Vivere alla Ghibli: il libro di Massimiliano De Giovanni che insegna a rallentare (senza smettere di sognare)

Respirare come in un film dello Studio Ghibli.
Guardare il cielo e sentirsi minuscoli ma non persi.
Accettare la fragilità come fosse una skill rara, di quelle che non trovi nel menu delle abilità ma che ti salva la partita.

Ho chiuso l’ultima pagina di “Vivere alla Ghibli. Self coaching per vivere il mondo con incanto, lentezza e meraviglia” e mi sono resa conto che non avevo semplicemente letto un saggio. Avevo fatto un viaggio. Uno di quelli che non ti fanno grindare punti esperienza, ma ti cambiano la percezione della mappa.

Il libro è firmato da Massimiliano De Giovanni e pubblicato da Kappalab, e già questo per me significa casa. Per chi è cresciutə a pane e manga, il nome di De Giovanni è legato a un pezzo di storia nerd italiana. Lupin, graphic novel, insegnamento di scrittura… una di quelle figure che hanno costruito ponti mentre noi eravamo troppo piccoli per accorgercene.

Ma qui non si parla di tecnica narrativa.
Si parla di come stare al mondo.

E sì, lo so. “Self coaching” può suonare come una parola da LinkedIn motivazionale. Invece tra queste pagine non ho trovato frasi da stampare su tazze glitterate. Ho trovato Chihiro che trema ma non scappa. Ho trovato Howl che si nasconde dietro l’estetica e poi crolla. Ho trovato Ashitaka che sceglie di vedere entrambe le parti invece di schierarsi alla cieca.

Chihiro Ogino non diventa forte perché non ha paura. Diventa forte perché attraversa la paura.
Howl è vanitoso, fragile, bellissimo e imperfetto. E proprio per questo umano.
Ashitaka sceglie la complessità. Sempre.

Tra le pagine si respira Hayao Miyazaki come una presenza costante. E accanto a lui l’eco poetica di Isao Takahata. Non come icone intoccabili, ma come bussole emotive.

La cosa che mi ha colpita davvero? L’idea che l’incanto non sia evasione. Non è fuga. È allenamento dello sguardo.

Siamo abituati a vivere in modalità speedrun. Notifiche. Deadline. Scroll infinito. Anche nel fandom a volte diventa una corsa: chi vede prima l’episodio, chi sa più lore, chi cosplaya meglio. E invece l’estetica Ghibli è fatta di attese. Di vento tra l’erba. Di silenzi lunghi quanto una fermata di treno sospesa sull’acqua.

Quelle scene in cui “non succede niente” sono in realtà il momento in cui succede tutto.

De Giovanni prende quell’atmosfera e la trasforma in pratica quotidiana. Non spiega i film come farebbe un manuale accademico. Li attraversa. Li usa come chiavi. Ogni riferimento a opere come La città incantata, Il castello errante di Howl, Principessa Mononoke o Il ragazzo e l’airone diventa uno specchio.

E ti ritrovi a chiederti: sto vivendo come una comparsa distratta o come protagonista consapevole?

Il bello è che non serve trasferirsi in una casa nel bosco abitata da spiriti della fuliggine. Si tratta di micro-scelte. Di gentilezza radicale. Di ascolto. Di lentezza come atto quasi ribelle. In un mondo che monetizza l’ansia, rallentare diventa una forma di resistenza.

Da gamer lo dico così: non tutte le run devono essere perfette. A volte bisogna esplorare la mappa senza waypoint attivi.

Ho pensato a quante volte mi sono sentita fuori posto. Troppo nerd per alcuni ambienti. Troppo emotiva per altri. Nei film Ghibli, la diversità non è un glitch. È potere narrativo. Le creature strane non sono nemici da eliminare. Sono parti del mondo da comprendere.

E questo libro insiste su una cosa che mi ha fatto quasi male da quanto è vera: la fragilità non è un bug da patchare. È una funzione.

Non si tratta di trasformare Miyazaki in guru. Anzi. Il mistero resta. E meno male. Però si può imparare a vivere con quella stessa attenzione ai dettagli, quella cura per le relazioni, quella capacità di restare in ascolto.

La scrittura è chiara, ma non semplifica. Ti accompagna. Ogni tanto ti fa sorridere. Ogni tanto ti costringe a fermarti. Non è un libro da divorare in una notte binge-reading. È uno di quelli da tenere sul comodino. Da sottolineare. Da riprendere.

Per chi ama anime e manga, “Vivere alla Ghibli” è un ponte tra passione e crescita personale. Per chi magari non ha mai approfondito davvero l’universo Ghibli, può diventare una porta d’ingresso dolce e potente.

E poi diciamolo: vedere riconosciuto il valore culturale dell’animazione giapponese in un saggio di questo tipo è una piccola rivincita generazionale. Per anni ci siamo sentiti dire che erano “cartoni”. Oggi sono strumenti di consapevolezza.

Forse la parte più forte è proprio questa: non serve scappare dal mondo per viverlo con meraviglia. Serve allenare lo sguardo.

Io l’ho letto in un periodo in cui mi sentivo un po’ in overheat. Troppe cose. Troppi impegni. Troppe aspettative. Quelle pagine mi hanno ricordato che si può essere determinati come Chihiro senza perdere dolcezza. Che si può essere potenti come San senza diventare distruttivi. Che si può essere spaesati come Mahito e comunque continuare a camminare.

E adesso sono curiosa di sapere una cosa.

Voi avete mai provato a vivere “alla Ghibli”?
Avete una scena che vi ha cambiato modo di vedere le cose? Un momento in cui un anime vi ha insegnato più di mille manuali di crescita personale?

Parliamone nei commenti. Perché forse la vera magia, come sempre, nasce dal confronto tra fandom che si ascoltano. E magari, tra una risposta e l’altra, scopriremo che rallentare non è perdere tempo. È iniziare a viverlo davvero.

In cucina con i personaggi dello Studio Ghibli: il bento diventa magia quotidiana

Profumo di riso caldo. Alga nori che si posa come un mantello nero su un volto di Totoro. Carotine intagliate con la stessa cura con cui si disegna un kimono in un film d’animazione. Ogni volta che parlo di Studio Ghibli e cucina mi si accende qualcosa dentro, lo ammetto senza pudore: per me il cibo nei film di Hayao Miyazaki e Isao Takahata non è mai semplice nutrimento. È racconto, è identità, è memoria.

E il saggio di Barbara Rossi e Azuki, In cucina con i personaggi dello Studio Ghibli. Bento: la cucina giapponese prende forma, edito da Kappalab, parte proprio da qui: dall’idea che quei piatti animati con amore maniacale possano uscire dallo schermo e approdare nelle nostre mani, nelle nostre cucine, nelle nostre lunch box.

Non un semplice ricettario. Un ponte culturale.

Il bento come gesto narrativo

In Occidente diciamo “pranzo al sacco” e pensiamo a qualcosa di veloce, pratico, quasi sacrificato. In Giappone la parola bento custodisce un universo più complesso: indica la scatola e ciò che contiene, il contenitore e il contenuto, la forma e la sostanza. È un oggetto quotidiano che racconta attenzione, equilibrio, affetto.

Il libro di Rossi e Azuki si concentra su una declinazione speciale di questo mondo: i kyaraben, o charaben, i bento che prendono le sembianze dei personaggi. Non semplici decorazioni carine. Vere e proprie micro-opere d’arte commestibili ispirate ai protagonisti dello Studio Ghibli.

Immaginate di aprire la vostra lunch box e trovare il sorriso morbido di Totoro. Oppure il volto serio di San di Principessa Mononoke. O ancora Ponyo, rossa e luminosa come una piccola divinità marina pronta a tuffarsi nel riso bianco.

Non è solo cucina. È storytelling applicato al cibo.

Da Totoro a Il ragazzo e l’airone: un viaggio tra i film

Sfogliare questo volume è come ripercorrere la filmografia Ghibli attraverso i fornelli. Si parte da Il mio vicino Totoro, si attraversano le atmosfere sospese di La città incantata, si passa per la poesia malinconica di La storia della Principessa Splendente, si vola con Kiki – Consegne a domicilio, si combatte con Nausicaä della Valle del Vento, si plana sulle onde con Ponyo sulla scogliera, si accarezza la nostalgia di Porco Rosso, fino ad arrivare al più recente Il ragazzo e l’airone.

Ogni film diventa ispirazione visiva e gastronomica.

La cosa che ho amato di più? Il rispetto per l’equilibrio. Non si tratta di riempire una scatola con ingredienti a caso e “disegnarci sopra” un personaggio. Le ricette proposte – dal norimaki di pollo al tsuta age di gamberi, dal teriyaki di zucca agli asazuke di ravanello, fino ai gyoza e al kabayaki di sgombro – dialogano tra loro per creare un bento armonico, nutrizionalmente sensato, coerente con la tradizione della cucina casalinga giapponese.

Ed è qui che la mia formazione in Beni Culturali prende il sopravvento: perché il bento, così raccontato, diventa patrimonio immateriale. Un gesto che si tramanda. Un’estetica che parla di società, di scuola, di lavoro, di relazioni familiari.

Cucina giapponese e immaginario Ghibli: una stessa filosofia

Chi ama Miyazaki lo sa: nei suoi film il cibo ha un peso specifico altissimo. Pensate alla tavola opulenta dei genitori di Chihiro in La città incantata, o alla zuppa fumante condivisa in una cucina modesta, o al pane che Kiki consegna con orgoglio.

Quel modo di animare il cibo, quasi sensoriale, è parte della poetica Ghibli. Si vedono le fibre, si immagina la consistenza, si percepisce il calore.

Rossi e Azuki intercettano questa magia e la riportano su un piano pratico, senza mai banalizzarla. Offrono indicazioni su progettazione, cartamodelli, tecniche di composizione, ma sempre con uno sguardo rispettoso verso la cultura d’origine. Non c’è appropriazione superficiale. C’è studio. C’è amore.

E per chi, come me, ha passato notti intere a guardare anime con un gatto acciambellato sulle ginocchia e una tazza di tè verde accanto, questo dettaglio conta.

Una nuova edizione ampliata che parla ai fan di oggi

Questo volume rappresenta una nuova edizione ampliata di un progetto precedente dedicato ai bento Ghibli. L’ampliamento non è solo quantitativo. È qualitativo.

L’inclusione di Il ragazzo e l’airone non è un dettaglio secondario. Significa dialogare con la contemporaneità, con il pubblico che ha appena vissuto l’emozione dell’ultimo capolavoro dello studio. Significa dire: la magia continua.

E in un momento storico in cui il mondo corre, la cultura pop si consuma a velocità folle, un libro che invita a rallentare, a tagliare con precisione un’alga per disegnare un occhio, a bilanciare colori e sapori dentro una scatola rettangolare, assume quasi un valore meditativo.

Preparare un kyaraben diventa un atto di cura. Per sé stessi. Per chi lo riceverà.

Tra cosplay e cucina: la stessa arte di incarnare un personaggio

Chi frequenta le fiere, chi ha indossato almeno una volta un cosplay cucito a mano, sa che interpretare un personaggio significa studiarlo, comprenderlo, interiorizzarlo. Non basta replicare un costume. Bisogna entrare nella sua energia.

Il kyaraben funziona allo stesso modo. Non è solo “fare un Totoro con il riso”. È capire Totoro. È scegliere ingredienti che restituiscano la sua morbidezza, la sua dolcezza, la sua presenza rassicurante.

Da cosplayer ho trovato in questo libro una familiarità inattesa. La stessa attenzione ai dettagli. La stessa gioia nel riconoscere, a colpo d’occhio, un personaggio riuscito.

Solo che qui, dopo averlo ammirato… lo mangi.

Perché questo libro è importante per la community nerd

Parlare di cucina giapponese attraverso lo Studio Ghibli significa fare divulgazione culturale usando il linguaggio della passione. Significa abbattere la barriera tra “cultura alta” e “cultura pop”. Significa mostrare che dietro un anime non c’è solo intrattenimento, ma tradizione, estetica, storia. E per una realtà come Associazione Culturale Satyrnet, che da anni racconta il mondo nerd come spazio di crescita e consapevolezza, un’opera del genere è perfettamente in linea con quella visione: sognare, sì. Ma con competenza. Il libro è disponibile nelle librerie e fumetterie italiane e online sul sito di Kappalab. Fa parte di una collana che esplora la cucina giapponese tra manga e animazione, e rappresenta un tassello prezioso per chi desidera approfondire non solo le ricette, ma l’immaginario che le accompagna.

