C’è qualcosa di profondamente magnetico nel vedere un regista come Guillermo del Toro mettere finalmente le mani su Frankenstein, il romanzo immortale di Mary Shelley che da due secoli continua a tormentare e ispirare generazioni di artisti. Dopo anni di voci, progetti accennati e rinvii, il film ha preso forma e si è mostrato per la prima volta in un trailer ufficiale che trasuda inquietudine e poesia. Non è un semplice adattamento, ma una vera e propria resurrezione cinematografica: un’opera che porta sul grande schermo la tragedia gotica per eccellenza, filtrata attraverso l’occhio visionario di uno dei maestri del fantastico contemporaneo.
La prima mondiale alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia ha avuto il sapore di un rito collettivo. Del Toro, che già nel 2017 aveva conquistato il Leone d’Oro con La forma dell’acqua, è tornato in Laguna con un film che ha tutta l’aria di essere un testamento artistico, una dichiarazione d’amore alla letteratura che lo ha nutrito fin da bambino, quando rimase folgorato dal Frankenstein di Boris Karloff del 1931. La sua creatura oggi respira di nuovo, pronta a terrorizzare e commuovere. L’uscita in sala è fissata per il 17 ottobre 2025, mentre su Netflix arriverà dal 7 novembre, trasformando l’autunno in una stagione gotica che difficilmente dimenticheremo.
Una tragedia in tre atti
Del Toro non cerca il brivido facile o l’horror convenzionale. Frankenstein si sviluppa in 149 minuti che assumono i contorni di una tragedia divisa in tre atti, sostenuta dalle musiche evocative di Alexandre Desplat. Al centro c’è la hybris di Victor Frankenstein, l’ambizione prometeica di superare i confini della natura, e la condanna che ne consegue. La Creatura, partorita dall’esperimento, non è soltanto un mostro: è uno specchio delle contraddizioni umane, desiderosa d’amore e appartenenza, ma al tempo stesso divorata da rabbia e disperazione.
Il cast: mostri e visioni in carne viva
Oscar Isaac dà vita a un Victor Frankenstein complesso, scienziato geniale e al tempo stesso vittima della sua stessa arroganza. Nei suoi occhi si legge già la caduta di un Prometeo moderno. Ma la vera sorpresa è Jacob Elordi, trasformato in una Creatura imponente e fragile insieme, icona di dolore e di bellezza spezzata. Ogni suo movimento sembra uscito dalle illustrazioni di Bernie Wrightson, come se il fumetto gotico degli anni ’80 fosse stato incarnato sullo schermo.
Accanto a loro, Mia Goth porta magnetismo e dramma nel ruolo di Elizabeth, mentre Christoph Waltz e Charles Dance incarnano il potere e la razionalità con una presenza scenica che sembra scolpita nel marmo. A completare il mosaico troviamo Felix Kammerer e Christian Convery, nuove voci che contribuiscono a rendere il film un affresco corale.
Il laboratorio: una cattedrale di scienza e mito
Il lavoro scenografico di Tamara Deverell è uno spettacolo nello spettacolo. Il laboratorio di Frankenstein non è soltanto uno spazio, ma un personaggio a sé: una torre settecentesca dei Carpazi trasformata in una cattedrale profana dove architettura barocca, suggestioni steampunk e simbolismi alchemici convivono in un ventre oscuro che pulsa insieme alla Creatura. È il segno distintivo di del Toro: gli ambienti diventano organismi viventi, memoria e narrazione visiva.
Oltre l’horror: il gotico che fa piangere
Chi si aspetta salti sulla poltrona e inseguimenti frenetici rimarrà sorpreso. Frankenstein non punta al terrore puro, ma al dramma emotivo. L’orrore più grande non è nei fulmini che rianimano la carne, ma nella solitudine che divora chi non riesce a comunicare con il mondo. È un film che cerca di scalfire non solo la pelle, ma l’anima dello spettatore.
L’accoglienza a Venezia: tra estasi e critiche
Il debutto lagunare ha diviso la critica, con un solido 78% su Rotten Tomatoes nelle prime ore. Alcuni hanno sottolineato un ritmo disomogeneo e un lirismo talvolta eccessivo, altri l’hanno incoronato come la più intensa rilettura moderna del mito di Mary Shelley. La verità è che l’opera di del Toro non mira a piacere a tutti: vuole disturbare, commuovere, interrogare. È imperfetta, ma necessaria.
Frankenstein e l’ombra dell’Intelligenza Artificiale
Guardato con gli occhi del 2025, Frankenstein assume nuove sfumature. In un’epoca in cui l’umanità sperimenta intelligenze artificiali sempre più complesse e manipolazioni genetiche sempre più invasive, la domanda di Mary Shelley – chi è il vero mostro? – torna a risuonare con forza. Del Toro non dà risposte definitive, ma lascia lo spettatore sospeso in un dubbio che parla al nostro presente: dove si ferma l’uomo e dove comincia l’artificio? Alla fine della proiezione veneziana, la sala era divisa, ma tutti erano scossi. Questo è forse il trionfo più grande di Del Toro: creare un’opera che respira, soffre e ama come la sua Creatura. Un film che non cerca di essere perfetto, ma di essere vivo.
Cari lettori di CorriereNerd.it, siete pronti a varcare le soglie del laboratorio di Guillermo del Toro? Vi aspettate un film capace di rinnovare il mito o preferite le versioni classiche che hanno fatto la storia del cinema? Raccontateci le vostre impressioni nei commenti, nei gruppi social, nelle chiacchiere post-cosplay o dopo una sessione di GdR. Perché se è vero che “la verità abita i mostri”, allora il modo migliore per scoprirla è discuterne insieme. Novembre è dietro l’angolo: preparatevi, i fulmini stanno già lampeggiando.
