Ghost Game: il fumetto horror che trasforma i reality show in un gioco di morte

Non serve molto per capire che Ghost Game non è “solo” un fumetto horror. Basta leggere il concept per avvertire quella sensazione sottile e disturbante che ti prende quando realizzi che qualcuno sta usando la paura come intrattenimento, il dolore come format, la morte come share. Ed è proprio da qui che nasce la forza di quest’opera firmata da Luigi Boccia e Nicola Lombardi, con i disegni di Vasco Gioachini: un racconto che gioca con i codici del reality show per smontarli, stritolarli e restituirceli sotto forma di incubo lucido e spietato.

Il punto di partenza è tanto semplice quanto geniale. Un reality estremo, il più complesso e crudele mai concepito, con un obiettivo che sembra uscito da una leggenda metropolitana raccontata attorno a un falò: riuscire a filmare un vero fantasma. Niente effetti speciali, niente scorciatoie. Solo realtà. O almeno così sembra. La location è una villa enorme, isolata, circondata dai boschi, un luogo che porta addosso le cicatrici di efferati omicidi avvenuti in passato. Un posto che non ha bisogno di inventarsi una storia, perché la storia è già impressa nei muri.

Tra migliaia di candidati vengono selezionati quattro concorrenti, due ragazzi e due ragazze. A ognuno viene consegnata una videocamera con un’autonomia di appena due ore. Nessuna possibilità di rivedere le riprese, nessuna sovraincisione, nessun controllo su ciò che è stato catturato. Una regola, però, emerge come una lama affilata sopra le loro teste: devono restare uniti. Separarsi significa squalifica. Il tempo a disposizione è un solo weekend. Un gioco a tempo, una caccia al fantasma che promette fama, visibilità, successo mediatico.

All’inizio domina lo scetticismo, quella patina di ironia nervosa tipica di chi pensa di partecipare a uno spettacolo costruito a tavolino. Subentra poi l’entusiasmo, la competizione, il desiderio di essere quello che ce la fa. Ma Ghost Game è una discesa graduale e inesorabile verso qualcosa di molto più oscuro. L’atmosfera si fa pesante, gli indizi disseminati lungo il percorso iniziano a sembrare meno “gioco” e più trappola. Realtà e finzione si sovrappongono, si confondono, diventano indistinguibili. E quando la paura prende il posto della curiosità, il lettore capisce che il vero reality non è quello ripreso dalle telecamere, ma quello che si consuma nella mente dei protagonisti.

La scrittura di Boccia e Lombardi è chirurgica nel colpire uno dei nervi scoperti della cultura contemporanea: l’ossessione per lo sguardo, per l’essere visti a ogni costo, per la spettacolarizzazione di qualsiasi cosa, persino dell’orrore. Ghost Game non giudica dall’alto, ma mette il lettore davanti a uno specchio scomodo. Quanto siamo disposti a guardare? Quanto siamo disposti a credere pur di essere intrattenuti? E soprattutto, dove finisce il gioco e dove inizia la responsabilità?

I disegni di Vasco Gioachini amplificano questa tensione con uno stile che non cerca mai il compiacimento estetico fine a sé stesso. Le tavole respirano inquietudine, sfruttano ombre, silenzi visivi e inquadrature che ricordano il linguaggio del found footage e dell’horror psicologico. Ogni pagina sembra suggerire che qualcosa di sbagliato sta per accadere, anche quando apparentemente non succede nulla. È quell’attesa snervante, quel vuoto carico di presagi, che rende la lettura così coinvolgente.

Arrivare alla verità, alla fine di questo folle gioco di morte, significa confrontarsi con un orrore che non ha bisogno di mostri urlanti o jump scare. È un orrore più sottile, più umano, più reale. Ed è proprio questo a rendere Ghost Game una delle critiche più feroci mai realizzate al mondo dei reality show e della televisione contemporanea. Non una semplice storia di fantasmi, ma un racconto che parla di noi, del nostro rapporto con le immagini, con il successo, con il bisogno di sentirci speciali anche a costo di perdere qualcosa lungo la strada.

Pubblicato da Weird Book nella collana Weird Comics, Ghost Game si presenta in un volume di 120 pagine, nel formato 17 x 22 cm, pronto a insinuarsi tra le letture di chi ama l’horror intelligente, quello che non si limita a spaventare ma lascia addosso una sensazione difficile da scrollarsi di dosso. È uno di quei fumetti che chiudi e poi resti un attimo fermo, a fissare il vuoto, chiedendoti se davvero vuoi accendere la telecamera… o se preferisci restare al buio.

E ora la palla passa a voi. Guardando il panorama dei reality estremi e dell’intrattenimento sempre più spinto, Ghost Game vi sembra fantascienza o una profezia fin troppo vicina? Raccontiamocelo nei commenti, perché questo gioco, per fortuna, possiamo ancora discuterlo senza doverlo vivere.

Edgar Allan Poe. Cinque passi nell’incubo – quando l’orrore diventa arte: il ritorno del maestro attraverso le tavole de Lo Scarabeo

Ci sono nomi che non smettono mai di inquietare, di affascinare, di scavare sotto la pelle della realtà per rivelare ciò che pulsa nel buio. Edgar Allan Poe è uno di quei nomi. Il suo universo di incubi, ossessioni e desideri sepolti è tornato a respirare in una nuova forma, quella del fumetto. Non una semplice trasposizione, ma una vera e propria resurrezione grafica e narrativa: cinque grandi artisti italiani hanno reinterpretato i racconti più celebri del maestro del gotico, trasformandoli in visioni d’inchiostro e terrore.

Il progetto nasce da un’idea di Marco Cannavò, curatore e sceneggiatore che ha saputo raccogliere l’eredità letteraria di Poe e tradurla in linguaggio visivo, rispettando la sua poetica di morte e follia ma contaminandola con sensibilità contemporanee. A dare corpo e anima a queste storie ci sono cinque firme d’eccellenza del panorama fumettistico italiano: Corrado Roi, Francesca Ciregia, Giulia Francesca Massaglia, Francesco Biagini e Michele Penco. Cinque stili, cinque prospettive, cinque viaggi nell’abisso di un autore che, a quasi due secoli di distanza, continua a parlarci come se scrivesse dai corridoi del nostro inconscio.

L’antologia raccoglie cinque capolavori assoluti: La sepoltura prematura, La caduta della casa degli Usher, Berenice, Una discesa nel Maelström e Il gatto nero. Ognuno di questi racconti è un microcosmo di follia e simbolismo, e in questa nuova incarnazione grafica ciascun artista lo rilegge con la propria impronta estetica e narrativa. Così Corrado Roi — maestro delle ombre e delle sfumature che hanno fatto la storia di Dylan Dog — dona a un’atmosfera rarefatta e disturbante, dove la colpa prende forma in silhouette di china che sembrano dissolversi nel rimorso. Francesca Ciregia, con il suo tratto vibrante e visionario, trasforma Berenice in una danza claustrofobica tra eros e thanatos, vita e decomposizione. Giulia Francesca Massaglia rilegge Gatto nero denso di ombre e rimorsi, un delirio grafico che sembra uscito da un incubo espresso a china e disperazione  Francesco Biagini, abituato a muoversi tra i generi e le dimensioni, affronta Una discesa nel Maelström come una vertigine grafica, un turbine di linee che inghiotte lettore e protagonista insieme. Infine, Michele Penco — autore che da sempre dialoga con il perturbante — firma La sepoltura prematura con un’interpretazione sospesa tra architettura e follia, dove le pareti della dimora sembrano respirare con i personaggi.

