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Trap House – Dave Bautista contro il crimine (e la sua stessa famiglia)

Nel cuore polveroso di El Paso, Texas, esplode una caccia all’uomo che ribalta ogni regola del genere action. Trap House, diretto da Michael Dowse e in uscita nelle sale americane il 14 novembre 2025, promette di essere uno dei thriller più elettrizzanti dell’anno: una miscela di adrenalina, ironia e dramma familiare che mette in campo un cast da urlo, guidato da Dave Bautista, affiancato da Jack Champion, Sophia Lillis, Tony Dalton, Whitney Peak, Inde Navarrette, Zaire Adams, Kate del Castillo e Bobby Cannavale.

La storia di Trap House nasce da un paradosso narrativo irresistibile: un agente della DEA sotto copertura e il suo collega scoprono che i loro stessi figli adolescenti stanno mettendo a frutto le tecniche di sorveglianza e infiltrazione imparate dai genitori per rapinare un cartello della droga. Un gioco pericoloso di specchi e strategie, dove la caccia si trasforma in una guerra domestica ad alto tasso di tensione. Tra droni, microcamere e sparatorie, il film promette un ritmo serrato che alterna scene d’azione a momenti di puro sarcasmo. In una delle battute più iconiche del trailer, il giovane protagonista – interpretato da Jack Champion – domanda al personaggio di Bautista: “Se muori, riceverò una raccolta fondi su GoFundMe?”. La risposta, secca e amara, racchiude perfettamente il tono dell’intero film: violento, ma consapevole della sua vena ironica e satirica.

 

Un cast di fuoco

Dave Bautista, ex wrestler e ormai stella affermata di Hollywood, dopo aver mostrato la sua sorprendente versatilità in film come Knock at the Cabin, Dune e Blade Runner 2049, torna qui in un ruolo che unisce muscoli, umanità e fragilità paterna. Al suo fianco, Jack Champion, il giovane Spider di Avatar: The Way of Water, ormai lanciato tra le nuove leve del cinema americano, e Sophia Lillis, già vista in It e Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri, conferma la sua capacità di dare profondità emotiva anche ai personaggi più imprevedibili.

Completano il cast Bobby Cannavale (Blue Jasmine, The Watcher), Tony Dalton (Better Call Saul, The Last of Us), Kate del Castillo, star del cinema latinoamericano, e Whitney Peak, nota per Hocus Pocus 2 e Gossip Girl. Una squadra eterogenea che trasforma Trap House in un mosaico di personalità forti e contraddittorie, dove ogni volto nasconde un segreto.

Dietro le quinte: quando l’action incontra il family drama

Il progetto è scritto da Gary Scott Thompson (creatore della saga di Fast & Furious) e Tom O’Connor (The Hitman’s Bodyguard), due nomi che garantiscono ritmo e battute affilate. La regia di Michael Dowse, già autore di commedie d’azione come What If e Stuber – Autista d’assalto, promette un equilibrio tra esplosioni e introspezione, puntando su un tono che oscilla tra la tensione pura e l’umorismo nero.

Le riprese, iniziate il 1° aprile 2024, si sono svolte tra Albuquerque e i deserti del New Mexico, sfruttando paesaggi bruciati dal sole e periferie industriali per creare l’atmosfera perfetta di un thriller sporco e realistico. Il film è prodotto da Capstone Studios, Signature Entertainment, Creativity Media e Ashland Hill Media Finance, con la supervisione di Scott Free Productions di Ridley Scott, che aggiunge al progetto una firma di qualità cinematografica.

Un debutto esplosivo per Aura Entertainment

Trap House sarà il primo titolo distribuito da Aura Entertainment, una nuova casa di produzione americana che ha scelto di inaugurare la propria avventura con un film ad alto impatto visivo e narrativo. La data d’uscita, fissata per il 14 novembre 2025, segna anche un test importante per la compagnia, che punta a entrare nel mercato dei blockbuster con un’opera dal respiro internazionale e un appeal perfetto per gli amanti dell’action moderno.

