Grandville Omnibus Vol. 2: il ritorno dell’ispettore LeBrock tra steampunk, politica e fumetto d’autore

Ci sono fumetti che arrivano sugli scaffali e poi spariscono nella marea settimanale delle uscite, e poi esistono opere che sembrano aspettare il momento giusto, quasi consapevoli che il pubblico debba essere pronto a incontrarle davvero. Il ritorno di Grandville in Italia, con l’uscita di Grandville Omnibus Vol. 2, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è solo una ristampa, non è solo un’operazione editoriale: è uno di quei recuperi che hanno il sapore delle cose rimaste sospese troppo a lungo, come certi titoli che negli anni Novanta scoprivamo nelle fumetterie più coraggiose e che poi diventavano ossessioni private, quasi segrete.

La verità è che parlare oggi di Grandville significa fare i conti con una forma di narrazione che non si è mai piegata alle mode, e che forse proprio per questo torna a suonare incredibilmente contemporanea. Bryan Talbot non ha mai avuto bisogno di rincorrere il mainstream, perché ha sempre lavorato in anticipo, costruendo mondi che sembravano usciti da un sogno lucido, ma con una lucidità politica e sociale che pochi autori hanno saputo mantenere con questa coerenza.

Questo secondo omnibus pubblicato da Edizioni NPE prosegue un progetto che ha qualcosa di quasi romantico: riportare integralmente una saga che in Italia era rimasta frammentata, incompleta, come una storia raccontata a metà davanti a un pubblico che non aveva mai avuto la possibilità di ascoltare il finale. Dentro questo volume convivono Grandville Bête Noire e Grandville Noël, due capitoli che non si limitano a espandere la trama, ma la complicano, la rendono più stratificata, più inquieta, più adulta.

E qui entra in gioco lui, l’ispettore LeBrock, una figura che ancora oggi riesce a sorprendere per quanto sia fuori dal tempo e allo stesso tempo perfettamente calata nel nostro presente. Un detective tasso in un mondo popolato da animali antropomorfi potrebbe sembrare un vezzo estetico, una trovata quasi steampunk da esibire in copertina, ma basta poche pagine per capire che sotto quella superficie si muove qualcosa di molto più profondo. LeBrock è figlio diretto di una tradizione narrativa che passa inevitabilmente da Sherlock Holmes, ma filtrata attraverso una sensibilità europea che guarda anche a Jules Verne, al feuilleton, alla satira sociale più tagliente.

Il mondo di Grandville non è semplicemente un’ambientazione alternativa: è una lente deformante che mette a fuoco il nostro. Le atmosfere ottocentesche, i rimandi alla Belle Époque, i macchinari improbabili e le città stratificate non servono a costruire un esercizio di stile, ma a parlare di potere, controllo, propaganda. E qui Talbot gioca una partita che oggi, nel 2026, risulta persino più esplicita di quanto non fosse al momento della pubblicazione originale. Il capitalismo spinto fino alla caricatura, le élite che si muovono sopra le regole, la manipolazione delle masse attraverso l’informazione distorta: tutto questo non è mai didascalico, non viene spiegato, ma si respira tra una vignetta e l’altra, come una tensione costante.

Ripensandoci, è lo stesso tipo di sensazione che provavamo davanti a certi anime cyberpunk degli anni Novanta o leggendo fumetti europei che arrivavano con mesi di ritardo nelle nostre edicole. Quel misto di fascinazione e disagio, quella consapevolezza che dietro l’intrattenimento si stesse nascondendo qualcosa di più grande, qualcosa che riguardava anche noi. Grandville riesce ancora oggi a evocare quella sensazione, ed è forse questo il suo più grande merito.

