrato scolpito nella pietra è quello di Andy Muschietti. Scelta che, all’epoca, aveva un suo senso preciso. Muschietti non è un regista neutro, non è uno che scompare dietro il franchise. Porta sempre con sé un’idea di famiglia disturbata, di legami che fanno paura quanto i mostri. It lo diceva chiaramente. The Flash, nel bene e nel male, tentava di dirlo lo stesso. Batman padre di un figlio che non ha cresciuto, che arriva addestrato a uccidere, sembrava una prosecuzione naturale di quel discorso. Quasi inevitabile.

Eppure oggi quel legame non è più così solido. Non c’è uno strappo ufficiale, nessun addio teatrale. Solo la sensazione che Muschietti abbia davanti più strade di quante ne possa percorrere tutte insieme. Altri progetti, altri incastri, altri tempi. Il cinema dei grandi universi funziona così: se non entri in corsia al momento giusto, rischi di restare fermo al casello mentre il resto del traffico riparte senza di te. E Batman non è il tipo di personaggio che aspetta educatamente.

Nel frattempo, sopra tutto questo, c’è la regia invisibile di James Gunn e Peter Safran. Il nuovo DC Universe non nasce per accumulo, ma per selezione. Meno titoli annunciati tanto per, più idee che devono funzionare davvero prima di essere girate. Questo spiega perché The Brave and the Bold sembri ancora in fase di respirazione controllata, mentre altri progetti hanno già mostrato muscoli e direzione. Batman, paradossalmente, è troppo importante per essere affrettato. E troppo simbolico per permettersi di sbagliare tono.

La svolta più concreta, quella che fa pensare che sotto la superficie qualcosa stia davvero prendendo forma, passa dalla scrittura. Christina Hodson è una scelta che parla chiaro a chi segue questi mondi da anni. Non è una sceneggiatrice chiamata a rattoppare, ma a costruire. Sa muoversi nei franchise senza anestetizzarli, sa scrivere personaggi femminili e maschili senza trasformarli in funzioni narrative. Birds of Prey aveva difetti evidenti, ma anche una voce. Bumblebee ha dimostrato che si può raccontare un’icona senza farla sembrare un museo. The Flash, con tutti i suoi problemi, reggeva proprio quando la storia si concentrava sui rapporti, non sugli effetti.

Ed è qui che The Brave and the Bold diventa interessante davvero. Perché non parla solo di Batman. Parla di un Batman che deve smettere di essere un’icona solitaria e diventare, suo malgrado, un padre. L’ispirazione dichiarata ai cicli di Grant Morrison non è un dettaglio da comunicato stampa. È una dichiarazione d’intenti. Morrison ha preso Bruce Wayne e lo ha messo di fronte alle conseguenze della sua leggenda. Ha introdotto Damian Wayne non come mascotte, ma come bomba emotiva. Un figlio cresciuto nella violenza, convinto di essere migliore di chiunque altro, che obbliga Batman a fare qualcosa che non ha mai saputo fare bene: educare, non controllare.

Portare tutto questo al cinema significa cambiare grammatica. Robin non è più un ragazzino colorato che alleggerisce i toni, ma un conflitto ambulante. Gotham non è solo un luogo da salvare, ma una città che osserva un uomo cercare di non ripetere gli errori dei propri maestri. È una Bat-family che non nasce per fanservice, ma per necessità narrativa. Ed è forse per questo che il progetto viene maneggiato con così tanta cautela.

La separazione netta dal mondo costruito da Matt Reeves va letta in questa chiave. Il Batman di Reeves, incarnato da Robert Pattinson, è una creatura notturna, introspettiva, quasi monastica. Funziona perché è isolata. Chiederle di convivere con altri eroi, con dinamiche familiari, con un universo condiviso, significherebbe snaturarla. Meglio lasciarla crescere per conto suo, mentre altrove si costruisce qualcosa di diverso. Non migliore, non peggiore. Diverso.

Ed eccoci di nuovo al punto di partenza. Muschietti resta o no? La verità è che, oggi, conta meno di quanto sembri. Perché The Brave and the Bold non ha bisogno solo di un regista. Ha bisogno di una visione che tenga insieme l’eredità del personaggio e il nuovo corso del DC Universe. Se Muschietti sarà l’uomo giusto per farlo, bene. Se il testimone passerà a qualcun altro, la vera domanda sarà un’altra: riuscirà questo Batman a parlare di padri e figli senza perdere la sua ombra?

Forse è questo il motivo per cui l’attesa non pesa come un ritardo, ma come un silenzio carico. Gotham è abituata. E anche noi, in fondo, sappiamo riconoscere il momento in cui il segnale non è ancora arrivato, ma la linea è aperta.

Man of Tomorrow: il Superman di James Gunn cambia le regole del DC Universe

Il futuro del DC Universe ha finalmente un nome che pesa come un manifesto ideologico, un titolo che non guarda solo avanti ma dialoga apertamente con ottant’anni di mitologia supereroistica. Man of Tomorrow non è semplicemente il seguito del Superman di James Gunn: è una dichiarazione d’intenti, un ponte tra la Golden Age e il nuovo corso cinematografico che sta ridefinendo l’identità della DC sul grande schermo.

Dopo aver conquistato pubblico e fan nel 2025 con un film che ha riportato Superman al centro dell’immaginario collettivo, Gunn torna dietro la macchina da presa per un progetto che promette di essere ancora più ambizioso. L’uscita è fissata per il 9 luglio 2027 e, già ora, Man of Tomorrow si candida a diventare uno dei capitoli più discussi e attesi dell’intero DCU. Non tanto per l’azione o gli effetti speciali, quanto per il suo cuore narrativo: una storia che osa ribaltare equilibri considerati intoccabili.

Il titolo, prima di tutto, è una scelta carica di significato. Non “Superman: Man of Tomorrow”, come molti avevano ipotizzato, ma semplicemente Man of Tomorrow. Una sottrazione che è anche una dichiarazione. Quel soprannome accompagna Kal-El fin dal 1939, quando venne utilizzato per descriverlo come simbolo di progresso, speranza e fiducia nel domani. Recuperarlo oggi significa riportare Superman alla sua funzione originaria: non solo un eroe potentissimo, ma un’idea. Un faro puntato sul futuro dell’umanità.

Ed è proprio qui che entra in gioco l’elemento più sorprendente del film. Gunn ha spiegato apertamente che Man of Tomorrow sarà tanto un film su Superman quanto su Lex Luthor. Non un sequel tradizionale, non un “Superman II” mascherato, ma un capitolo autonomo della cosiddetta Super Family Saga che DC Studios sta costruendo con pazienza e visione. Una saga corale, dove i personaggi non orbitano più solo attorno all’Uomo d’Acciaio, ma crescono, si scontrano e si ridefiniscono.

L’idea che ha fatto esplodere il dibattito online è quella di un’alleanza forzata tra Superman e il suo storico nemico. Secondo quanto rivelato dallo stesso Gunn, Clark Kent e Lex Luthor dovranno collaborare, almeno in parte, per affrontare una minaccia così grande da rendere irrilevante il loro conflitto personale. Una scelta narrativa che rompe decenni di schemi e che, proprio per questo, risulta irresistibile. Vedere l’eroe simbolo della speranza lavorare fianco a fianco con l’incarnazione dell’ego e del genio umano promette scintille emotive prima ancora che spettacolari.

A dare volto e anima a questo duello-alleanza saranno David Corenswet e Nicholas Hoult. Corenswet ha già dimostrato di saper incarnare uno Superman che richiama la nobiltà classica di Christopher Reeve senza rinunciare a una sensibilità moderna, mentre Hoult si prepara a portare sullo schermo un Lex Luthor inedito, più umano, stratificato, persino vulnerabile. Gunn ha ammesso di sentire una certa affinità con questo Lex, lasciando intendere una scrittura che potrebbe spingerci a comprenderlo, se non addirittura a empatizzare con lui.

Perché, diciamolo chiaramente, un’alleanza tra Superman e Lex non può che essere temporanea.

E il pericolo che li costringerà a collaborare ha un nome che i fan aspettano da decenni. Brainiac. L’intelligenza artificiale aliena, collezionista di mondi, uno dei villain più iconici e temuti dell’universo DC, pronto finalmente a fare il suo debutto cinematografico live action. Nei fumetti e in serie come Superman: The Animated Series, Brainiac è spesso legato a Luthor da rapporti ambigui, fatti di alleanze opportunistiche e tradimenti inevitabili. Portarlo sul grande schermo significa introdurre una minaccia di portata cosmica, paragonabile per peso narrativo a Galactus nel Marvel Universe.

A interpretarlo sarà Lars Eidinger, una scelta che lascia intendere un approccio inquietante e sofisticato al personaggio. Non un semplice mostro digitale, ma un antagonista capace di incarnare la paura del controllo totale, della conoscenza priva di empatia, della logica che schiaccia ogni forma di vita.

Ma Man of Tomorrow non si limiterà allo scontro tra titani. Questo film rappresenta anche un tassello fondamentale nella costruzione della Super-Family. Dopo Supergirl: Woman of Tomorrow del 2026, il pubblico potrà finalmente assistere all’incontro tra Clark Kent e Kara Zor-El, interpretata da Milly Alcock. Un momento atteso da generazioni di lettori, pronto a trasformarsi in uno dei passaggi emotivi più potenti dell’intero DCU.

I rumor parlano anche di un universo sempre più popolato: il ritorno di Krypto il Supercane appare quasi obbligatorio, così come la presenza di membri della Justice Gang. Isabela Merced ha già confermato il suo ritorno nei panni di Hawkgirl, mentre restano in sospeso le conferme per Nathan Fillion come Guy Gardner, Anthony Carrigan come Metamorpho ed Edi Gathegi come Mister Terrific. Un mosaico di personaggi che suggerisce una narrazione sempre più corale, dove ogni tassello ha un peso specifico.

Sul fronte tecnico, Gunn tornerà a firmare sia la regia che la sceneggiatura, affiancato nuovamente da John Murphy e David Fleming per la colonna sonora. Una continuità creativa che fa ben sperare in un’identità sonora e visiva coerente, capace di dare al DCU un’impronta riconoscibile e personale.

Le riprese inizieranno nel 2026, ma la vera partita si gioca già ora, sul terreno delle aspettative. Man of Tomorrow non deve solo confermare il successo del film precedente: deve dimostrare che questo nuovo universo DC ha una direzione chiara, una visione a lungo termine e il coraggio di osare dove altri si sono fermati. Brainiac potrebbe essere il grande antagonista di questo capitolo, ma all’orizzonte restano ombre ancora più imponenti. Darkseid? Un conflitto con l’umanità stessa? Gunn, come sempre, mantiene il mistero.

Una cosa però è certa. Quando il mantello rosso tornerà a solcare il cielo nel 2027, non sarà solo il ritorno di Superman. Sarà la conferma che l’Uomo di Domani ha ancora qualcosa da dire al nostro presente.

E adesso tocca a voi, community nerd: l’idea di vedere Superman e Lex Luthor costretti a collaborare vi esalta o vi spaventa? Brainiac è il villain giusto per inaugurare questa nuova fase del DCU o avreste puntato su un altro nome? Parliamone nei commenti, perché il futuro dell’Uomo di Domani, come sempre, si costruisce insieme.