Perché aspettarlo

Perché Trap House non è solo un film di inseguimenti e sparatorie: è una riflessione, sotto forma di action, sul legame tra genitori e figli in un mondo dove persino la legalità e l’etica diventano armi a doppio taglio. Il thriller di Dowse si muove sul filo sottile che separa giustizia e vendetta, mostrando come i ruoli possano invertirsi in un battito di ciglia.

E poi c’è Bautista, che continua a sorprendere: l’ex Drax dei Guardiani della Galassia non si limita a picchiare, ma costruisce un personaggio tormentato, umano, con uno sguardo capace di dire più di cento esplosioni.

Con un mix di azione, ironia e dramma familiare, Trap House promette di essere una delle sorprese del 2025, un film che non ha paura di sporcarsi le mani e di guardare il pubblico dritto negli occhi.

Everything’s Going to Be Great – Quando il dramma familiare diventa poesia tragicomica sul grande schermo

Nel cuore di un’estate cinematografica dominata da esplosioni digitali, supereroi in calzamaglia e commedie per famiglie in cerca di refrigerio, ecco che arriva un film capace di sorprendere per delicatezza, intelligenza e autenticità. Everything’s Going to Be Great, diretto da Jon S. Baird – già regista del delizioso Stan & Ollie – è il classico outsider che, con passo quieto ma deciso, si fa largo tra i giganti del botteghino, regalando al pubblico una commedia agrodolce che parla di famiglia, sogni, delusioni e identità. Un vero gioiello, presentato in anteprima mondiale il 9 giugno 2025 al Tribeca Festival e in uscita nelle sale americane il 20 giugno 2025.

Scritto con finezza da Steven Rogers, penna già apprezzata per I, Tonya, Everything’s Going to Be Great affonda le sue radici in una storia personale e profondamente umana: quella di una famiglia immersa nel mondo del teatro regionale, tra sacrifici, passioni e crisi esistenziali. La pellicola è ambientata in una piccola comunità, dove il palcoscenico è l’unico appiglio per restare a galla, e la vita familiare si intreccia inesorabilmente con quella artistica. Una commedia dolceamara che fa ridere, riflettere e – inevitabilmente – commuove.

Il cast è semplicemente perfetto: Allison Janney interpreta Macy Smart, matriarca dal cuore grande ma costantemente sull’orlo di un crollo nervoso. Bryan Cranston è suo marito Buddy, un idealista teatrale, tanto appassionato quanto cieco davanti ai bisogni reali della sua famiglia. Benjamin Evan Ainsworth, giovane promessa del piccolo schermo, è il figlio minore Lester, il vero centro emotivo della storia. A completare la famiglia c’è Jack Champion nei panni di Derrick, il fratello maggiore pieno di rancore e insicurezze, più interessato al calcio e alle ragazze che al teatro.

La storia si muove tra gag surreali e momenti di introspezione, con un ritmo che non lascia spazio al superfluo. I dialoghi, brillanti e taglienti, sembrano usciti da una pièce teatrale ben oliata. “Sei uno strambo, non è colpa tua”, dice Buddy a Lester, in una delle battute più emblematiche del film. È una frase che racchiude il cuore della narrazione: l’accettazione delle proprie stranezze, la ricerca spasmodica di un’identità e di un posto nel mondo. E dove, se non nel teatro, si possono trovare entrambe le cose?

Il film, girato tra aprile e luglio del 2023 a North Bay, in Ontario, è stato prodotto da Amaze Film & Television, Screen Arcade ed eOne, con Lionsgate a curarne la distribuzione. La scelta di ambientare le riprese in una cittadina canadese, con la sua atmosfera raccolta e quasi sospesa nel tempo, conferisce alla pellicola un sapore autentico, lontano dalle luci abbaglianti delle grandi produzioni hollywoodiane.