L’edizione italiana aggiunge un ulteriore livello di valore. La traduzione di Cesare Giombetti non si limita a trasporre il testo, ma restituisce il ritmo, le sfumature, l’ironia sottile che attraversa tutta l’opera. E poi ci sono le note dell’autore, piccoli varchi che si aprono tra le pagine e permettono di intravedere il laboratorio creativo di Talbot, i riferimenti nascosti, gli omaggi disseminati con una cura quasi maniacale. Per chi è cresciuto cercando easter egg nei videogiochi o rileggendo le stesse storie per cogliere dettagli sfuggiti alla prima lettura, questa è una dimensione che aggiunge profondità, che trasforma la lettura in esplorazione.

La struttura in tre volumi dell’intera saga ha qualcosa di definitivo, quasi solenne. Non nel senso di “opera conclusa”, ma nel senso di percorso finalmente accessibile nella sua interezza. Cinque capitoli che dialogano tra loro, che costruiscono un universo coerente e stratificato, e che ora possono essere letti senza interruzioni, senza quei vuoti che per anni hanno accompagnato la diffusione italiana del fumetto.

Eppure, più ci penso, più mi rendo conto che il vero punto non è nemmeno questo. Non è la completezza, non è la filologia editoriale, non è nemmeno la bellezza delle tavole. È quella sensazione rara di trovarsi davanti a un’opera che non ti tratta mai da spettatore passivo. Grandville pretende attenzione, pretende memoria, pretende uno sguardo critico. Non è un fumetto da consumare, è un fumetto da attraversare.

E forse è proprio qui che si gioca la partita più interessante. Perché in un momento storico in cui il fumetto è sempre più mainstream, sempre più veloce, sempre più pensato per essere adattato, serializzato, trasformato in qualcos’altro, un’opera come questa rimane ostinatamente fedele a se stessa. Non cerca scorciatoie, non cerca compromessi, non cerca di piacere a tutti. E proprio per questo riesce ancora a parlare a chi ha voglia di ascoltare davvero.

La domanda, a questo punto, non è nemmeno se valga la pena recuperare Grandville Omnibus Vol. 2, ma che tipo di lettore si è disposti a essere oggi. Quello che scorre veloce tra le novità, o quello che si ferma, torna indietro, rilegge, collega, si perde tra le pagine e magari ci resta più del previsto.

Io una risposta ce l’ho, ma non sono sicuro che sia la stessa per tutti. E forse è giusto così. Perché alcune storie funzionano davvero solo quando qualcuno, dall’altra parte dello schermo o della pagina, decide di entrarci dentro e raccontare cosa ha trovato.

Zerocalcare torna in libreria con Nel nido dei serpenti: il grido antifascista che attraversa l’Europa

Quando Zerocalcare decide di prendere in mano la penna, succede sempre qualcosa che somiglia a un cortocircuito emotivo. Nel suo tratto si incastrano nervi scoperti, memorie collettive e quella capacità tutta sua di rendere l’impegno politico una narrazione comprensibile, viva, addirittura intima. Con Nel nido dei serpenti, in arrivo il 5 dicembre 2025 per BAO Publishing in collaborazione con Momo Edizioni, Michele Rech non scrive “solo” un fumetto: costruisce un reportage grafico che somiglia a una sirena d’allarme lanciata nel pieno della notte europea.

È un progetto che supera i confini del fumetto per trasformarsi in un atto di resistenza culturale, un’opera che scava nel presente con una forza che ricorda a tutti noi quanto la Storia non sia mai davvero finita. E che, spesso, mentre pensiamo di essere al sicuro, continua a strisciare sotto le macerie.


Un processo che spaventa l’Europa: gli antifascisti sotto accusa in Ungheria

Zerocalcare sposta lo sguardo oltre Rebibbia, ma senza perdere quella sua lente affilata che alterna ironia, dramma, memoria e rabbia consapevole. Questa volta il viaggio conduce nel cuore di Budapest, dentro uno dei processi politici più discussi degli ultimi anni. Un’indagine fumettistica che ruota attorno alle vicende di diciassette attivisti antifascisti provenienti da Italia, Germania, Francia e Ungheria, accusati di aver preso parte agli scontri durante il “Giorno dell’Onore” del 2023.