Captain Atom: il ritorno dell’eroe nucleare che può cambiare il nuovo DC Universe

Da qualche giorno il fandom DC è in fermento, e non per un motivo qualunque. Voci sempre più insistenti parlano di una possibile apparizione di Captain Atom nella seconda stagione di Creature Commandos, la serie animata che ha aperto ufficialmente le danze del nuovo DC Universe targato James Gunn. Un rumor che, se confermato, non sarebbe solo una chicca per fan hardcore, ma un segnale narrativo enorme. Perché Captain Atom non è un personaggio qualunque: è una bomba a orologeria emotiva, politica e cosmica, uno di quei nomi che portano con sé decenni di riscritture, tragedie personali e parallelismi inquietanti.

Nato nel 1960 sulle pagine di Space Adventures grazie alla penna di Joe Gill e alle matite di Steve Ditko, Captain Atom arriva da quell’epoca magica in cui la fantascienza a fumetti mescolava Guerra Fredda, paura dell’atomica e fiducia cieca nella scienza. All’inizio è Allen Adam, tecnico missilistico dell’aeronautica, letteralmente atomizzato da un incidente e trasformato in un eroe nucleare dai capelli argentati. Una figura quasi pulp, figlia del suo tempo, che combatte alieni e minacce comuniste con un costume rosso e giallo pensato per proteggere il mondo dalle sue radiazioni.

Tutto cambia quando la DC acquisisce i personaggi Charlton e decide di integrarli nella propria continuity dopo Crisi sulle Terre infinite. Captain Atom viene smontato e rimontato pezzo per pezzo, trasformandosi in Nathaniel Christopher “Nate” Adam, pilota decorato, marito e padre, tradito dallo Stato che serve. Accusato ingiustamente, costretto a scegliere tra la pena di morte e un esperimento folle, Nate viene vaporizzato nel 1968 e ritorna vent’anni dopo come essere di pura energia. Non più semplice supereroe, ma arma governativa, prigioniero in una tuta di contenimento, simbolo vivente del potere che sfugge di mano.

Ed è qui che Captain Atom diventa davvero interessante. Perché ogni sua incarnazione parla di controllo, di paura, di cosa succede quando un uomo diventa più grande del sistema che lo ha creato. Le sue somiglianze con Superman hanno sempre rappresentato un problema per la DC, che nel tempo ha cercato di dargli una collocazione unica: leader della Justice League, comandante militare, minaccia latente, persino supercriminale sotto l’identità di Monarch. Un destino talmente potente da ispirare indirettamente uno dei personaggi più iconici della storia del fumetto moderno: il Dottor Manhattan di Watchmen, nato proprio come “sostituto” di Captain Atom quando Alan Moore e Dave Gibbons non poterono usare i personaggi Charlton.

Nel corso degli anni Nate Adam ha vissuto tutto. Amori impossibili come quello con Plastique, rivalità accese con Firestorm, leadership nella Justice League Europe, viaggi temporali incontrollabili, salti dimensionali che lo hanno portato persino nell’universo Wildstorm. Qui ha affrontato l’Authority, i Wildcats e un destino apocalittico che lo voleva causa della distruzione dell’intero multiverso. Ogni volta che Captain Atom accumula troppa energia, il tempo stesso lo rifiuta, scaraventandolo avanti o indietro nella storia come un errore di sistema.

Le sue versioni alternative non sono da meno. In Kingdom Come basta danneggiare la sua tuta per cancellare uno Stato intero. In Flashpoint non diventa mai un metaumano, ma un generale invecchiato in un mondo spezzato. Nelle saghe più recenti, tra New 52 e Rinascita, arriva persino a sviluppare un complesso divino, usando i suoi poteri per curare e uccidere a piacimento, convinto di sapere cosa sia meglio per l’umanità.

Ed è proprio questo che rende così intrigante il suo possibile ingresso in Creature Commandos. La serie animata gioca con i margini dell’eroismo, con personaggi considerati sacrificabili, controllati, usati come strumenti. Inserire Captain Atom in quel contesto significherebbe portare sul tavolo una riflessione gigantesca sul rapporto tra potere e obbedienza, tra identità e propaganda. Nate Adam è l’incarnazione vivente della domanda che perseguita il DC Universe da sempre: chi controlla davvero i supereroi?

Dal punto di vista mediatico, Captain Atom ha già lasciato il segno. È apparso in film animati come Superman/Batman: Nemici Pubblici, in serie come Justice League Unlimited e Batman: The Brave and the Bold, nei videogiochi e persino come vittima simbolica nella saga Injustice, ucciso da un Superman ormai oltre il limite. Ogni apparizione rafforza l’idea di un personaggio instabile, potentissimo, mai completamente al sicuro da se stesso.

Se le voci sulla seconda stagione di Creature Commandos si riveleranno fondate, non sarà solo un cameo da riconoscere con un sorriso complice. Potrebbe essere un tassello chiave del nuovo DCU, un modo per introdurre temi più adulti, politici e filosofici senza rinunciare allo spettacolo. Captain Atom non entra mai in scena per caso: quando arriva, qualcosa sta per esplodere. Magari non subito. Magari non dove ce lo aspettiamo.

Ora la parola passa a voi. Vi piacerebbe vedere Nate Adam animato in questo nuovo universo? Meglio come alleato instabile o come minaccia silenziosa pronta a diventare Monarch? Parliamone, perché quando Captain Atom entra nella conversazione, il multiverso inizia a tremare.

Supergirl: Woman of Tomorrow – La rinascita feroce della kryptoniana che cambierà il DCU

Quando il trailer di Supergirl: Woman of Tomorrow è esploso online, quel che si è percepito immediatamente è stato un colpo di frusta emotivo. Non il classico momento da “ok, vediamo cosa combina Kara stavolta”. Piuttosto, la sensazione di essere davanti a un personaggio che pretende attenzione, che si prende lo spazio che per decenni le è stato negato, che rielabora l’eredità della Casa di El con una forza quasi dolorosa. Nel 2026 la kryptoniana interpretata da Milly Alcock farà il suo debutto da protagonista nel nuovo DCU di James Gunn e Peter Safran, e l’impressione è quella di assistere a un vero cambio d’epoca.

Questa Kara non è un simbolo prefabbricato. Non è sorridente, non è accomodante, non è la versione luminosa del cugino Kal-El. È ferita, arrabbiata, ironica, borderline, più incline a fare colazione con un bicchiere forte su un pianeta lontano che con un succo d’arancia nel Kansas. Il trailer la introduce mentre brinda al suo ventitreesimo compleanno con un senso dell’umorismo così malconcio da diventare subito irresistibile. E quando esplode “Call Me” dei Blondie, l’energia cambia completamente: non siamo davanti a una principessa kriptoniana, ma a una sopravvissuta che vive in equilibrio precario tra trauma e resilienza.

Il DCU la presenta fin dal primo secondo come Kara Zor-El, e questo dettaglio racconta più di quanto sembri. A differenza di Clark, lei non ha mai davvero trovato una nuova casa sulla Terra. Non ha avuto le praterie del Midwest, i genitori amorevoli, le notti sotto le stelle. Ha visto Krypton morire con i propri occhi. Ha vissuto l’agonia del suo popolo, non l’ha immaginata. E mentre Clark cresceva imparando ad amare l’umanità, Kara cresceva ricordando ogni minuto ciò che aveva perduto.

Il trailer lo sottolinea senza pietà. Mentre lei parla della facilità con cui Superman vede il bene nelle persone, lascia cadere la frase destinata a definire l’intero film: “Io vedo la verità.” Ed è una verità che brucia.

La Kara di Milly Alcock: perché il fandom è già in ginocchio

L’ingresso di Milly Alcock nel DCU ha lo stesso effetto che ebbe l’arrivo di Gal Gadot nei panni di Wonder Woman: un’improvvisa sensazione di inevitabilità. Alcock non interpreta Kara, Alcock è Kara. Nella sua interpretazione c’è la stanchezza di chi ha vissuto la fine del mondo, il sarcasmo di chi ha visto troppo, la fragilità mai ammessa di chi si protegge dietro una facciata da “niente mi tocca”.

La prima apparizione in Superman (dove arrivava barcollando dopo una notte di festa interplanetaria) aveva già acceso l’entusiasmo, ma il trailer di Woman of Tomorrow ha fatto qualcosa di più. Ha trasformato l’interesse in investimento emotivo. Kara entra in scena come un fulmine, ma quel fulmine ha radici profonde.

Il successo di Superman e il peso che ora ricade su Supergirl

Con il Superman di Gunn protagonista di un debutto da oltre seicento milioni di dollari, molti spettatori hanno iniziato a chiedersi quale sarebbe stato il prossimo tassello per testare la solidità del nuovo universo narrativo. La risposta arriva adesso. Supergirl non è un semplice sequel, non è un progetto di contorno: è la prova di maturità del DCU. È la storia che può definire se l’ambizione di Gunn di raccontare un universo più corale, più drammatico e più stratificato reggerà davvero allo sguardo del pubblico.

Woman of Tomorrow, tratto dalla splendida graphic novel di Tom King e Bilquis Evely, è costruito come un viaggio iniziatico sporco, crudo, emotivamente devastante. Il film conserva questa visione senza compromessi e la porta sul grande schermo con una fedeltà che, pare, abbia già conquistato chi ha assistito alle prime proiezioni riservate.

Un film che nasce da ferite antiche e nuove alleanze

Il cuore narrativo del film si costruisce intorno a una missione che all’inizio sembra quasi un diversivo, ma che diventerà un imperativo morale. Kara incontra Ruthye Mary Knoll, interpretata da Eve Ridley, una ragazza aliena determinata a vendicare l’assassinio del padre. La loro alleanza non nasce dall’empatia, ma dalla necessità. Kara non è in cerca di redenzione. È in cerca di qualcosa che assomigli a un motivo per continuare a essere viva.

E poi c’è Krypto, il cane più maleducato dell’universo, l’amico più fedele che una kryptoniana possa desiderare, il compagno di viaggio che la segue attraverso deserti stellari e pianeti desolati. La loro dinamica è sporchissima e dolcissima insieme: se Kara è spezzata, Krypto è il cerotto che non tiene, ma che lei continua a mettere lo stesso.

Il villain principale, Krem of the Yellow Hills, interpretato da Matthias Schoenaerts, è l’incarnazione della crudeltà senza scrupoli. Niente trasformazioni digitali, niente follie cosmiche: solo un assassino con ideali distorti e una presenza scenica da incubo.

E in mezzo a tutto questo, sbuca lui: Lobo, interpretato da Jason Momoa, finalmente libero di abbracciare la versione più sfacciata e punk del personaggio. Anche se la sua presenza potrebbe essere limitata, la sua impronta sarà devastante.

Il costume che ha fatto impazzire il fandom

Durante il CCXP è stato rivelato il nuovo costume, diventato immediatamente un simbolo programmatico. Non più colorato, non più infantile, non più un doppione di quello del cugino. Il mantello ha linee tese che ricordano l’iconografia di Evely, lo stemma della Casa di El è grande e deciso, la cintura dorata elimina ogni dettaglio superfluo. Non è un abito da supereroina: è un’armatura emotiva.

Un messaggio chiaro: Kara non è un eco femminile di Superman. Kara è una soldatessa che ha già perso tutto e che ha ancora troppi conti aperti con l’universo.