E adesso tocca a noi

Chiudo con una confessione. Dopo aver letto queste pagine, ho guardato la mia solita schiscetta con occhi diversi. Ho pensato che forse potrei trasformarla. Aggiungere un dettaglio. Un sorriso di nori. Un ravanello intagliato a forma di spiritello.

Perché in fondo la magia Ghibli ci insegna questo: la straordinarietà abita nelle cose semplici.

E allora vi chiedo, community di CorriereNerd: avete mai provato a preparare un bento ispirato ai vostri personaggi preferiti? Quale film dello Studio Ghibli vi piacerebbe “assaggiare” per primo?

Raccontatemelo. Magari il prossimo kyaraben nascerà proprio da una vostra idea.


Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese 1958–1969: la nuova edizione che riscrive la storia degli anime

Alcuni libri non si limitano a raccontare una storia. La incarnano. La attraversano. La mettono alla prova. E poi, trent’anni dopo, tornano a bussare come vecchi amici che nel frattempo hanno viaggiato, studiato, sbagliato, imparato una lingua nuova e deciso che sì, è il momento di riscrivere tutto da capo.

Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese non è soltanto un volume di 264 pagine dedicato agli anni 1958–1969 dell’animazione nipponica. È la prova tangibile di quanto sia cambiato il nostro modo di guardare gli anime in Italia. E lo dico da lettrice, da blogger, da ex ragazzina cresciuta tra pomeriggi davanti alla TV e VHS consumate fino allo sfinimento, con un gatto sulle ginocchia e il sogno segreto di visitare Tokyo almeno una volta nella vita.

Chi ha vissuto gli anni Novanta ricorda bene il deserto informativo che circondava anime e manga. Oggi basta un click per recuperare una scheda tecnica, una filmografia completa, un’intervista d’archivio. All’epoca no. All’epoca significava inseguire videocassette NTSC come reliquie proibite, sfogliare riviste giapponesi con il dizionario accanto, litigare con la traslitterazione dei nomi e sperare che qualcuno, da qualche parte nel mondo, rispondesse a una lettera scritta con la pazienza di uno Jedi prima dell’era delle e-mail.

La prima edizione di questa guida, pubblicata nei primi anni Novanta, era figlia di quel contesto. Una quarantina di pagine dedicate agli esordi dell’animazione giapponese, in un’epoca in cui reperire informazioni significava letteralmente fare archeologia culturale. Eppure quel libro ebbe il coraggio di guardare agli anime con uno sguardo adulto, critico, consapevole. In un periodo in cui genitori e opinionisti parlavano di “cartoni giapponesi” come di una minaccia per le giovani menti, qualcuno stava già costruendo una mappa seria, ragionata, enciclopedica.

Oggi quella mappa è stata completamente ridisegnata.

Questa nuova edizione dedicata al periodo 1958–1969, pubblicata da Kappalab, non è un semplice aggiornamento. È una rifondazione. Le quaranta pagine di allora si sono espanse fino a occupare un intero volume, segno di quanto materiale fosse rimasto nell’ombra. Cortometraggi dimenticati, film pilota mai approdati in sala, special televisivi, coproduzioni internazionali, progetti rimasti sospesi come spiriti irrequieti della storia dell’animazione. Quelli che in Giappone chiamano “anime fantasma”. Solo il nome mi fa venire i brividi, e non perché sia ottobre.

Partire dal 1958 significa tornare a Hakuja den, il primo lungometraggio animato a colori prodotto da Toei Animation, e poi attraversare l’esplosione televisiva del 1963 con Tetsuwan Atom, l’opera che avrebbe cambiato per sempre il modo di concepire l’animazione seriale. Sì, parliamo di Astro Boy. Parliamo di un’industria che, uscita devastata dalla guerra, decide di investire sull’immaginazione come strumento di ricostruzione culturale ed economica.

E mentre negli Stati Uniti la Disney aveva già tracciato la strada con Biancaneve e i sette nani, il Giappone recuperava terreno con una velocità quasi commovente, costruendo un linguaggio visivo proprio, fatto di economia di movimento, intensità emotiva, serialità narrativa. Tecniche nate anche dalla necessità, certo. Budget ridotti, tempi strettissimi, produzioni televisive a ciclo continuo. Ma spesso è proprio nella scarsità che germoglia l’innovazione.

Leggere questa nuova guida in ordine cronologico – scelta dichiarata e quasi militante – significa assistere in diretta alla nascita di uno stile. Vedere registi muovere i primi passi prima di diventare maestri celebrati nei festival internazionali. Riconoscere allievi che diventeranno mentori. Comprendere perché un’opera del 1962 possa apparire “grezza” rispetto a una del 1969, e perché quel confronto, senza contesto, sia profondamente ingiusto.

Da laureata in Beni Culturali, una cosa l’ho imparata: ogni opera è figlia del suo tempo. Estrarla dal contesto equivale a mutilarla. Questa guida, invece, restituisce profondità storica. Non si limita a elencare titoli e trame, ma li colloca dentro un ecosistema culturale che include letteratura, tradizione, influenze occidentali, scambi creativi. L’animazione giapponese non è mai stata un’isola. Ha dialogato con l’Europa, con gli Stati Uniti, con la cultura globale, assorbendo e restituendo stimoli in un flusso continuo.

E poi c’è l’Italia.

Il nostro rapporto con gli anime è stato intenso, tumultuoso, persino traumatico. Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta abbiamo visto in pochi anni l’equivalente di tre decenni di produzione nipponica. Un’esposizione massiccia che ha stordito il pubblico giovane e irritato quello adulto. Petizioni, polemiche, interpellanze parlamentari. Studi d’animazione italiani messi in ginocchio da importazioni a basso costo. Eppure, per la mia generazione, quegli anime sono diventati mitologia personale.

Goldrake, Heidi, le orfanelle coraggiose e i guerrieri spaziali. Non erano solo programmi televisivi. Erano finestre su mondi altri, alternative narrative a un immaginario occidentale che sembrava già codificato. E oggi molti di quei titoli vengono celebrati, riproposti, analizzati con rispetto accademico. Il tempo è galantuomo, anche con i robottoni.

Questa nuova edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese non cerca di idealizzare il passato. Al contrario, lo mette sotto la lente, ne evidenzia le lacune precedenti, ammette errori di trascrizione, scioglie nodi sulla romanizzazione dei nomi, affronta con rigore questioni come il sistema Hepburn o Kunrei senza trasformarle in barriere per il lettore. Il risultato è un’opera che può essere consultata come enciclopedia, ma anche letta come un racconto lungo decenni.

E forse è proprio questo l’aspetto che mi ha colpita di più. Riguardare quei film e quelle serie in sequenza cronologica significa rivivere una crescita. Non solo quella di un’industria, ma anche quella di chi guarda. Sapere che dietro un giovane animatore degli anni Sessanta si nasconde il futuro maestro che influenzerà intere generazioni cambia la percezione di ogni fotogramma.

Internet ha reso tutto accessibile. Ha semplificato la ricerca, democratizzato le informazioni, abbattuto le distanze. Ma ha anche appiattito l’esperienza della scoperta. Questa guida recupera quel senso di esplorazione. Ti invita a non limitarti a cercare un titolo specifico, ma a seguire il filo del tempo, a lasciarti sorprendere da connessioni inaspettate, a capire perché certe scelte stilistiche siano nate proprio lì, proprio allora.

Le 264 pagine dedicate al periodo 1958–1969 sono solo l’inizio di un progetto più ampio che promette di espandersi sia all’indietro, fino agli albori del Novecento, sia in avanti verso i primi anni Settanta. Un lavoro monumentale che richiede pazienza, rigore e – lasciatemelo dire – una buona dose di ossessione. Quella sana, quella che spinge a controllare un’ultima volta un nome, una data, una fonte.

Da fan di Star Wars ho sempre amato le cronologie. Gli archi narrativi che si intrecciano. Le genealogie creative. Questa guida fa qualcosa di simile per l’animazione giapponese: costruisce una saga reale, fatta di studi, autori, errori, successi, tentativi falliti e trionfi inattesi. E lo fa con la consapevolezza che la memoria culturale va coltivata, non data per scontata.

Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese: 1958–1969 è disponibile nelle librerie e fumetterie italiane, oltre che online sul sito di Kappalab. Ma al di là dei dati tecnici – formato 16,5 x 24, ISBN 9788885457416 – ciò che conta è l’esperienza che propone.

Un viaggio alle origini degli anime, prima che diventassero mainstream, prima che le piattaforme streaming li trasformassero in consumo immediato. Un invito a guardare indietro per capire meglio ciò che amiamo oggi.

E forse la domanda più interessante non riguarda il passato, ma il presente. Ora che tutto è accessibile, che ogni informazione è a portata di schermo, siamo ancora capaci di meravigliarci come allora? Siamo disposti a rallentare, a leggere, a contestualizzare, a costruire memoria invece di limitarci a scorrere?

Io ho già deciso da che parte stare. E voi?

The Brew Barons arriva su PS5: quando lo spirito di Porco Rosso torna a volare tra cieli, pirati e birra artigianale

L’azzurro infinito del Mare Adriatico degli anni Venti sembrava un sogno irraggiungibile, una di quelle fantasie nate dalla mente geniale di Hayao Miyazaki che potevamo solo ammirare su schermo, magari sospirando davanti a una vecchia VHS o a un Blu-ray da collezione. Eppure, la magia del gaming indipendente ha il potere straordinario di trasformare i desideri più nerd in realtà tangibili, ed è esattamente quello che accade quando le eliche di un idrovolante iniziano a girare vorticosamente sopra un oceano digitale carico di promesse. The Brew Barons atterra finalmente su PlayStation 5, portando con sé tutto quel fascino agrodolce fatto di motori che tossiscono fumo, tramonti color arancio e il profumo pungente del luppolo che fermenta in cantina. Lifetap Studios ha compiuto un’impresa che definire coraggiosa è poco, decidendo di sfidare il mostro sacro dell’animazione mondiale non attraverso una copia carbone, ma con un atto d’amore sincero e profondamente interattivo. Chiunque abbia passato ore a sognare di essere Marco Pagot, l’asso dell’aviazione trasformato in maiale per sfuggire alla follia umana, troverà in questo titolo una casa accogliente e familiare. Il gioco non si nasconde dietro un dito e abbraccia totalmente l’estetica di Porco Rosso, trasformandola nel pilastro di un’esperienza che mescola il dogfight più serrato alla gestione meticolosa di un birrificio clandestino.

L’idea di base è talmente folle da risultare geniale per noi che mangiamo pane e cultura pop dalla mattina alla sera. Immaginate un mondo dove la libertà di sorseggiare una buona birra artigianale viene minacciata da un’organizzazione di pirati dei cieli che ha imposto un monopolio soffocante. La resistenza non passa per eserciti regolari, ma attraverso le ali di piloti scanzonati che si improvvisano mastri birrai e contrabbandieri di qualità. Questa premessa narrativa, pur sembrando leggera, nasconde quel retrogusto di critica sociale e di lotta per l’indipendenza che ha reso immortali le pellicole di Studio Ghibli, dove il volo è sempre metafora di emancipazione dai vincoli del mondo terreno.

Il ritmo della partita si spezza costantemente tra la scarica di adrenalina delle battaglie aeree e la quiete quasi meditativa della produzione. Quando siamo in volo, il controller trasmette la sensazione di macchine pesanti, analogiche, fatte di bulloni e lamiera, dove ogni virata richiede precisione e ogni picchiata contro i pirati ci fa sentire davvero parte di quella squadriglia di “bravi ragazzi” un po’ fuori di testa. Ma la vera perla è il ritorno alla base, quel momento in cui il rombo del motore si spegne per lasciare spazio al gorgoglio dei fermentatori. Progettare ricette, cercare ingredienti rari sorvolando isole sperdute e gestire il proprio bar crea un loop ipnotico che ci lega indissolubilmente al nostro velivolo.