Un evento che, dietro la sua patina commemorativa, ha riportato in superficie nostalgie nere legate a reparti delle SS ungheresi e collaborazionisti del periodo nazista. Una rievocazione disturbante, quasi distopica, che Zerocalcare osserva con la lucidità feroce del cronista politico. Il risultato è un viaggio che non si limita a raccontare cosa è accaduto, ma svela le crepe di un’Europa che sembra voler dimenticare ciò che ha giurato di non ripetere.

Il volume raccoglie i fumetti-inchiesta pubblicati su Internazionale e li amplia con un blocco completamente inedito: centoventi pagine nuove che affondano nella Storia, nella repressione giudiziaria e nei fili invisibili che collegano passato e presente.


Maja T., la voce che non deve spegnersi

Tra queste pagine vive la storia più dolorosa: quella di Maja T., giovane antifascista tedesca detenuta in isolamento da oltre un anno nelle carceri ungheresi. La sua vicenda attraversa l’intero libro come un filo rosso che stringe lo stomaco del lettore. Maja è l’unica tra gli imputati a essere ancora dietro le sbarre, a rischio di una condanna che potrebbe arrivare a 24 anni.

Zerocalcare racconta le sue origini nella ex Germania Est, la cultura politica che l’ha formata, il peso della memoria storica, la lotta quotidiana contro una minaccia che molti credono “passata” ma che basta osservare un attimo meglio per ritrovare viva, annidata proprio lì, tra le fessure della democrazia europea.

Non è un racconto di martiri. È un racconto di esseri umani messi all’angolo da un apparato giudiziario che sembra aver scelto l’esempio, il monito, la punizione simbolica. Il fumetto diventa allora strumento di denuncia, documento politico, presa di posizione netta. E in pieno spirito satyrnettiano — quello della cultura come resistenza, raccontato fin dagli inizi dall’ecosistema creato da Gianluca Falletta — un invito a non voltarsi dall’altra parte.


Germania: un ritorno nei luoghi dove il serpente ha già morso

Il titolo Nel nido dei serpenti è tutto fuorché metaforico. È un monito, un’immagine che punge, un richiamo alle pagine più oscure della Storia. Zerocalcare ci porta con sé in un viaggio estivo in Germania, tra ricordi personali e collettivi che riportano alla mente il terrorismo neonazista dell’NSU e una lunga scia di omicidi razzisti insabbiati, negati, minimizzati.

Il fumettista collega, incastra, intreccia: mostra come un processo in Ungheria, l’eredità politica della Germania Est e la retorica identitaria dell’Europa contemporanea siano parte dello stesso ecosistema tossico. Il serpente dell’odio non è morto, ha solo cambiato pelle.

Ed è proprio in questo punto che l’opera esplode nella sua dimensione politica più pura: non un semplice reportage, ma uno specchio.

Uno specchio che ci costringe a osservare ciò che accade quando smettiamo di vigilare.


Un fumetto che diventa azione: parte dei proventi a sostegno delle spese legali

La collaborazione tra BAO Publishing e Momo Edizioni non è solo editoriale. È un gesto concreto: una parte dei proventi del libro verrà devoluta al fondo per le spese legali degli imputati del processo di Budapest. Una scelta che ricorda quanto il fumetto, nel 2025, sia ancora una forma di attivismo potentissima, capace di cambiare percezioni, spingere al dibattito, generare comunità.

È la stessa filosofia che anima CorriereNerd.it e l’intero network Satyrnet, dedicato a promuovere cultura pop, sapere e partecipazione come strumenti di crescita collettiva, proprio come spiegato nei materiali istituzionali dell’associazione .


Perché questo libro è fondamentale per chi ama cultura pop e impegno civile

Nel nido dei serpenti non è un’opera semplice da affrontare. Mette a disagio. Spinge il lettore fuori dalla comfort zone. Fa ciò che la buona arte deve fare: essere scomoda quando serve.