Il risultato è un volume che non si limita a celebrare Poe, ma lo rilegge alla luce della sensibilità del XXI secolo: un tempo in cui la paura non viene più solo dalle tenebre esteriori, ma dalle ombre digitali e interiori che ci accompagnano ogni giorno. Le sue parole, riscritte e ridisegnate, assumono un nuovo ritmo visivo, una nuova voce che parla tanto agli amanti del classico quanto ai lettori della nona arte contemporanea.

Pubblicata all’interno della collana Classici Horror de Lo Scarabeo, l’antologia rappresenta un nuovo tassello di un percorso editoriale che sta costruendo un vero ponte tra la letteratura gotica e il fumetto d’autore. Ogni pagina è pensata come un’esperienza sensoriale, dove la parola di Poe diventa immagine, e l’immagine, a sua volta, torna parola. È un gioco di specchi e riflessi che sembra evocare la stessa poetica del suo autore: quella tensione costante tra bellezza e terrore, attrazione e repulsione, vita e sepoltura.

In un’epoca in cui la paura è spesso ridotta a effetto speciale, questo volume ci ricorda che il vero orrore è quello che nasce dentro di noi, e che Poe — con le sue parole intrise di febbre e poesia — aveva già visto tutto. Le sue visioni, rinate tra le mani di questi artisti italiani, non sono soltanto un omaggio: sono un rituale di evocazione, un modo per far sì che il maestro dell’incubo continui a parlarci dal suo eterno crepuscolo. Forse, alla fine, ciò che rende immortale Edgar Allan Poe è proprio questo: la sua capacità di sopravvivere a ogni medium, a ogni epoca, e di tornare, ogni volta, un po’ più vivo — o un po’ più morto — di prima.

Disperanza: la nuova serie Bonelli che riscrive l’esorcismo in chiave distopica

Arriva finalmente in libreria e fumetteria una delle uscite più attese dell’autunno di Sergio Bonelli Editore: Disperanza, la nuova miniserie in quattro episodi firmata da Samuel Spano, affiancato da una squadra di creativi dal talento visionario. È un progetto che unisce mondi e sensibilità diverse, dove la tradizione bonelliana incontra la sperimentazione più coraggiosa. Al fianco di Spano, infatti, troviamo la misteriosa e brillante Nova, responsabile del character design e della co-sceneggiatura, e Matteo Grilli, autore poliedrico che firma la sceneggiatura. Il risultato è un racconto che parla di fede e demoni, ma soprattutto di identità, corpo e redenzione, immerso in una Roma futura e decadente.

Samuel Spano – già noto come storyboard artist, color-key artist e character designer – mette in campo qui un’opera che riflette perfettamente la nuova direzione intrapresa da Bonelli: raccontare storie capaci di emozionare le nuove generazioni di lettori, mantenendo intatta la potenza narrativa di un marchio che da decenni definisce l’immaginario del fumetto italiano. Disperanza è un esperimento di equilibrio tra tradizione e innovazione, ma anche un manifesto visivo e tematico della contemporaneità: l’orrore come specchio del presente, il sacro come ultima frontiera del dubbio umano.

La storia ci trascina in una Roma distopica, devastata dal cambiamento climatico e dalla desertificazione. Le antiche rovine si mescolano ai ruderi del futuro, mentre la Città Eterna si trasforma in una distesa di sabbia e silenzio. In questo scenario apocalittico, il governo ha istituito un corpo speciale di esorcisti militari, incaricati di contenere un’epidemia di possessioni demoniache che rischia di travolgere l’umanità. Non si tratta più solo di un conflitto spirituale, ma di una vera guerra segreta contro una minaccia che si insinua nei corpi e nelle coscienze.

Il protagonista è Istevene, un ragazzo trans di ventisette anni che ha abbandonato la sua vita da esorcista dopo un episodio traumatico. Vive ora come meccanico nel cosiddetto “deserto della Magliana”, un’area periferica abbandonata dove la polvere copre tanto le macchine quanto i ricordi. Ma il passato non si lascia seppellire: quando un collega gli chiede di aiutare la moglie, posseduta da un’entità oscura, Istevene si trova costretto a confrontarsi di nuovo con il suo dono e con il suo dolore. L’incontro con Raul, il suo mentore, segnerà il suo ritorno nel mondo da cui era fuggito: quello degli esorcisti, un’élite di combattenti spirituali che cammina sul confine tra il bene e il male.

Il primo volume, intitolato “Catene”, non è solo l’avvio di una saga, ma anche una dichiarazione d’intenti. Spano costruisce un mondo narrativo di straordinaria densità visiva, dove il tratto diventa linguaggio emotivo e ogni tavola respira di simboli e suggestioni. Le catene del titolo non sono solo quelle che imprigionano i demoni, ma anche quelle interiori che legano Istevene alla sua identità, alla fede e alla memoria del dolore.

All’interno del volume troviamo anche una gallery di disegni preparatori e un testo firmato dagli autori, che apre una finestra sul processo creativo dietro la serie. È un viaggio dentro la mente di chi ha voluto reinventare l’idea stessa di “esorcismo”, trasformandolo in un rito narrativo che parla di umanità e di speranza.

Disperanza si inserisce così nel nuovo corso della casa editrice milanese, che negli ultimi anni ha scelto di esplorare temi più maturi, ibridando i linguaggi e avvicinando il fumetto italiano alle sensibilità del graphic novel internazionale. La Roma di Spano non è solo un teatro di battaglia tra forze ultraterrene, ma una metafora di un mondo in bilico, in cui la salvezza – come suggerisce il titolo – è forse una forma estrema di disperazione.

Burton sta arrivando: il nuovo fumetto retrò-horror di Green Moon Comics che mescola esoterismo e cyberpunk

C’è un momento, nel panorama del fumetto italiano, in cui senti che sta nascendo qualcosa di diverso. Non un semplice progetto editoriale, ma un’esperienza sensoriale, un cortocircuito tra arte, incubo e musica sintetica. “Burton”, la nuova miniserie horror-sci-fi pubblicata da Green Moon Comics e in uscita con il primo numero il 15 ottobre 2025, è esattamente questo: un viaggio dentro la mente, la dannazione e il neon crepitante di un futuro perduto.

Firmata da Lucio Perrimezzi, Tommaso Destefanis, Massimiliano Veltri e Antonio Mlinaric, “Burton” è una saga in cinque numeri che promette di diventare un nuovo punto di riferimento per la narrativa dark a fumetti. Un’opera corale che unisce autori provenienti da esperienze diverse, ma accomunati dalla stessa ossessione: esplorare i confini del buio, dell’anima e della tecnologia.