Tecnicamente parlando, il lavoro svolto è un inno al cel shading fatto bene, quello che non vuole imitare la realtà ma vuole omaggiare l’arte del disegno a mano. I colori sono caldi, le nuvole sembrano dipinte a olio e gli idrovolanti hanno una personalità tale da farli sembrare personaggi a tutti gli effetti. Ogni potenziamento che installiamo nell’officina non serve solo a migliorare le statistiche di difesa o velocità, ma rappresenta l’evoluzione del nostro legame con il mezzo meccanico, proprio come Miyazaki insegna nei suoi schizzi tecnici maniacali. La personalizzazione è profonda e permette di dare sfogo alla nostra vena creativa, trasformando un semplice mezzo di trasporto in un simbolo di ribellione colorato e unico.

Dalla sua apparizione su PC nel 2024, questo progetto ha dimostrato che c’è una fame incredibile di esperienze che sappiano toccare le corde della nostalgia senza essere banali. La community ha risposto con un calore commovente, confermando che il pubblico nerd non cerca sempre il fotorealismo o la violenza gratuita, ma storie che sappiano di salsedine, olio di motore e libertà. Porco Rosso, che per anni è rimasto un tesoro per pochi eletti prima di essere riscoperto come uno dei capolavori più maturi e politici del Maestro, trova in The Brew Barons un erede spirituale che ne rispetta l’anima profonda, quella che ci ricorda come “meglio essere un maiale che un fascista”.

Approdare su console di nuova generazione significa aprire queste rotte aeree a una platea ancora più vasta, permettendo a chiunque di perdersi in un orizzonte dove il cielo non è mai solo uno sfondo, ma un protagonista assoluto. La sensazione di volare sopra acque cristalline, sapendo di avere una stiva piena di ingredienti preziosi e un appuntamento al tramonto per servire la miglior birra del settore, è un tipo di evasione che solo i videogiochi fatti con passione sanno regalare. Si tratta di un passaggio di testimone culturale importante, dove la lezione di Studio Ghibli viene metabolizzata da una nuova generazione di sviluppatori per diventare qualcosa di nuovo, fresco e incredibilmente divertente da giocare.

Preparatevi dunque a lucidare gli occhialoni e a scaldare le valvole, perché il viaggio che ci attende è di quelli che restano nel cuore per molto tempo dopo aver spento la console. The Brew Barons non è solo un software, è un invito a riscoprire quel senso di meraviglia che provavamo da bambini guardando gli aerei volare verso l’ignoto. Sarebbe fantastico sapere quali sono i vostri ricordi legati alle atmosfere di Miyazaki e se anche voi, come noi, sentite questo richiamo irresistibile verso i cieli aperti. Avete già scelto il nome della vostra prima birra artigianale da servire tra un combattimento e l’altro?

Ghibli vs Evangelion: il concerto in cosplay di Rebecca Guerra

Il calendario degli eventi nerd italiani per il 2026 si apre con una di quelle date che sembrano scritte apposta per far tremare il cuore a chi è cresciuto tra anime, colonne sonore iconiche e sogni ad occhi aperti. Il 10 gennaio Roma si prepara ad accogliere una serata capace di mettere sullo stesso spartito due mondi che hanno segnato profondamente l’immaginario collettivo: l’universo poetico dello Studio Ghibli e l’intensità emotiva di Neon Genesis Evangelion. Un confronto solo apparente, perché la vera protagonista sarà la musica, quella che resta dentro anche quando scorrono i titoli di coda. Il concerto pianistico in arrivo al Teatro Tordinona non è un semplice tributo, ma una dichiarazione d’amore verso due visioni artistiche che hanno saputo parlare a generazioni diverse. Da una parte la delicatezza sospesa dei mondi firmati da Hayao Miyazaki, dall’altra il tormento esistenziale e visionario di Hideaki Anno. A unirli, come un filo invisibile ma potentissimo, le note di due compositori leggendari.

Parlare di Joe Hisaishi significa evocare immediatamente un senso di meraviglia pura. Le sue melodie hanno accompagnato voli su città impossibili, passeggiate tra spiriti della foresta, viaggi interiori fatti di silenzi e sguardi. Ogni tema Ghibli è una carezza musicale che sembra conoscere l’anima di chi ascolta. Sul fronte opposto, ma con una forza altrettanto dirompente, Shiro Sagisu ha trasformato Evangelion in un’esperienza sensoriale totale, dove il sacro si mescola al trauma e l’orchestra diventa urlo, preghiera, catarsi.

Il concerto del 10 gennaio non si limiterà a riproporre brani celebri, ma offrirà anche uno sguardo più profondo sulle radici musicali di questi capolavori. Durante la serata troveranno spazio composizioni classiche che hanno ispirato Hisaishi e Sagisu, creando un dialogo affascinante tra passato e presente, tra tradizione colta e cultura pop giapponese. Un viaggio sonoro che promette di far scoprire connessioni inaspettate, di quelle che fanno brillare gli occhi agli appassionati più attenti.

A rendere l’esperienza ancora più speciale sarà l’anima cosplay dell’evento. Il pianoforte non sarà solo uno strumento, ma un portale scenico, grazie a un’esibizione che unisce musica e performance visiva. Suonare in cosplay non è un vezzo, ma un atto di coerenza nerd, un modo per incarnare fino in fondo quei mondi che amiamo. È qui che la passione diventa spettacolo totale, capace di parlare tanto alle orecchie quanto agli occhi.

Dietro questo progetto c’è Rebecca Guerra, una musicista che incarna alla perfezione l’incontro tra rigore classico e sensibilità contemporanea. La sua formazione attraversa esperienze prestigiose, dal Piccolo Teatro Sperimentale fino all’École Normale de Musique di Parigi, passando per studi con maestri che hanno contribuito a modellare una visione artistica profonda e personale. Il suo percorso concertistico l’ha portata tra Italia e Francia, in contesti che spaziano dai festival dedicati a Bach alle rassegne di musica contemporanea, dimostrando una versatilità rara. Ma ridurre Rebecca Guerra a un curriculum sarebbe un errore. La sua forza sta nella capacità di raccontare storie attraverso i tasti, di trasformare un concerto in un’esperienza narrativa. Non a caso ha dato vita a progetti che fondono musica, parola e teatro, creando veri e propri concerti narrativi. Anche in questo appuntamento romano la sua interpretazione promette di essere un ponte emotivo tra platea e palcoscenico, tra memoria personale e immaginario collettivo.

Il 10 gennaio 2026, alle ore 21, il Teatro Tordinona diventerà così un crocevia di emozioni nerd, un luogo in cui chi ama l’animazione giapponese potrà ritrovarsi, riconoscersi, emozionarsi insieme. Sarà una serata per chi ha pianto ascoltando un tema Ghibli, per chi ha sentito Evangelion risuonare come uno specchio dell’anima, per chi crede che la musica sia uno dei linguaggi più potenti dell’immaginazione.

E ora la palla passa a voi. Quale colonna sonora vi ha segnato di più, quella che vi ha fatto sentire al sicuro o quella che vi ha messo davanti alle vostre paure? Raccontatelo, condividetelo, preparatevi a vivere una notte in cui il pianoforte parlerà la lingua degli anime. Il viaggio sta per cominciare, e Roma è pronta ad ascoltarlo.

Rebecca Guerra, la pianista che unisce classica, cosplay e immaginario nerd

Chiunque abbia passato abbastanza tempo nei teatri, nelle sale da concerto un po’ laterali, quelle che non cercano il clamore ma lo sguardo giusto, prima o poi inciampa in una figura come Rebecca Guerra. Non inciampa nel senso banale del termine. Piuttosto, resta sospeso. Perché Rebecca non entra mai davvero in scena come fanno gli altri musicisti. Sembra già lì da prima. Come se il pianoforte fosse un’estensione del suo corpo, o forse il contrario. La prima cosa che colpisce non è la tecnica, pur solidissima. È il modo in cui guarda la tastiera prima di iniziare. Uno sguardo che non è mai distratto, mai meccanico. Dentro c’è qualcosa di narrativo, quasi una promessa non detta. Ed è lì che capisci che ridurre Rebecca Guerra alla definizione di “pianista classica” sarebbe una semplificazione comoda ma profondamente ingiusta. Lei è una di quelle presenze che abitano il confine. Tra musica e teatro. Tra rigore e immaginazione. Tra partitura e racconto.

C’è una radice scenica molto chiara nel suo modo di stare sul palco. Non è un caso, e non è una posa. Prima ancora dei conservatori, prima delle sale di Parigi, Rebecca passa dal Piccolo Teatro Sperimentale, luogo che non perdona l’approssimazione e che ti insegna una cosa fondamentale: ogni gesto ha un peso. Anche il silenzio. Anche l’attesa prima del primo accordo. Questa impronta non l’ha mai lasciata, nemmeno quando la sua formazione musicale prende una direzione più classica, più strutturata, apparentemente più “tradizionale”.

Eppure la tradizione, con lei, non resta mai ferma. Si muove. Respira. A Lucca e Mantova si forma come pianista con una disciplina che non concede scorciatoie. Anni di studio, di ascolto, di confronto con maestri che ti insegnano non solo come suonare, ma come pensare la musica. Poi arriva Parigi, l’École Normale de Musique, e lì succede qualcosa di sottile ma decisivo. La musica smette di essere solo esecuzione. Diventa linguaggio personale. Diventa improvvisazione, rischio, apertura. Non più soltanto fedeltà alla pagina, ma dialogo con ciò che la pagina suggerisce e non scrive.

Ascoltare Rebecca Guerra significa spesso avere la sensazione che il brano stia accadendo per la prima volta. Anche quando si tratta di Bach. Anche quando il pubblico conosce ogni passaggio a memoria. C’è sempre un dettaglio che cambia, una tensione che affiora, un tempo che si dilata appena. Come se la musica fosse viva e decidesse, in quel momento, di raccontarsi così e non in un altro modo.

Poi c’è l’altra dimensione. Quella che, per una community nerd come la nostra, fa scattare qualcosa di più profondo del semplice interesse. Rebecca è una musicista che non ha mai avuto paura di dichiarare il proprio amore per l’immaginario pop, per l’animazione giapponese, per quelle colonne sonore che hanno cresciuto intere generazioni emotive prima ancora che musicali. Portare Joe Hisaishi o Shiro Sagisu in una sala da concerto, accostarli a Beethoven o Debussy, non è un’operazione furba. È una presa di posizione culturale. È dire che le emozioni non hanno gerarchie prestabilite. Che una melodia nata per un film di Miyazaki può reggere il confronto con la grande musica europea senza chiedere permesso.

In quei programmi apparentemente “ibridi” c’è molto di Rebecca. Il desiderio di costruire ponti invece di difendere recinti. La voglia di raccontare storie attraverso i tasti, sì, ma anche di riconoscere che le storie che ci hanno formati arrivano da luoghi diversi. Da un anime visto da ragazzini. Da una sala cinematografica. Da un vinile consumato. Da una partitura studiata fino allo sfinimento.

Questo bisogno di racconto esplode letteralmente nei suoi progetti personali. Quando Rebecca indossa un costume, non sta semplicemente interpretando un personaggio. Sta usando tutto l’immaginario nerd come lente per parlare di arte e umanità, di passione, di creatività, di bellezza che illumina l’anima. Il pianoforte non accompagna la scena. È la scena. Ogni brano diventa parola non detta, ogni passaggio musicale una confessione di amore verso la sua scintilla artistica .   Un approccio che parla tantissimo anche a chi vive l’immaginario nerd non come fuga, ma come strumento di lettura del reale.

Rebecca Guerra appartiene a quella rara categoria di artiste che non sembrano mai fare “progetti”. Sembrano piuttosto seguire traiettorie. Collaborazioni con poeti, attori, compositori contemporanei nascono perché c’è un’affinità, non perché “funziona”. Anche quando organizza, quando crea spazi, quando fonda un’associazione musicale, lo fa con la stessa logica con cui suona: mettere le persone in condizione di ascoltarsi davvero.

Forse è questo che resta addosso dopo averla vista dal vivo. Non solo la musica. Ma la sensazione di aver assistito a qualcosa che non si lascia chiudere in una definizione. Classica, contemporanea, nerd, teatrale, colta, pop. Tutto vero. Tutto insufficiente. Rebecca Guerra sembra muoversi altrove, in un territorio dove le etichette servono solo a partire, mai ad arrivare.

E la cosa più interessante è che quel territorio non è mai completamente esplorato. Ogni concerto sembra lasciare una domanda aperta. Un “e se…”. Un’attesa. Come se la storia non fosse finita, e stesse solo aspettando il prossimo palco, il prossimo personaggio, la prossima melodia da trasformare in racconto.