È un tassello importante nella produzione di Zerocalcare, accanto a Kobane Calling, Macerie prime e Strappare lungo i bordi. Ma soprattutto è un pezzo di Storia contemporanea che passa attraverso il linguaggio del fumetto — uno dei linguaggi nerd più potenti e accessibili, capace di arrivare ovunque e a chiunque.

Il 5 dicembre, quando il volume arriverà sugli scaffali, non sarà semplicemente un nuovo titolo da aggiungere alla collezione. Sarà un invito a schierarsi. A non ignorare ciò che accade accanto a noi. A ricordare che la cultura pop può essere arma di coscienza, di memoria, di resistenza.


E adesso, comunità nerd: parliamone

E voi? Come vivete l’impegno politico di Zerocalcare?
Pensate che il fumetto sia uno strumento efficace per raccontare ingiustizie e diritti calpestati?
La storia di Maja T. vi colpisce? Vi inquieta? Vi dà rabbia?

Scriveteci nei commenti e portate questa discussione nella community: condividetela sui vostri social, nel gruppo Facebook, su Telegram o dovunque il vostro spirito geek vi porti.
In fondo, anche questo è un modo per non lasciare nessuno nel nido dei serpenti.

“Sergio Staino – L’arte di vivere tra satira e impegno” L’ironia tagliente di Staino arriva a Firenze

Firenze torna a essere crocevia di cultura e riflessione con l’arrivo della mostra “Sergio Staino – L’arte di vivere tra satira e impegno”, ospitata nella cornice sontuosa di Palazzo Guadagni Strozzi Sacrati. Dopo il successo riscosso a Scandicci, l’omaggio al celebre fumettista approda nel cuore del capoluogo toscano, trasformando un luogo carico di storia nello scrigno ideale per custodire l’eredità di un autore che ha fatto della matita un’arma di critica, poesia e libertà.

Un viaggio tra satira e pensiero critico

La mostra, curata da Laura Vaioli (direttrice dell’Accademia TheSign di Firenze) e da Pio Corveddu, nasce dalla collaborazione con l’associazione culturale Bobo e dintorni ed è prodotta da Lucca Comics & Games. Ma non si tratta soltanto di una retrospettiva: il progetto punta infatti a digitalizzare l’opera di Staino, creando un archivio e un centro culturale permanente a Scandicci. Un gesto che ha il sapore della continuità, perché le sue vignette e le sue idee non restino imprigionate nella carta, ma diventino patrimonio vivo per le nuove generazioni.

Chi attraversa le sale dell’esposizione non troverà solo disegni, tavole e opere inedite: troverà uno specchio del nostro tempo. Le tematiche che Staino ha affrontato – il lavoro, i conflitti, la politica, la famiglia, l’ecologia – continuano a parlarci con una lucidità sorprendente. La sua satira non è mai stata evasione, ma una lente di ingrandimento capace di rivelare le contraddizioni dell’Italia e, più in generale, dell’essere umano.