Un incubo chiamato Burton

Il protagonista, Bryan Burton, non è un eroe. È uno scrittore dannato, sopravvissuto all’inferno e tornato sulla Terra con un dono maledetto: il suo corpo è diventato un sigillo vivente, un carcere di demoni imprigionati nei tatuaggi realizzati da Zaebos, la creatura infernale che un tempo gli ha salvato la vita. Ma i demoni non dormono, non si rassegnano alla prigionia, e uno dopo l’altro cominciano a risvegliarsi.

A innescare la spirale sarà Ramona, figlia di Zaebos, che trascinerà Burton in una caccia disperata tra le ombre di New Archetype, una metropoli retrowave illuminata da insegne al neon e corrotta da segreti antichi. Qui la scrittura è un’arma e una condanna: per sopravvivere, Burton dovrà affrontare i suoi incubi, raccontarli, e forse riscrivere il destino dell’intera umanità.

L’estetica del buio: tra Blade Runner e Hellblazer

“Burton” è un’esperienza visiva potente. Le tavole di Antonio Mlinaric alternano un bianco e nero tagliente a geometrie ipnotiche, mentre le copertine di Massimiliano Veltri condensano tutta la tensione e la sensualità dell’immaginario cyber-occulto. Ogni vignetta è un lampo, un battito d’occhio che evoca suggestioni alla Blade Runner, la malinconia noir di Sin City, e il tormento esoterico di Hellblazer.

C’è qualcosa di profondamente cinematografico in questo fumetto. L’impianto visivo sembra concepito come una serie TV distopica degli anni ’80, ma aggiornata all’estetica glitch del nostro presente digitale. Un mondo dove la realtà si piega alle visioni, e l’uomo non è più il centro del racconto: lo è la sua colpa.

Green Moon Comics: una fucina di visioni dark

Dietro il progetto c’è Green Moon Comics, casa editrice fondata da Lucio Perrimezzi, autore e direttore editoriale che negli ultimi anni ha saputo costruire un catalogo coerente e audace, capace di sfidare le regole del fumetto indipendente italiano. Dopo titoli come Astaroth e Parsifal, la label punta ora a un universo narrativo più complesso e sperimentale.

“Burton” nasce come un fumetto, ma vive come una serie d’autore: cinque capitoli pensati come cinque atti di una discesa agli inferi, ognuno con un ritmo, un tono e una visione. È un racconto che parla di dannazione, ma anche di memoria, di arte e di identità. Di come la scrittura — quella vera, quella che lacera — possa essere al tempo stesso esorcismo e condanna.

Gli autori: anime creative di un inferno moderno

Lucio Perrimezzi è una delle voci più riconoscibili del fumetto italiano contemporaneo. Dalla graphic novel Il Sesto (NPE) fino a Ophidian e Parsifal, la sua scrittura mescola filosofia e immaginario gotico, muovendosi tra riflessione esistenziale e fascinazione per l’occulto.

Tommaso Destefanis, veterano della scena indie, è autore di opere come Madadh e Gravedigger Rose, con una sensibilità che unisce lirismo e inquietudine visiva.

Antonio Mlinaric, disegnatore romano noto per il suo lavoro su Samuel Stern, dà corpo e carne a un mondo fatto di ombre, cemento e sangue. Il suo segno realistico ma vibrante cattura l’essenza viscerale del racconto.

Infine Massimiliano Veltri, artista poliedrico che ha collaborato con Marvel Comics, Titan e Newton Compton, firma le copertine con un uso magistrale del contrasto, restituendo a ogni tavola la densità di un sogno lucido.

Il futuro del fumetto dark italiano

Con “Burton”, Green Moon Comics non propone solo una nuova saga: propone un nuovo linguaggio. Un equilibrio sottile tra il fumetto d’autore e la narrazione seriale, tra l’estetica cyberpunk e la riflessione metafisica.

È un progetto che parla ai lettori di Hellboy e Sandman, ma anche a chi ama la poetica dei videogiochi narrativi come Control o Alan Wake. Ogni numero sarà un frammento di un mosaico più grande, un percorso nell’inferno interiore di un uomo che ha smesso di credere nella salvezza ma non nella parola.

“Burton” non è solo una lettura: è un’esperienza immersiva. È il suono di un synth che pulsa nell’oscurità, il bagliore del neon su una pozzanghera di pioggia, il battito irregolare di un cuore che non smette di scrivere.


Vuoi scoprire di più su Burton #1 e sul mondo di Green Moon Comics? Seguici su CorriereNerd.it e unisciti alla discussione: perché nel multiverso dell’immaginario, le ombre non sono mai solo oscure — sono anche la luce che non abbiamo ancora compreso.

Barbara Baraldi e Dylan Dog: l’arte del brivido e della psiche: un viaggio nei meandri dell’incubo tra fumetto, psiche e immaginazione

Cari lettori e lettrici nerd di CorriereNerd.it, tenetevi forte: la Calabria sta per diventare il centro nevralgico dell’horror a fumetti made in Italy, e il cuore che batte forte nel petto di questo evento ha il nome di Dylan Dog e quello, altrettanto inquieto e vibrante, di Barbara Baraldi. Una delle mostre più affascinanti e dark dell’anno, Barbara Baraldi e Dylan Dog: l’arte del brivido e della psiche, approda finalmente a Lamezia Terme, dopo il debutto in grande stile al Romics 2025, grazie a una collaborazione che è un vero colpo di scena per gli amanti della nona arte: quella tra il LIFF – Lamezia International Film Festival e il Romics – Festival Internazionale del Fumetto, Animazione, Cosplay, Cinema e Games.

Siamo di fronte a qualcosa di epocale per il Sud Italia: per la prima volta, le visioni oscure dell’Indagatore dell’Incubo si materializzano in Calabria in una mostra che non è solo un’esposizione, ma un’esperienza immersiva nell’universo visionario e psicoanalitico che Barbara Baraldi ha saputo costruire attorno al più celebre investigatore dei nostri incubi.

Un ponte tra cinema e fumetto

Il LIFF12, che dal 14 al 19 luglio 2025 animerà Lamezia Terme con cinema, incontri e cultura pop, ha sempre avuto un’anima duplice. Da un lato lo sguardo cinefilo, attento, capace di ospitare nomi del calibro di Abel Ferrara, Peter Greenaway, Lars von Trier e Asia Argento; dall’altro una pulsione nerd che ha portato al festival autori, illustratori e fumettisti. Quest’anno, però, con la mostra dedicata a Barbara Baraldi, si fa un ulteriore passo avanti, anzi… un passo nell’incubo.

L’esposizione sarà visitabile dal 17 luglio al 28 settembre 2025, all’interno del Museo Archeologico Lametino, uno scenario che unisce il passato remoto della Magna Grecia con l’immaginario gotico e contemporaneo di Dylan Dog, creando un cortocircuito sensoriale unico. Ed è proprio questa unione di linguaggi — tra archeologia, arte sequenziale e letteratura horror — a rendere l’evento ancora più suggestivo.