Il Castello Errante di Howl torna in libreria: un nuovo incantesimo per il capolavoro di Diana Wynne Jones

Quando un classico del fantasy torna in libreria con una nuova veste, l’emozione per chi vive di storie, mondi incantati e viaggi al limite dell’impossibile assume la stessa intensità di un portale che si riapre dopo anni. Il castello errante di Howl di Diana Wynne Jones torna sugli scaffali dal 12 dicembre in un’edizione speciale che profuma di incantesimi, meraviglia e nostalgia geek, impreziosita dalle illustrazioni di Josee Shimazaki e da un’intervista inedita all’autrice che racconta la genesi del romanzo e il suo destino animato grazie al maestro Hayao Miyazaki. Entrare di nuovo nel regno di Ingary significa ritrovare quel tipo di magia che non si limita a intrattenere, ma che ti accompagna come un vecchio amico che custodisce ancora segreti da rivelare.

Sophie, Howl e le porte che cambiano colore della fantasia

Rimettere piede a Market Chipping riattiva immediatamente quel misto di familiarità e stupore che soltanto le storie diventate mito sanno conservare nel tempo. Sophie Hatter vive un’esistenza ordinata e un po’ soffocata fra cappelli, responsabilità e aspettative esterne che sembrano aver archiviato il suo desiderio di avventura. Ogni fan del fantasy ha incrociato almeno una volta quella fase della vita in cui il mondo ti racconta che il tuo destino è molto meno straordinario di quanto speravi.

Eppure basta un incontro sbagliato — o forse finalmente quello giusto — con la Strega delle Terre Desolate per cambiare tutto. La maledizione che trasforma Sophie in un’anziana signora diventa la scintilla che rimette in moto il suo coraggio, spingendola a varcare la soglia di un castello che non sta mai fermo, una creatura architettonica capricciosa quanto il suo proprietario. Ritrovare Howl, con il suo charme un po’ narcisista e il talento magico che sfiora il caos creativo, è come riconnettersi con una figura iconica che ha attraversato letteratura e animazione, diventando una delle radianti contraddizioni che i fan del fantastico amano analizzare da decenni.

In questa nuova edizione, ogni dettaglio grafico è un omaggio all’immaginario che ha spinto generazioni di lettori a innamorarsi di porte che si aprono su mondi differenti e demoni di fuoco dal cuore sorprendentemente tenero.

L’eredità di un romanzo che ha acceso Miyazaki

Pensare a Il castello errante di Howl significa inevitabilmente evocare il film dello Studio Ghibli, una delle trasposizioni più amate della storia dell’animazione. Il romanzo, pubblicato nel 1986, aveva già una forza visionaria esplosiva, ma nelle mani del regista Premio Oscar Hayao Miyazaki si è trasformato in un simbolo intergenerazionale. Il film è diventato una sorta di entry point privilegiato per migliaia di giovani spettatori che, dopo essersi lasciati ipnotizzare da Calcifer e dai panorami sospesi, hanno sentito il richiamo irresistibile di risalire alla fonte originale.

Questa nuova edizione non solo recupera la potenza narrativa del testo, ma la arricchisce con una preziosa intervista in cui Diana Wynne Jones rivela dettagli sulla nascita del romanzo, confermando ancora una volta quanto la sua immaginazione fosse capace di intrecciare ironia britannica, senso del meraviglioso e sottile complessità emotiva. Una chicca che per i fan rappresenta quasi un backstage letterario, una porta segreta nel castello della creatività dell’autrice.

Un mondo che ha ispirato autori, saghe e generazioni

Diana Wynne Jones è una figura titanica della narrativa fantastica, non soltanto per la Trilogia di Howl — completata da Il castello in aria del 1990 e La casa per Ognidove del 2008 — ma per l’impronta indelebile lasciata su tutta la letteratura per ragazzi e sul fantasy contemporaneo. La sua capacità di maneggiare archetipi magici con leggerezza arguta ha ispirato autori come J.K. Rowling, Neil Gaiman e Susanna Clarke, creando una sorta di eco intertestuale che ancora oggi si percepisce nelle opere di chi costruisce mondi a metà tra l’umoristico, l’epico e il profondamente umano.

I numerosi premi ricevuti da Jones nel corso della sua carriera, dal Guardian Award al Mythopoeic Award fino al prestigioso Phoenix Award ottenuto proprio da Il castello errante di Howl, non sono soltanto riconoscimenti formali ma tappe di una storia creativa che continua a brillare.

Un viaggio che non invecchia mai

Sophie, con la sua trasformazione forzata e il suo modo tutto personale di affrontare il destino, continua a essere uno dei personaggi più attuali del fantasy moderno. La lotta con la Strega delle Terre Desolate, la strana convivenza con Howl, Calcifer e gli altri abitanti del castello, il cammino verso la riscoperta di sé: ogni tassello del romanzo parla ancora oggi a chi sente il bisogno di ribaltare la narrazione che gli è stata imposta.

La nuova edizione assume quindi il valore di una chiamata alle armi dolce e fantastica: un invito a ritrovare la propria scintilla, a riscrivere la propria storia e a ricordare che i castelli in movimento non si fermano mai davvero. Quando un libro attraversa il tempo mantenendo intatta la sua capacità di stupire, significa che custodisce una verità che va oltre l’avventura. E ogni rilettura diventa un nuovo incantesimo.

Perché questo ritorno è un evento da segnare sul calendario nerd

Il fantasy contemporaneo sta vivendo una nuova primavera, ma poche saghe hanno la potenza di riaccendere la meraviglia come quella di Howl e Sophie. Questa edizione è perfetta per chi vuole riscoprire il romanzo dopo aver amato il film, ma anche per chi desidera tuffarsi per la prima volta in una storia piena di magia irriverente, identità mutevoli e porte che non portano mai dove ci si aspetta. E come ogni appassionato sa, rileggere un classico in una nuova veste è un po’ come ricongiungersi a un vecchio party di adventurers: le battaglie sono le stesse, ma il modo in cui le vivi cambia con te. Allora, siete pronti a varcare di nuovo la soglia del castello? Quali scene, personaggi o incantesimi vi hanno cambiato per sempre? Raccontatemelo: la community ama viaggiare anche attraverso i ricordi degli altri.

Il ritorno di Principessa Mononoke al cinema: perché il 2026 sarà l’anno in cui Miyazaki ci chiederà di ascoltare di nuovo la foresta

Certe notizie, lo sappiamo bene, non bussano. Arrivano come un’antica maledizione lanciata dal cuore di una foresta, un richiamo viscerale che nessun cultore della cultura pop, specialmente quella forgiata dall’acciaio e dalla magia dell’animazione giapponese, può ignorare. L’annuncio fatto da Lucky Red alle Giornate Professionali di Cinema di Sorrento ha avuto esattamente l’effetto di una freccia scoccata da un principe Emishi: il capolavoro assoluto di Hayao Miyazaki, Principessa Mononoke, tornerà nelle sale italiane dal 4 al 10 giugno 2026 in uno sfolgorante restauro 4K.

Per noi, che custodiamo questo film nel pantheon personale dei miti fondativi, non si tratta di un banale re-watch. È un evento epocale, un ritorno a casa. È il richiamo del sacro, il rito che ci vedrà compiere un pellegrinaggio collettivo verso l’oscurità e lo splendore della foresta.


Una Leggenda Forgiata nel Fuoco e nel Box Office

Era il 1997 quando Mononoke Hime fece il suo ingresso nel mondo, cambiando per sempre la percezione globale dell’animazione come forma d’arte adulta e stratificata. Prima che un certo transatlantico affondasse i record, l’opera di Miyazaki si affermò come il film più redditizio nella storia del box office giapponese: un risultato sbalorditivo per un’epopea che si addentra senza filtri in temi di maledizione, spiriti ancestrali e, soprattutto, un conflitto etico-morale talmente complesso da far vacillare persino chi, come noi fan, è abituato a schierarsi istintivamente.

Il nome stesso, Mononoke, risuona come un incantesimo, un sussurro di leggende. Il film non è semplicemente un’opera cinematografica, è un totem culturale, un punto di svolta che ha tracciato una linea netta nella sabbia dell’immaginario collettivo, e che da quasi trent’anni continua a germogliare nel profondo del nostro subconscio nerd.


Ashitaka, San e la Frattura Ancestrale

La trama, certo, la conosciamo a memoria, ma la sua narrazione mantiene la magia di una fiaba antica, di quelle che riemergono dalla memoria proprio quando il mondo ci sembra più confuso. Ricordiamo Ashitaka, l’ultimo principe degli Emishi, costretto a uccidere un dio-cinghiale trasformato in demone, macchiandosi di una maledizione destinata a consumarlo. Il suo viaggio verso Ovest, intrapreso per trovare l’origine del male, lo conduce nel cuore della collisione tra la ragazza-lupo San e la Città del Ferro, l’avamposto industriale guidato dalla titanica Lady Eboshi.

Ciò che si manifesta non è una semplice scaramuccia tra fazioni, ma una ferita ancestrale: l’eterna incapacità dell’uomo di abitare la natura senza distruggerla, senza diventarne un invasore ossessivo. La Foresta in Mononoke trascende il concetto di “luogo”; è un vero e proprio personaggio divino, un organismo che respira, protegge e punisce. Una madre ferita dalle bramosie di un’incipiente modernità industriale.


La Filosofia che Cammina Sulle Immagini

È impossibile non avvertire la mano del Maestro in ogni singolo frame. Miyazaki non si limita a raccontare: egli costruisce un intero universo morale. Non offre soluzioni banali né concedere facili vittorie; non intende chiudere il discorso. Anzi, ammette la dolorosa verità: il conflitto tra la civiltà umana e la natura non avrà mai un lieto fine definitivo. Eppure, in quell’oscurità etica, l’autore intravede un frammento di speranza, un barlume d’amore che, a suo dire, vale la pena di proteggere a ogni costo. Quando un artista che ha dedicato la sua vita a narrare la meraviglia, l’infanzia e la paura ci sussurra quanto il nostro mondo sia fragile, l’unica cosa che possiamo fare è ascoltare in religioso silenzio.


Un Capolavoro Tecnico Amplificato dal 4K e dalla Musica

Rivedere Principessa Mononoke in un restauro 4K non è solo un piacere estetico, ma quasi un dovere morale per chi ama l’animazione al suo massimo livello. Già nel 1997 l’opera sfiorava la perfezione tecnica: fondali dipinti con una maniacale cura, creature che sembrano emerse da miti popolari millenari e colori che trasformano la foresta in un ecosistema palpabile.

La fluidità con cui il vento accarezza gli alberi, la consistenza materica dei demoni, i movimenti felini dei lupi: tutto in questo film è intriso di un’armonia visiva che raramente è stata replicata.

A scolpire l’anima del film, naturalmente, c’è Joe Hisaishi. Il compositore non si limita ad accompagnare la scena: la modella dall’interno. Il flauto che annuncia la vita della foresta, il pianoforte che supporta la solitudine di Ashitaka, gli archi che esplodono nel dramma… la colonna sonora è una vera e propria liturgia laica che ci insegna a sintonizzare il nostro respiro su quello dei personaggi. L’idea di risentire questa musica, con un mix audio restaurato e una definizione video cristallina, è un brivido che ha già messo in fibrillazione il fandom mondiale.


Sotto il Velo: Una Foresta di Simboli e Nuovi Doppiaggi

Come in tutte le opere di Miyazaki, nulla in Mononoke è lasciato al caso. Il film è una delle sue creazioni più dense di simbolismo. Gli animali non sono semplici bestie, ma guardiani di un equilibrio dimenticato. Le donne, figure sempre centrali nel cinema Ghibli, qui assumono ruoli di potenza e complessità estreme: San, che abbraccia la natura e rifiuta l’umanità; le donne della Città del Ferro, emancipate e autonome; e persino Eboshi, un’antagonista-innovatrice capace di compiere il bene e il male con una coerenza spiazzante. Perfino il sangue, un elemento spesso mitigato nelle produzioni Ghibli, diventa qui un linguaggio, un modo per ricordarci che la natura soffre, che ogni azione umana ha un peso e lascia una cicatrice indelebile.

