Salve, benvenuti, o bentornati su questi lidi.
E so già che con quest’articolo mi farò dei nuovi amici, dei nuovi nemici, oppure, come insegna Lost, entrambi.
Questo perché, a meno che non siate degli eremiti rintanati in qualche luogo sperduto, da un po’ di tempo a questa parte, Giugno è diventato ‘il mese del Pride’, ovvero una grande celebrazione della cosiddetta comunità queer.
E, personalmente, io non ho nulla contro queste o altre minoranze, perché non sono il tipo da giudicare la persona che ho davanti in base alla sua pelle, il suo credo religioso o il suo orientamento sessuale.
Quello con cui ho un problema è come queste vengono rappresentate nei media.
Ma, prima che qualcuno urli al woke o simili, lasciatemi spiegare: questo mio problema e relativo alle opere di natura americana, ma non tutte; in cui l’appartenenza alla data minoranza viene mostrata come magnifica e idilliaca, ma questo è fatto principalmente con fini propagandistici, cosa che salta subito all’occhio, in quanto non rispecchia la realtà.
Ad esempio, visto che parlerò in particolare di identità sessuale, credo sia capitato a tutti, almeno una volta, di usare termini che iniziano per c, f o n, e che oggi, giustamente, vengono considerati omofobi o razzisti; oppure di sbagliare il genere di una persona non binaria, perché al cervello non viene, ancora, naturale usare il plurale, o la schwa, per indicare una persona singola.
(Infatti, inizialmente, nel titolo di quest’articolo volevo usare termini come ‘oscuro’ o ‘disturbante’, ma gli ho cestinati quasi subito, perché mi sono reso conto che stavo contribuendo al problema)
Detto questo, ho citato l’ambito occidentale, ma anche in paesi come il Giappone si stanno iniziando a fare concretamente discorsi di questo tipo, specie se mettiamo da parte l’ambito boy’s love, o BL, che; e mi spiace farlo notare ai suoi estimatori, e più vicino all’ hentai che ad un opera impegnata. E parlando appunto di opere impegnate, oggi voglio sottoporre alla vostra attenzione ‘Bentornato, Alice’ di Shuzo Oshimi, che, tra le altre cose, parla dell’ esperienza non binaria, anche se non viene detto esplicitamente.
Ora,da qui in avanti parlerò della storia nella sua interezza, incorporandola con quello che ne ho tratto io; quindi, se ancora non l’avete fatto, vi suggerirei di recuperarla, prima di procedere col resto di questo articolo (considerate questo come il vostro spoiler warning).
La storia si dirama in appena una quarantina di capitoli, raccolti poi in sette volumi, ma ciò di cui voglio parlare viene già palesato nel primo di essi, ovvero un discorso sulla scoperta, formazione e maturazione della propria sessualità. Tuttavia, per parlarne come si deve, devo ora scendere nel dettaglio, ed introdurvi alle forze in gioco.
Andiamo allora a presentarli, i personaggi di questa nostra rappresentazione, che dite?
Innanzitutto, essendo un gentleman, abbiamo Yui Mitani, inizialmente posta come l’oggetto del desiderio, ma che, col progredire della storia, e quella che più si avvicina ad essere una ‘figura negativa’; Kohei Kamekawa, detto yo-chan (che no, non fa nessuno stream) che idealmente dovrebbe essere il protagonista; ma soprattutto Kei Murota, dett kei-chan, colui che “ha solo smesso di fare il maschio, ma non è che voglia diventare femmina”.
Ed è proprio egli l’Alice a cui il titolo fa riferimento, almeno inizialmente. Sì, perché se nei primi volumi, dopo averci presentato questo trio ed il loro essere amici d’infanzia che non si vedono da tempo; in quanto Kei, alla fine delle elementari, si è dovuto trasferire in Hokkaido, rincontrando i due solo ora che sono alle superiori (e no, non ci verrà detto cosa gli è successo) si viene a creare una sorta di status quo. Certo, qualcuno potrà pensare che si tratti di un’ elaborata vendetta, ed esserne giustamente respinto, come già dimostra la questione del bacio; cosa che rende frustrata Mitani, ma vederla solo in quest’ottica è riduttivo.