Barbara Baraldi: regina delle tenebre e custode dell’incubo

Barbara Baraldi non è semplicemente una scrittrice o una sceneggiatrice. È un’evocatrice di incubi, una tessitrice di atmosfere che sanno essere tanto poetiche quanto perturbanti. Dal 2023 è curatrice editoriale di Dylan Dog, e con la sua guida, il personaggio creato da Tiziano Sclavi ha intrapreso nuove strade, sempre più cupe, psicologiche, intime.

Chi ha amato Aurora Scalviati, la profiler tormentata dei suoi romanzi thriller, riconoscerà nella narrazione di Dylan la stessa profondità emotiva, la stessa tensione, la stessa capacità di esplorare la psiche come fosse un labirinto di specchi infranti. La mostra “Barbara Baraldi e Dylan Dog: l’arte del brivido e della psiche” ci apre una porta dietro le quinte del suo processo creativo.

Un viaggio dentro le storie, dalla sceneggiatura alla tavola

L’esposizione offre materiali rari, talvolta inediti, che faranno la gioia degli appassionati di Dylan Dog e dei cultori del fumetto italiano: copertine originali, storyboard, tavole illustrate, soggetti, sceneggiature e reference artistiche. Un autentico viaggio nel laboratorio oscuro dove prende vita l’incubo.

Si potrà ammirare, ad esempio, Il bottone di madreperla (2012), primo racconto dylandoghiano della Baraldi, disegnato da Paolo Mottura, esposto nella sua interezza. O ancora La mano sbagliata (2015), dal sapore dichiaratamente argentiano, con tavole di Nicola Mari e una bozza iniziale intitolata Le mani di una morta. Oppure Gli anni selvaggi (2017), che racconta un Dylan giovane e rockettaro — un vero tuffo nella controcultura dark.

E come dimenticare La ninna nanna dell’ultima notte, Perderai la testa, Casca il mondo, L’ora del giudizio, Jenny? Ogni storia è rappresentata con una selezione mirata di tavole e testi che permettono di penetrare le viscere dell’opera. A completare il quadro ci sono le cover dei Cestaro Brothers, autentici maestri del brivido illustrato, e il lavoro sulla collana Dylan Dog OldBoy con perle come La solitudine del serpente e Buongiorno Tenebra.

Dylan Dog come specchio dell’anima

Ma la mostra non è soltanto un omaggio a un’autrice, è un percorso narrativo, un’esperienza psicoanalitica in sé. Attraverso gli occhi (e le parole) di Barbara Baraldi, Dylan Dog diventa qualcosa di più di un semplice personaggio: è un simbolo della nostra fragilità, della nostra curiosità per l’oscurità, del fascino per il limite tra razionalità e follia.

La Baraldi non racconta solo storie di paura. Racconta storie sull’essere umano. Su quel momento preciso in cui la realtà si deforma e l’incubo prende il sopravvento. Ecco perché Sabrina Perucca, direttrice artistica del Romics, parla della mostra come di un viaggio tra “il confine tra realtà e incubo, la fragilità dell’essere umano di fronte all’ignoto, il fascino per il lato oscuro della mente”.

Un evento che è già culto

L’inaugurazione della mostra avverrà giovedì 17 luglio alle ore 17:30, con la presenza della stessa Barbara Baraldi e di Franco Busatta, curatore della testata Dylan Dog OldBoy. Dopo il taglio del nastro, seguiranno un talk e un firmacopie: un’occasione imperdibile per chiunque voglia incontrare dal vivo una delle firme più affascinanti del fumetto italiano contemporaneo.

La sinergia tra LIFF, Romics, il Museo Archeologico Lametino e l’Associazione Strade Perdute dimostra come il fumetto sia sempre più riconosciuto come patrimonio culturale da valorizzare e non solo come “letteratura di genere”. Come afferma la direttrice del museo Simona Bruni, questo evento rappresenta un’opportunità per esplorare nuovi linguaggi museali, più accessibili e coinvolgenti per il grande pubblico.

Il brivido è servito, e dura tutta l’estate

Che siate fan di Dylan Dog da sempre, lettori e lettrici affezionati delle storie di Barbara Baraldi, o semplicemente curiosi di scoprire come il linguaggio del fumetto possa parlare all’anima e alle sue ombre, questa mostra è una tappa obbligata dell’estate nerd 2025. Perché è vero, come dice GianLorenzo Franzì, direttore del LIFF, che celebrare il talento è sempre emozionante. Ma farlo con una mostra come questa, in una regione come la Calabria, dove eventi di questo calibro sono ancora rari, è una magia a cui vale la pena partecipare.

E allora, cari lettori e care lettrici, preparatevi a entrare nella dimensione onirica — o meglio, incubi-reale — di Barbara Baraldi e Dylan Dog: l’arte del brivido e della psiche. Dal 17 luglio al 28 settembre al Museo Archeologico Lametino, il brivido diventa arte, e l’incubo prende forma tra le mura del tempo.

E voi? Siete pronti a incontrare l’Indagatore dell’Incubo dal vivo, a tu per tu con le tavole che gli danno vita? Raccontateci cosa ne pensate, condividete l’articolo e spargete la voce tra gli altri nerd: il brivido sta arrivando!

Nido di Corvo – Il buio che ci abita. Una graphic novel tra incubi, famiglia e redenzione

Ci sono fumetti che ti intrattengono, fumetti che ti stupiscono… e poi ci sono quelli che ti lasciano addosso un disagio sottile, un graffio nell’anima, come il rumore delle unghie su una porta chiusa. Nido di Corvo, la nuova uscita della collana Dark House di Weird Book, curata da Luigi Boccia e Andrea Pirondini, appartiene decisamente alla terza categoria. E lo dico da lettore che ha fatto dell’amore per le graphic novel italiane una missione quotidiana. Questa collana, per chi non la conoscesse, è un rifugio oscuro per le visioni più disturbanti e surreali del fumetto contemporaneo. Dark House è una casa nel senso più gotico del termine: un rifugio infestato dalle paure più recondite, dalle ossessioni che si annidano sotto la pelle della normalità. E Nido di Corvo è la perfetta incarnazione di questa poetica.

Il team creativo: un trittico che funziona come un rituale

La sceneggiatura, firmata da Andrea Cavaletto e Luca Angelo Spallone, è un esercizio chirurgico di tensione psicologica, accompagnata dalle tavole disturbanti e raffinate di Renato Florindi. Il progetto è nato in collaborazione con la Scuola Holden, e si sente: dietro ogni vignetta c’è una regia narrativa precisa, una struttura che affonda le radici nella letteratura gotica ma si nutre della sporcizia esistenziale di certi drammi familiari da cinema indipendente.

Il mulino maledetto e la discesa nella psiche

Il cuore della storia è un mulino: marcio, isolato, dimenticato da Dio e dagli uomini. Un luogo che non è solo ambientazione, ma personaggio vivo, respirante, complice e carnefice allo stesso tempo. Qui vive una famiglia disfunzionale, sull’orlo del crollo. Aurora, la madre, lancia una bomba: è incinta. Ma non c’è spazio per la speranza in questo annuncio – solo stanchezza, recriminazione, rancore. È in quel momento che arriva lui: il corvo.