Eppure, nonostante la sua aura mitica, Mononoke non è mai stato un film “semplice”. La sua narrazione è densa, stratificata, talvolta oscura in modo deliberato. Non cerca di rassicurare lo spettatore, ma di metterlo in crisi, costringendolo a guardare oltre la mera fiaba per affrontare la contraddizione, il dolore e l’urgente necessità di una convivenza che l’essere umano non ha ancora imparato.

Ecco perché il restauro 4K porta con sé un’altra notizia dirompente: un nuovo doppiaggio italiano. Il terzo nella storia del film. Un gesto coraggioso, nato dopo anni di dibattiti sulle edizioni precedenti (quella del 2000, più “occidentalizzata”; quella del 2014, più poetica ma percepita da alcuni come troppo distante). L’edizione 2026 mira a un equilibrio che onori la musicalità dell’originale giapponese, parlando al contempo con naturalezza al pubblico italiano. Una sfida imponente, ma che il pubblico non vede l’ora di affrontare.


Un Richiamo Urgente

Mononoke non tornerà solo: sarà parte di una vera e propria celebrazione dei classici, che vedrà anche il ritorno di Porco Rosso e altri cult del cinema internazionale. Ma se c’è un titolo capace di unire intere generazioni di appassionati, nostalgici e nuovi adepti, quello è proprio il viaggio di Ashitaka.

Perché torniamo nella foresta? Forse perché abbiamo bisogno di riascoltare un messaggio che oggi suona più urgente che mai. Forse perché ci manca l’epica che sa parlare sottovoce. Forse perché Miyazaki ha il potere di farci sentire al contempo piccoli e immensi. O forse, semplicemente, perché quella foresta, con i suoi kodama e i suoi lupi, è diventata nel tempo un luogo sacro che abita in noi.

Giugno 2026 non sarà una semplice riedizione. Sarà un invito. Un richiamo a tornare, a rivedere, a ricordare, a capire che il mondo, anche se ferito, è ancora salvabile, finché qualcuno trova il coraggio di ascoltarlo.


Sei interessato a scoprire quali altri classici Ghibli saranno celebrati insieme a Mononoke nel 2026?

Il Castello Errante di Howl: il calendario perpetuo di Studio Ghibli che trasforma la magia in un oggetto da collezione

Cari nerd e geek, preparate i portafogli e, soprattutto, i vostri cuori di inguaribili sognatori: c’è un nuovo, scintillante frammento di magia pronto a lasciare le eteree stanze dello Studio Ghibli per atterrare sulle nostre scrivanie. Non stiamo parlando di un semplice gadget, ma di un vero e proprio oggetto del desiderio che fonde la poesia dell’animazione giapponese con l’ingegneria del sogno. Il protagonista? Nientemeno che l’iconico e sgangherato Castello Errante di Howl. Dalle fucine creative di Donguri Kyowakoku, la celebre catena di merchandising ufficiale del leggendario studio, arriva finalmente la conferma dopo settimane di sussurri e teaser criptici: il calendario perpetuo dedicato a “Il Castello Errante di Howl” è realtà. E come ogni volta che il genio di Hayao Miyazaki viene trasformato in materia, il risultato è un’autentica reliquia pop destinata a diventare una leggenda tra i collezionisti di tutto il mondo.


Un Frammento di Architettura Impossibile Sulla Tua Scrivania

Dimenticate i banali accessori da ufficio o gli elenchi digitali che segnano lo scorrere del tempo in modo asettico. Quello che il Ghibli ha creato è, in sostanza, una miniatura vivente del maniero semovente del misterioso mago Howl. Alto circa 11 centimetri, questo capolavoro scultoreo cattura ogni singola stramberia architettonica del castello: dai mattoni precariamente accatastati ai comignoli che sembrano sbuffare vapore e sogni, fino a quel mosaico cangiante di metallo e detriti che gli conferisce l’aspetto di un organismo, più che di un’abitazione.

Il livello di dettaglio è a dir poco maniacale. I fan più attenti riconosceranno la disposizione esatta delle torrette e dei camini, fedeli al modello originale del 2004. Realizzato in resina e dipinto a mano, l’oggetto trasuda quella cura artigianale quasi religiosa che è il marchio di fabbrica dello Studio Ghibli, lo stesso spirito che anima ogni singolo frame dei loro film.

La magia, naturalmente, risiede nella sua funzione. Non è un calendario che invecchia: è un calendario perpetuo nel senso letterale del termine. All’interno della sua struttura sono incastonati dei cubi numerati che riportano giorni, mesi e anni. Basta un semplice gesto, ruotare e spostare i dadi, per aggiornare la data. È il concetto giapponese di “mannen”, ovvero “diecimila anni”, tradotto in un oggetto da esposizione, pensato per durare per sempre, accompagnando chi lo possiede attraverso decenni senza limiti o scadenze. Una perfetta metafora per un’opera, quella di Miyazaki, la cui magia è essa stessa senza tempo.


Howl, Sophie e la Poetica Senza Tempo del Ghibli

Ma perché proprio Howl’s Moving Castle scatena questa reazione così intensa nel fandom globale? Uscito nel 2004, il film – tratto dal bellissimo romanzo di Diana Wynne Jones – non è soltanto un trionfo visivo, ma un’opera che tocca corde emotive profonde.

Racconta la storia di Sophie, la giovane ragazza trasformata in un’anziana dalla maledizione della Strega delle Lande Desolate, e del suo incontro con il fascinoso e tormentato mago Howl, che viaggia per il mondo a bordo del suo colosso meccanico. Il film è una commovente e stratificata riflessione sull’identità, sull’amore che non conosce età e, in modo sottile, sugli orrori della guerra. Il castello stesso, con i suoi ingranaggi e le fiamme magiche, è diventato uno dei simboli più riconoscibili dell’animazione mondiale, un’icona che celebra la fusione tra ingegno meccanico e incanto spirituale.

Questo calendario perpetuo è, dunque, una miniatura dell’immaginazione di Miyazaki, un frammento tattile di un universo sospeso. In un’epoca in cui siamo sommersi da calendari digitali e notifiche fugaci, un manufatto così ricco di storia e bellezza è una vera e propria dichiarazione d’amore per la materialità, per l’arte di poter toccare la magia Ghibli con mano. Molti appassionati, specialmente in Giappone, stanno già creando veri e propri diorami domestici, posizionando Howl accanto al celebre Totoro in ceramica o al trenino de La Città Incantata, trasformando le loro case in piccoli, personali santuari dedicati alla poetica Miyazakiana.


Un Tesoro da Scrivania Destinato a Diventare Leggenda Geek

La scelta di Donguri Kyowakoku di lanciare l’oggetto in vista della stagione natalizia è un tempismo strategico, perfetto per chi cerca un regalo da collezione o, diciamocelo, un imperdibile auto-regalo da mettere sotto l’albero. Questo capolavoro non è un semplice merchandise stagionale, ma un pezzo da esposizione che incarna lo spirito più autentico del film: quell’equilibrio precario e affascinante tra caos e poesia, tra ingranaggi che cigolano e pura, indomita magia.

Il calendario, venduto in edizione limitata, ha un prezzo di 16.500 yen (circa 90-93 euro al cambio attuale), ed è disponibile unicamente sul portale ufficiale Donguri Sora in Giappone. E qui arriva la nota dolente per il fandom occidentale: la spedizione internazionale è un miraggio. Chi vuole accaparrarsi questo tesoro, dovrà armarsi di pazienza e rivolgersi a rivenditori specializzati come Meccha Japan o affidarsi ai sempre vigili marketplace come eBay, dove, inevitabilmente, l’oggetto è già destinato a vedere il suo prezzo lievitare in poco tempo.

In definitiva, questo calendario da collezione de “Il Castello Errante di Howl” è uno di quegli oggetti che superano la loro funzione per trasformarsi in reliquie pop. Ogni mattina, spostando i piccoli dadi per aggiornare il tempo che passa, sarà come riattivare i complessi meccanismi del castello e farlo riprendere il suo cammino tra le nuvole. Perché, come ci ha insegnato Howl, “un cuore può cambiare forma”, ma l’incanto di un capolavoro Ghibli – e di un oggetto che lo celebra – quello sì, è destinato a durare per sempre.


Cari lettori di CorriereNerd.it, cosa ne pensate di questo magnifico calendario perpetuo? È un must-have assoluto per la vostra collezione Ghibli? Qual è l’oggetto nerd da scrivania che custodite con più gelosia? Diteci la vostra nei commenti qui sotto e non dimenticate di condividere questo articolo sui vostri social network per far sognare tutti gli appassionati di anime e manga!

Mistero risolto: “Il Fiuto di Sherlock Holmes” ritorna, e vi spieghiamo perché è un Capolavoro

Per gli appassionati della cultura nerd, il nome Sherlock Holmes evoca subito un’immagine di genio, un acume quasi sovrannaturale e un fiuto investigativo che non conosce ostacoli. Ma per chi ha passato l’infanzia (e non solo) tra cartoni animati e capolavori dell’animazione giapponese, questa immagine non è solo quella dell’investigatore di Baker Street con cappello da caccia, bensì un affascinante segugio antropomorfo, protagonista indiscusso di un piccolo, ma fondamentale, gioiello: “Il fiuto di Sherlock Holmes” (Meitantei Hōmuzu in originale, Sherlock Hound nel Regno Unito). Ebbene, preparate gli archivi della memoria e ripulite gli schermi: quarant’anni dopo il suo debutto, questa serie cult, nata da un’inaspettata e lungimirante co-produzione italo-giapponese tra la RAI e la Tokyo Movie Shinsha (TMS), è pronta per un ritorno trionfale, restaurata in una veste mai vista prima e distribuita per la gioia di una fanbase che l’ha custodita gelosamente per decenni.


L’Anticipazione da Brivido: Il Tuffo nel Mito a Lucca Comics & Games

Il sipario su questa operazione di recupero storico si alzerà in un contesto che non potrebbe essere più appropriato per gli amanti della pop culture e del nerd-dom più sfegatato: il Lucca Comics & Games 2025. L’appuntamento è fissato per Sabato 1 Novembre, presso il Cinema Centrale di Lucca, dove verranno proiettati in anteprima assoluta due episodi selezionati, icone assolute della serie.

La loro importanza non è casuale: rientrano infatti nel ristretto e preziosissimo lotto di sei puntate dirette dal maestro assoluto dell’animazione internazionale, Hayao Miyazaki. Si tratta di una delle sue rare e illuminanti incursioni nel mondo seriale all’alba della sua sfolgorante carriera, rendendo questi episodi non solo un capitolo della storia dell’anime, ma una vera e propria reliquia per lo Studio Ghibli-fan e l’appassionato di animazione d’autore. Assistere a questa proiezione restaurata sarà come intravedere il DNA creativo di un genio all’opera.


Il Grande Sbarco Digitale: L’Integrale su RaiPlay

Ma il vero colpo di scena che elettrizza la comunità nerd è l’annuncio dell’approdo dell’intera serie di 26 episodi in esclusiva su RaiPlay. A partire dal 3 novembre, gli schermi si illumineranno con i primi cinque episodi, seguiti da tre nuovi appuntamenti ogni lunedì, tutti fruibili sia in versione italiana che in lingua inglese.

Questo recupero è stato reso possibile da un poderoso e meticoloso sforzo congiunto del Centro di Produzione Rai di Roma e della Direzione Teche. L’obiettivo era chiaro: restituire al pubblico un’opera d’arte in una qualità audio e video mai raggiunta prima. L’operazione, come ha commentato con orgoglio Andrea Sassano, Direttore di Rai Teche, è la dimostrazione che il patrimonio audiovisivo della Rai è una fonte inesauribile di sorprese, capace di restituire un “capolavoro d’animazione firmato dal più conosciuto esponente dell’animazione internazionale”.


Una Genesi Travagliata: Diritti, Genialità e Un Segugio Infallibile

L’amato adattamento, in cui tutti i personaggi di Arthur Conan Doyle (in primis l’infallibile Sherlock, qui un vero e proprio Segugio, da cui il titolo internazionale Sherlock Hound) sono stati trasformati in affascinanti figure canine antropomorfe, non fu una navigazione tranquilla.

La serie prese il via nel lontano aprile 1981, frutto della pionieristica co-produzione tra la nostra RAI e la Tokyo Movie Shinsha. Hayao Miyazaki supervisionò l’opera e diresse i primi sei episodi realizzati (che nella serie definitiva si collocarono in posizioni chiave). Tuttavia, il progetto fu costretto a un inatteso e lungo stop: la produzione si bloccò per intricate questioni legate ai diritti sul personaggio di Sherlock Holmes, ancora detenuti dagli eredi di Doyle.

