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Quei bravi ragazzi: il ritorno al cinema del capolavoro di Martin Scorsese

A trentacinque anni dalla sua prima uscita, Quei bravi ragazzi — o, per gli amanti della versione originale, Goodfellas — torna sul grande schermo. E lo fa in grande stile: il film di Martin Scorsese sarà proiettato solo il 17, 18 e 19 novembre come evento speciale distribuito da Nexo Studios, in partnership con MYmovies, Radio DEEJAY e ArteSettima. Un’occasione irripetibile per rivedere, o scoprire per la prima volta, una delle opere più potenti, violente e lucide che il cinema abbia mai dedicato al mondo del crimine organizzato.

Il ritorno di un mito

Uscito nel 1990 e tratto dal romanzo di Nicholas Pileggi Il delitto paga bene, Quei bravi ragazzi non è solo un film sulla mafia: è il ritratto di un’intera epoca americana, un viaggio febbrile dentro il sogno distorto del potere e del denaro. Scritto a quattro mani dallo stesso Pileggi e da Scorsese, il film prende ispirazione dalla vita vera del pentito Henry Hill, raccontando la sua ascesa e la sua rovina nel mondo della famiglia Lucchese. La storia di un ragazzo di Brooklyn che, affascinato dal lusso e dalla violenza dei gangster del quartiere, finisce intrappolato in un sistema che divora chiunque osi farne parte. Con Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci, Goodfellas è diventato un punto fermo della cultura pop, un modello stilistico e narrativo che ha ispirato decine di opere successive — da I Soprano a The Irishman. Leone d’Argento alla Mostra di Venezia e candidato a sei Premi Oscar (tra cui miglior film e miglior regia), vinse la statuetta per il miglior attore non protagonista grazie alla performance di Joe Pesci, il cui “Funny how? Am I a clown to you?” è entrato di diritto nella storia del cinema.

Un affresco di sangue e denaro

La storia attraversa venticinque anni di vita criminale: dagli anni Cinquanta agli Ottanta, Henry Hill passa dall’essere un ragazzino di quartiere a un trafficante di droga in fuga. Il film segue la sua iniziazione sotto l’ala del boss Paul Cicero, la complicità con il glaciale Jimmy Conway (Robert De Niro) e l’amicizia distruttiva con Tommy DeVito (Joe Pesci), psicopatico imprevedibile capace di passare in un istante dalla risata al colpo di pistola.

Nel microcosmo di Scorsese non ci sono eroi né redenzioni, solo uomini che confondono la violenza con la sopravvivenza. L’estetica è spietata, il ritmo vertiginoso: carrellate, montaggi serrati, voice over martellante e una colonna sonora che fonde rock, soul e opera italiana in un turbine di sensazioni. Dalle note dei Rolling Stones a Giuseppe Di Stefano, da Aretha Franklin a Derek and the Dominoes, le 46 tracce che compongono la soundtrack sono parte integrante del racconto, un controcanto emotivo alla discesa nell’inferno criminale.

Scorsese contro il mito della mafia

A differenza di Coppola o Leone, Scorsese non idealizza la malavita. Quei bravi ragazzi è l’anti-Padrino, la negazione della nobiltà mafiosa. Niente codici d’onore, niente rituali solenni: solo uomini comuni travolti dall’avidità e dalla paura, un’umanità che sopravvive tra sigarette, pistole e panini imbottiti preparati durante le retate della polizia. La regia adotta un taglio quasi documentaristico, sospendendo ogni giudizio morale e lasciando che siano i fatti — e la loro crudezza — a parlare.

La violenza, pur cruda, non è mai gratuita: è la conseguenza inevitabile di un mondo governato dalla diffidenza. L’unico modo per restare vivi è uccidere per primi. De Niro incarna la paranoia fredda e metodica del professionista, mentre Pesci diventa il simbolo del caos, dell’istinto incontrollato, del male che si manifesta nel quotidiano con una risata. Liotta, voce narrante e anima tragica della storia, è l’uomo comune intrappolato in un sogno americano che si trasforma in incubo.