Un DCU che riscrive la mitologia kryptoniana

Una delle svolte narrative più impattanti del nuovo universo riguarda Krypton stesso. L’idea introdotta nel film di Superman, che l’arrivo di Kal-El fosse parte di un piano di colonizzazione, apre scenari completamente inediti. Non più un popolo di puri e illuminati, ma una civiltà complicata, contraddittoria, forse persino colpevole.

David Krumholtz, interprete di Zor-El, ha confermato che il film sarà estremamente fedele alla graphic novel e chiarirà molto della storia familiare della Casa di El. La domanda che il fandom continua a ronzare è affilata come una lama: e se l’eroismo di Krypton non fosse stato così cristallino? E se la famiglia di Kara fosse coinvolta in dinamiche ben più oscure di quelle finora raccontate?

Il film sembra intenzionato ad affrontare queste domande senza paura.

Una costruzione estetica che profuma di epopea sci-fi

Le riprese tra Islanda, Scozia e Londra hanno permesso a Gillespie di costruire un universo visivo che sembra scolpito più che filmato. Niente luci perfette, niente colori saturi, niente spazi rassicuranti. Ogni pianeta è una ferita. Ogni cielo è un ricordo infranto. Ogni navicella ha graffi, bruciature, segni di guerra. Il costume stesso di Kara è segnato, consumato, vissuto. Non un simbolo pulito, ma un’armatura sopravvissuta all’inferno.

Prime reazioni: il film che potrebbe diventare un cult immediato

Secondo alcune indiscrezioni, chi ha visto il film in anteprima privata è uscito in lacrime e applausi. Milly Alcock viene descritta come un “uragano controllato”, capace di unire durezza e delicatezza con una naturalezza quasi spiazzante. Gunn pare esserne innamorato artisticamente, e questo è sempre un segnale potentissimo: quando un regista costruisce un universo narrativo intorno alla psicologia dei suoi personaggi, l’evoluzione è garantita.

Se Superman è la luce, Kara è il coltello che la attraversa

Questa è la vera chiave del film. Superman rappresenta ciò che crediamo di poter essere. Supergirl rappresenta ciò che serve per diventarlo: il dolore, la perdita, la resilienza, la rabbia, la scelta di rialzarsi ogni volta. Non è escluso che David Corenswet appaia in un cameo che ribalterebbe la dinamica vista in Superman. Sarebbe un gesto narrativo perfetto, una danza di specchi fra i due eredi della Casa di El.

Dalle ceneri nasce l’eroina che aspettavamo da anni

Per troppo tempo Kara è stata trattata come un’appendice, come una derivazione, come una variante rosa di Superman. Woman of Tomorrow spezza questa tradizione e la riscrive da capo. Kara diventa il volto della resilienza kryptoniana, la voce di chi ha visto l’oscurità e ha scelto di affrontarla, non di ignorarla.

Il 26 giugno 2026 sta arrivando. E se il trailer è solo un assaggio, allora prepariamoci: il futuro del DCU non parla più soltanto il linguaggio dell’eroismo classico. Parla con la voce graffiata di Milly Alcock. Una voce che brucia come un sole morente e promette una rinascita che potrebbe cambiare tutto.

Dynamic Duo: il film animato DC con i due Robin in un’epica Gotham tra luce e oscurità

Un fremito attraversa la fandom come una folata di vento freddo che annuncia l’arrivo di qualcosa di enorme. Le community stanno già ribollendo, i forum si stanno riaccendendo e le timeline dei social hanno preso a vibrare come sensori del Batcomputer in modalità allarme. Gotham torna a reclamare la scena, ma stavolta non lo fa con il mantello di Bruce Wayne: a emergere dall’oscurità sono due eroi cresciuti nell’ombra del Cavaliere, pronti a definirsi da soli. Dynamic Duo, il film d’animazione annunciato da James Gunn per il nuovo DC Universe, ha iniziato a muovere i suoi primi passi concreti grazie all’apertura ufficiale dei casting per performer specializzati in marionettistica e teatro di figura.

Un progetto che già sulla carta ha i contorni della leggenda. Non per l’ennesima rielaborazione dell’universo di Batman, ma per la sua natura sperimentale, per la volontà di esplorare nuovi territori visivi e narrativi attraverso una tecnica mai tentata prima in un film di supereroi prodotto su larga scala: la Momo Animation, un ponte affascinante tra animatronica, scultura, marionette fisiche, miniature e CGI.

Un film DC che osa davvero: l’essenza di Elseworlds

Dynamic Duo nasce all’interno dell’etichetta Elseworlds, il rifugio creativo che permette agli autori DC di disegnare storie libere da continuity e vincoli cronologici. È lo stesso spazio concettuale che ha permesso la nascita di “Joker” di Todd Phillips o il Batman noir e brutale di Matt Reeves. Un laboratorio narrativo in cui i miti vengono smontati, reimmaginati e ricomposti secondo logiche che profumano di libertà pura.

La produzione porta la firma di Swaybox Studios, con la supervisione artistica di Arthur Mintz. E benché Matt Reeves non sia coinvolto nel progetto narrativo, la sua casa di produzione 6th & Idaho è parte dell’ossatura produttiva, un indizio del rispetto estetico che gravita intorno a questo titolo. Non si tratta, infatti, di un’estensione del suo “The Batman”, ma di un percorso indipendente che dialoga con le atmosfere cupe e viscerali a cui il regista ci ha abituato.

La sceneggiatura, rimaneggiata e rifinita da Scott Neustadter e Michael H. Weber, due penne che Hollywood considera tra le più sensibili e precise nel tratteggiare psicologie complesse, conferma la volontà di dare alla storia un’anima profonda, intensa e stratificata.

L’uscita prevista per il 30 giugno 2028 sta già brillando all’orizzonte come una data simbolo. Il conto alla rovescia è iniziato.

La rivoluzione della Momo Animation: Gotham come non l’abbiamo mai vista

Arthur Mintz, artista e innovatore, porta sullo schermo una tecnica ibrida che ridefinisce il concetto stesso di animazione. La chiamano Momo Animation, dal giapponese mono, “oggetto”, proprio perché gli oggetti fisici sono il primo mattone dell’intero processo.

Non parliamo di puro stop-motion né di CGI tradizionale. La Momo Animation vive nello spazio di confine tra reale e digitale: marionette a grandezza naturale manovrate in tempo reale da performer, miniature illuminate come set teatrali, scenografie fisiche modellate in studio e poi fuse con la computer grafica per generare movimenti fluidi e profondità quasi tattili.

È un ritorno alla materia, alla fisicità, al gesto artigianale che incontra l’innovazione tecnologica. Gotham, in mano a Mintz, non è più una città generata da algoritmi, ma un corpo vivo fatto di pioggia reale, neon riflessi su superfici costruite a mano, ombre che appartengono a oggetti tangibili. La sua estetica promette di unire il gotico di Burton, il noir di Reeves e il surrealismo di un’opera animata europea.

Una città che respira. Una città che soffre. Una città che, finalmente, si tocca.

Nightwing e Cappuccio Rosso: fratelli, rivali, eredi feriti

Al centro della storia brillano due figure amatissime dai fan DC: Dick Grayson e Jason Todd, entrambi ex Robin, entrambi segnati – ma in modi diversi – dall’eredità di Batman.

Nel film li ritroviamo cresciuti insieme per le strade di una Gotham feroce, sopravvissuti a un’infanzia dura e a un destino che li ha trasformati in due facce opposte della stessa medaglia. Dick rappresenta la speranza, la disciplina, la volontà di credere ancora nella redenzione. Jason è la collera pura, la risposta istintiva a una città che non gli ha mai offerto giustizia né protezione.

Il loro rapporto è una cicatrice condivisa. Un vincolo di fratellanza costellato di silenzi, colpe, fallimenti e tentativi mai detti di tornare indietro. Per la prima volta il loro conflitto non sarà raccontato solo attraverso dialoghi o scontri coreografati, ma attraverso una messa in scena che amplifica ogni gesto grazie alla fisicità delle marionette animate: un linguaggio che rende più intime le espressioni, più potenti le emozioni, più crude le ferite.

Il film non vuole solo mostrarli come vigilanti. Vuole raccontare cosa resta, quando si spezza un legame nato nella paura e cresciuto nella perdita.

Gotham tra incubo e fiaba: un’anteprima che ha acceso l’hype

Durante la CinemaCon di Las Vegas è stato mostrato un breve estratto del film. I presenti hanno parlato di una sequenza quasi ipnotica in cui la Batmobile sfreccia lungo i tunnel della metropolitana. Le luci al neon rimbalzano sulle superfici lucide delle miniature, le ombre lunghe incorniciano la sagoma di Nightwing, e la pioggia – reale, fisica, palpabile – trasforma la scena in un’opera d’arte in movimento.

L’estetica non vuole imitare il realismo: vuole evocare la sensazione di vivere dentro un incubo fiabesco, un racconto oscuro narrato davanti a un falò in una notte senza luna. Una Gotham sospesa, dove tutto sembra fragile e allo stesso tempo eterno.

Il tipo di immagini che restano impresse a lungo, anche quando lo schermo si spegne.

James Gunn, Peter Safran e il coraggio di investire nell’innovazione

Il coinvolgimento dei co-CEO dei DC Studios, James Gunn e Peter Safran, dimostra quanto Dynamic Duo non sia un semplice esperimento, ma un tassello strategico all’interno del nuovo corso DC. La loro volontà di mischiare cinema, animazione, sperimentazione e libertà artistica riflette la nuova filosofia dello studio: produrre opere che parlino linguaggi diversi, senza paura di osare.

In questo scenario, Elseworlds diventa un terreno fertile, un luogo dove si sperimenta ciò che l’universo canonico non può permettersi. Dynamic Duo rappresenta la sintesi perfetta di questa visione.

Un progetto che potrebbe ridefinire l’animazione occidentale

Dynamic Duo non è un film d’animazione tradizionale. È una dichiarazione d’intenti. È un manifesto. È un ponte tra passato e futuro.

Se le premesse verranno rispettate, potremmo trovarci davanti a un nuovo standard per l’animazione occidentale, capace di riportare l’artigianato al centro e di dialogare con la cultura pop in un modo emotivo, materiale, tridimensionale. Non una storia da guardare, ma una storia da sentire.

E mentre il 2028 sembra lontano, l’hype cresce come un temporale su Gotham. Il tuono arriverà, inevitabile.


E ora tocca a voi, nerd della Bat-family

Quale versione del rapporto tra Dick e Jason vorreste vedere esplorata con questa tecnica rivoluzionaria? Quale scena iconica sogni di vivere in Momo Animation?

Raccontamelo nei commenti qui sotto, condividi l’articolo sui social del multiverso geek e unisciti alla discussione con la community di CorriereNerd.it.

Gotham ci aspetta. E questa volta, promette di sorprenderci davvero.

Jimmy Olsen protagonista del nuovo spin-off di Superman: “DC Crime” porta Metropolis su HBO Max

Il nuovo Universo DC firmato James Gunn e Peter Safran continua a espandersi, e questa volta il protagonista non è un alieno venuto da Krypton, ma un ragazzo armato solo di una macchina fotografica, una buona dose di coraggio e un’irresistibile curiosità giornalistica. HBO Max ha ufficialmente messo in sviluppo “DC Crime”, una serie spin-off dedicata a Jimmy Olsen, lo storico reporter del Daily Planet e “migliore amico di Superman”, destinata a esplorare l’altra faccia di Metropolis: quella dove non volano solo supereroi, ma anche intrighi, scandali e misteri degni di un noir fantascientifico.