Solo la caparbietà e il successo incassato da due episodi completati, proiettati in Giappone nel marzo 1984 in accompagnamento al blockbuster di Miyazaki “Nausicaä della Valle del vento”, convinsero i produttori a riprendere l’opera. Con il maestro Miyazaki ormai impegnato altrove, la regia dei restanti venti episodi venne affidata a Kyosuke Mikuriya. Nel novembre del 1984, la serie completa debuttò finalmente in televisione, su Rai 1 e TV Asahi, svelando un’opera caratterizzata da dettagli curatissimi, personaggi espressivi e sfondi ricchi, tutti elementi che ne decretarono l’indelebile successo internazionale.


Il Miracolo del Restauro: Tra Pellicole, Color Correction e Chiarezza Digitale

Il brillante recupero che ora vediamo è il risultato di un sofisticato e quasi maniacale processo di restauro. Il Laboratorio di Restauro e Postproduzione del Centro di Produzione TV di Roma si è occupato della digitalizzazione delle pellicole 16 mm originali tramite film scanner, eseguendo un restauro video “conservativo” che ha mantenuto fedelmente l’aspetto originale, esaltandone al massimo la qualità senza snaturarla.Parallelamente, a Torino, il settore Digitalizzazione Supporti e Preservazione della Direzione Teche ha lavorato sul fronte audio, eseguendo un essenziale restauro digitale per migliorare la chiarezza e l’intelligibilità sonora di tutti i 26 episodi, sia in italiano che in inglese. A ciò si sono aggiunti affinamenti video cruciali come la color correction e una meticolosa pulizia dei frame per eliminare quei difetti intrinseci e accumulati negli anni dalla pellicola. Un’operazione che è un vero e proprio ponte tra passato e futuro, come sottolineato da Elena Capparelli, Direttore di RaiPlay e Digital, che si è detta orgogliosa di offrire al pubblico “una serie di culto che ha fatto la storia dell’animazione e che rappresenta un ponte perfetto tra intrattenimento e qualità artistica.”


Il Riscatto Italiano: Da Programmazione Frammentata a Cult Digitale

Nonostante l’enorme successo in Giappone e nel resto del mondo, in Italia la serie ebbe inizialmente un’accoglienza più tiepida. Fu penalizzata in un primo momento da una programmazione frammentata con episodi spezzati in quattro parti da cinque minuti, un format che rendeva l’assimilazione delle complesse trame investigative quasi impossibile per il pubblico. Sebbene la RAI l’abbia riproposta integralmente negli anni successivi, l’interesse rimase moderato.

Oggi, il ritorno su RaiPlay non è solo una riproposizione, ma un riscatto storico. L’accesso immediato all’integrale della serie permette finalmente di apprezzarne l’architettura narrativa e la cura visiva. E per il fan italiano, non si può dimenticare l’ulteriore elemento di culto: la sua indimenticabile sigla, eseguita dalla band “Complotto” e dai “Piccoli cantori di Milano”, una melodia che è entrata di diritto nell’olimpo delle opening più amate dell’animazione.

Quarant’anni dopo, “Il fiuto di Sherlock Holmes”, con il suo look inconfondibile e la firma del futuro fondatore dello Studio Ghibli, è pronto a riconquistare il cuore dei fan di vecchia data e a sedurre una nuova generazione di appassionati, dimostrando che il fiuto di questo detective segugio è sempre stato, e continua a essere, infallibile nel lasciare un segno indelebile. Non resta che sintonizzarsi e godersi la meraviglia restaurata.

Gorō Miyazaki: l’erede riluttante dello Studio Ghibli che ha imparato a volare da solo

Un nome che brilla di luce propria, un faro che guida generazioni di appassionati di fantasy e cultura nerd: Miyazaki. Ma se Hayao Miyazaki è il sole che ha illuminato lo Studio Ghibli e i nostri schermi con capolavori immortali, c’è un altro Miyazaki che ha intrapreso un percorso più silenzioso, spesso tortuoso, per trovare la sua luce: suo figlio, Gorō Miyazaki. La sua storia non è quella di un erede designato, ma di un artista che ha dovuto lottare non solo contro le aspettative del mondo intero, ma anche contro le riserve del padre stesso. Gorō Miyazaki, nato a Tokyo il 21 gennaio 1967, porta sulle spalle il peso e l’onore di un cognome che è sinonimo di perfezione. Eppure, per anni, ha preferito la concretezza della terra e del paesaggio ai mondi di fantasia disegnati a mano.

Dagli Alberi Animati ai Mondi Reali: La Formazione del Paesaggista

A differenza di molti “figli d’arte” immersi fin dalla culla nei segreti del mestiere, Gorō ha scelto di costruire ponti tra l’uomo e l’ambiente. La sua formazione è un inno alla natura: laureato in agricoltura e scienze forestali all’Università di Shinshu, si è specializzato in architettura paesaggistica. Prima di varcare i cancelli di Ghibli, progettava giardini, parchi e sedi pubbliche. Quella visione armonica, l’attenzione all’ecosistema e al dettaglio botanico, non erano un diversivo, ma la base invisibile di tutta la sua poetica futura, un filo rosso che si sarebbe ricongiunto con i temi ecologisti tanto cari al padre.

Il destino, tuttavia, non si accontenta di vederlo disegnare aiuole. Nel 1998, il “custode spirituale” dello Studio, il leggendario produttore Toshio Suzuki, lo chiama per il progetto più simbolico: la creazione del Museo Ghibli a Mitaka. È qui, in un luogo dove i modelli in scala del Castello errante di Howl convivono con le riproduzioni del Catbus di Totoro, che Gorō inizia la sua vera e propria immersione. Dirige il museo fino al 2005, e quel luogo, fusione perfetta di fantasia e natura, diventa la sua prima, grande opera d’arte narrativa. Poi, la chiamata che non si può ignorare: il cinema.

I Racconti di Terramare: L’Iniziazione Sotto l’Ombra

L’esordio di Gorō alla regia è stato un vero e proprio campo di battaglia. Riluttante, ma convinto da Suzuki, accetta di dirigere I racconti di Terramare (Gedo Senki, 2006), ispirato al maestoso Ciclo di Earthsea di Ursula K. Le Guin. Fu una scelta coraggiosa, quasi avventata, e le tensioni familiari emersero immediatamente. Hayao Miyazaki non appoggiò il progetto, ritenendo il figlio “non ancora pronto”.

Eppure, Gorō va avanti. Il film è imbevuto di un profondo amore per l’equilibrio del mondo e per le domande sul prezzo della vita, tematiche che risuonano con la filosofia Ghibli. Quando la pellicola viene proiettata per la prima volta il 28 giugno 2006, l’applauso più significativo è quello silenzioso, arrivato da Hayao, seduto in sala. Quell’approvazione, giunta dopo mesi di gelo e incomprensioni, ha segnato un cruciale rito di passaggio, portando Terramare alla 63ª Mostra del Cinema di Venezia, dove un anno prima il padre aveva ricevuto il Leone d’Oro alla carriera. Il figlio aveva messo il suo primo seme.

La Collina dei Papaveri: La Riconciliazione Artistica e la Vita Quotidiana

Dopo l’epica fantasy un po’ acerba, Gorō sorprende tutti con il suo secondo lungometraggio. La collina dei papaveri (Kokuriko-zaka kara, 2011) è un’immersione delicata nel Giappone postbellico, ambientato nella Yokohama del 1963. Abbandonando draghi e maghi, il regista si concentra sui dettagli quotidiani, sugli amori giovanili e sulla malinconia del cambiamento.

Il vero colpo di scena è dietro la sceneggiatura, firmata da Hayao Miyazaki stesso insieme a Keiko Niwa. Un gesto di profonda fiducia che è stato letto come la definitiva riconciliazione artistica. In La collina dei papaveri, Gorō trova la sua voce più autentica: una regia intima, che celebra la poesia delle cose semplici. Il successo di critica e pubblico, culminato con il Japan Academy Award come miglior film d’animazione, ha dimostrato che il talento non è solo ereditario, ma soprattutto coltivabile.

L’Esperimento Digitale: Ronja e l’Abbraccio della CGI

La vera rottura stilistica arriva nel 2014 con la serie TV Ronja, la figlia del brigante (Sanzoku no musume Rōnya). Tratto dal classico per ragazzi di Astrid Lindgren, Gorō si lancia in un esperimento audace per Ghibli: la CGI (Computer Generated Imagery).

Il padre ha sempre preferito il disegno a mano, ma Gorō sceglie di innovare. Ronja non è solo un racconto di un’eroina ribelle e selvatica immersa nelle foreste del Nord, ma è un manifesto di indipendenza tecnica. La scelta della CGI è una dichiarazione: l’animazione può evolvere, e il futuro dello Studio Ghibli può passare anche attraverso sentieri digitali inesplorati. È la sintesi perfetta del suo percorso: la natura come scenario, l’indipendenza come forma d’arte, il coraggio di non temere il confronto tecnologico.

Earwig e la Strega: Il Coraggio di Cambiare Pelle

Questa propensione all’innovazione culmina nel 2020 con Earwig e la strega (Āya to majo), il primo lungometraggio di Ghibli interamente in computer grafica 3D. Basato su un romanzo di Diana Wynne Jones (la stessa di Howl), il film ha diviso il pubblico geek e la critica: c’è chi lo ha visto come un passo falso, chi come un’evoluzione necessaria.

Indipendentemente dal giudizio finale, Earwig è l’ennesimo simbolo del desiderio di evoluzione dello Studio Ghibli sotto la guida di Gorō. È la prova che l’anima della narrazione, il cuore pulsante delle storie di magia e crescita, non è confinato ai soli cel disegnati, ma può vivere anche nella pixel art, a patto di mantenere salda la qualità narrativa.

L’Erede Consapevole: Custode e Ponte

Negli anni più recenti, Gorō ha scelto un ruolo più defilato ma fondamentale. Nel 2023, è stato produttore esecutivo de Il ragazzo e l’airone (Kimi-tachi wa dō ikiru ka), l’ultima, misteriosa, grande opera di Hayao Miyazaki. Un film che chiude un cerchio familiare e artistico denso di simboli di morte e rinascita.

Oggi, osservando la filmografia di Gorō Miyazaki, si percepisce chiaramente la sua poetica: radicata nel legno e nel vento della sua prima formazione, ma protesa verso le rivoluzioni tecnologiche dell’animazione. Non ha mai cercato di replicare il mito, ma di piantare il proprio albero, lasciandolo crescere con i suoi tempi. Ed è questa la lezione più grande per tutti gli appassionati: l’arte, come la natura e la vera cultura nerd, non si eredita automaticamente — si coltiva con dedizione e originalità. Gorō non è solo il figlio di Hayao; è l’autore che sta costruendo il ponte tra la gloriosa tradizione Ghibli e il suo futuro digitale.


E voi, fan di Ghibli e di anime, cosa ne pensate del percorso di Gorō Miyazaki? Ritenete che i suoi film in CGI siano un passo avanti per lo Studio? Commentate qui sotto con le vostre opinioni e fateci sapere qual è il suo capolavoro, poi condividete questo articolo sui vostri social per stimolare il confronto tra appassionati di fumetti e cinema!

“Scirocco e il Regno dei Venti”: poesia e tempesta nell’immaginario di Benoît Chieux

C’è un respiro che attraversa l’animazione europea e si mescola ai ricordi di infanzie sospese tra sogno e realtà. È lo stesso soffio che muove Scirocco e il Regno dei Venti (Sirocco et le Royaume des courants d’air), il film diretto da Benoît Chieux che arriverà nei cinema italiani il 16 ottobre, distribuito da Trent Film. Dopo le emozioni di Yuku e il fiore dell’Himalaya e Una barca in giardino, Chieux torna con un’opera che è insieme omaggio e rinascita: un racconto sulla forza dell’immaginazione, la libertà come atto di resistenza e l’invisibile legame tra due sorelle e un mondo che respira.