Un’esperienza da vivere sul grande schermo

Rivedere oggi Quei bravi ragazzi in sala non significa soltanto riscoprire un classico: è un ritorno alle origini del linguaggio visivo moderno. Scorsese imprime al film una dinamicità che anticipa gli anni ’90 e i videoclip musicali, mescolando tecnica e istinto in un equilibrio perfetto. Ogni carrellata, ogni battuta, ogni canzone è un frammento di memoria collettiva. E sul grande schermo, l’energia del film torna a vibrare come nel 1990: la pellicola, restaurata digitalmente, restituisce la fotografia tagliente e i contrasti cromatici che avevano reso immortale il lavoro di Michael Ballhaus.

Chi non l’ha mai visto avrà l’occasione di comprenderne l’impatto: un film che ha ridefinito il genere gangster, trasformando il crimine in un’ossessione estetica. Chi lo conosce, invece, potrà rituffarsi nella New York dei ristoranti italiani, delle limousine, dei sotterranei pieni di contanti, dei tradimenti e delle risate soffocate. È un’esperienza cinematografica totale, che solo la sala può restituire con la potenza che merita.

La leggenda continua

Nel 2000 Goodfellas è stato inserito nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso per il suo “valore culturale, storico e estetico”. Nel 1998 l’American Film Institute lo aveva già incluso tra i cento migliori film americani di tutti i tempi, e nel 2008 lo ha fatto salire al 92° posto, consacrandolo come il secondo miglior film gangster di sempre, dietro solo a Il Padrino.

Il ritorno in sala nel 2025, per il 35° anniversario, non è solo un’operazione nostalgica: è un atto d’amore verso il cinema. In un’epoca di streaming e fruizione frammentata, riscoprire la potenza immersiva di Scorsese significa ricordare perché ci innamoriamo delle storie. Quei bravi ragazzi non racconta solo la mafia: racconta l’uomo, le sue illusioni, la sua condanna a ripetere sempre gli stessi errori.

Come dice Henry Hill nella battuta finale: “Ora sono un normale cittadino. Mi alzo come tutti gli altri, faccio la colazione, vivo come uno stronzo qualsiasi”. Eppure, anche in quella normalità, risuona l’eco di un passato che non muore mai.

Cobol Pongide e il nuovo album Kosmodrom: fantascienza sonora contro il capitalismo spaziale

Il 3 ottobre 2025 segna una nuova tappa nel viaggio cosmico di Cobol Pongide, musicista romano e voce unica della scena avant-pop italiana. Con Kosmodrom, il suo quarto album sulla lunga distanza, pubblicato da Dischi Durevoli Records e distribuito da Goodfellas, Cobol intreccia ancora una volta musica elettronica rétro-futurista, immaginario fantascientifico e critica politica, creando un’opera che è insieme affresco sonoro e manifesto militante. Il disco sarà disponibile in formato digitale, CD e – con una scelta volutamente evocativa – anche in cassetta. Il titolo dell’album deriva dal termine cirillico “Космодром” e rimanda ai centri spaziali sovietici. Nelle visioni di Cobol Pongide, il kosmodrom diventa simbolo di un’umanità costantemente in allenamento per affrontare la vita nello spazio. La traiettoria evolutiva, dai pesci sarcopterigi ai primi tetrapodi fino all’Homo sapiens, è riletta come un viaggio ininterrotto che porta la specie verso il cosmo. La Terra stessa, ricorda l’artista, è una “cosmonave” che viaggia a 600 km al secondo nello spazio profondo: non un punto fermo, ma una tappa transitoria di un cammino collettivo.

