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Tunué: tutte le uscite di maggio e giugno tra graphic novel, magia e storie che lasciano il segno

Qualcosa di molto particolare sta succedendo sugli scaffali delle fumetterie italiane, e non è solo una questione di nuove uscite: è quella sensazione quasi elettrica che arriva ogni volta che un editore decide di alzare l’asticella e mescolare intrattenimento, memoria, sperimentazione e identità culturale in un unico flusso narrativo. Le novità di maggio e metà giugno firmate Tunué si muovono proprio in questa direzione, come se qualcuno avesse deciso di prendere il fumetto e usarlo non solo per raccontare storie, ma per interrogare il presente, scavare nel passato e, ogni tanto, regalare quella leggerezza che serve a respirare tra una lettura intensa e l’altra.

Tra le uscite che colpiscono più forte – e qui lo dico da lettore che ama perdersi nelle pagine come fosse dentro una campagna narrativa di un RPG storico – spunta Yekatit 12, un titolo che non si limita a raccontare, ma pretende attenzione. Il massacro del febbraio 1937 in Etiopia diventa materia viva, qualcosa che smette di essere una nota a margine nei libri di scuola e si trasforma in una narrazione visiva potente, capace di restituire voce a chi quella storia l’ha vissuta davvero. Il fumetto qui non è evasione, è uno strumento che graffia, che costringe a guardare in faccia un pezzo di storia italiana spesso rimosso, e lo fa con quella lucidità che solo il linguaggio sequenziale sa raggiungere quando trova autori pronti a rischiare.

Poi il mood cambia completamente, come accade nelle playlist perfette, quelle che passano da un pezzo malinconico a uno scatenato senza chiedere il permesso. L’energia della commedia italiana prende forma tra le pagine dedicate a Lino Banfi, trasformato in protagonista di una biografia a fumetti che ha il sapore delle VHS consumate, delle serate davanti alla TV con la famiglia e delle battute che ancora oggi resistono come meme analogici. Non è solo celebrazione, è una specie di dialogo tra generazioni, perché ogni capitolo sembra costruito come una chiacchierata diretta con il lettore, quasi come se Banfi fosse lì, seduto accanto a te, pronto a raccontarti un aneddoto mai sentito prima.

In mezzo a queste due polarità, tra memoria e leggerezza, si inserisce un titolo che chi ama davvero il fumetto non può ignorare: I linguaggi del fumetto. Qui si entra in territorio meta, quello in cui il medium smette di essere invisibile e diventa protagonista. È un viaggio che attraversa arte, letteratura, cinema, poesia, come se il fumetto fosse una sorta di ponte dimensionale capace di collegare linguaggi diversi e farli dialogare senza sforzo apparente. Ed è affascinante perché ti fa rendere conto di quanto questo mezzo sia ancora sottovalutato fuori dalla bolla nerd, mentre dentro la community lo sappiamo da sempre: il fumetto è una lingua complessa, stratificata, potentissima.

E poi, improvvisamente, si torna a giocare. Letteralmente. Investigators rientra in quella categoria di serie che funzionano perché non hanno paura di essere divertenti, con quel tipo di umorismo visivo che ti riporta alle prime letture, quando il fumetto era pura scoperta. Il fatto che abbia conquistato classifiche internazionali non stupisce più di tanto, perché basta sfogliare qualche pagina per capire che il ritmo, il design dei personaggi e il tono sono costruiti per agganciare subito il lettore, senza bisogno di spiegazioni o introduzioni.

E mentre stai ancora sorridendo, arriva quella virata fantasy che sembra uscita direttamente da una sessione di D&D ambientata in una foresta incantata: Bribiss – Le piccole streghe del bosco. Qui il progetto Magica prende forma con una delicatezza che ricorda certe atmosfere europee sospese tra fiaba e contemporaneo. Le firme di Katja Centomo e Martina Naldi si intrecciano in un mondo che profuma di foglie, magia e piccoli misteri quotidiani, quelli che da bambini sembravano giganteschi e che oggi guardiamo con nostalgia.

Quella stessa energia torna, in una versione ancora più giocosa, in Miao Miao Magic School, dove gatti, streghe e creature parlanti si muovono in un universo che sembra fatto apposta per strappare risate e allo stesso tempo costruire un immaginario riconoscibile, quasi comfort. È quel tipo di lettura che non pretende di cambiare la tua visione del mondo, ma riesce comunque a migliorarti la giornata, e non è poco.