E parlando appunto di punti di vista, ecco cosa ne penso: yo-chan è innamorato di Mitani fin dalle elementari, ma non ricambiato, perché lei ama l’allora popolare Kei, che però è invece attratto da yo-chan. Ora, in un mondo ideale, questo non sarebbe un problema, ma siccome in Giappone l’omosessualità viene ancora vista con sospetto, o comunque come qualcosa di perverso (come testimoniano i loro compagni di classe, che incarnano una visione più generalista) nella mente di Kei si viene a creare un cortocircuito.
Quindi, la sua soluzione per ovviare al ‘problema’ diventa quella di “prendere in prestito l’aspetto di una ragazza sexy”, prima per provocare, e poi per aiutare yo-chan a mettersi insieme con Mitani. Naturalmente, questo creerà dei problemi.
Infatti, sentendosi ferita in quanto donna, Mitani accetta di mettersi con yo-chan, ma lo fa anche per ferire Kei, obbligandoli ad allontanarsi. Così, mentre la relazione amorosa tanto sognata va in pezzi, anche per l’intervento del sesso, qui vissuto come qualcosa di sporco ed impuro, i due ragazzi finiscono col riavvicinarsi.
Questo discorso viene poi ampliato attorno alla metà della serie, presentando un contraltare a Kei, nella figura della senpai Ren Ahno, una ragazza alta che non si sente per nulla femminile, e che introduce anche una prospettiva basata sulla rappresentazione artistica. Ma, purtroppo, il sesso torna a metterci il suo zampino, con Mitani che torna alla carica, e la storia raggiunge il suo apice con l’atto autolesionista di yo-chan.
Così arriviamo a quello che, per me, e il senso di ‘Bentornato, Alice’ : ovvero essere una decostruzione delle tipiche commedie romantiche.
Allora, arrivati a questo punto, ammesso e non concesso che qualcuno mi sta ancora leggendo, potreste essere rimasti confusi da questa mia affermazione, ma vi assicuro che quanto detto finora non lo dico tanto per, in quanto il mio pensiero è supportato da quello dell’ autore. Infatti, ognuno dei volumi contiene un postscritto, e se coi primi 4 il signor Oshimi ci parla della sua relazione col sesso, e della sua ossessione per la masturbazione; e negli ultimi 3 che ho trovato la chiave di lettura di questa serie.
Sì, proprio in tutto quel discorso sulla ‘ragazza interiore’, sullo ‘scendere’ dall’essere maschio ed il riuscire ad amare sé stessi.
Ma lasciamo un’attimo da parte queste questioni complicate, e parliamo ora un po’ delle tecniche usate per realizzare quest’opera, vi va?
Se dovessi descriverla in una parola, al contrario di quanto detto per il titolo; direi… rigorosamente opprimente, e questo per via del paneling: in quanto il signor Oshimi usa dalle 2 alle 7 vignette per pagina, di forma quadrata e rettangolare, ad eccezione delle scene oniriche o dei momenti importanti; il che porta a forme più squadrate e a splash su una o a doppia pagina.Inoltre, vi sono dialoghi spesso minimi, lasciando il grosso della narrazione ai disegni, e portando, almeno per me, ad un rapido ritmo di lettura.
Peccato che, per qualcuno, potrebbe essere un problema il fatto che il finale abbia un che di abbozzato, e anche per me avrebbe potuto esserlo, ma i sopracitati postscritti mi hanno aiutato a mettere tutto in prospettiva.
In definitiva, posso dunque dire che è un finale aperto che ben si sposa ad un discorso che è tuttora in corso, visto che l’autore stesso non vi ha ancora trovato una risposta, quindi non dare un giudizio definitivo e stata la mossa migliore.
E poi, l’essere soggetti in costruzione, con tutti gli errori che possono derivarne, è la definizione perfetta dell’ adolescenza.
Bene, se il tempo, lo spazio e il destino lo vorranno ci rincontreremo.
Arrivederci.