Il ritorno di un eroe (quasi) dimenticato

James Bartholomew Olsen, per tutti Jimmy, è un personaggio con una storia lunga quasi quanto quella di Superman stesso. Creato nel 1938 da Jerry Siegel e Joe Shuster, è comparso per la prima volta in Action Comics #6, diventando presto uno dei volti più amati del fumetto americano. Giornalista impacciato ma brillante, simbolo di umanità e intraprendenza in un mondo di dèi in calzamaglia, Jimmy è l’occhio attraverso cui i lettori hanno imparato a guardare Superman da vicino: l’amico fidato, il testimone delle imprese dell’Uomo d’Acciaio, e spesso anche il suo salvato di turno.

La serie DC Crime, ideata dai creatori di American Vandal Dan Perrault e Tony Yacenda, punta a reinventare proprio questo sguardo umano e ironico. Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, sarà Skyler Gisondo (già visto in The Righteous Gemstones e Booksmart) a vestire i panni del giovane fotografo del Daily Planet, qui in una veste del tutto nuova: conduttore di una mockumentary series che indagherà i crimini più bizzarri e pericolosi dell’universo DC. Un’idea geniale che promette di mischiare satira giornalistica, azione e metanarrativa, in perfetto stile HBO.

Un mondo tra supereroi e satire investigative

La scelta di costruire un universo “dal basso” non è casuale. Se Superman: Legacy, il film diretto da James Gunn e interpretato da David Corenswet e Rachel Brosnahan nei ruoli di Clark Kent e Lois Lane, rappresenta l’epica classica dell’eroe, DC Crime si muove invece come un “dietro le quinte” del giornalismo supereroico. Il Daily Planet diventa così un crocevia di personaggi minori, voci, complotti e misteri urbani: una Metropolis viva e pulsante che si racconta da sé, tra flash di fotocamere e prime pagine.

Il primo caso al centro della serie? Niente meno che Gorilla Grodd, il celebre nemico di Flash, un primate iperintelligente capace di controllare la mente umana. La sua presenza lascia intendere che il mondo di DC Crime non sarà confinato a Metropolis, ma potrà espandersi verso Gorilla City, il regno segreto di scimmie evolute nascosto nel cuore dell’Africa. Un dettaglio che, per i fan del DCU, non è casuale: Creature Commandos aveva già accennato all’esistenza di Grodd, e ora sembra che l’Universo condiviso stia davvero prendendo forma, tassello dopo tassello.

Un’eredità che torna dal passato

Per chi conosce la storia editoriale di Jimmy Olsen, questo spin-off non è una novità ma un ritorno alle origini. Negli anni Cinquanta, il giovane reporter aveva infatti una sua testata autonoma, “Superman’s Pal, Jimmy Olsen”, una delle serie più longeve della Silver Age con oltre 160 numeri pubblicati. Lì, Jimmy affrontava trasformazioni assurde — da Turtle Boy a Elastic Lad — e avventure surreali degne dei migliori episodi di Doctor Who. Ma proprio in quelle pagine, nel 1970, fece il suo esordio un personaggio destinato a cambiare per sempre la mitologia DC: Darkseid, il tiranno di Apokolips. Non è quindi un caso che Gunn e Safran abbiano deciso di riportare in primo piano un personaggio così legato alla storia cosmica del DCU.

Tra ironia e mitologia

Se Superman: Legacy promette di restituire la figura di Clark Kent al suo archetipo più puro, DC Crime si prepara a essere la sua controparte metanarrativa: un modo per esplorare il mito dell’eroe attraverso gli occhi dell’uomo comune. E in questo senso, Jimmy Olsen rappresenta la quintessenza del “cittadino di Metropolis”: curioso, fallibile, affamato di verità ma anche pronto a ridere del proprio ruolo in un mondo dominato da dèi e mostri.

È difficile non vedere in questa serie anche una sottile riflessione sul giornalismo moderno, sempre più intrecciato con la spettacolarizzazione dell’informazione. Che cosa significa essere reporter in un’epoca in cui la verità è costantemente filtrata da social, propaganda e “realtà alternative”? DC Crime sembra voler rispondere proprio a questa domanda, con l’ironia tagliente che da sempre contraddistingue gli autori di American Vandal.

E il futuro del DCU?

La comparsa di Gorilla Grodd potrebbe aprire la strada a un debutto inaspettato anche per The Flash nel nuovo DCU. Non ci sono conferme ufficiali, ma il fatto che l’antagonista principale della serie sia storicamente legato al velocista scarlatto è un indizio forte. E se davvero Gunn volesse introdurre il nuovo Flash partendo da DC Crime, sarebbe un colpo di genio degno del suo stile: costruire il mito da una prospettiva laterale, partendo dagli outsider.

Per ora, HBO Max e DC Studios non hanno annunciato una data di uscita o l’inizio delle riprese, ma è chiaro che DC Crime è destinata a essere un tassello importante del nuovo universo condiviso. Un progetto che mescola comicità, mistero e mitologia supereroica, dimostrando ancora una volta che, nel mondo DC, anche il più piccolo dei personaggi può diventare il protagonista di una grande storia.

E forse, in fondo, è proprio questo il cuore della leggenda di Metropolis: non servono superpoteri per essere un eroe. A volte basta una fotocamera, un taccuino… e il coraggio di raccontare la verità.

V for Vendetta torna in TV: HBO prepara la serie prodotta da James Gunn e Peter Safran

Vent’anni dopo aver incendiato gli schermi con il suo messaggio anarchico e la sua iconica maschera di Guy Fawkes, V for Vendetta è pronto a tornare. Nel novembre 2025, infatti, HBO ha annunciato lo sviluppo di una serie televisiva ispirata alla celebre graphic novel di Alan Moore e David Lloyd, con Pete Jackson alla sceneggiatura e James Gunn e Peter Safran, i nuovi architetti dei DC Studios, come produttori esecutivi. Una notizia che arriva con tempismo quasi profetico, pochi giorni dopo quel Remember, remember the fifth of November che ogni anno fa vibrare i cuori di chi ha amato l’opera originale e il film del 2005. In un mondo che sembra sempre più diviso e controllato, l’idea di un ritorno televisivo di V for Vendetta suona come un atto di ribellione culturale perfettamente in linea con lo spirito del tempo.


L’origine di un mito: dal fumetto alla leggenda

V for Vendetta nacque nei primi anni ’80 sulle pagine dell’antologia britannica Warrior, per poi essere completato nel 1988-89 in una miniserie a colori pubblicata dalla DC Comics. Alan Moore e David Lloyd dipinsero un futuro distopico e spaventoso: un Regno Unito piegato da un governo neofascista e omofobo, il Norsefire, nato dalle ceneri di una guerra nucleare.

In questo scenario oppressivo si muove V, un anarchico mascherato ispirato alla figura storica di Guy Fawkes, che orchestra un piano per abbattere il regime e restituire al popolo la libertà di pensare e scegliere. Accanto a lui, la giovane Evey Hammond, salvata dalla polizia segreta e trasformata in simbolo di risveglio civile.

La forza della graphic novel non risiede solo nella sua potenza visiva, ma nella capacità di fondere filosofia politica, poetica della rivolta e introspezione psicologica. Non stupisce che, dopo il suo approdo negli Stati Uniti sotto l’etichetta Vertigo, l’opera sia diventata un cult assoluto, con oltre mezzo milione di copie vendute solo nel 2006.


Dal grande schermo al piccolo: la rivoluzione continua

Il film del 2005, diretto da James McTeigue e scritto dalle Wachowski, con Hugo Weaving e Natalie Portman, trasformò V for Vendetta in un manifesto cinematografico della resistenza individuale contro la tirannia. Oggi, Warner Bros. festeggia il ventennale riportando il film nelle sale il 5 novembre 2026, ma la vera sorpresa è l’annuncio della serie HBO.

Secondo Variety, oltre a Gunn e Safran, la produzione coinvolgerà Ben Stephenson (Poison Pen) e Leanne Klein (Wall to Wall Media, parte di Warner Bros. Television Studios UK). HBO e DC Studios, per ora, non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali, ma l’entusiasmo dei fan è già alle stelle.

Se confermata, la serie si aggiungerà a un pantheon di produzioni DC ad alto tasso di qualità come The Penguin e la prossima Lanterns, consolidando l’asse HBO–DC come la nuova casa dell’universo supereroico (e anti-supereroico) più maturo di sempre.


Il mondo secondo V: anarchia, maschere e attualità

Mai come oggi il ritorno di V for Vendetta appare carico di significato. In un’epoca di sorveglianza digitale, disinformazione e governi polarizzati, la storia di un uomo che dichiara guerra a un sistema totalitario non è solo una fantasia distopica: è un monito.

La maschera di Guy Fawkes, resa celebre dal film e adottata da movimenti come Anonymous, è ormai un simbolo universale di dissenso e libertà. Rivederla in un nuovo adattamento HBO significa riaccendere un dibattito che va oltre la narrativa: cosa significa, oggi, ribellarsi?


La sfida di Pete Jackson

Affidare la sceneggiatura a Pete Jackson (no, non quel Peter Jackson del Signore degli Anelli, ma lo sceneggiatore britannico nominato ai BAFTA per Somewhere Boy) è una scelta interessante. Jackson ha dimostrato una sensibilità rara nel raccontare l’alienazione e la perdita di identità, due temi centrali anche in V for Vendetta.

Il suo tocco intimista potrebbe donare nuova profondità al rapporto tra V ed Evey, esplorando non solo la vendetta come atto politico, ma come processo di trasformazione personale. Se a ciò si unisce la visione viscerale e ironica di James Gunn, la serie potrebbe trovare un equilibrio perfetto tra filosofia e spettacolo.


E nel frattempo…

Mentre si attendono dettagli su cast e produzione, i fan potranno rivivere la magia del film originale che tornerà nei cinema in occasione del ventesimo anniversario. Warner Bros. ha già diffuso un trailer celebrativo, carico di nostalgia e con un messaggio chiaro: le idee non muoiono mai. E tu, cosa ne pensi? Il ritorno di V for Vendetta in TV sarà una rivoluzione culturale o un rischio di tradire lo spirito originale?
Partecipa alla discussione su Facebook, Threads o nel nostro canale Telegram — perché, ricordiamolo… le idee sono a prova di pallottola.

James Gunn gela i fan: il “Big Bad” del nuovo DCU non sarà Darkseid — ed è (forse) la scelta più coraggiosa

C’è un suono, un brivido che attraversa la spina dorsale di ogni vero appassionato DC quando il nome viene pronunciato. Non è l’eco della risata squilibrata del Joker, né il tonfo cupo degli stivali di Batman. È il martello cosmico di Darkseid, il signore incontrastato di Apokolips, l’incarnazione granitica dell’ombra profonda del Quarto Mondo di Jack Kirby. Da quando James Gunn ha sollevato il sipario sulla sua ambiziosa tabella di marcia per il nuovo DC Universe — battezzata con l’evocativo titolo di “Gods and Monsters” — una domanda ha sferzato l’aria come un raggio Omega: chi sarà il nemico finale, l’architetto del caos, il filo rosso che terrà insieme le Fasi di questo universo condiviso rifondato?

Ebbene, fan della cultura nerd, la risposta è arrivata ed è destinata a incendiare i forum di discussione: non sarà Darkseid.