E poi c’è Il grimorio di Elfie, che personalmente mi ha fatto pensare a quei viaggi improvvisati, a quelle librerie indipendenti scovate per caso durante una vacanza, a quella sensazione di magia nascosta nelle cose più semplici. Tre sorelle, un autobus e una libreria itinerante non sono solo un’idea narrativa, sono un invito a rallentare, a guardare meglio, a riscoprire il fascino delle storie piccole che poi, alla fine, sono sempre quelle che restano.

Giugno non abbassa il ritmo, anzi. Storia popolare del calcio prende uno degli elementi più radicati nella cultura globale e lo ribalta completamente, raccontandolo dal basso, lontano dai riflettori e dalle logiche di business. È un approccio che sa di controcultura, di racconto umano, di passione autentica, e per chi vive il calcio anche solo come fenomeno sociale diventa una lettura quasi obbligata.

E mentre da una parte si riflette, dall’altra si torna a ridere con il diario di Pera Toons, che ormai è diventato un piccolo fenomeno generazionale. Non è solo un oggetto scolastico, è una sorta di compagno di viaggio che trasforma la routine in qualcosa di più leggero, quasi un antidoto quotidiano alla noia.

Il viaggio continua con Le sorelle Gremillet, una serie che riesce a raccontare la famiglia senza scadere nella banalità, mantenendo quell’equilibrio delicato tra emozione e avventura, mentre Greenwood – Il mistero dello stagno riporta l’attenzione sull’ambiente, ma senza mai risultare didascalico, anzi, trasformando il messaggio ecologico in qualcosa di narrativamente coinvolgente.

E poi arriva Noi due, una storia che affronta la transizione di genere con una naturalezza rara, senza retorica, senza filtri, lasciando spazio alle emozioni vere. È uno di quei titoli che dimostrano quanto il fumetto possa essere uno strumento potente per raccontare identità, cambiamento e relazioni.

A chiudere questo flusso di uscite, quasi come un portale verso l’infanzia, torna La magica casa sull’albero, con un’avventura tra mummie, faraoni e piramidi che riporta subito a quelle letture che accendevano la fantasia senza bisogno di effetti speciali.

Guardando l’insieme, quello che emerge non è solo un catalogo di novità, ma una dichiarazione di intenti. Il fumetto oggi non è più confinato in una sola dimensione, è un linguaggio che si espande, si contamina, si reinventa continuamente. E forse è proprio questo il bello: non sapere mai esattamente cosa aspettarsi dalla prossima pagina, ma avere comunque la certezza che, in qualche modo, riuscirà a sorprenderti.

A questo punto la domanda viene spontanea, quasi inevitabile tra appassionati: quale di queste storie finirà per restarti addosso più del previsto?

“La piccola Genia e la sfida del Sultano” è il nuovo graphic novel per ragazze e ragazze portato in Italia da Gigaciao

Ci sono libri che arrivano senza fare rumore, senza il peso di campagne mastodontiche o il rumore di un hype costruito a tavolino, e proprio per questo finiscono per sorprenderti davvero. Succede ogni tanto, soprattutto quando si parla di fumetto, quel territorio che noi della vecchia guardia abbiamo visto trasformarsi mille volte, dai giornalini spillati presi in edicola alle graphic novel eleganti che oggi trovi sugli scaffali delle librerie più mainstream. Ed è esattamente quella sensazione lì che mi ha colpito leggendo La piccola Genia e la sfida del Sultano, il nuovo lavoro di Álvaro Ortiz arrivato in Italia grazie a Gigaciao.

Il punto è che, a prima vista, potresti pensare di avere tra le mani qualcosa di “semplice”. Una storia per ragazzi, ambientata in un mondo che richiama le suggestioni de Le Mille e una Notte, con un sultano, una lampada, un genio. Elementi archetipici, quasi rassicuranti. Ma chi è cresciuto tra fumetti europei, manga e sperimentazioni indie sa riconoscere subito quando dietro un’apparente leggerezza si nasconde una costruzione molto più raffinata. Ortiz non è nuovo a questo tipo di gioco, e chi lo aveva già incontrato ai tempi di Murderabilia lo sa bene: il suo modo di raccontare ha sempre avuto quella capacità di muoversi su più livelli, senza mai risultare didascalico.

Qui però cambia qualcosa. O forse cambia il modo in cui decide di portarci dentro la storia.