Un essere inquietante, ambiguo, mai davvero definito. È animale? Demone? Incarnazione del male o specchio deformante dell’umanità dei protagonisti? Non ci viene detto, e va bene così. Perché Nido di Corvo è soprattutto un viaggio nella psiche, un’esplorazione del marcio che si annida nei rapporti più intimi, nella quotidianità che si fa incubo.

Il corvo e il seme della malvagità

Il corvo non uccide. Il corvo sussurra. Suggerisce. Seduce. Si insinua con una voce melliflua e promette piccole rivalse, rivincite domestiche, vendette minuscole ma efficaci. E uno a uno, i membri della famiglia iniziano a cedere. Piccoli gesti, piccole crudeltà, che crescono come una muffa velenosa fino a diventare una spirale incontrollabile. Nessuno è innocente. Nessuno è salvo.

E qui sta la forza emotiva di questa graphic novel: non c’è morale. Non c’è redenzione. Solo l’orrore quotidiano che diventa metafora dell’umano. Il mulino diventa teatro di una tragedia shakespeariana, ma senza eroi. Solo vittime e carnefici che si scambiano di posto come in una danza macabra.

Il segno grafico: tra claustrofobia e allucinazione

Il lavoro di Renato Florindi merita una menzione speciale. Il suo tratto è denso, stratificato, pieno di ombre e inquietudine. Le tavole hanno qualcosa di espressionista, ma anche un gusto moderno per il dettaglio disturbante. Ogni vignetta è un piccolo incubo a occh aperti. Gli interni del mulino sembrano vivi, pulsanti, e l’onnipresenza del corvo si fa visiva: una presenza nera che si insinua ovunque, anche quando non la vedi.Florindi riesce a trasformare il silenzio in angoscia, e le parole in peso. E questo, in un medium come il fumetto, è pura alchimia.

Se amate il fumetto italiano che osa, che graffia, che non si accontenta di raccontare storie ma vuole indagare l’anima, Nido di Corvo è una lettura obbligata. Non è un fumetto facile. Non vi darà conforto. Ma vi farà pensare, vi farà sentire sporchi, forse persino complici.Ed è proprio in questo che risiede la sua grandezza. Con Nido di Corvo, Weird Book e la collana Dark House confermano di essere un faro – o forse sarebbe meglio dire una torcia elettrica – che illumina gli angoli più bui della nostra produzione fumettistica. E noi, appassionati di graphic novel, non possiamo che ringraziare per questo coraggio editoriale.

L’Ultimo Giorno di Howard Phillips Lovecraft: Un Capolavoro Visivo e Narrativo che Riporta in Vita il Genio di Providence

Nel panorama delle graphic novel horror, poche opere riescono a catturare l’essenza di un autore tanto influente quanto misterioso come Howard Phillips Lovecraft. Un autore che ha segnato la letteratura del Novecento con le sue visioni cosmiche, popolando il nostro immaginario di mostri antichi e scenari inquietanti. Tra queste opere, “L’ultimo giorno di Howard Phillips Lovecraft”, edito da Saldapress in Italia, si staglia come un piccolo gioiello narrativo e visivo. Pubblicato originariamente in Francia nel 2023 e previsto fra qualche giorno nelle librerie italiane, questo graphic novel ci regala uno spunto nuovo e affascinante su uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, ponendo l’accento su un evento misterioso: il suo ultimo giorno di vita.

Il racconto si sviluppa intorno a un enigmatico testimone, un uomo che ha assistito agli ultimi momenti di Lovecraft, quella fatidica giornata del 15 marzo 1937. Mentre il mondo ricorda il genio dell’horror attraverso le sue opere, l’autore di “Il richiamo di Cthulhu” e “Alle montagne della follia” ci viene raccontato sotto una nuova luce: quella di una figura afflitta, divisa tra la sua rabbia, le sue ombre interiori e la sua visione del mondo. Il mistero di ciò che accadde in quel giorno si dipana sotto lo sguardo di un narratore che è pronto a svelare i segreti più reconditi, quelli che forse nessuno ha mai osato raccontare.

Scritto da Romuald Giulivo e disegnato da Jakub Rebelka, “L’ultimo giorno di Howard Phillips Lovecraft” è un’opera che colpisce al cuore per la sua profondità e per il suo approccio unico. La trama è ricca di colpi di scena e momenti inquietanti, in perfetta sintonia con la tradizione letteraria di Lovecraft, ma anche con la sua personalità complessa e tormentata. La graphic novel è un affresco pittorico che esplora il lato umano di un uomo che ha fatto dell’orrore una filosofia di vita, un viaggio tra le sue visioni e la sua rabbia. Ogni tavola di Rebelka è un’esplosione di colori e ombre, dove la dimensione fantastica e quella reale si mescolano senza soluzione di continuità, creando un’atmosfera che richiama alla mente le atmosfere oscure e inquietanti delle storie di Lovecraft.

Il fascino di questo graphic novel non risiede solo nella sua estetica mozzafiato, ma anche nel modo in cui riesce a restituire la figura di H.P. Lovecraft nella sua dimensione più intima e privata. Lovecraft, che aveva il privilegio e la condanna di essere il creatore di un cosmo infinito e alieno, è qui ritratto come un uomo che si dibatte con le sue paure, le sue incertezze e la solitudine che spesso lo accompagnava. In “L’ultimo giorno”, Giulivo e Rebelka riescono a intrecciare la grandezza letteraria di Lovecraft con la sua fragilità umana, offrendo un tributo che ne celebra l’immortalità.

L’opera è tanto un tributo a Lovecraft quanto una riflessione sulle sue stesse opere. Chi ha letto i suoi racconti sa che Lovecraft non ha mai avuto una vita facile, né una carriera che potesse definirsi floridissima durante la sua esistenza. Fu solo dopo la sua morte che la sua figura acquisì quella statura leggendaria che oggi conosciamo. La sua influenza ha attraversato i decenni, ispirando artisti e creatori di ogni tipo, dalla letteratura al cinema, dalla musica ai giochi. “L’ultimo giorno” diventa, quindi, anche un modo per celebrare l’impatto duraturo che Lovecraft ha avuto sulla cultura popolare e sul genere horror, pur riflettendo la sua condizione di emarginato e il suo scontro con l’incomprensione da parte del suo tempo.

Lovecraft, scrittore dalla visione unica, ha saputo immaginare un orrore cosmico che travalica le dimensioni terrene. Le sue storie si riflettono nella filosofia del “cosmicismo”, in cui l’uomo è una semplice particella insignificante in un universo vasto e indifferente. Questo tema, che attraversa la sua intera produzione letteraria, è chiaramente presente anche in “L’ultimo giorno”, dove l’autore stesso appare come vittima della stessa vastità inconoscibile che ha descritto nei suoi scritti. La sua morte, per quanto reale, sembra essere un passo in un mondo che non può essere veramente compreso o dominato da nessun essere umano.