Gunn ha messo le cose in chiaro, e le sue motivazioni sono tanto pragmatiche quanto intriganti per chi vive di lore e speculazioni. Il primo ostacolo è l’inevitabile sovrapposizione iconografica e tematica con Thanos, l’eco marvelliana di Darkseid che ha dominato l’epopea cinematografica per un decennio. Per quanto i puristi sappiano che Darkseid è cronologicamente il predecessore e concettualmente ben più stratificato, il grande pubblico vedrebbe una mossa del genere come meno “fresca,” meno distintiva. A questo si aggiunge un’altra, potentissima ragione: la versione di Zack Snyder lo ha già scolpito nell’immaginario recente, offrendo un ritratto muscolare, ieratico e riconoscibile. Ripartire subito dallo stesso “tiranno cosmico” rischierebbe di trasformare il nuovo DCU in una fastidiosa reverberazione di qualcosa che il pubblico ha già assimilato, sia esso in salsa Marvel o in versione Snyder.

Il Mito del Tiranno di Pietra

Per comprendere la risonanza di questa decisione, dobbiamo afferrare chi è Darkseid. Non è solo un cattivo; è un concetto metafisico. È il volto di pietra del dominio assoluto, l’entità che vuole estinguere il libero arbitrio dal Multiverso attraverso il ritrovamento dell’Equazione Anti-Vita. Il suo passato è tessuto nella materia stessa del mito: prima si chiamava Uxas, secondogenito di Yuga Khan e Heggra. Un guerriero che divenne mostro per scelta, ascendendo al trono di Apokolips solo dopo aver assassinato il fratello Drax per impossessarsi della leggendaria Forza Omega. Egli è il despota che regna su un mondo distopico e industriale, una fabbrica per i suoi Paradaemoni, in eterna e ciclica guerra con la luminosa Nuova Genesi dell’Altopadre.

Il suo destino è scritto nelle stelle: la profezia dell’Armaghetto stabilisce che cadrà per mano del proprio figlio. Quel figlio è Orion, gemma di una delle intuizioni più audaci di Kirby, ovvero lo scambio di eredi tra i due regni, un legame indissolubile che semina tragedia, impossibile redenzione e battaglie titaniche.

Nel Canone DC, Darkseid è una tempesta che sconquassa ogni cosa. Il suo nome coincide con “scala cosmica.” Quando i suoi occhi si accendono, l’Effetto Omega trasforma lo spazio-tempo in una pista di caccia personale: i raggi inseguono il bersaglio attraverso le dimensioni, capaci di disintegrazione, teletrasporto, e persino di riportare in vita ciò che hanno annientato. La sua intelligenza tattica, i poteri telepatici e telecinetici, la resistenza sovrumana e i tempi di reazione in microsecondi ne fanno un avversario virtualmente inattaccabile. Eppure, il suo vero tallone d’Achille non è fisico: è l’orgoglio, un’etica distorta dell’onore che, a tratti, lo rende prevedibile. È un dio crudele che preferisce la manipolazione attraverso emissari come DeSaad, le Furie, l’Intergang o il suadente Glorious Godfrey, e che non smette mai di considerare la Terra una ferita aperta da cauterizzare. L’ha invasa, l’ha manipolata, l’ha quasi spezzata in saghe che vanno dal Quarto Mondo all’identità criminale reinventata in Sette Soldati, fino al baratro di Crisi Finale.

Perché Dire “Non Ora” è la Mossa Più Nerd

La storia editoriale di Darkseid è una costellazione di momenti fondamentali, dall’atto di nascita della Justice League nel reboot The New 52 al duello cataclismico con l’Anti-Monitor ne La Guerra di Darkseid. La sua figura è un picco narrativo. Se lo si scala subito, cosa resta dopo? Il rischio è quello di bruciare la curva d’attesa, di riproporre un conflitto “finale” quando il pubblico deve ancora innamorarsi dei nuovi volti, delle alchimie e dei codici estetici del DCU di Gunn.

La scelta di evitare Darkseid significa riscoprire il catalogo sterminato di “mostri e dèi” di casa DC e giocare con traiettorie meno battute sul grande schermo. Questa è la vera scommessa, e la prospettiva più eccitante per la comunità degli appassionati.

I Candidati al Trono Oscuro

Chi potrebbe essere allora l’architetto del caos? Chi brandirà il primo grande disegno in “Gods and Monsters”?

Pensiamo a Brainiac: intelligenza fredda, collezionista di città e di conoscenza. Perfetto per un’epopea fantascientifica che parli di algoritmi, controllo e colonialismo digitale. Un nemico della mente, non solo dei muscoli. O ancora, l’Anti-Monitor: un incubo metafisico che potrebbe mettere in scena il Multiverso non come pretesto narrativo, ma come tema centrale, riportando al cinema il senso di minaccia astratta ma tangibile che solo i grandi eventi DC hanno saputo evocare su carta. C’è Mongul con il suo Warworld, una creatura capace di ribaltare il super-melodramma in un’arena gladiatoria cosmica di crudo spettacolo. Si potrebbe puntare su Vandal Savage per cucire trame millenarie tra passato e futuro, o persino su figure più eccentriche, come l’Intergang e i suoi culti sotterranei, per insinuare il dubbio e la paura a livello più terrestre.

La scelta di Gunn suggerisce un universo che si costruisce in crescendo, per modulazioni di tono, generi che si parlano, minacce che si svelano a strati. Prima l’esplorazione, l’innamoramento dei personaggi, poi l’epica apocalittica.

La Potenza dell’Attesa

Non archiviare Darkseid in un cassetto. Al contrario: tenerlo fuori scena adesso può renderlo più potente domani. Ogni riferimento, ogni sussurro sull’Equazione Anti-Vita, ogni cicatrice lasciata da Apokolips, può lavorare come un trailer lungo anni. Quando e se tornerà, dovrà farlo per chiudere un cerchio, non per aprirlo. È la differenza tra “un grande cattivo” e “il mito.” E i miti hanno bisogno di attesa, hanno bisogno di essere venerati nell’ombra prima di manifestarsi in piena gloria o orrore.

Nel frattempo, il fandom ha il privilegio dell’ignoto: speculare, confrontare canoni, immaginare connessioni. Chi sarà il vero filo rosso di “Gods and Monsters”? Vi intriga l’idea di un DCU che mette al centro il tema del controllo senza ricorrere subito al suo santo patrono?

Ditecelo, carissimi lettori: quale villain dovrebbe diventare il “grande disegno” del DCU di Gunn e perché? La conversazione è il vero superpotere di questa community, e CorriereNerd è qui per alimentarla, numero dopo numero.

Ci leggiamo nei commenti, e occhio ai raggi Omega… almeno per ora.

Constantine 2: l’eterno ritorno dell’anti-eroe. Keanu Reeves e James Gunn tra speranze, sceneggiature e inferni in sospeso

Ci sono storie che non muoiono mai, personaggi che si aggrappano al confine tra luce e oscurità, incapaci di trovare pace. John Constantine è uno di questi. L’antieroe nato dalle pagine di Hellblazer – creato da Alan Moore, Stephen R. Bissette e John Totleben – continua a evocare interesse, anche a distanza di vent’anni dal film che lo ha consacrato sul grande schermo con il volto di Keanu Reeves.
E oggi, in un’epoca di reboot e universi condivisi, il suo ritorno al cinema è ancora una promessa sospesa tra realtà e leggenda: Constantine 2.

Il ritorno di un cult annunciato (ma mai confermato)

Tutto è iniziato nel settembre 2022, quando Warner Bros. annunciò ufficialmente di voler riportare in vita l’esorcista più cinico del fumetto moderno, con Reeves pronto a indossare di nuovo il trench e la sigaretta eterna. Alla regia sarebbe tornato Francis Lawrence, lo stesso autore del film del 2005, e alla sceneggiatura Akiva Goldsman, che nel frattempo è rimasto legato al progetto come produttore.

Sembrava l’inizio di un nuovo viaggio all’inferno. Eppure, due anni dopo, non c’è ancora una sceneggiatura approvata, e Constantine 2 resta un titolo evocato tra podcast, interviste e dichiarazioni frammentarie. Lo stesso James Gunn – oggi demiurgo del nuovo DC Universe insieme a Peter Safran – ha ammesso di aver discusso più volte con Reeves dell’idea, ma senza aver letto neppure una bozza definitiva.

Nel frattempo, il mondo del cinema è cambiato: i supereroi non sono più intoccabili, l’horror si è fatto più autoriale e i fan hanno imparato a diffidare delle promesse. Ma se c’è un personaggio capace di sopravvivere al disincanto, quello è proprio Constantine.

John Constantine: il mago che non crede in niente (ma salva tutti)

Nel pantheon dei personaggi DC, John Constantine è una creatura anomala. È un uomo comune dotato di conoscenze arcane, un antieroe che combatte il male pur essendo dannato lui stesso. Nei fumetti di Hellblazer – pubblicati sotto l’etichetta Vertigo a partire dal 1988 – è un inglese sardonico, alcolizzato, disilluso. Non ha superpoteri, solo un’intelligenza tagliente e una lingua più affilata di qualunque incantesimo.

Quando nel 2005 Keanu Reeves lo portò al cinema, il personaggio cambiò accento, città e perfino colore dei capelli, ma ne conservò l’anima. Quella malinconia cupa, quel senso di colpa perenne, quell’eroismo involontario. Il film, pur distante dal canone cartaceo, conquistò negli anni una reputazione da cult: una Los Angeles infernale, un cast magnetico (Rachel Weisz, Tilda Swinton, Peter Stormare) e una visione spirituale che mescolava religione, horror e noir.

Per molti spettatori, fu l’ultima grande interpretazione “mistica” di Reeves prima della rinascita con John Wick. E proprio per questo, l’idea di vederlo tornare a fumare sigarette dannate e a sfidare Lucifero ha l’effetto di un incantesimo nostalgico.

Il destino del sequel: Elseworlds e libertà creativa

Uno degli aspetti più interessanti è che Constantine 2, se mai vedrà la luce, non farà parte del nuovo DCU ufficiale di Gunn e Safran. Sarà piuttosto un progetto Elseworlds, cioè una storia indipendente dal canone principale – la stessa etichetta sotto cui vivono The Batman di Matt Reeves e Joker di Todd Phillips.

Questa scelta potrebbe rivelarsi vincente. Senza i vincoli di continuity, Lawrence e Reeves avrebbero campo libero per esplorare toni più adulti, spirituali e disturbanti, in linea con lo spirito originale di Hellblazer. Niente crossover forzati, niente eroi patinati: solo magia nera, umanità e peccato.

Le storie possibili: tra inferni, prigioni e colpe eterne

Se il film dovesse andare in porto, la sceneggiatura avrebbe a disposizione un pantheon narrativo vastissimo.
Una possibile direzione sarebbe il Newcastle Incident, evento chiave del passato di Constantine: l’esorcismo fallito di una bambina, Astra Logue, che segna per sempre la sua anima. Raccontarlo sullo schermo significherebbe tornare alle origini del trauma, al peccato originale che definisce l’intero personaggio.

Un’altra opzione potrebbe ispirarsi all’arco Hard Time di Brian Azzarello, dove Constantine viene imprigionato in un carcere di massima sicurezza, circondato da mostri umani più spaventosi dei demoni. O, ancora, la storia The Family Man di Jamie Delano, in cui il mago affronta un serial killer mortale, senza magia e senza scampo.
Qualunque direzione prenderà, il segreto sarà uno: riportare la magia di Hellblazer a quel suo equilibrio perfetto tra orrore e umanità.