Un viaggio dentro il vento

Juliette e Carmen sono due sorelle di quattro e otto anni, curiose e coraggiose, che scoprono un passaggio segreto verso il misterioso Regno delle Correnti d’Aria, luogo incantato sospeso tra il visibile e il sognato. Qui, trasformate in gatte, dovranno affrontare un viaggio che le separerà e le metterà alla prova, costringendole a scoprire dentro sé stesse il coraggio di tornare a casa. Ad accompagnarle ci sarà Selma, una cantante dal passato enigmatico, e sul loro cammino si ergerà Scirocco, il signore dei venti, figura tanto temuta quanto affascinante, che forse nasconde più umanità di quanto sembri.

“Rappresentare ciò che non esiste è una delle mie ossessioni da regista: mostrare il vento in animazione è una sfida straordinaria”, ha dichiarato Benoît Chieux, spiegando la complessità tecnica e poetica del progetto. “Il vento è presente sotto diverse forme: la presenza visiva delle nuvole, la personificazione della tempesta, il suono, la musica… Scirocco è semplicemente un viaggio, con tutto ciò che questo termine implica: imprevisto, casualità, apparente inutilità. Ho voluto fare un film vivo, frizzante, folle e generoso nei confronti dello spettatore, con in ogni momento l’esigenza di allontanarmi dal già visto.”

L’opera di Chieux si inserisce in quella tradizione di animazione poetica che guarda all’eredità dello Studio Ghibli — in particolare al lavoro di Hayao Miyazaki — senza mai imitarlo. Se in Il castello errante di Howl o in Nausicaä della Valle del vento il respiro della natura era veicolo di redenzione e consapevolezza, in Scirocco e il Regno dei Venti diventa simbolo dell’imprevedibilità stessa della crescita. L’aria è vita, ma anche instabilità; è libertà, ma pure smarrimento. Il regno che le sorelle attraversano non è solo un altrove fantastico, ma un territorio interiore dove l’immaginazione prende corpo, si scontra con la paura e la trasforma in conoscenza.

Ogni elemento visivo – le nuvole che danzano come pennellate d’acquerello, le architetture sospese, i colori pastello che ricordano Moebius e Yellow Submarine – contribuisce a creare un universo che sembra respirare. È un mondo dove i bambini diventano gatti, dove il vento parla e dove le tempeste assumono la forma delle emozioni più profonde.

Tra poesia francese e suggestioni giapponesi

Prodotto tra Francia e Belgio, con una sceneggiatura firmata dallo stesso Chieux insieme ad Alain Gagnol, il film è un piccolo gioiello di animazione artigianale che mette al centro la sensibilità europea. La sua première mondiale si è tenuta al Festival Internazionale di Annecy 2023, dove ha inaugurato la manifestazione tra applausi e commozione. Dopo la distribuzione francese, avvenuta nel dicembre dello stesso anno con Haut et Court, Scirocco ha intrapreso un percorso internazionale che lo ha portato in festival e sale di tutto il mondo, dagli Stati Uniti – dove GKIDS ne ha acquisito i diritti – fino all’Ungheria, alla Russia e alla Romania, prima di approdare finalmente in Italia.

Il film è la conferma della maturità artistica di Chieux, che riesce a fondere la leggerezza della fiaba con una riflessione sul potere creativo dei bambini, sulla loro capacità di reinventare il mondo attraverso la fantasia. Juliette e Carmen non sono solo protagoniste di un’avventura magica, ma incarnano quella parte di noi che rifiuta di arrendersi al disincanto.

Una fiaba per il nostro tempo

In un panorama dominato da animazioni ipertecnologiche e da ritmi frenetici, Scirocco e il Regno dei Venti rappresenta un ritorno al respiro lento della meraviglia. È un film che invita a guardare, a sentire, a ricordare com’era perdersi nei pomeriggi di vento, quando ogni soffio poteva trasformarsi in una porta verso un altro mondo. Chieux costruisce un racconto che parla ai bambini ma conquista gli adulti, offrendo diversi livelli di lettura: il desiderio di libertà, la paura della separazione, la dolcezza del ritrovarsi.

La musica, come spesso accade nel cinema d’animazione francese, è protagonista silenziosa. Il suono del vento si intreccia con melodie che evocano la malinconia e l’avventura, fondendo il reale e il fantastico in un’unica, fluida sinfonia. Tutto è movimento, tutto è respiro: dal battito d’ali delle nuvole al soffio che muove i capelli delle protagoniste.

Un’eredità che soffia verso il futuro

Con Scirocco e il Regno dei Venti, Benoît Chieux conferma che l’animazione non è un genere, ma un linguaggio poetico capace di raccontare la vita in tutte le sue forme. La sua regia, intima e visionaria, trasforma un semplice racconto d’avventura in una meditazione sulla crescita e sull’immaginazione come forza creatrice. È un film che parla la lingua dei sogni, ma non dimentica il valore della realtà.

Dal 16 ottobre, lasciatevi trasportare anche voi dal vento di Chieux. Perché a volte, per ritrovare la strada di casa, bisogna perdersi tra le correnti dell’aria.

Jim Carrey e il film di Lupin III mai realizzato: il colpo mancato di Hollywood

Nel labirinto sempre affascinante della cultura nerd, dove i miti si alimentano di rumor e speranze mancate, poche storie esercitano un fascino così magnetico come i progetti fantasma. Stiamo parlando di quelle leggende metropolitane sussurrate nei corridoi degli studi e poi disperse nel vento, capaci di ridefinire il concetto di what if per intere generazioni di appassionati. Tra queste, una brilla di luce particolarmente intensa, avvolta nel fumo di sigaretta di un ladro gentiluomo e nell’espressività camaleontica di una star hollywoodiana: il live-action di Lupin the Third con Jim Carrey.

Un’idea che, a distanza di decenni, appare folle, eppure era maledettamente concreta nel fermento creativo della Hollywood di fine anni Novanta.


L’Appuntamento Maledetto: 1997, Anno Zero degli Anime al Cinema

Per comprendere la portata di questo quasi-colpo, dobbiamo teletrasportarci nel 1997, un periodo in cui l’adattamento serio e di alto profilo di un anime per il grande schermo occidentale era un territorio in gran parte inesplorato. L’impresa di portare il mito creato da Monkey Punch oltreoceano non era solo un desiderio, ma un progetto con un team di tutto rispetto.

A innamorarsi per primi della possibilità furono figure chiave del panorama cinematografico internazionale. Lo sceneggiatore Peter Briggs, che di lì a poco avrebbe contribuito al successo di Hellboy, fu colui che si assunse l’onere di scrivere il copione. Al suo fianco, una vera istituzione: il regista Tsui Hark, maestro del cinema d’azione acrobatico di Hong Kong, il cui tocco barocco e le coreografie impossibili promettevano uno spettacolo visivo senza pari. A tenere le fila di questa strana e promettente alleanza c’era il produttore A. Kitman Ho.

Il loro piano non era quello di un timido adattamento “pagina contro pagina”, ma una vera e propria reinterpretazione che catturasse lo spirito “elastico” e sgangherato del personaggio. Briggs stesso descrisse la sceneggiatura come la più folle mai scritta, un attestato più che credibile per un eroe che fa del funambolismo narrativo la sua cifra stilistica.


Jim Carrey: L’Energia del Cartoon nel Mondo Reale

Il tassello più clamoroso e intrigante di questo puzzle era senza dubbio la scelta per il ruolo principale. A metà anni Novanta, Jim Carrey era il mastro burattinaio della mimica, l’incarnazione vivente del cartone animato. Con successi planetari come The Mask, Ace Ventura e la sua successiva svolta lirica con The Truman Show, Carrey possedeva la rara capacità di oscillare in un attimo dal demenziale all’elegante. Questa versatilità era la chiave perfetta per sbloccare l’istrionismo camaleontico di Lupin III: un trickster romantico, raffinato nel vestire ma caotico nell’azione.

Aggiungiamo a questo l’immensa reputazione internazionale che il brand Lupin III si era già guadagnato, solidificata anche grazie ai toni smussati e raffinati degli episodi diretti da Hayao Miyazaki. La combinazione tra il talento di Carrey, la regia spericolata di Tsui Hark, e la fama consolidata del ladro gentiluomo, sembrava la formula definitiva per aggirare quella che sarebbe diventata negli anni successivi la “maledizione” degli adattamenti di anime a stelle e strisce. Il rischio non era una fedeltà estetica pedissequa, ma una reinterpretazione autoriale e fedele allo spirito.


Il Tentativo Mancato: L’Ultimo Atto Incompiuto

Come ogni buon colpo di Lupin, però, l’insidia si nasconde nell’ultimo, cruciale passaggio. Invece di una sparatoria sul tetto di un treno o una trappola ingegnosa di Zenigata, a far crollare il castello di carte fu una ben più prosaica, e allo stesso tempo fondamentale, questione di diritti.

Secondo il racconto di Briggs, fu il produttore Alex Ho a perdere i diritti sul personaggio. L’intero progetto si dissolse in un istante, come una banconota farlocca strappata durante un inseguimento. Non ci furono casting ufficiali, né teaser rubati o poster di pre-produzione. L’idea svanì nell’etere, lasciando dietro di sé solo la traccia fumosa di ciò che sarebbe potuto essere.


L’Eredità del “What If” e i Film Fantasma

Il dibattito su cosa avrebbe potuto rappresentare un successo di questo film per la cultura nerd è ancora aperto e stimolante. Un Lupin hollywoodiano in quegli anni avrebbe potuto spalancare le porte al grande pubblico americano ben prima dell’arrivo di fenomeni di culto televisivo come quelli successivi su Adult Swim nei primi anni 2000.

Soprattutto, avrebbe potuto dettare un nuovo paradigma per gli adattamenti da manga e anime: meno cosplay di lusso e più rischio creativo e reinterpretazione audace. Immaginate l’effetto domino su altri titoli, stabilendo che la vera fedeltà è quella dello spirito, non della copiatura pedissequa.

Ci resta il gioco più divertente di tutti: l’immaginazione. Possiamo quasi sentire l’energia caotica delle set-piece alla Tsui Hark, con scale di bambù trasformate in percorsi di parkour mozzafiato e colpi di scena a base di maschere di lattice, in un inevitabile e nostalgico occhiolino a The Mask. E poi la chimica tra Carrey-Lupin e la potenziale triade di complici: un Jigen dal sense of humour secco e stanco, un Goemon zen e tagliente, e una Fujiko imprendibile. Sarebbe stata una perfetta dinamica da commedia d’azione, intrisa di quel romanticismo cialtrone che rende Lupin un furfante con un’anima.

Forse, però, è proprio in questa irrealizzazione che risiede il vero fascino. Alcuni progetti, i più ambiziosi e folli, vivono meglio non nelle sale cinematografiche, ma nell’immaginazione collettiva. Si stratificano nei forum degli appassionati, diventano film fantasma che continuano a proiettarsi nella nostra testa. È parte integrante del mito di Lupin: il colpo perfetto è quello che per un soffio non riesce, lasciandoci quel sorriso beffardo e la voglia inesauribile di inseguire la prossima, incredibile avventura.

Un viaggio alle radici della magia: “Fiabe e leggende Studio Ghibli” svela il segreto di Miyazaki

 

C’è una data, cari appassionati, che dovreste cerchiare di rosso sul calendario e fissare in modo indelebile nella vostra memoria: il 1° agosto 2025. Non è una data come le altre, non è l’anniversario di un film cult o l’uscita di un nuovo gadget. È il giorno in cui, finalmente, il sipario si alzerà su un volume che promette di squarciare il velo dietro la magia più pura e inimitabile del cinema d’animazione giapponese. Si tratta di “Fiabe e leggende Studio Ghibli” di Ippei Otsuka, un nome che risuona già familiare per chi ha divorato volumi come “Fiabe e leggende giapponesi” e “La storia della Principessa Splendente”. Questo libro non è un semplice tomo, ma una chiave d’accesso per addentrarsi nel cuore pulsante dell’immaginario di Hayao Miyazaki.

Per comprendere il valore inestimabile di questa pubblicazione, è necessario fare un passo indietro e analizzare la figura di Miyazaki stesso, non solo come regista ma come vero e proprio cantastorie moderno. Le sue opere, più che semplici film, sono affreschi animati che rielaborano antiche leggende, racconti popolari e miti da ogni angolo del globo. Miyazaki attinge a piene mani da un patrimonio culturale vastissimo, che va dai romanzi europei alle fiabe classiche, dal folclore nipponico ai testi meno noti, per poi restituirlo al pubblico con la sua inconfondibile sensibilità, trasformandolo in quelle meraviglie che ci hanno fatto ridere, piangere e sognare.