L’arte visiva di Jakub Rebelka gioca un ruolo cruciale nel trasmettere questo senso di alienazione e di terrore cosmico. Ogni tavola di “L’ultimo giorno di Howard Phillips Lovecraft” è impregnato di quell’atmosfera gotica e angosciante che tanto caratterizza le sue storie più celebri, ma al contempo riflette l’intensità emotiva che pervade l’ultimo giorno di vita di Lovecraft. La sua morte diventa, simbolicamente, una rappresentazione del “non sapere”, una riflessione sulla natura dell’ignoto che ha sempre affascinato lo scrittore di Providence.

L’uscita italiana di questo volume è prevista per il 11 aprile 2025 e si presenta in una pregevole edizione cartonata che renderà felici gli appassionati del genere. Un volume unico, che non solo racconta la fine di un’epoca nella vita di Lovecraft, ma anche la nascita di una leggenda che non morirà mai. Con questo graphic novel, Giulivo e Rebelka ci offrono una visione intima, viscerale e allo stesso tempo universale, che affonda le radici nell’universo narrativo di Lovecraft ma che ne trascende anche i confini, restituendo al lettore una nuova prospettiva sul genio oscuro di Providence.

“L’ultimo giorno di Howard Phillips Lovecraft” è un graphic novel che merita di essere letto da chiunque abbia una passione per l’horror, per le biografie dei grandi scrittori o semplicemente per coloro che vogliono scoprire un lato inedito e sconosciuto di uno degli autori più misteriosi della storia della letteratura. Un’opera che, senza dubbio, contribuirà a consolidare ulteriormente la sua immortale presenza nella cultura popolare.

Jekyll & Hyde – Il bianco e il nero: Il capolavoro gotico rivisitato in fumetto da Cannavò e Roi

La casa editrice Lo Scarabeo continua a esplorare il mondo delle grandi opere della letteratura gotica con la sua collana “I Classici Horror”, un progetto che rivisita i capolavori del passato attraverso l’innovativo linguaggio del fumetto. Dopo il successo di Dracula – L’ordine del drago e Frankenstein – Nel nome del padre, arriva finalmente il turno di Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, il celebre racconto di Robert Louis Stevenson che, in questa versione a fumetti, prende vita sotto le abili mani di Marco Cannavò e Corrado Roi.

Questo nuovo capitolo, intitolato Jekyll & Hyde – Il bianco e il nero, si distingue per una narrazione che non solo rielabora la storia dell’uomo dalla doppia personalità, ma la arricchisce con nuove sfumature e inquietanti retroscena. Il fumetto esplora la dualità che caratterizza il protagonista, amplificando il contrasto tra il bene e il male, tra l’ordine e il caos, temi che sono al cuore della trama originale di Stevenson.

A dare corpo e atmosfera a questa storia è il maestro Corrado Roi, noto per la sua capacità di infondere nelle sue opere un’energia visiva unica. Le sue chine, con il loro gioco di chiaroscuri, conferiscono al fumetto un’atmosfera oscura e minacciosa, che ben si adatta alla tensione psicologica e alla continua lotta interiore di Jekyll e Hyde. Il forte contrasto tra il bianco e il nero non è solo una scelta stilistica, ma un vero e proprio elemento narrativo che enfatizza il tema centrale del racconto: la lotta tra le due facce della stessa persona.

Pubblicato in un elegante formato cartonato di 112 pagine in bianco e nero, Jekyll & Hyde – Il bianco e il nero sarà disponibile in fumetteria e libreria a partire dal 31 ottobre, ma è già possibile acquistarlo online. Questo fumetto segna un’importante tappa per Lo Scarabeo, che continua a dare nuova vita ai classici della letteratura horror con una visione moderna e coinvolgente.

In anteprima, l’editore ha diffuso anche le prime dieci pagine del fumetto, che ci offrono un assaggio del talento di Corrado Roi e della profondità della storia, con un’introduzione visiva che promette di catturare l’attenzione di appassionati di fumetti e lettori della letteratura gotica. Un’opera che non solo celebra la storia di Jekyll e Hyde, ma la reinventa, aggiungendo nuovi strati e sfumature a un mito che continua a rimanere attuale e affascinante.

Tropical Zombie: il fumetto muto e disturbante di Nicola Stradiotto che sfida ogni logica

Nel vasto universo della narrativa disegnata, ci sono opere che parlano forte e chiaro… senza dire nemmeno una parola. Tropical Zombie, firmato dall’artista visionario Nicola Stradiotto ed edito da Bolo Paper e Tipografia Mistero, è una di quelle esperienze che si vivono più con lo stomaco che con la testa. Un fumetto senza dialoghi, senza balloon, ma con una carica visiva ed emotiva che ti esplode in faccia come un cocco lanciato a tutta forza durante un’apocalisse zombie sotto il sole dei Tropici.

Già il sottotitolo – “The macabre and disgusting tropical zombie almanac of nonsense” – ci avvisa che non siamo di fronte alla solita graphic novel. Siamo dentro un viaggio assurdo e viscerale, un’antologia muta di follia visiva, che affonda le mani nel nonsense, nell’orrore, nell’ironia e nell’onirico, mescolandoli tutti in un frullatore lisergico. Il risultato? Una bibita tropicale tossica, affascinante e letale che ti lascia senza fiato e con mille domande in testa.

Il cuore dell’azione si svolge in un condominio che sembra uscito da un incubo lynchiano. Stanze sospese nel bianco assoluto, come se il tempo e lo spazio fossero evaporati, mentre il colore rosso – onnipresente, insistente, disturbante – richiama il sangue, la morte, il non detto. I personaggi, zombi o semplici vittime? Umani o caricature grottesche? Non lo sapremo mai. Sono muti, immobili ma in movimento, impegnati in azioni bizzarre, inquietanti, talvolta persino comiche, ma sempre col retrogusto amaro dell’assurdo.

La narrazione, se così vogliamo chiamarla, non segue uno schema lineare. Tocca al lettore, o meglio al fruitore visivo, rimettere insieme i pezzi, come un detective del nonsense, cercando di dare un senso a qualcosa che sembra esistere solo per il gusto di sfuggire a qualsiasi logica. La violenza non viene mai mostrata in atto, solo il suo esito: corpi smembrati, sguardi assenti, ambienti contaminati. È come se Stradiotto volesse metterci davanti a uno specchio rotto e lasciarci interpretare da soli i frammenti di ciò che vediamo riflesso.

Chi già conosce il lavoro dell’artista non resterà sorpreso. Tropical Zombie è il degno erede spirituale di Lost Identity. Illustrazioni surrealiste di un’identità persa, pubblicato da Aletheia Editore. In quella raccolta, Stradiotto ci conduceva in un universo visivo ancora più disturbante, popolato da figure anatomiche deformi, devitalizzate, ritratte in ambienti astratti e asettici. Umani che hanno perso ogni traccia di individualità, risucchiati in una società che li vuole tutti uguali, tutti intercambiabili, tutti “perfetti”. In quel lavoro, l’influenza della cultura punk si mescolava a una riflessione profonda sulla perdita del sé, sull’omologazione digitale, sulla violenza psichica che subiamo ogni giorno attraverso i social media e la televisione.