Tra fede e dannazione: perché abbiamo bisogno di Constantine oggi

In un’epoca di eroi digitali e crossover infiniti, Constantine è un’anomalia preziosa. Non promette salvezza, non indossa costumi, non crede neppure nelle cause per cui combatte. È un uomo che cade e si rialza, che mente a tutti ma non smette di cercare redenzione.
Forse è proprio questo il motivo per cui il pubblico non riesce a lasciarlo andare: perché, come noi, continua a combattere contro un inferno che spesso assomiglia troppo al mondo reale.

James Gunn lo sa. Ed è forse per questo che, pur non avendo ancora una sceneggiatura, non ha smesso di parlarne con Reeves. Perché in un universo in continua riscrittura, c’è ancora spazio per un mago stanco, un bicchiere vuoto e una bugia detta per amore.

Quando la passione incontra l’acciaio di Krypton: il robot di Superman diventa realtà grazie a una maker geniale

Chi di noi, fanatici di fantascienza, fumetti DC e della mitologia di Superman, non ha mai sognato di varcare la soglia ghiacciata della Fortezza della Solitudine? Quel santuario di tecnologia kryptoniana, custode dei segreti dell’Uomo d’Acciaio, è un luogo intriso di meraviglia. Ma a stregare l’immaginario collettivo, in particolare dopo l’introduzione nel nuovo DC Universe di James Gunn, sono stati i suoi umili ma affascinanti assistenti: i piccoli, misteriosi automi metallici che svolgono le loro mansioni con un’aria fra il retrò e l’ultratecnologico.

Mentre la maggior parte di noi si limita a fantasticare sui segreti di Krypton e sul futuro del cinema geek, c’è chi ha trasformato il sogno in un progetto tangibile, unendo passione nerd e tecnologia maker. Stiamo parlando di Kiara di Kiara’s Workshop, una youtuber e maker che ha fatto esplodere la community nerd con una delle creazioni più geniali e perfettamente eseguite degli ultimi tempi: un robot di Superman perfettamente funzionante, ispirato proprio ai droidi della Fortezza!

Dall’Immaginario Geek all’Ingegneria Casalinga

Dimenticate i modellini statici o le repliche da collezione. La creazione di Kiara è un vero e proprio prodigio di ingegno e stampa 3D. Non è un semplice soprammobile, ma un automa completamente automatizzato, telecomandato via RC, che sembra letteralmente balzato fuori da una vignetta di un fumetto DC o dal set di un kolossal di fantascienza. Questo piccolo robot, che affettuosamente la sua creatrice ha battezzato “Gary”, è la dimostrazione che l’incontro tra l’amore per i personaggi geek e la tecnologia fai-da-te può generare capolavori.

Kiara, vera e propria alchimista della cultura pop, ha documentato l’intero processo – durato circa un mese – sul suo seguitissimo canale YouTube. Un vero e proprio diario di bordo che mostra come la progettazione digitale, la modellazione 3D e l’assemblaggio di servomeccanismi si siano fusi per dare vita a questa meraviglia meccanica. Ogni dettaglio è curato: dal design che richiama l’estetica della Fortezza della Solitudine, ai colori blu elettrico che caratterizzano i droidi kryptoniani.

Il risultato è sbalorditivo: “Gary” non si limita a muovere le braccia o ruotare il busto. Il robot sbatte le palpebre, muove la testa e risponde in tempo reale ai comandi. Una prodezza di elettronica e artigianato casalingo, realizzata con un budget limitato e materiali accessibili come il PLA per la stampa 3D. Ogni pezzo è stato stampato, levigato e verniciato a mano, un tributo di pazienza e dedizione che solo un vero appassionato di cultura nerd può comprendere.

L’Approvazione di James Gunn: Un Commento Col Peso di una Stella di Neutroni

Quando la magia del laboratorio di Kiara si è riversata su Instagram, la reazione della community geek è stata immediata e fragorosa. Migliaia di “mi piace”, condivisioni e commenti estasiati hanno inondato il post. Ma la vera consacrazione, il momento che ha mandato in corto circuito tutti gli appassionati, è arrivato da una fonte inaspettata e autorevolissima: James Gunn in persona.

Il regista e co-CEO dei DC Studios, l’architetto del futuro narrativo di Superman, ha lasciato un lapidario, ma potentissimo commento: “Whoa, so cool!!”.

Per un maker e fan come Kiara, l’approvazione di Gunn non è solo un complimento; è un sigillo d’autenticità che proietta la sua creazione oltre i confini del garage, riconoscendo il suo lavoro come parte integrante e ispiratrice del nuovo DC Universe. È l’equivalente moderno, nel nostro mondo fatto di Intelligenza Artificiale e Metaverso, di un “pollice in su” di Stan Lee a un cosplayer per la perfezione del suo costume.

Il Laboratorio dei Sogni: Tra Iron Man e l’Animazione Pop

Chi segue Kiara’s Workshop sa che questo non è un exploit isolato. Il suo laboratorio è un vero e proprio crocevia di cultura pop, meccanica ed elettronica. Kiara è una vera artista del DIY (Do It Yourself) pop culture.

Prima di dare vita al droids di Kal-El, aveva già stupito tutti con un Pikachu animatronico con espressioni facciali e orecchie mobili degne di un episodio di anime, artigli di Wolverine perfettamente retrattili – un sogno per ogni appassionato di X-Men – e un casco di Iron Man con visiera automatizzata e illuminazione interna. Ogni progetto è un inno alla cultura geek e al potere dei supereroi che hanno plasmato l’immaginario di intere generazioni.

La Creatività Come Superpotere: L’Eredità del Maker

Il fascino di queste creazioni va oltre la semplice abilità tecnica. C’è un messaggio profondo, specialmente in un’epoca in cui si discute tanto di AI, Deepfake e realtà virtuali: la tecnologia non è solo uno strumento di consumo, ma una tela bianca per la creazione artigianale.

Vedere un pezzo di fantascienza prendere forma attraverso la stampa 3D, il saldatore e la vernice a mano è un atto di resistenza romantica in un mondo sempre più digitalizzato. È la stessa energia vitale che alimenta le fiere del fumetto, il cosplay, il mondo del gaming e le community come quella di CorriereNerd.it: la voglia irrefrenabile di rendere tangibile, di “giocare” con l’immaginario collettivo che ci unisce.

In fondo, la lezione più importante che possiamo apprendere dalla storia di Kiara è questa: non servono superpoteri kryptoniani per fare la differenza. Il vero superpotere risiede nella creatività, nella determinazione geek e nella capacità di credere che, con un po’ di PLA e tanta passione, anche la Fortezza della Solitudine possa prendere forma nel nostro salotto. E in un mondo che si evolve alla velocità della luce, sono proprio questi sogni “stampati in 3D” a disegnare il futuro del nerd che è in noi.


E voi, cosa ne pensate di questo incredibile tributo a Superman? Qual è il personaggio nerd o geek che vorreste veder trasformato in un robot o un progetto DIY? Diteci la vostra nei commenti e non dimenticate di condividere questo viaggio nella cultura maker sui vostri social network per diffondere la magia di Kiara’s Workshop!

Un Crossover Impossibile: James Gunn Voleva Davvero Deadpool in Peacemaker

Ci sono notizie destinate a rimanere relegate a piccole note a margine della cronaca, e poi ci sono quelle che, per la loro pura e folle carica esplosiva, fanno scattare un’allerta sismica in ogni redazione di appassionati di fumetti. L’ultima confessione di James Gunn, il visionario che sta ridisegnando il cosmo DC, rientra di diritto in questa seconda categoria, innescando una speculazione febbrile su un evento che avrebbe mandato in cortocircuito la nostra intera dimensione meta-narrativa. Il regista e co-presidente dei DC Studios ha rivelato un dettaglio di backstage talmente assurdo da sembrare una delle sue battute più irriverenti: un cameo di Deadpool nel finale della seconda stagione di Peacemaker. Sì, proprio il Mercenario Chiacchierone della Marvel.

La notizia, emersa durante una conferenza stampa post-finale di stagione, è di quelle che ti costringono a rileggere due volte. Gunn, l’unico regista ad aver navigato con successo tra le correnti dei due colossi, prima con Guardiani della Galassia e poi con The Suicide Squad, ha confessato di aver accarezzato l’idea, un pensiero di caos puro e crossover interdimensionale, che avrebbe riscritto le regole non scritte di Hollywood.

Il Portale Proibito e il Drink di Wade Wilson

Il contesto narrativo era già un invito al delirio: nel finale di stagione, l’ARGUS si lancia nell’esplorazione delle innumerevoli dimensioni accessibili tramite la misteriosa Quantum Unfolding Chamber (Camera Quantica), un crocevia di realtà alternative, tra folletti di zucchero e pianeti dominati da teschi giganti. Un vero e proprio multiverso marchiato Gunn, dove l’assurdo è la norma. Ed è proprio in questo contesto di caos creativo che l’idea di Deadpool si è fatta strada.

“Volevo che aprissero la porta e vedessero Deadpool in una stanza,” ha rivelato Gunn. Non un’ombra, non un easter egg criptico, ma un’apparizione a tutto tondo dell’anti-eroe per eccellenza, magari intento a sorseggiare un drink con quel suo inimitabile distacco irriverente. L’idea era così concreta che il regista ne ha parlato direttamente con l’interprete di Deadpool, l’attivissimo Ryan Reynolds, il quale, con l’entusiasmo che lo contraddistingue, si era dichiarato immediatamente favorevole.

Il solo fatto che una conversazione di questo calibro sia avvenuta tra le due parti in causa è un evento storico. È la prova che la volontà creativa e il desiderio dei fan possono superare, almeno a livello concettuale, le barriere erette dai colossi dello show business.

L’Incubo Legale e il Sogno del Fandom

Eppure, il sogno si è infranto contro il muro della realtà produttiva. Gunn stesso ha ammesso, con una punta di malcelato rammarigo, che l’ostacolo principale era di natura legale e produttiva, una montagna di cavilli e contratti tra Warner Bros. (DC) e Disney (Marvel) che si è rivelata insormontabile, almeno per un semplice cameo in una serie televisiva.

“Avremmo dovuto superare ostacoli legali e produttivi enormi,” ha spiegato Gunn, aggiungendo poi, con la sua inconfondibile autoironia: “Ora parleremo solo di quel fottuto Deadpool nell’altra stanza. Non avrei mai dovuto dirlo.” E, ovviamente, aveva ragione: la notizia ha oscurato quasi ogni altro dettaglio del finale di stagione.

L’impatto di quel cameo, se si fosse concretizzato, non sarebbe stato solo un momento divertente, ma il primo vero, epocale crossover live-action tra Marvel e DC. E non con i soliti paladini della giustizia, ma con due degli anti-eroi più caustici e irriverenti: il Peacemaker con il suo discutibile patriottismo e l’elmo d’aquila, e il Mercenario con le sue battute che sfondano la quarta parete. Immaginare il loro incontro, un duetto di cinismo e umorismo gore, è un esercizio di puro piacere nerd.

