Respirare come in un film dello Studio Ghibli.
Guardare il cielo e sentirsi minuscoli ma non persi.
Accettare la fragilità come fosse una skill rara, di quelle che non trovi nel menu delle abilità ma che ti salva la partita.
Ho chiuso l’ultima pagina di “Vivere alla Ghibli. Self coaching per vivere il mondo con incanto, lentezza e meraviglia” e mi sono resa conto che non avevo semplicemente letto un saggio. Avevo fatto un viaggio. Uno di quelli che non ti fanno grindare punti esperienza, ma ti cambiano la percezione della mappa.
Il libro è firmato da Massimiliano De Giovanni e pubblicato da Kappalab, e già questo per me significa casa. Per chi è cresciutə a pane e manga, il nome di De Giovanni è legato a un pezzo di storia nerd italiana. Lupin, graphic novel, insegnamento di scrittura… una di quelle figure che hanno costruito ponti mentre noi eravamo troppo piccoli per accorgercene.
Ma qui non si parla di tecnica narrativa.
Si parla di come stare al mondo.
E sì, lo so. “Self coaching” può suonare come una parola da LinkedIn motivazionale. Invece tra queste pagine non ho trovato frasi da stampare su tazze glitterate. Ho trovato Chihiro che trema ma non scappa. Ho trovato Howl che si nasconde dietro l’estetica e poi crolla. Ho trovato Ashitaka che sceglie di vedere entrambe le parti invece di schierarsi alla cieca.
Chihiro Ogino non diventa forte perché non ha paura. Diventa forte perché attraversa la paura.
Howl è vanitoso, fragile, bellissimo e imperfetto. E proprio per questo umano.
Ashitaka sceglie la complessità. Sempre.
Tra le pagine si respira Hayao Miyazaki come una presenza costante. E accanto a lui l’eco poetica di Isao Takahata. Non come icone intoccabili, ma come bussole emotive.
La cosa che mi ha colpita davvero? L’idea che l’incanto non sia evasione. Non è fuga. È allenamento dello sguardo.
Siamo abituati a vivere in modalità speedrun. Notifiche. Deadline. Scroll infinito. Anche nel fandom a volte diventa una corsa: chi vede prima l’episodio, chi sa più lore, chi cosplaya meglio. E invece l’estetica Ghibli è fatta di attese. Di vento tra l’erba. Di silenzi lunghi quanto una fermata di treno sospesa sull’acqua.
Quelle scene in cui “non succede niente” sono in realtà il momento in cui succede tutto.
De Giovanni prende quell’atmosfera e la trasforma in pratica quotidiana. Non spiega i film come farebbe un manuale accademico. Li attraversa. Li usa come chiavi. Ogni riferimento a opere come La città incantata, Il castello errante di Howl, Principessa Mononoke o Il ragazzo e l’airone diventa uno specchio.
E ti ritrovi a chiederti: sto vivendo come una comparsa distratta o come protagonista consapevole?
Il bello è che non serve trasferirsi in una casa nel bosco abitata da spiriti della fuliggine. Si tratta di micro-scelte. Di gentilezza radicale. Di ascolto. Di lentezza come atto quasi ribelle. In un mondo che monetizza l’ansia, rallentare diventa una forma di resistenza.
Da gamer lo dico così: non tutte le run devono essere perfette. A volte bisogna esplorare la mappa senza waypoint attivi.
Ho pensato a quante volte mi sono sentita fuori posto. Troppo nerd per alcuni ambienti. Troppo emotiva per altri. Nei film Ghibli, la diversità non è un glitch. È potere narrativo. Le creature strane non sono nemici da eliminare. Sono parti del mondo da comprendere.
E questo libro insiste su una cosa che mi ha fatto quasi male da quanto è vera: la fragilità non è un bug da patchare. È una funzione.
Non si tratta di trasformare Miyazaki in guru. Anzi. Il mistero resta. E meno male. Però si può imparare a vivere con quella stessa attenzione ai dettagli, quella cura per le relazioni, quella capacità di restare in ascolto.
La scrittura è chiara, ma non semplifica. Ti accompagna. Ogni tanto ti fa sorridere. Ogni tanto ti costringe a fermarti. Non è un libro da divorare in una notte binge-reading. È uno di quelli da tenere sul comodino. Da sottolineare. Da riprendere.
Per chi ama anime e manga, “Vivere alla Ghibli” è un ponte tra passione e crescita personale. Per chi magari non ha mai approfondito davvero l’universo Ghibli, può diventare una porta d’ingresso dolce e potente.
E poi diciamolo: vedere riconosciuto il valore culturale dell’animazione giapponese in un saggio di questo tipo è una piccola rivincita generazionale. Per anni ci siamo sentiti dire che erano “cartoni”. Oggi sono strumenti di consapevolezza.
Forse la parte più forte è proprio questa: non serve scappare dal mondo per viverlo con meraviglia. Serve allenare lo sguardo.
Io l’ho letto in un periodo in cui mi sentivo un po’ in overheat. Troppe cose. Troppi impegni. Troppe aspettative. Quelle pagine mi hanno ricordato che si può essere determinati come Chihiro senza perdere dolcezza. Che si può essere potenti come San senza diventare distruttivi. Che si può essere spaesati come Mahito e comunque continuare a camminare.
E adesso sono curiosa di sapere una cosa.
Voi avete mai provato a vivere “alla Ghibli”?
Avete una scena che vi ha cambiato modo di vedere le cose? Un momento in cui un anime vi ha insegnato più di mille manuali di crescita personale?
Parliamone nei commenti. Perché forse la vera magia, come sempre, nasce dal confronto tra fandom che si ascoltano. E magari, tra una risposta e l’altra, scopriremo che rallentare non è perdere tempo. È iniziare a viverlo davvero.