Il genio dietro Bobo

Per comprendere la portata di questa mostra è necessario tornare alle origini. Sergio Staino nasce l’8 giugno 1940 a Piancastagnaio, in provincia di Siena. Laureato in architettura, inizia la carriera come insegnante di educazione tecnica, ma il richiamo della creatività lo spinge verso un’altra strada. Nel 1979 sulle pagine di Linus, diretto da Oreste Del Buono, compare per la prima volta Bobo, un personaggio ispirato a se stesso, una sorta di alter ego che univa il disincanto ironico all’impegno civile. Negli anni Ottanta, Staino porta le sue vignette su testate come Il Messaggero e l’Unità. Nel 1986 fonda Tango, settimanale satirico che divenne un punto di riferimento per un’intera generazione, e nel 1987 approda in TV con Teletango su Rai 3, portando la satira nelle case degli italiani. Non pago di fumetti e televisione, si cimenta anche con il cinema, firmando la regia di Cavalli si nasce (1989) e Non chiamarmi Omar (1992), tratto da un racconto di Altan. Il suo percorso attraversa decenni di impegno culturale, fino alla direzione de l’Unità nel 2016 e alla collaborazione con testate come La Stampa, Tiscali Notizie, Il Riformista e soprattutto Avvenire, dove dal 2018 firma la striscia Hello Jesus. Nonostante una grave malattia agli occhi lo avesse reso quasi cieco, Staino non smise mai di disegnare e di raccontare il mondo con il suo tratto pungente. La sua scomparsa, avvenuta il 21 ottobre 2023, ha lasciato un vuoto profondo nel panorama della satira italiana.

Satira come bussola del presente

Visitare la mostra significa confrontarsi con un linguaggio che unisce immediatezza e profondità. Le vignette di Staino sono finestre su un’Italia che ride amaramente di sé stessa: i potenti smascherati con un tratto semplice, gli uomini e le donne comuni intrappolati nelle contraddizioni quotidiane, le grandi ideologie ridotte all’essenziale di un balloon. L’esposizione invita a riflettere su un tema ricorrente nell’opera dell’autore: i cosiddetti “vincenti”, spesso incapaci di cogliere il senso autentico della vita, finiscono per rivelarsi i veri “perdenti”. La satira, nelle mani di Staino, diventa un invito a non accontentarsi delle apparenze e a coltivare uno spirito critico sempre vivo.

Non è un caso che Lucca Comics & Games, tempio della cultura nerd italiana, sia tra i produttori dell’evento. Perché Staino non è stato solo un fumettista “politico”: la sua opera dialoga con la tradizione del fumetto come mezzo popolare, capace di unire ironia, impegno e leggerezza. La mostra non è rivolta soltanto agli appassionati di satira o agli studiosi di fumetto, ma a chiunque voglia lasciarsi attraversare da uno sguardo che ha saputo raccontare l’Italia per oltre quarant’anni. Gli organizzatori hanno previsto incontri con fumettisti e autori contemporanei, creando un ponte ideale tra generazioni diverse. È un modo per ribadire che l’eredità di Staino non appartiene solo al passato, ma è ancora oggi fonte di ispirazione per chi usa la matita – o la tavoletta grafica – per interpretare la realtà.

Un appuntamento da non perdere

L’inaugurazione è fissata per martedì 26 agosto alle ore 15, un momento che sarà anche occasione di incontro, dialogo e condivisione. Una celebrazione collettiva che restituisce al pubblico non soltanto le opere di un grande maestro, ma anche il suo spirito battagliero e ironico. In fondo, come dimostra l’intera sua carriera, Sergio Staino ci ha insegnato che la satira non è mai un esercizio sterile, ma un atto d’amore verso la verità, un modo per vivere con più consapevolezza e, perché no, con un sorriso.

Magia, fumetti e resistenza: “Manuale di magia No Tav!” di Mariano Tomatis e Spokkio

Se sei un appassionato di fumetti indipendenti, magia, attivismo sociale e quel mix irresistibile di stupore e ribellione che anima le migliori storie pop, allora preparati: ho tra le mani qualcosa che farà battere forte il tuo cuore nerd. È appena uscito Manuale di magia No Tav! di Mariano Tomatis e Spokkio, pubblicato da Eris Edizioni all’interno della collana Gatti Sciolti – Fumetti senza peli sulla lingua. Solo il titolo è già un manifesto: magia al popolo, ribellione con sorriso, prestigio e lotta mescolati come un mazzo di carte truccate.