Tuttavia, non si tratta solo di una storia familiare: Everything’s Going to Be Great è anche una riflessione sul fallimento, sulla paura del cambiamento e sull’arte come ultimo rifugio. Quando ai protagonisti si presenta l’opportunità di trasferirsi in New Jersey per inseguire una nuova sicurezza lavorativa a Milwaukee, si apre un bivio esistenziale che rimette tutto in discussione. Per Macy è un salto nel vuoto che terrorizza, per Buddy una nuova avventura da abbracciare con entusiasmo teatrale. Ma il prezzo del cambiamento potrebbe essere troppo alto, specie quando un segreto pronto a esplodere rischia di far crollare tutto come un castello di carte mal costruito.

La forza del film risiede anche nella coralità del suo cast: accanto ai protagonisti principali troviamo due autentiche sorprese, Simon Rex e Chris Cooper, che regalano al film ulteriori sfumature emotive e dinamiche relazionali credibili. Ogni personaggio è scritto con attenzione, senza mai cadere nello stereotipo, e lo spettatore finisce per riconoscersi in ognuno di loro, con empatia e affetto.

Allison Janney è monumentale: il suo personaggio, imperfetto e tenero, richiama la sua iconica interpretazione in I, Tonya, ma con una nuova dose di calore e fragilità. Bryan Cranston, dal canto suo, ci regala una delle performance più memorabili dai tempi di Breaking Bad: il suo Buddy è tanto affascinante quanto disfunzionale, capace di slanci poetici e cecità emotive che fanno sorridere e stringere il cuore insieme.

La sceneggiatura di Rogers – fortemente ispirata al teatro, essendo figlio di un produttore teatrale regionale – si muove con grazia tra i registri comico e drammatico, senza mai perdere l’equilibrio. Il film riesce a trattare temi universali con una leggerezza mai banale, costruendo una narrazione stratificata, dove ogni personaggio affronta la propria battaglia interna in modo sincero e struggente. È un cinema che non rincorre le mode, ma si ferma ad ascoltare l’umanità nei suoi momenti più fragili e autentici.

Il titolo Everything’s Going to Be Great suona come una promessa ironica, quasi un mantra disperato che i personaggi si ripetono per non soccombere al peso della realtà. Eppure, tra le righe, il film ci dice che, forse, sì, alla fine andrà tutto bene. Non perché il mondo cambi magicamente, ma perché riusciremo a riderne, a condividerlo, a trasformare il dolore in arte. Ed è proprio questo che rende questa pellicola una delle proposte più interessanti e potenti di questa stagione cinematografica.

Insomma, se siete in cerca di un film estivo diverso dal solito, capace di toccare le corde del cuore con intelligenza e umorismo, Everything’s Going to Be Great è quello che fa per voi. Un piccolo miracolo cinematografico che riesce, con grazia e sincerità, a raccontare la bellezza disordinata della vita.

Freaky Tales: il film anni ’80 che trasforma Oakland in un mixtape tra hip-hop, VHS e caos urbano

Vinile che gira lento, neon che si riflettono sull’asfalto bagnato, cassette VHS infilate nei videoregistratori come reliquie di un tempo che oggi sembra quasi mitologico… e poi all’improvviso arriva Freaky Tales e ti prende per il colletto, ti trascina dentro il 1987 senza chiederti se sei pronto, come fanno certe opening di anime anni ’80 che partono a tutto volume e ti catapultano direttamente nel cuore della storia. La cosa assurda è che questo film di Anna Boden e Ryan Fleck non prova nemmeno a essere “un semplice racconto ambientato negli anni ’80”. No, qui si respira proprio quell’energia caotica, sporca, viva, quasi punk, che ti ricorda perché quel decennio continua a essere saccheggiato da cinema, serie e videogiochi come fosse un dungeon pieno di loot leggendario. Solo che stavolta non è nostalgia da cartolina, è qualcosa di più viscerale, più simile a una run hardcore dove ogni scelta può mandare tutto in crash.