Il “pop cosmutopico” di Cobol Pongide

Definito dallo stesso autore “cosmutopico”, il suo stile unisce sonorità lo-fi e strumenti dimenticati per dare vita a un pop cosmico-elettrico utopico. Cobol rianima vecchie console, home computer come il Commodore 64, tastierine anni Ottanta e synth traballanti, intrecciandoli con macchine elettroniche obsolete e batterie elettroniche d’epoca. Ne nasce un tessuto sonoro che non guarda al futuro patinato delle corporation spaziali, ma a un immaginario alternativo, operaio e comunitario. Le canzoni, rigorosamente in italiano, raccontano una vera epopea cosmonautica: non astronautica, perché, come sottolinea Cobol, “l’astronauta è un libero imprenditore del coraggio, il cosmonauta un operaio del progresso interplanetario”. Dietro le sonorità giocose e rétro-futuriste si cela una posizione politica netta. Kosmodrom non è un’ode al progresso tecnologico senza limiti, ma una critica al “capitalismo spaziale predatorio” che negli ultimi vent’anni ha colonizzato l’immaginario interplanetario. Elon Musk, Jeff Bezos e le grandi corporation private hanno trasformato lo spazio in una nuova frontiera di conquista economica, e la musica di Cobol Pongide reagisce a questo scenario con una fantascienza sonora critica e poetica.

Tra fantascienza, filosofia e iconografia sovietica

Il lavoro di Cobol affonda le radici tanto nella musica quanto nella letteratura e nell’arte. È impossibile non pensare ai DEVO o ad Alberto Camerini come riferimenti stilistici, ma la sua poetica deve molto anche alla fantascienza di Philip K. Dick e Stanisław Lem, oltre all’immaginario sovietico e cosmista. Non a caso, la copertina di Kosmodrom lo ritrae in un cosmodromo di Roma Est, sospeso in assenza di gravità mentre sperimenta il suono alieno di una chitarra sovietica Formanta: un’immagine che riassume il cortocircuito tra realtà e visione che attraversa tutta la sua opera. La carriera di Cobol Pongide comincia nel 2009 con Musica per anziani cosmonauti, a cui seguono Vita da spaziale (2017) ed Estremofilia cosmica e operaia (2021). Nel tempo, il suo stile è passato dalle sperimentazioni toy music – con la presenza del robot cantante Emiglino Cicala – a un avant-pop più strutturato, pur mantenendo intatta la dimensione artigianale e visionaria. Con Kosmodrom, l’artista raggiunge una nuova maturità, senza rinunciare al suo sguardo ironico e critico.

Un progetto che va oltre la musica

Cobol Pongide non è solo un musicista, ma un creatore di mondi. Ha pubblicato tre saggi sullo sfruttamento dello spazio, tra cui Marte oltre Marte (DeriveApprodi, 2019), considerato il primo testo italiano sul futuro del lavoro interplanetario. Nel 2024 ha dato alle stampe Anticaja Canaglia, raccolta di racconti che mescola fantascienza e quotidiano, e parallelamente porta avanti il progetto di UfoCiclismo, una pratica di contro-mappatura urbana in bicicletta. La sua opera è un ecosistema che intreccia teoria critica, musica, letteratura e performance artistiche. Kosmodrom non è solo un album, ma un atto politico e culturale. In un presente in cui le narrazioni spaziali sono dominate dalle corporation e dal mito dell’imprenditore-eroe, Cobol Pongide propone una via alternativa: immaginare lo spazio come orizzonte di libertà e cooperazione collettiva, non come terreno di sfruttamento. La sua è una fantascienza sonora resistente, capace di emozionare, far riflettere e, soprattutto, di spingerci a immaginare futuri diversi.


👉 Kosmodrom sarà disponibile dal 3 ottobre 2025 su tutte le piattaforme digitali, in CD e cassetta. Gli album precedenti e altri progetti paralleli sono ascoltabili su Bandcamp. E voi, lettori di CorriereNerd, siete pronti a salire a bordo di questa cosmonave operaia e a lasciarvi trasportare nella sua orbita musicale?