Parliamo di un volumetto compatto ma potentissimo, un oggetto che vive a metà strada tra il fumetto e il manuale illustrato, tra racconto e guida pratica, tra intrattenimento e impegno politico. Da una parte ci sono gli aneddoti e i volti della lunga battaglia NO TAV in Val di Susa, movimento storico che da più di trent’anni si oppone con determinazione e creatività alla costruzione dell’Alta Velocità Torino-Lione. Dall’altra ci sono veri e propri trucchi di magia, piccoli giochi di prestigio che puoi replicare in compagnia, magari proprio durante una serata tra amici, un’assemblea o una chiacchierata militante.

Mariano Tomatis non è certo uno sconosciuto per chi bazzica nel mondo dell’illusionismo contemporaneo: mentalista, scrittore, psicogeografo e instancabile esploratore del meraviglioso, Tomatis è una figura che sa come far incontrare incanto e riflessione critica. Nei suoi libri ha raccontato le vertigini del mentalismo e della magia, smascherando e al tempo stesso celebrando il mistero, con quella capacità rara di accendere curiosità e dubbi insieme. Vive a Torino e collabora con realtà come la Wu Ming Foundation, altro nome che fa brillare gli occhi agli appassionati di letteratura militante e sperimentazione narrativa.

Accanto a lui, in questo progetto, c’è Spokkio: street artist, illustratrice, fanzinara, anche lei torinese, anche lei abituata a portare il suo segno grafico e il suo sguardo critico nello spazio urbano e nei luoghi del racconto indipendente. Insieme, Tomatis e Spokkio hanno creato un’opera che mette in dialogo due generazioni e due mondi, unendo l’arte della prestidigitazione e quella del disegno con l’urgenza e la memoria della lotta. Il risultato è una piccola gemma editoriale, compatta, divertente, a tratti sorprendente, che ti mette addosso voglia di sperimentare, di capire e di agire.

Il Manuale di magia No Tav! non si limita a raccontare un movimento, ma lo fa vivere attraverso la magia. È come se ti invitasse a guardare la realtà da angolazioni diverse, a mettere in discussione il punto di vista dominante, a scoprire che dietro ogni grande opera considerata “necessaria” ci possono essere storie di devastazione ambientale, di repressione, di comunità che resistono. E qui entra in gioco la magia: il trucco, l’illusione, l’arte di scombinare le carte e spostare l’attenzione. Come dire che anche opporsi a un colosso infrastrutturale può essere un gioco di abilità, di immaginazione, di divertimento collettivo.

Non è un caso che il volumetto esca nella collana Gatti Sciolti, la linea editoriale di Eris Edizioni dedicata ai fumetti brevi e senza filtri, quelli che parlano chiaro, che esplorano linguaggi, stili e immaginari con la libertà del fumetto indipendente e con un prezzo accessibile a tutte le tasche. È una collana nata proprio per far circolare storie e sperimentazioni che altrimenti rischierebbero di restare confinate nei circuiti di nicchia. E questo Manuale di magia No Tav! è perfettamente allineato a questo spirito: un piccolo libro da leggere, condividere, regalare, usare, per scoprire che il gesto magico e il gesto politico possono andare a braccetto.

Dentro ci troverai Sibilla Clarea, una figura allegorica che accompagna lettori e lettrici tra racconti di repressione, esperimenti di disobbedienza, episodi di creatività collettiva. È un personaggio che sembra uscito da una fiaba urbana e che tiene insieme l’elemento fantastico e quello profondamente concreto della lotta territoriale. Leggendo, ti accorgi che questo libro non vuole insegnarti solo a fare un gioco di carte o un trucco con le monete: vuole insegnarti a guardare il mondo con occhi diversi, a capire che anche la resistenza può essere un atto di meraviglia, che anche nelle battaglie più dure c’è spazio per il sorriso, lo stupore e il gioco.