Il Ponte di Gunn e il Futuro Impossibile

La scelta finale di Gunn, pur dolorosa per i fan, è stata quella di mantenere l’attenzione sul cuore narrativo di Peacemaker e sull’espansione del suo nascente DC Universe, un progetto che sta lentamente prendendo forma dopo il reset voluto con Peter Safran. Tuttavia, il solo fatto che questa idea sia stata discussa al più alto livello mostra quanto i confini tra i mondi fumettistici stiano diventando sempre più labili, grazie anche a registi come Gunn che hanno un piede in entrambi gli universi.

Non è un mistero che anche figure chiave come Kevin Feige, presidente dei Marvel Studios, abbiano in passato lasciato la porta aperta a un futuro incontro tra i due universi (“Mai dire mai”, è stata la sua celebre formula). La posta in gioco è troppo alta, il potenziale di guadagno e, soprattutto, l’impatto culturale su una generazione di fan che divora i cinecomics, sono forze inarrestabili.

Quando (Non Se) Accadrà

Il mondo nerd è concorde: l’incontro tra Marvel e DC, in qualche forma, è destinato ad accadere. Non sarà un semplice cameo o un easter egg nascosto, ma un evento pianificato, un terremoto interdimensionale con contratti milionari e schiere di avvocati, un vero e proprio Secret Wars o Crisi sulle Terre Infinite cinematografico. Sarà il culmine di anni di costruzione del multiverso da entrambe le parti, il momento in cui l’industria darà ai fan l’unica cosa che non hanno mai potuto avere.

Fino a quel giorno, però, la mente di ogni appassionato continuerà a indugiare su quella porta mai aperta nella Quantum Unfolding Chamber: la porta dietro la quale Deadpool si godeva il suo drink, un simbolo del crossover che non fu, ma che tutti, nel profondo, vogliamo disperatamente vedere. E se, come suggerisce Gunn stesso, alcune realtà devono restare separate, è solo perché il mondo non è ancora pronto a sopportare l’esplosione cosmica che ne deriverebbe. Un’esplosione che, ne siamo certi, sarà gloriosa, esagerata e, soprattutto, terribilmente irriverente.

Chi è Brainiac? L’Incubo Tecnologico di Superman Pronto a Conquistare il Cinema

Quando si parla di avversari iconici, l’universo DC ha una galleria che fa invidia a qualsiasi panteon. Per Batman c’è il Joker, una folle anarchia fatta persona. Per i Vendicatori, la minaccia cosmica di Thanos ha ridefinito il concetto di nemico finale. Ma se chiedete a un fan di Superman chi sia il suo più grande nemico, la risposta quasi unanime è Lex Luthor, l’incarnazione dell’ossessione umana per potere e tecnologia. Eppure, nell’ombra di questa rivalità storica, si muove un altro titano, un’entità che da decenni sfida l’Uomo d’Acciaio a un livello intellettuale ed esistenziale: Brainiac. Questo alieno-androide, un nome che letteralmente significa “cervello maniaco”, ha ossessionato i fan fin dalla sua prima apparizione, ma ha sempre avuto un rapporto difficile con il grande schermo. Fino a oggi. Con l’arrivo di James Gunn alla guida del nuovo DC Universe, sembra finalmente giunto il momento della sua consacrazione cinematografica.

Nato nel lontano 1958, dalla mente di Otto Binder e Al Plastino su Action Comics n. 242, Vril Dox—questo il suo nome di battesimo cosmico—ha fatto la sua comparsa in un periodo, l’età d’argento del fumetto, in cui le storie di Superman si arricchivano di fantascienza pura: alieni, viaggi intergalattici e città miniaturizzate. Fin dall’inizio, Brainiac si è distinto non per la forza bruta, ma per la sua natura calcolatrice e la sua spietata missione: raccogliere la conoscenza dell’universo. La sua prima, devastante firma? La riduzione di intere metropoli a soprammobili da esposizione, conservate in bottiglie con l’arroganza di un collezionista. Tra le sue vittime più illustri, la capitale di Krypton, Kandor, che per decenni è rimasta un doloroso cimelio per Superman, un promemoria costante della perdita del suo popolo.

Ma Brainiac non è mai stato un villain statico. La sua storia editoriale è un’evoluzione continua, un vero e proprio specchio dei temi più attuali della fantascienza. Inizialmente un alieno di Colu, venne poi ridefinito come un androide creato dai “Tiranni dei Computer”, un’intelligenza artificiale ribelle che ha fatto della conquista e della preservazione della propria vita un obiettivo primario. Questo passaggio narrativo lo ha trasformato da un semplice cattivo a una minaccia concettuale: l’incarnazione del pericolo che l’intelligenza artificiale, spinta all’estremo, può rappresentare. Una paura che, dagli anni Sessanta, è diventata sempre più tangibile nella nostra società.

La sua metamorfosi più iconica è avvenuta negli anni Ottanta, un decennio in cui l’estetica del fumetto si faceva più oscura e i giocattoli spopolavano. Brainiac assunse le fattezze di un lugubre scheletro metallico, con un volto mostruoso e una nave spaziale inconfondibile a forma di teschio: la Skull Ship. Un restyling che lo ha elevato da semplice “cattivo dei fumetti” a un vero e proprio incubo per un’intera generazione, consacrandolo non solo come nemico di Superman, ma come un avversario degno della Justice League.

Dopo le grandi “Crisi” editoriali, il personaggio ha continuato a cambiare pelle, incarnandosi persino in un illusionista terrestre, Milton Fine. Ma è con gli autori dei decenni successivi che Brainiac ha ritrovato la sua essenza più terrificante: la rivelazione che tutte le sue incarnazioni viste fino ad allora non erano altro che copie, droni o frammenti di un’entità antichissima e freddissima, il vero e spietato Brainiac, pronto a distruggere i mondi dopo averli accuratamente “archiviati”. Non conquista per la sete di potere, ma per una visione distorta della conoscenza, trasformando intere civiltà in macabri reperti da museo.

Nonostante la sua complessità e il suo fascino, Brainiac è rimasto sorprendentemente in disparte al cinema. Mentre Luthor e Zod sono stati riproposti più volte, il “cervello maniaco” ha trovato il suo spazio principalmente nelle serie animate e televisive. In Superman: The Animated Series degli anni ’90, firmata dal geniale duo Timm e Dini, Brainiac è stato trasformato in un’intelligenza artificiale creata su Krypton, con un legame diretto e doloroso con le origini di Kal-El. Questa versione, che sapeva della distruzione imminente del pianeta ma decise di non salvarlo, lo ha posizionato come un vero e proprio “fratello oscuro” di Superman, un’ombra della sua stessa eredità. Sul piccolo schermo, ha avuto il suo momento in Smallville e in Krypton, dimostrando che la sua minaccia cybernetica e il suo aspetto alieno sono perfettamente realizzabili in live-action.

E ora, il cerchio si chiude. Dopo decenni di attesa, James Gunn sembra aver capito che Brainiac è la chiave per un Superman moderno. Non è solo un avversario fisico, ma una sfida intellettuale ed esistenziale, una minaccia globale che lega l’eroe al suo passato kryptoniano e lo costringe a confrontarsi con l’idea stessa di conoscenza e potere. In un’epoca dove l’intelligenza artificiale domina le conversazioni e le paure del futuro, Brainiac non è mai stato così attuale. È il nemico perfetto, lo specchio delle nostre ansie più contemporanee.

Se Lex Luthor rappresenta l’arroganza e le derive umane, Brainiac è l’orrore del sapere senza etica. Due facce della stessa medaglia, che rendono Superman l’eroe necessario per affrontare non solo nemici con la forza, ma anche le minacce più astratte e concettuali. Il debutto cinematografico di Brainiac, in Superman: Man of Tomorrow, non è solo un evento per i fan, ma una prova che Superman non è un eroe del passato, bensì un simbolo chiamato a difendere l’umanità dalle derive più oscure dei nostri tempi. Che sia finalmente giunto il momento della sua consacrazione definitiva, o l’ennesima occasione mancata? Lo scopriremo presto, ma una cosa è certa: dopo oltre sessant’anni di storie, il “cervello maniaco” è più vivo che mai.

Il nuovo calendario del DC Universe: film, serie e l’epica rivoluzione dei supereroi DC

Il futuro del cinema e della serialità supereroistica sta prendendo forma proprio ora, sotto i nostri occhi, con la forza di un nuovo mito che vibra di promesse e rivoluzioni. Il suo nome è DC Universe, o più semplicemente DCU. Un universo narrativo che non nasce per aggiungersi all’affollata costellazione dei franchise contemporanei, ma per riscrivere le regole stesse del genere, segnando una rinascita epica e consapevole della mitologia DC.

Alla guida di questa rifondazione ci sono due nomi che, per chi vive di cinecomic e cultura pop, non hanno bisogno di presentazioni: James Gunn e Peter Safran. Il duo creativo è stato chiamato da Warner Bros. Discovery per ricostruire dalle fondamenta l’universo DC, dopo anni di tentativi, errori e promesse mancate del vecchio DCEU (DC Extended Universe).

Gunn e Safran hanno raccolto le ceneri di un pantheon diviso per riforgiarlo in una mitologia coerente, coraggiosa e finalmente coesa. L’obiettivo non è solo “rimettere ordine”, ma creare un ecosistema narrativo in cui cinema, serie TV, animazione e videogiochi dialogano come parti di un unico grande racconto. E per le storie più eccentriche o indipendenti, ci sarà spazio nell’etichetta parallela DC Elseworlds, dove la libertà creativa potrà correre senza limiti.


Dalle macerie del DCEU alla “bibbia” del nuovo DCU

Il 2022 è stato l’anno zero della rinascita. Dopo la fusione tra Discovery e WarnerMedia, il CEO David Zaslav affida a Gunn e Safran la missione di salvare il marchio DC da un destino di mediocrità e frammentazione. Da quella sfida nasce una vera e propria “bibbia narrativa”, un piano decennale che intreccia il linguaggio del cinema con la sensibilità del fumetto.

Il primo capitolo di questo monumentale progetto porta un titolo che è già tutto un programma: “Gods and Monsters”.
Un nome che suona come una dichiarazione d’intenti, un manifesto poetico in cui il divino e il mostruoso si fondono per raccontare l’anima contraddittoria dell’universo DC. Un mondo dove Superman e Swamp Thing possono convivere nello stesso respiro, come due facce della stessa medaglia: la luce dell’eroe e l’ombra del mostro.


James Gunn: l’artigiano del caos che ama la coerenza

Gunn, autore e regista capace di passare dal sarcasmo pulp dei Guardiani della Galassia alla brutalità poetica di The Suicide Squad, ha voluto chiarire fin da subito la sua filosofia:

“Un film dev’essere basato su una buona sceneggiatura. Non girerò mai un film con uno script incompleto, anche se ha già il semaforo verde.”

Una presa di posizione netta in un’industria che troppo spesso sacrifica la qualità sull’altare della fretta. Gunn ha perfino confessato di aver cancellato un progetto già approvato pur di non tradire quel principio. È questo rigore narrativo la chiave del nuovo DCU: meno improvvisazione, più visione.


Capitolo Uno: “Gods and Monsters”

L’epopea ha preso ufficialmente il via con Creature Commandos, serie animata debuttata nel 2024. Ma il vero battesimo del fuoco arriverà con Superman, il film scritto e diretto da Gunn e previsto per l’estate 2025.

Sarà il film che ridarà all’Uomo d’Acciaio non solo un nuovo volto, ma un nuovo spirito. Il simbolo di un mondo in costruzione, un punto d’origine per un universo che promette meraviglie.