https://youtu.be/-2e8SYmofZM

Oakland diventa una specie di open world narrativo, un hub pieno di storie che si incrociano come quest secondarie che poi all’improvviso diventano main quest senza preavviso, e mentre segui questi personaggi ti rendi conto che non stai guardando un film lineare, stai vivendo una compilation, un mixtape emotivo che passa dall’hip-hop underground alle luci dei videonoleggi, dai campetti da basket alle strade dove la tensione si taglia con un coltello. È tutto collegato, ma non nel modo ordinato che ti aspetti… più come quelle trame corali che ti obbligano a stare attento perché ogni dettaglio potrebbe tornare dopo e colpirti.

E dentro questo caos ci sono facce che conosci benissimo, tipo Pedro Pascal, che ormai sembra spawnare ovunque nella cultura pop come un personaggio leggendario con drop rate altissimo, ma ogni volta riesce comunque a portarsi dietro un carisma che funziona sempre, anche quando il mondo attorno a lui sembra sul punto di esplodere. Accanto a lui Ben Mendelsohn costruisce una presenza inquieta, quasi glitchata, mentre Tom Hanks entra in scena con quell’aura da memoria collettiva, come se fosse lui stesso una VHS che qualcuno ha riavvolto troppe volte e che continua a funzionare nonostante tutto.

E poi succede una cosa che mi ha colpito davvero, tipo quando scopri un personaggio nuovo in un anime e capisci subito che non è lì per caso: Normani. Il suo ingresso nel film ha quella naturalezza strana, come se fosse sempre stata lì, parte di quell’universo, senza bisogno di spiegazioni o build-up forzati. È uno di quei momenti in cui capisci che il casting non è solo una scelta tecnica, ma un pezzo fondamentale della narrazione.

Quello che mi ha fatto davvero perdere la testa però è il modo in cui il film gioca con i generi, perché non si accontenta mai di stare fermo. Parte come un racconto urbano, poi vira nel thriller, poi si sporca di ironia, poi torna serio, poi quasi surreale… sembra una playlist shuffle costruita benissimo, dove ogni traccia è diversa ma alla fine tutto suona coerente. E questo è esattamente il tipo di esperienza che oggi, tra streaming e binge watching, rischiamo di dimenticare: il cinema che ti sorprende mentre lo stai guardando.

E in mezzo a tutto questo, la musica non è sottofondo, è gameplay. Le tracce curate da Raphael Saadiq non accompagnano semplicemente le scene, le definiscono, le spingono, le amplificano. Ogni beat sembra sincronizzato con qualcosa che succede sullo schermo, come se il film stesso stesse seguendo un ritmo interno, un BPM narrativo che ti tiene agganciato fino all’ultimo.

Quello che resta dopo è una sensazione strana, difficile da spiegare senza sembrare troppo romantico, ma ci provo lo stesso: Freaky Tales non è solo un viaggio nel passato, è una specie di specchio distorto che ti fa vedere quanto di quell’energia sia ancora dentro le storie che consumiamo oggi, dagli anime cyberpunk ai videogiochi open world pieni di sottotrame, fino alle serie che cercano disperatamente di catturare “quella vibe” senza sempre riuscirci.

E forse è proprio qui che il film colpisce davvero, perché non ti dice mai esplicitamente cosa devi provare, non ti guida, non ti semplifica nulla… ti lascia lì, dentro questo flusso di immagini, suoni e personaggi, a mettere insieme i pezzi come se stessi ricostruendo una lore frammentata.

E mentre scorrono i titoli di coda, ti ritrovi con quella sensazione familiare che arriva dopo certi film, certi anime, certe storie che non si chiudono davvero… quella voglia di parlarne, di confrontarti, di capire se anche gli altri hanno visto le stesse cose che hai visto tu, o se ognuno si è portato via un pezzo diverso di questo viaggio.