In un’epoca in cui il conflitto sociale viene spesso raccontato con toni cupi o ridotto a slogan superficiali, un progetto come quello di Tomatis e Spokkio spicca per originalità e intelligenza. Riesce a dire cose serie senza prendersi troppo sul serio, a mettere in scena la complessità senza moralismi, a far entrare in dialogo politica e arte, rabbia e leggerezza. Insomma, è esattamente il tipo di operazione che fa innamorare chi vive di cultura pop, chi si emoziona per un racconto ben costruito, chi vede nel fumetto uno strumento potente di narrazione e riflessione.

Se ancora non sei convinto, ti dico solo questo: è raro trovare un libro che ti faccia venire voglia di prendere una posizione e contemporaneamente ti insegni a fare un trucco da mentalista al prossimo aperitivo. Magia al popolo! non è solo uno slogan, è un invito: a essere più curiosi, più consapevoli, più capaci di stupirsi e stupire. Un invito che arriva dalla Val di Susa ma che parla a tutti noi, ovunque ci troviamo, perché alla fine la magia più potente è quella di cambiare il modo in cui guardiamo le cose.

E tu, che aspetti? Corri a recuperare Manuale di magia No Tav!, leggilo, sperimentalo, condividilo con gli amici. E se ti va, raccontaci sui social le tue impressioni, i trucchi che ti hanno divertito di più, le riflessioni che ti ha ispirato. Perché la magia, come la lotta, è ancora più bella quando diventa collettiva.

Iran: come i fumetti che raccontano un Paese in fiamme

Mentre scrivo, il mondo intero trattiene il fiato. Gli Stati Uniti hanno appena bombardato tre siti nucleari in Iran, e la tensione internazionale ha raggiunto livelli che ricordano i momenti più bui della Guerra Fredda. Donald Trump, con il suo stile ormai proverbiale, ha lanciato un ultimatum che suona più come un avvertimento: “Ora la pace, o ci sarà una tragedia”. Dall’altra parte Teheran risponde senza giri di parole: “È guerra”. Le parole sono pietre, e le pietre, in Medio Oriente, diventano troppo spesso proiettili. Israele si dice più sicura, gli Stati Uniti si congratulano con i loro “grandi guerrieri”, e intanto, noi occidentali, ci troviamo ancora una volta a guardare a un Iran che appare lontano, enigmatico, complesso.

Ma ecco che entra in scena, come spesso accade nei momenti più delicati della storia, il fumetto. Sì, proprio il fumetto, quel linguaggio pop e potentissimo che riesce a sintetizzare, raccontare, emozionare. E ci riesce perché parla attraverso immagini, emozioni, storie personali che diventano specchio di un’intera nazione. L’Iran raccontato dai fumetti è un Iran che respira, soffre, sogna. Un Iran fatto di bambine ribelli, musicisti infranti, madri in cerca di figli scomparsi, scarafaggi parlanti e ragazzi di strada che vivono tra miseria e magia.

Tutto comincia con “Persepolis” di Marjane Satrapi, la madre di tutti i graphic novel persiani. Pubblicato nei primi anni 2000 e diventato presto un fenomeno globale, “Persepolis” ha il merito storico di aver fatto conoscere l’Iran post-rivoluzione islamica al grande pubblico occidentale. La piccola Marji cresce in una famiglia borghese e progressista, immersa in una Teheran in subbuglio tra la fine del regime dello Scià e l’ascesa di Khomeini. Attraverso i suoi occhi viviamo la repressione, la guerra con l’Iraq, l’esilio, il senso di spaesamento e la continua ricerca di libertà. È una storia intima e politica al tempo stesso, che ha avuto il merito di aprire la strada a decine di altre voci, spesso soffocate in patria ma potentissime sulla carta.

Una di queste è quella di Mana Neyestani, autore de “Una metamorfosi iraniana”, un graphic novel che sembra uscito da un incubo kafkiano. Una sola parola in una lingua “sbagliata”, l’azero, basta a farlo finire in carcere, insieme al suo editore. E da lì parte una fuga rocambolesca tra Emirati, Turchia, Cina, Malesia, fino a Parigi. La sua è una testimonianza tragica e surreale, che racconta con uno stile tagliente quanto possa essere pericoloso disegnare sotto un regime che ha paura dell’ironia.