Con Tropical Zombie, Nicola Stradiotto fa un passo ulteriore. Elimina le parole, i dialoghi, ogni forma di guida testuale, affidandosi esclusivamente all’automatismo psichico delle immagini. Non ci sono limiti, non ci sono censure. Il subconscio dell’autore prende il sopravvento, diventando un filtro sincero – e spietato – della nostra realtà contemporanea. Una realtà che si sta lentamente destrutturando, disumanizzando, perdendo qualunque punto di riferimento. Un presente che sembra uscito da un incubo, ma che troppo spesso coincide con ciò che viviamo ogni giorno, scroll dopo scroll.

Tropical Zombie non è solo un fumetto. È un esperimento artistico coraggioso, un pugno nello stomaco in forma cartacea, un invito a spegnere il cervello logico e lasciarsi travolgere dalle immagini. Non è per tutti, questo è certo. Ma chi ama le esperienze fuori dagli schemi, chi ha voglia di esplorare i confini più estremi della graphic art, troverà in questo volume una piccola gemma psichedelica da custodire gelosamente.

E ora tocca a voi: avete il coraggio di immergervi nel delirio tropicale di Tropical Zombie? Se lo avete letto, che interpretazione avete dato alla sua bizzarra e silenziosa narrazione? Condividete le vostre teorie e le vostre sensazioni nei commenti o sui social taggando @CorriereNerd.it!

Planet Dead: l’apocalisse zombie non è più un’ipotesi, ma un complotto globale!

Esce a Lucca, per l’editore Cronaca di Topolinia, il primo numero della serie “Planet Dead”. Si tratta della prima incursione nel mondo dell’Horror da parte dell’editore, un nuovo fumetto che prova a trattare nella maniera più originale possibile il mito dello zombie.

Futuro prossimo, gli zombie sono comparsi sulla Terra. Dopo un primo momento di confusione le grandi potenze hanno creato un cordone sanitario attorno all’epicentro africano dell’epidemia. Le conseguenze, però, hanno portato l’umanità sull’orlo del conflitto mondiale e manca solo una scintilla per far esplodere una nuova devastante guerra. Quando in un porto del sud dell’Europa vengono scoperti i piani per un attentato terroristico che coinvolge proprio orde di non morti la situazione sembra precipitare. Solo Luca Lavieri, un disilluso giornalista d’assalto, deciderà di non credere alle versioni ufficiali e vedersela con agenzie governative, mercenari e avventurieri di ogni risma cercando di sventare un complotto che rischia di condurre il mondo all’apocalisse Zombie.

Planet Dead, pur muovendosi nel solco del fumetto avventuroso italiano, prova contemporaneamente a parlare della nostra società e del mondo in cui viviamo, ponendoci una domanda: “cosa accadrebbe se scoppiasse l’epidemia zombie ma non si scatenasse l’ apocalisse? Quali ripercussione potrebbe avere nel gioco delle potenze?”. Provano a dare una risposta Stefano Bzi ai testi e Luciano Costarelli ai disegni.

Dylan Dog incontra Dario Argento: “Profondo Nero”, il matrimonio di sangue tra fumetto e cinema horror

Ci sono incontri che sembrano scritti nel destino, come se le loro traiettorie fossero state a lungo predestinate a incrociarsi. E quando succede, l’effetto è deflagrante. È esattamente ciò che accade con Profondo Nero, l’attesissimo albo speciale di Dylan Dog sceneggiato da una leggenda vivente del cinema: Dario Argento. Il Maestro dell’horror italiano, regista di capolavori immortali come Suspiria e Profondo Rosso, debutta per la prima volta nel mondo del fumetto scrivendo un episodio della serie creata da Tiziano Sclavi. Il risultato è un evento editoriale unico, destinato a diventare un cult imperdibile per fan, collezionisti e appassionati del terrore in ogni sua forma.

In edicola dal 28 luglio, Profondo Nero è il numero 383 della serie regolare di Dylan Dog e nasce dopo quindici mesi di lavorazione, incontri, confronti creativi e scambi intensi tra Argento, lo staff di Sergio Bonelli Editore e Roberto Recchioni, il curatore editoriale del personaggio. Il titolo stesso, Profondo Nero, è un omaggio dichiarato a uno dei film più iconici del regista romano, quel Profondo Rosso che ha marchiato a fuoco l’immaginario dell’horror italiano. Ma è anche un richiamo al colore che domina tanto il cinema di Argento quanto le atmosfere cupe e gotiche dell’Old Boy.

Il soggetto e la sceneggiatura portano la firma dello stesso Argento, affiancato da Stefano Piani, mentre ai disegni troviamo l’inquietante e raffinata arte di Corrado Roi, uno degli illustratori più amati dell’universo bonelliano. Le sue chine, fatte di ombre vive e silhouette allucinate, si sposano perfettamente con la visione argentiana, dando forma a una storia visivamente potentissima. La copertina, una piccola opera d’arte con effetto argentato, è stata realizzata da Gigi Cavenago, e non poteva esserci scelta migliore per rendere onore a una personalità che ha fatto dell’argento (anche nel cognome) il metallo dell’incubo.

La trama è puro Argento: morbosa, ambigua, fascinosa. La protagonista è Beatrix, una donna bellissima e misteriosa, svanita nel nulla in circostanze inspiegabili. Dylan Dog viene ingaggiato per ritrovarla, ma il caso si rivela ben più complesso e sinistro di quanto sembri. L’indagine tocca l’antica e inquietante pratica dei whipping boy, quei giovani cresciuti accanto ai rampolli della nobiltà e puniti al loro posto quando questi trasgredivano le regole. Un’antica crudeltà, riportata in vita con la maestria narrativa di Argento e il tocco gotico di Roi. L’atmosfera è densa, a tratti malsana, punteggiata di momenti lirici e improvvise esplosioni di violenza, in un equilibrio disturbante tra amore e morte, realtà e incubo.

Roberto Recchioni ha dichiarato che Profondo Nero è “morboso e romantico, violento e delicato, divertente e terrorizzante, sgangherato e sgangherabile”, citando Umberto Eco, grande estimatore tanto del cinema di Dario Argento quanto del fumetto di Sclavi. E mai descrizione fu più calzante. Questo albo speciale riesce davvero a tradurre il linguaggio visivo e narrativo del regista in quello sequenziale del fumetto, facendo combaciare due mondi affini ma fino ad oggi paralleli. Il risultato? Una sinfonia nera che pulsa d’orrore, eleganza e sangue, un’opera che fa tremare e sognare allo stesso tempo.

A sottolineare l’importanza di questo incontro tra due icone dell’horror italiano è anche Michele Masiero, Direttore Editoriale di Sergio Bonelli Editore, che definisce Profondo Nero “la realizzazione di un sogno. O forse sarebbe meglio dire di un incubo, date le circostanze!”. Masiero esprime tutta la gratitudine della casa editrice verso Dario Argento, sottolineando come Dylan Dog si sia perfettamente inserito nell’universo creativo del regista, tra visioni, deliri e tenebrose seduzioni. Un ringraziamento speciale va anche al team che ha reso possibile questo progetto: Stefano Piani per la co-sceneggiatura, Corrado Roi per i disegni, Gigi Cavenago per la copertina, Roberto Recchioni per la supervisione e Simone Morandi, l’avvocato che ha rappresentato Argento nei rapporti con l’editore.