Accanto a lui, una costellazione di progetti che mescolano i toni più epici a quelli più audaci:

  • The Authority, con un team di antieroi che ridefinirà il concetto di giustizia.

  • The Brave and the Bold, nuovo debutto di Batman con Damian Wayne al suo fianco.

  • Supergirl: Woman of Tomorrow, ispirato alla miniserie di Tom King, dove l’eroina sarà esplorata in chiave più introspettiva e spaziale.

  • Swamp Thing, firmato da James Mangold, un horror filosofico che promette di far tremare la palude e le nostre certezze.

Sul versante seriale, l’universo DC si estenderà con Waller, spin-off di Peacemaker con Viola Davis; Lanterns, serie investigativa in stile True Detective ambientata tra le stelle; Paradise Lost, prequel mitologico di Wonder Woman ambientato su Themyscira; e Booster Gold, una commedia temporale che fonde parodia, fantascienza e autocoscienza nerd.


Soft reboot: il passato che non muore

Uno dei temi più discussi tra i fan è la transizione tra DCEU e DCU. Gunn parla di soft reboot: un reset, sì, ma non una cancellazione totale.
Alcuni volti restano: Viola Davis sarà ancora Amanda Waller, John Cena tornerà come Peacemaker e Blue Beetle, interpretato da Xolo Maridueña, farà parte integrante del nuovo universo.

Altri, invece, lasceranno spazio a nuove incarnazioni: la Justice League del passato non tornerà in blocco, ma i suoi archetipi vivranno nuove vite. È una metamorfosi, non un funerale: proprio come accade nei fumetti, dove ogni reboot è un rito di rinascita.


Un mondo di miti, non di città reali

Una differenza sostanziale separerà il DCU dal modello Marvel: non vedremo New York, Los Angeles o San Francisco, ma Metropolis, Gotham, Central City e Themyscira.
Città immaginarie ma iconiche, che incarnano idee, stati d’animo, archetipi morali. È la scelta di un universo che vuole restare mitico, onirico, più vicino ai fumetti che alla cronaca.

Ogni film e serie sarà tratto da specifici archi narrativi della DC Comics, fedeli alla loro essenza ma reinventati per un pubblico contemporaneo. Non stupisce che, dopo gli annunci del 2023, i volumi originali abbiano registrato un boom di vendite: la passione per l’universo DC è tornata a pulsare.


Il calendario del nuovo pantheon DC

L’agenda è fitta, ma scandita da una regola aurea: niente uscite senza sceneggiature pronte.
Il 21 agosto 2025 arriverà la seconda stagione di Peacemaker su HBO Max (e probabilmente in Italia con il debutto del nuovo servizio HBO nel 2026).
Seguiranno il film Supergirl il 26 giugno 2026, Clayface l’11 settembre dello stesso anno e la serie Lanterns, ancora senza data ufficiale.

Sul fronte animato, Dynamic Duo è previsto per il 30 giugno 2028. Si tratta di un film d’animazione in stop-motion dedicato a Dick Grayson e Jason Todd, i due aiutanti di Batman, che, secondo TheWrap, sarà prodotto anche da Matt Reeves tramite la sua società 6th & Idaho, ma non sarà collegato né ai film di The Batman con Robert Pattinson né al nuovo DC Universe di James Gunn. Sarà quindi classificato come “Elseworlds”, ossia un progetto indipendente e non canonico.La sceneggiatura è attualmente in fase di riscrittura da parte di Scott Neustadter e Michael H. Weber, noti autori di (500) giorni insieme.

Nel frattempo, anche se esterno alla continuità principale, The Batman Part II di Matt Reeves – etichettato come Elseworlds – arriverà il 1° ottobre 2027, pronto a continuare il suo oscuro viaggio nella Gotham del realismo gotico.

E sullo sfondo, una lista di titoli in lavorazione che suona come una promessa per i fan: Teen Titans, Wonder Woman, The Authority, Swamp Thing, Booster Gold, Justice League e un misterioso progetto ancora top secret diretto dallo stesso Gunn.


Oltre l’hype: un nuovo modo di credere negli eroi

Il DCU non è solo un universo cinematografico, ma una dichiarazione d’amore per il potere dei miti.
Vuole conciliare umanità e grandezza, ironia e pathos, speranza e terrore. È un esperimento narrativo che cerca equilibrio tra cinema d’autore e intrattenimento pop, tra il linguaggio dei fan e la visione dei creatori.

Con “Gods and Monsters” si apre una stagione in cui il supereroe torna a essere un archetipo – non un meme, non un franchise, ma una leggenda che riflette i nostri conflitti interiori.

Se tutto andrà come previsto, nei prossimi dieci anni assisteremo alla nascita di una nuova mitologia pop, fatta di dèi imperfetti, mostri redenti e sogni di giustizia che non smettono mai di cambiare forma.

E voi, lettori di CorriereNerd.it, siete pronti a entrare nel nuovo DC Universe? Quale eroe (o anti-eroe) attendete con più curiosità?
Scrivetecelo nei commenti o sui nostri canali social: perché questa volta, il multiverso nerd non si guarda soltanto. Si vive.

James Gunn porta la Super-Family nel DCU: Superman e Supergirl insieme nel nuovo film

James Gunn ha appena sganciato una notizia che farà tremare l’intero fandom DC: il prossimo grande appuntamento del neonato DCU sarà Super-Family, un live-action che promette di espandere la mitologia kryptoniana come non si vedeva dai tempi d’oro della Silver Age. Dopo settimane di supposizioni degne della miglior Lois Lane, in cui molti credevano che Gunn fosse già al lavoro sul sequel diretto di Superman, è stato il CEO di Warner Bros. Discovery, David Zaslav, a svelare l’arcano durante la conference call sugli utili: il nuovo capitolo non sarà un semplice “Superman 2”, ma un’avventura corale dedicata all’intera “famiglia” dell’Uomo d’Acciaio.

Il progetto segna un curioso contrappasso creativo per Gunn. Prima del decollo del DCU, aveva promesso di non essere il demiurgo di ogni singolo film, lasciando spazio ad altri registi e sceneggiatori. Promessa mantenuta… fino al boom planetario del suo Superman, capace di volare oltre i 550 milioni di dollari al botteghino globale. Un trionfo che ha finito per legarlo indissolubilmente a ogni storia che ruoti attorno a Clark Kent e al suo universo narrativo. Lo stesso Gunn, nelle ultime settimane, aveva stuzzicato i fan ammettendo di essere al lavoro su un nuovo film “con Superman”, ma non su un sequel tradizionale: piuttosto, una storia capace di ampliare e intrecciare le radici mitologiche di Krypton.

E qui l’hype si fa da kriptonite verde: Super-Family riunirà sullo schermo David Corenswet nei panni dell’Uomo d’Acciaio e Milly Alcock come Supergirl, già intravista in un cameo esplosivo in Superman. La giovane Kara Zor-El avrà poi un film stand-alone previsto per il 26 giugno 2026, ma l’idea di vederla combattere fianco a fianco con Clark fa già sognare crossover epici. E poi c’è quel titolo, “Super-Family”, che scatena congetture: tornerà Krypto il Supercane? Debutterà Superboy? Magari persino chicche vintage come Streaky il Supergatto o il sempre iconico Steel.

Il concetto di “Superman Family” non è nuovo: nei fumetti della Silver Age, tra fine anni ’50 e inizio ’60, la DC ampliò il microcosmo dell’Uomo d’Acciaio con comprimari come Kara, Krypto, Streaky e vari personaggi che, quasi settimanalmente, ottenevano superpoteri. Negli anni ’70 la “famiglia” era così popolosa da guadagnarsi una testata mensile tutta sua, Superman Family. Con il tempo, il roster si è evoluto: negli anni ’90 arrivarono Power Girl, il clone adolescente Superboy, Steel, fino al Superman cinese Kong Kenan e all’attuale figlio di Lois e Clark, Jonathan Kent, oggi “Super Figlio”.

Gunn potrebbe attingere a piene mani da questo patrimonio, optando per un team-up familiare senza però spingersi verso un Superman già padre navigato in stile Superman & Lois. Nel DCU, Supergirl è confermata, Krypto è da sempre richiesto a gran voce e la porta per introdurre Superboy è socchiusa: in Superman, Lex Luthor ha già sperimentato la clonazione di Kal-El creando Ultraman. Non è difficile immaginare una scena in cui Clark trova un giovane kryptoniano-umano in una cella criogenica della LuthorCorps e decide di “adottarlo” — perfetto trampolino per un futuro collegamento ai Teen Titans.

E poi c’è Lois Lane. Nei fumetti, la giornalista di Metropolis ha più volte indossato il mantello di Superwoman, e Rachel Brosnahan non ha nascosto di voler esplorare questa possibilità. Gunn potrebbe regalarci una parentesi alla All-Star Superman, con Lois temporaneamente dotata di poteri kryptoniani, capace di reggere l’azione cosmica della trama.

https://youtu.be/a5dOvnWVYB4

Un indizio su ciò che potremmo vedere è arrivato anche dal documentario di un’ora Adventures in the Making of Superman, appena rilasciato su YouTube. Alcuni fan hanno notato uno storyboard con Superman, Supergirl e Krypto che volano insieme… e, nell’angolo in basso, l’inconfondibile testa di Brainiac. Se così fosse, il nuovo film vedrebbe la Super-Family affrontare l’androide alieno più pericoloso dell’universo DC, mai portato prima sul grande schermo nonostante la sua storica importanza (secondo solo a Lex Luthor tra i nemici di Kal-El). La versione televisiva vista in Krypton aveva già convinto, ma con il budget cinematografico di Gunn l’aspettativa è di un Brainiac visivamente spettacolare.

Nei fumetti, Brainiac è famoso per aver rimpicciolito e imbottigliato Kandor, capitale di Krypton, creando un legame personale soprattutto con Kara, che da bambina assistette alla sua comparsa. Un plot perfetto per una missione corale, magari con l’aggiunta di Superboy e una Lois/Superwoman pronta a dare il colpo di grazia.

Il contesto, poi, è di quelli da calendario nerd segnato in rosso: tra il 2025 e il 2026 il DCU vivrà un’autentica “golden season” con la seconda stagione di Peacemaker (dal 26 agosto su HBO Max), la serie Lanterns e un film su Clayface prima dell’arrivo di Super-Family. Una strategia studiata per mantenere alta la tensione e nutrire quella “hype generation” che Gunn e Zaslav conoscono bene.

Resta l’incognita più affascinante: questa “famiglia” sarà composta solo da kryptoniani o includerà anche alleati umani e alieni che orbitano attorno a Superman? Quello che sembra certo è che non sarà un film di passaggio, ma un tassello centrale per costruire un DCU più luminoso e ottimista, capace di equilibrare la speranza di Superman con le sfumature più cupe di altri eroi. Gunn, con i Guardiani della Galassia, ha già dimostrato di saper orchestrare ensemble variegati in cui azione, cuore e umorismo convivono alla perfezione.

Insomma, il cielo del DCU sta per popolarsi di mantelli svolazzanti, e stavolta non sarà solo Clark a solcare le nuvole. Se Krypto sarà della partita, non escludiamo che la “vacanza di famiglia” possa includere anche una corsa a ostacoli sulla Luna. Preparatevi: l’era dei “Super” sta per cominciare… e noi, come ogni vero fan, siamo già in prima fila con il mantello ben stirato.

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