Ci sono libri che arrivano senza fare rumore, senza il peso di campagne mastodontiche o il rumore di un hype costruito a tavolino, e proprio per questo finiscono per sorprenderti davvero. Succede ogni tanto, soprattutto quando si parla di fumetto, quel territorio che noi della vecchia guardia abbiamo visto trasformarsi mille volte, dai giornalini spillati presi in edicola alle graphic novel eleganti che oggi trovi sugli scaffali delle librerie più mainstream. Ed è esattamente quella sensazione lì che mi ha colpito leggendo La piccola Genia e la sfida del Sultano, il nuovo lavoro di Álvaro Ortiz arrivato in Italia grazie a Gigaciao.
Il punto è che, a prima vista, potresti pensare di avere tra le mani qualcosa di “semplice”. Una storia per ragazzi, ambientata in un mondo che richiama le suggestioni de Le Mille e una Notte, con un sultano, una lampada, un genio. Elementi archetipici, quasi rassicuranti. Ma chi è cresciuto tra fumetti europei, manga e sperimentazioni indie sa riconoscere subito quando dietro un’apparente leggerezza si nasconde una costruzione molto più raffinata. Ortiz non è nuovo a questo tipo di gioco, e chi lo aveva già incontrato ai tempi di Murderabilia lo sa bene: il suo modo di raccontare ha sempre avuto quella capacità di muoversi su più livelli, senza mai risultare didascalico.
Qui però cambia qualcosa. O forse cambia il modo in cui decide di portarci dentro la storia.
Il cuore del racconto — e lo dico senza usare parole gonfiate o formule prefabbricate — sta tutto in un’idea semplice ma potentissima: un sultano ossessionato dallo Shatranj, l’antenato degli scacchi, che decide di evocare un genio per trovare finalmente un avversario alla sua altezza. Una premessa che sembra uscita da una fiaba classica, e che invece prende subito una piega inattesa. Dalla lampada non emerge un’entità onnipotente e misteriosa, ma una bambina. Una genia, sì, ma con lo stesso sguardo curioso e imprevedibile della figlia del sultano.
Ed è lì che il racconto smette di essere quello che ti aspettavi.
Perché improvvisamente non si tratta più di potere, di sfide intellettuali o di dinamiche tra adulti. Si tratta di amicizia, di scoperta, di quel tipo di legame che solo i bambini riescono a costruire senza sovrastrutture. E chi ha attraversato almeno un paio di decenni di cultura nerd sa quanto sia difficile raccontare davvero quell’autenticità senza scadere nel banale. Ortiz ci riesce con una naturalezza quasi disarmante, lasciando che siano le azioni, gli sguardi e le piccole scelte delle protagoniste a costruire il senso della storia.
Il viaggio che segue — tra disavventure, incontri e deviazioni narrative che sembrano nascere sul momento — ha qualcosa di profondamente familiare. Mi ha ricordato quella sensazione che provavo da ragazzino quando aprivo un volume di fumetti senza sapere esattamente dove mi avrebbe portato, quando il piacere stava tutto nello scoprire pagina dopo pagina cosa sarebbe successo. Una sensazione che oggi, tra algoritmi, trailer e anticipazioni continue, rischiamo di perdere.
E invece qui ritorna.
Dal punto di vista visivo, poi, il lavoro è ancora più interessante. Lo stile di Ortiz è riconoscibile, sì, ma mai statico. Le tavole giocano con colori surreali, con atmosfere che oscillano tra il sogno e la fiaba, senza mai diventare troppo indulgenti o decorative. Non è un esercizio di stile, è una scelta narrativa precisa. Ogni vignetta sembra costruita per accompagnarti in un mondo che non vuole essere realistico, ma nemmeno completamente distante. È quel tipo di estetica che ti entra sotto pelle piano piano, senza bisogno di urlare.
E qui entra in gioco anche il lavoro editoriale di Gigaciao, che negli ultimi anni sta facendo qualcosa di molto interessante nel panorama italiano. Non si limita a portare titoli, ma sembra voler costruire un dialogo tra fumetti internazionali e lettori italiani, puntando su opere che non inseguono mode ma cercano di lasciare qualcosa. Una scelta che, da lettore cresciuto negli anni in cui trovare certe cose era una caccia al tesoro, non posso che apprezzare.
Il fatto che La piccola Genia e la sfida del Sultano abbia ricevuto riconoscimenti importanti, come il Premio Antifaz al Salone del Fumetto di Valencia, è quasi una conseguenza naturale. Ma la verità è che il valore del libro si percepisce molto prima di arrivare a leggere queste informazioni. Si sente nella lettura, nel ritmo, nella capacità di coinvolgere senza mai forzare.
E forse è proprio questo il punto che mi porto dietro dopo aver chiuso l’ultima pagina. Non tanto la trama, non tanto il contesto esotico o il gioco degli scacchi trasformato in metafora narrativa. Quanto la sensazione di aver letto una storia che si fida del lettore. Che non ha bisogno di spiegarti tutto, che non ti prende per mano, ma ti lascia lo spazio per entrare davvero dentro quello che sta raccontando.
Una cosa che, se ci pensi, oggi è quasi rivoluzionaria.
E allora viene spontaneo chiedersi dove si collochi un fumetto così nel panorama attuale. In mezzo a produzioni sempre più seriali, a universi condivisi, a storie pensate già in funzione di adattamenti e franchise, un libro come questo sembra quasi andare controcorrente. E forse è proprio per questo che funziona.
Magari è solo una mia impressione, figlia di anni passati a inseguire storie tra scaffali polverosi e forum di appassionati, oppure è davvero un segnale che qualcosa si sta muovendo, che esiste ancora spazio per racconti che non hanno bisogno di essere “grandi” per essere importanti.
Tu come l’hai vissuto questo ritorno a una narrazione più libera, più istintiva? Dimmi cosa ne pensi, davvero: la discussione è aperta, come sempre, tra le pagine e i commenti di CorriereNerd.it.