Con Profondo Nero, Dario Argento dimostra non solo di saper padroneggiare il medium fumetto, ma anche di saperlo piegare al suo stile visionario e perturbante. Un albo che è insieme tributo e rinnovamento, che spinge Dylan Dog verso territori ancora inesplorati ma profondamente coerenti con la sua natura di indagatore dell’incubo. E mentre l’ombra lunga di Beatrix si allunga su Londra e i segreti del passato tornano a mordere, i fan non possono fare altro che stringere il volume tra le mani e lasciarsi sedurre da un altro sogno oscuro. O incubo, se preferite.

Satanik: l’antieroina che ha incendiato il fumetto italiano, tra eros, scienza e liberazione femminile

Nel 1964, in un’Italia ancora in bianco e nero, dove le donne venivano spesso relegate a ruoli accessori nella società e ancora più marginali nella narrativa popolare, esplose sulle edicole una figura che avrebbe rivoluzionato non solo il fumetto italiano, ma anche l’immaginario collettivo: Satanik. Il suo nome echeggia come un urlo di ribellione, un grido che squarcia il velo di ipocrisia borghese e maschilista di quegli anni. Dietro il volto bellissimo, ammaliante e crudele della protagonista, si cela Marny Bannister, una brillante biologa dal volto deturpato, simbolo di quella doppia identità – fisica e morale – che l’avrebbe resa l’icona di un’epoca e la madre di tutte le antieroine moderne.

Marny non è solo un personaggio di carta: è la proiezione oscura e affascinante di un’idea nuova e disturbante di femminilità. Creata dal genio provocatorio di Max Bunker (Luciano Secchi) e dal talento grafico rivoluzionario di Magnus (Roberto Raviola), Satanik non è una semplice “versione femminile di Kriminal”, come alcuni critici dell’epoca provarono timidamente a definirla. È qualcosa di più pericoloso, di più sovversivo. Una donna che prende il controllo della propria vita, del proprio corpo e del proprio destino, senza riserve e senza morale.

Il suo debutto avviene con l’albo La legge del male, pubblicato dall’Editoriale Corno nel dicembre del 1964. In un contesto culturale ancora profondamente segnato da moralismi e censura, Satanik si presenta come un pugno nello stomaco. Marny Bannister, deturpata da un angioma, scopre una formula chimica capace di rigenerare le cellule e trasforma se stessa in una bellezza irresistibile, avvenente e letale. Il prezzo? L’anima, o forse la liberazione da ogni vincolo etico. Non è più solo una scienziata: diventa una vampira moderna, una mantide religiosa che seduce, sfrutta e uccide uomini per raggiungere i suoi obiettivi.

L’eco del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Stevenson è evidente, ma Satanik ribalta completamente il paradigma. Non c’è più una lotta tra Bene e Male, ma tra apparenza e verità, tra potere e impotenza. Marny, nella sua doppia forma, non combatte il male: lo incarna. E in un mondo dominato da uomini, decide che è lei a dettare le regole. Uccide senza rimorsi, manipola, seduce. È l’incarnazione del peggiore incubo maschile in un’epoca in cui le donne cominciavano a parlare di emancipazione, lavoro, autodeterminazione.

Nel corso della serie, che si protrarrà per 231 numeri fino al 1974, Marny evolve. Non solo esteticamente, grazie a trasformazioni sempre più sofisticate – dapprima chimiche, poi attraverso irraggiamenti laser – ma anche psicologicamente. Acquisisce un equilibrio che rispecchia, in modo quasi profetico, le conquiste della società femminile italiana di quegli anni. Nonostante la sua crudeltà, in fondo, Satanik è un personaggio tragico: sa che il suo aspetto magnifico è solo temporaneo, un’illusione destinata a svanire, una maschera che cela la solitudine e la frustrazione della vera Marny.

Il fumetto, nato all’ombra del successo di Kriminal e di Diabolik, prende presto una strada tutta sua. A differenza dei suoi “cugini” maschili, Satanik non ha una morale ambigua: ha una morale assente. I “buoni” non vincono, la legge è impotente, l’eroina è l’unica a uscirne sempre vincitrice. Un elemento che, insieme a tematiche horror, soprannaturali e un erotismo più esplicito e meno allusivo, scatenò una bufera di critiche e attacchi censori. Denunce, sequestri, interrogazioni parlamentari: il fumetto nero per adulti era considerato una minaccia ai costumi. Ma il pubblico non la pensava così.

Satanik arrivò a vendere 200.000 copie, con una cadenza quindicinale impressionante. Non era solo intrattenimento: era una forma di catarsi. Un’evasione per chi era stanco della morale ipocrita, dei romanzi lenti, dei racconti dove “non succede mai niente”, come scrisse Dino Buzzati, uno dei pochi intellettuali a comprendere la potenza narrativa di queste opere. E lo stesso Buzzati confessò di leggere quei fumetti, ammirandone “la rapidità e la sintesi” e l’efficacia nella narrazione visiva.

Altri intellettuali, come Leonardo Sinisgalli, coglievano in Satanik quel gusto grottesco e quella satira sociale che solo apparentemente erano camuffati da horror pulp. Ma soprattutto, dietro i tratti affilati di Magnus e i testi taglienti di Max Bunker, si nascondeva un grido d’allarme e insieme una profezia: le donne stavano cambiando, e con loro sarebbe cambiato anche il modo di raccontarle.

Con il passare del tempo, le atmosfere gotiche, l’estetica cupa e l’eros strisciante di Satanik hanno lasciato un’impronta indelebile. Non solo nel fumetto nero, ma anche in tutto il panorama fumettistico italiano. L’influenza di Satanik è evidente in opere successive, come Dylan Dog, che pesca a piene mani da quell’immaginario fatto di streghe moderne, creature inquietanti e ambiguità morale. Anche il fumetto erotico deve qualcosa a Marny Bannister, che ha aperto la strada a protagoniste sensuali, indipendenti e pericolose.

Un film ispirato al personaggio, uscito nel 1968, non riuscì a coglierne l’essenza. Troppo edulcorato, troppo limitato dai vincoli cinematografici dell’epoca. Ma il fumetto, quello sì, era libero. E per dieci lunghi, indimenticabili anni, Satanik è stata la regina incontrastata dell’oscurità.

Oggi, riguardando quelle copertine dai colori acidi, quei disegni visionari e quelle storie al limite del surreale, Satanik appare come una figura mitologica. Un’eroina maledetta, una Medea contemporanea che ha bruciato i ponti col passato per costruire – o distruggere – un nuovo futuro.

E voi, conoscevate già Satanik? Avete mai letto i suoi albi? Vi affascina il lato oscuro delle antieroine o siete più da supereroi tutto d’un pezzo? Raccontatecelo nei commenti e condividete questo viaggio nel lato più nero del fumetto italiano sui vostri social! Chi sa, magari anche tra i vostri amici c’è qualcuno pronto a lasciarsi sedurre dal fascino letale di Marny Bannister…

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