Il cuore del racconto — e lo dico senza usare parole gonfiate o formule prefabbricate — sta tutto in un’idea semplice ma potentissima: un sultano ossessionato dallo Shatranj, l’antenato degli scacchi, che decide di evocare un genio per trovare finalmente un avversario alla sua altezza. Una premessa che sembra uscita da una fiaba classica, e che invece prende subito una piega inattesa. Dalla lampada non emerge un’entità onnipotente e misteriosa, ma una bambina. Una genia, sì, ma con lo stesso sguardo curioso e imprevedibile della figlia del sultano.

Ed è lì che il racconto smette di essere quello che ti aspettavi.

Perché improvvisamente non si tratta più di potere, di sfide intellettuali o di dinamiche tra adulti. Si tratta di amicizia, di scoperta, di quel tipo di legame che solo i bambini riescono a costruire senza sovrastrutture. E chi ha attraversato almeno un paio di decenni di cultura nerd sa quanto sia difficile raccontare davvero quell’autenticità senza scadere nel banale. Ortiz ci riesce con una naturalezza quasi disarmante, lasciando che siano le azioni, gli sguardi e le piccole scelte delle protagoniste a costruire il senso della storia.

Il viaggio che segue — tra disavventure, incontri e deviazioni narrative che sembrano nascere sul momento — ha qualcosa di profondamente familiare. Mi ha ricordato quella sensazione che provavo da ragazzino quando aprivo un volume di fumetti senza sapere esattamente dove mi avrebbe portato, quando il piacere stava tutto nello scoprire pagina dopo pagina cosa sarebbe successo. Una sensazione che oggi, tra algoritmi, trailer e anticipazioni continue, rischiamo di perdere.

E invece qui ritorna.

Dal punto di vista visivo, poi, il lavoro è ancora più interessante. Lo stile di Ortiz è riconoscibile, sì, ma mai statico. Le tavole giocano con colori surreali, con atmosfere che oscillano tra il sogno e la fiaba, senza mai diventare troppo indulgenti o decorative. Non è un esercizio di stile, è una scelta narrativa precisa. Ogni vignetta sembra costruita per accompagnarti in un mondo che non vuole essere realistico, ma nemmeno completamente distante. È quel tipo di estetica che ti entra sotto pelle piano piano, senza bisogno di urlare.

E qui entra in gioco anche il lavoro editoriale di Gigaciao, che negli ultimi anni sta facendo qualcosa di molto interessante nel panorama italiano. Non si limita a portare titoli, ma sembra voler costruire un dialogo tra fumetti internazionali e lettori italiani, puntando su opere che non inseguono mode ma cercano di lasciare qualcosa. Una scelta che, da lettore cresciuto negli anni in cui trovare certe cose era una caccia al tesoro, non posso che apprezzare.

Il fatto che La piccola Genia e la sfida del Sultano abbia ricevuto riconoscimenti importanti, come il Premio Antifaz al Salone del Fumetto di Valencia, è quasi una conseguenza naturale. Ma la verità è che il valore del libro si percepisce molto prima di arrivare a leggere queste informazioni. Si sente nella lettura, nel ritmo, nella capacità di coinvolgere senza mai forzare.

E forse è proprio questo il punto che mi porto dietro dopo aver chiuso l’ultima pagina. Non tanto la trama, non tanto il contesto esotico o il gioco degli scacchi trasformato in metafora narrativa. Quanto la sensazione di aver letto una storia che si fida del lettore. Che non ha bisogno di spiegarti tutto, che non ti prende per mano, ma ti lascia lo spazio per entrare davvero dentro quello che sta raccontando.

Una cosa che, se ci pensi, oggi è quasi rivoluzionaria.

E allora viene spontaneo chiedersi dove si collochi un fumetto così nel panorama attuale. In mezzo a produzioni sempre più seriali, a universi condivisi, a storie pensate già in funzione di adattamenti e franchise, un libro come questo sembra quasi andare controcorrente. E forse è proprio per questo che funziona.

Magari è solo una mia impressione, figlia di anni passati a inseguire storie tra scaffali polverosi e forum di appassionati, oppure è davvero un segnale che qualcosa si sta muovendo, che esiste ancora spazio per racconti che non hanno bisogno di essere “grandi” per essere importanti.

Tu come l’hai vissuto questo ritorno a una narrazione più libera, più istintiva? Dimmi cosa ne pensi, davvero: la discussione è aperta, come sempre, tra le pagine e i commenti di CorriereNerd.it.