Questo volume, dunque, si configura come un vero e proprio scrigno del sapere, raccogliendo le storie originali che hanno dato vita a capolavori assoluti dello Studio Ghibli. Non si tratta di meri adattamenti, ma delle fonti primarie, dei racconti che hanno acceso la scintilla creativa nel maestro. Dalle pagine di questo libro potremo ripercorrere le origini de “Il castello errante di Howl” e “La città incantata”, ritrovare l’epica di “Principessa Mononoke”, l’energia avventurosa di “Laputa – Il castello nel cielo” e “Nausicaä della Valle del Vento”, e l’audacia romantica di “Porco Rosso”. Ma il viaggio non si ferma qui: il volume promette di svelare anche le radici di “Il mio vicino Totoro”, “Kiki consegne a domicilio” e persino l’epopea de “Il ragazzo e l’airone” e “Conan, il ragazzo del futuro”. E, come se non bastasse, tra le pagine si nasconde un piccolo tesoro inaspettato: un racconto di Roald Dahl, un’autentica chicca che impreziosisce ulteriormente l’opera.

Ippei Otsuka, un vero e proprio esploratore della narrativa tradizionale, ha già dimostrato con Kappalab di saperci trasportare in mondi fantastici popolati da creature leggendarie e principesse dimenticate. Con questo nuovo lavoro, alza decisamente l’asticella, portandoci direttamente dietro le quinte del processo creativo dello Studio Ghibli, un laboratorio magico dove la fantasia prende vita e diventa eterna.

Con le sue 320 pagine in formato 14,5×21, il volume è perfetto per essere esposto con orgoglio sullo scaffale accanto alla collezione di Blu-ray, alle action figure di Totoro e Calcifer e ai Funko Pop di No Face (non negate, sappiamo che li avete). Ma non è solo un oggetto da collezione; è un portale verso un mondo che amiamo visceralmente, un’opportunità unica per comprendere da dove provengono i personaggi e le storie che hanno segnato la nostra infanzia e che continuano a scaldarci il cuore.

Personalmente, l’attesa è quasi insostenibile. Già mi immagino sul divano, con una tazza di tè in mano, a sfogliare le pagine che hanno ispirato capolavori come “Si alza il vento”, “Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento” e “Pom Poko”, o a scoprire i segreti di una perla meno conosciuta come “Il viaggio di Shuna”. Sarà come sbirciare nel taccuino segreto del maestro, decifrando gli appunti che hanno dato forma a intere epoche della nostra cultura pop.

Il libro sarà disponibile in tutte le librerie, fumetterie e cartolerie d’Italia. E, fidatevi, finirà in un baleno nelle mani di collezionisti e di noi, nerd romantici e incurabili sognatori. Perché leggere queste storie non è solo un atto di curiosità, ma un modo per riconnettersi con quella parte più profonda di noi stessi, quella che continua a credere nella meraviglia, nei voli impossibili e nella potenza della narrazione.

Segnate la data, quindi, e preparatevi a un viaggio straordinario. E quando l’avrete tra le mani, non dimenticate di condividere le vostre impressioni. Scrivetemi, commentate e fate sapere a tutti quale, tra queste fiabe, ha fatto battere più forte il vostro cuore. Perché se c’è qualcosa che ci unisce, è proprio il bisogno, e il piacere, di sognare insieme.

Rascal, il mio amico orsetto: il dolce trauma generazionale che ha cresciuto i millennial italiani

Rivedere oggi Rascal, il mio amico orsetto significa riaprire una cassa di memorie che profuma di merende del pomeriggio, sigle di Cristina D’Avena e quel misto di meraviglia e malinconia che solo gli anime degli anni Ottanta sapevano evocare. Ma significa anche andare oltre la nostalgia: significa ripercorrere una piccola rivoluzione emotiva che, quasi quarant’anni fa, entrò nelle case italiane passando per un canale che all’epoca sperimentava come un laboratorio geek ante-litteram: Italia 1.

Era il 2 luglio 1985 quando il pubblico italiano fece conoscenza con Sterling North e con quel batuffolo di pelo dagli occhi neri che avrebbe finito per segnare un’intera generazione. In realtà Rascal aveva già otto anni sulle spalle: la serie, prodotta dalla Nippon Animation nel 1977 per il progetto World Masterpiece Theater, arrivava finalmente nel nostro paese completando il grande mosaico animato che includeva Heidi, Marco, Anna dai Capelli Rossi e tutti quei racconti capaci di trasformare classici della letteratura in educazione sentimentale a puntate.

Ma Rascal era diverso. Rascal era un anime gentile che, sotto la superficie dolce e bucolica, nascondeva un viaggio di crescita di rara delicatezza.
E soprattutto un finale che ha lasciato solchi emotivi profondi in chi, da bambino, non era affatto preparato a dirsi addio.


Un Wisconsin da fiaba e un trauma annunciato

Il mondo di Rascal non era quello dei castelli, della magia o dei combattimenti galattici. Era un piccolo angolo del Wisconsin del 1914, una cittadina tranquilla, Breisford, fatta di laghi, foreste e quella luce estiva che sembrava filtrare direttamente dalla memoria dell’autore originale, Sterling North, che nel 1963 aveva raccontato la sua infanzia nel romanzo autobiografico Rascal – A Memoir of a Better Era.

La serie parte da un’immagine potentissima: un bambino, una foresta, una madre procione uccisa da un cacciatore e un cucciolo rimasto solo. Sterling decide di salvarlo, portarlo a casa e dargli un nome che sembra una carezza: Rascal.

Da quel momento si costruisce una delle amicizie più iconiche dell’animazione giapponese. Un legame purissimo, fatto di quotidianità, piccole avventure e goffi disastri che ogni bambino degli anni ’80 ricordava con un sorriso. Ma anche un percorso disseminato di perdite, responsabilità e cambiamenti inevitabili.

Rascal è adorabile, intelligente, capace di infilarsi in ogni guaio possibile (le aiuole dei vicini tremano ancora al pensiero). E Sterling è quel tipo di protagonista che oggi definiremmo un nerd naturalista ante-litteram: ama gli animali, li osserva, li capisce, ed è pronto a sfidarli e difenderli con un’empatia che parla ancora a chi è cresciuto con Pokémon, Hamtaro e tutte le creature teneramente indisciplinate del mondo pop.

Ma la vita, come l’animazione giapponese ha sempre insegnato meglio di chiunque altro, non è fatta soltanto di stagioni luminose.
E la serie non fa sconti.


Infanzia, perdita e responsabilità: Rascal come educazione emotiva

Tra risate e birbonate, la storia inserisce due colpi narrativi che, per un bambino dell’85, erano una bomba emotiva: la morte della madre di Sterling e il tracollo finanziario del padre, Willard North, travolto dai debiti dopo il nubifragio che devasta le sue fattorie.

A quel punto la serie smette di essere soltanto la cronaca di un’estate bucolica.
Diventa un racconto di formazione. Un romanzo di crescita.
Un piccolo rito di passaggio in 52 episodi.

Sterling deve fare i conti con un dolore enorme, con un padre che fatica a tenersi saldo, con responsabilità che arrivano troppo presto. E soprattutto con la consapevolezza che Rascal, ormai adulto, non appartiene più al mondo domestico.

È il tema della separazione, forse il più duro da affrontare in assoluto, quello che gli anime giapponesi portavano in TV senza filtri, con la naturalezza disarmante di chi parla ai bambini sapendo che capiranno, anche se soffriranno.

Il saluto finale tra Sterling e Rascal rimane ancora oggi una delle scene più commoventi mai trasmesse sulla TV generalista italiana. E chiunque sia cresciuto in quegli anni conserva quel nodo alla gola come un tatuaggio invisibile.


Un cast di personaggi che profuma di romanzo

Uno dei punti di forza della serie è la cura con cui ogni personaggio – umano o animale – viene delineato. Oltre a Sterling e Rascal, la città di Breisford è un microcosmo narrativo che sembra vivo ancora oggi.

La famiglia North porta sulle spalle il peso della crisi e della fragilità umana: Elisabeth è una madre dolce e malata, Willard è un uomo concreto che tenta di non perdere la dignità nonostante la rovina economica. Jessica e Theodora offrono due modi differenti di crescere e andare oltre il trauma.

La famiglia Stevenson introduce l’amicizia, quella che nasce spontanea quando si hanno undici anni e si cercano complici di meraviglia: Alice è una figura luminosa, sempre pronta a condividere avventure, Flora è l’ideale romantico della comunità, Clarissa la saggezza involontaria di una vecchina tanto dolce quanto incosciente.

Poi ci sono i bambini della città, dal bullo Slammy all’amico Oscar, e gli adulti che oscillano tra severità e compassione. Ma soprattutto ci sono gli animali, veri co-protagonisti: il fedele Wowser, il corvo Poe con la sua passione per gli oggetti luccicanti, le puzzole che creano caos come comparse comiche in un western ecologico.

Questa coralità è ciò che rende la serie ancora oggi attuale: Rascal è allo stesso tempo un racconto di famiglia, un diario di amicizia, un manuale di natura e un piccolo trattato sulla responsabilità.


L’eredità di Miyazaki e l’impatto culturale in Giappone e in Italia

Pochi sanno – ma i veri nerd sì – che alla realizzazione della serie partecipò anche Hayao Miyazaki, in veste di animatore. Prima di Totoro, prima di Ponyo, prima di quel suo mondo morbido fatto di foreste animate e animali-spirito, c’era Rascal. E l’impronta è visibile: la cura per i paesaggi, l’attenzione ai dettagli naturalistici, la capacità di trasformare ogni movimento animale in poesia.

In Giappone la popolarità di Rascal ha avuto un effetto inatteso: ha generato un boom di adozioni di procioni che ha finito per causare una vera emergenza ecologica. Oggi il procione è considerato una specie invasiva e, paradossalmente, una parte di responsabilità è attribuita proprio all’anime.

In Italia l’impatto fu diverso: Rascal diventò un simbolo di un certo tipo di animazione formativa, quella che non sottovalutava l’intelligenza dei bambini. La sigla cantata da Cristina D’Avena contribuì a scolpire la serie nell’immaginario, rendendola un cult al pari di Lady Oscar, L’incantevole Creamy o Remì.


Dalla carta allo schermo: la fedeltà al romanzo originale

Il romanzo autobiografico di Sterling North è più amaro, più realistico, più spietato. Racconta un’America rurale che sta cambiando, un’infanzia segnata dalla morte materna quando Sterling aveva solo sette anni e un rapporto con la natura molto più selvaggio.

L’anime ne addolcisce alcune sfumature, soprattutto nelle dinamiche familiari, ma rimane sorprendentemente fedele allo spirito dell’opera. L’unica assenza macroscopica è il fratello maggiore di Sterling, sostituito dalla sorella Theodora per esigenze narrative.
Ma il tema della crescita, della perdita e della maturazione rimane intatto.

E forse è proprio per questo che Rascal è diventato un’icona intergenerazionale: è uno specchio limpido in cui ciascuno può rivedere una parte di sé.


La magia delle sigle, la voce dei ricordi

Le sigle giapponesi – Rock River e Oide Rascal – hanno quella dolcezza anni ’70 che profuma di vinile e malinconia. Ma in Italia la serie esplode davvero quando Cristina D’Avena intona Rascal, il mio amico orsetto. La sua voce diventa un ponte emotivo immediato, capace di riportare alla memoria l’odore di estate, di casa, di infanzia.

La musica non accompagna solo la serie; la racconta, la sintetizza, la rende eterna.


Un’eredità che parla ancora a chi è cresciuto con lui

Guardare Rascal oggi significa accettare che l’animazione può essere insieme tenera e crudele, che crescere implica lasciare andare, che amare significa comprendere quando è tempo di aprire la gabbia e restituire alla natura ciò che non ci appartiene.

Forse i bambini dell’85 non lo sapevano, ma stavano assistendo a una delle più struggenti lezioni di maturità della tv italiana.
E quei millennial, oggi adulti, portano ancora nel cuore un piccolo procione che li ha educati alla vita, alla perdita e alla bellezza delle cose che finiscono.

Rascal non è stato solo un personaggio.
È stato un rito.
Un pezzo di formazione collettiva.
Un compagno che, nel bene e nel male, ha insegnato che anche l’amore più grande deve imparare a lasciar andare.

E forse è proprio per questo che ricordarlo oggi fa così bene.
E così male.

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