Ma il fumetto iraniano non è solo cronaca o autobiografia: è anche denuncia sociale, poesia urbana, realismo magico. Come accade in “Ninna nanna a Teheran” di Nassim Honaryar, una storia struggente che racconta l’infanzia negata dei bambini di strada. Niente famiglie protettive, niente scuola o sogni d’infanzia: solo una pistola, la fame e, per fortuna, la fantasia. L’autrice, che ora vive a Bologna, ci regala uno spaccato crudo ma anche lirico della capitale iraniana, dove la miseria e la bellezza si rincorrono tra le crepe del marciapiede.

E poi c’è “Zahra’s Paradise”, una graphic novel che nasce sul web ma si fa libro con la forza di un urlo. L’Iran del 2009 è scosso dalle proteste dopo le elezioni-farsa che confermano Ahmadinejad al potere. Un giovane attivista sparisce nel nulla e la madre, Zahra, lo cerca disperatamente. La storia si ispira a fatti reali e prende il nome dal più grande cimitero iraniano, un simbolo potente e dolente. Gli autori, espatriati e anonimi, ci parlano da un esilio forzato, ma con la voce limpida di chi non ha smesso di lottare.

Marjane Satrapi ritorna con “Pollo alle prugne”, un’opera più malinconica e simbolica, quasi una fiaba triste. Nasser-Ali, musicista, perde la voglia di vivere quando la moglie gli rompe lo strumento. In otto giorni di delirio onirico, rivede tutta la sua vita, tra sogni spezzati e amori perduti. Un’opera meno politica ma altrettanto profonda, che ci racconta quanto anche l’anima possa diventare un campo di battaglia.

Negli ultimi anni, nuovi autori hanno raccolto il testimone. Come Majid Bita, classe 1985, che nel suo toccante “Nato in Iran” (Canicola Edizioni) ci racconta la propria infanzia tra repressione e resilienza. Trasferitosi a Bologna, Bita ha portato con sé un patrimonio fatto di memorie e sogni, traducendolo in immagini che uniscono arte europea e dolore iraniano. Il suo racconto è personale e collettivo insieme, una testimonianza viva di come una generazione abbia imparato a sognare leggendo libri banditi e guardando film censurati.

O ancora Saghar Khaleghpour, autrice milanese di origine iraniana, che con “La mia seconda generazione” ci porta nella sua quotidianità di figlia di esuli, cresciuta a cavallo tra due mondi. Dopo l’omicidio di Mahsa Amini, il suo attivismo è diventato anche narrativa, fatta di tavole a colori forti ed emozioni ancora più forti. Un’opera che ci mostra cosa significa crescere divisi tra la cultura della libertà e quella del controllo.

E infine c’è Atena Farghadani, simbolo vivente della repressione contro l’arte. Arrestata nel 2015 per una vignetta, processata, sottoposta a umiliazioni indicibili, è stata rilasciata nel 2016 solo per essere nuovamente incarcerata nel 2024. La sua storia è un monito, una ferita aperta. Ma è anche la dimostrazione che disegnare può essere un atto di eroismo.

In un momento in cui le bombe tornano a fischiare nel cielo mediorientale e le parole sembrano incapaci di costruire ponti, sono i fumetti – questi piccoli, potenti strumenti di narrazione – a tenderci la mano. Perché attraverso il tratto di una penna possiamo avvicinarci all’altro, comprenderlo, empatizzare. E magari, se siamo fortunati, persino cambiare il mondo un po’ alla volta.

Hai letto qualcuno di questi fumetti? Ti hanno aiutato a vedere l’Iran con occhi diversi? Parliamone nei commenti, e se l’articolo ti è piaciuto, condividilo sui social per far scoprire anche ad altri il potere delle storie disegnate.

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