Parigi ha sempre avuto questo modo un po’ teatrale di raccontare se stessa, come se ogni storia dovesse per forza trasformarsi in qualcosa di più grande, più assurdo, più libero… e il primo trailer di Jim Queen arriva esattamente con quell’energia lì, quella che ti prende allo stomaco e ti fa pensare “ok, questa cosa non assomiglia a niente che ho visto ultimamente”, e già da quel momento capisci che non sarà uno di quei film che scorrono via mentre controlli il telefono, ma uno di quelli che ti rimangono addosso, tipo quando finisci una run su un indie game strano e non sai bene se ti è piaciuto o ti ha semplicemente cambiato un pezzo di cervello. Dietro c’è lo studio Bobbypills, che chi bazzica un minimo l’animazione adulta europea sa già che non gioca mai sul sicuro, e infatti qui si lancia in qualcosa che sembra quasi un glitch narrativo: una Parigi alternativa dove un virus, chiamato Eterosi, inizia a trasformare gli uomini gay in eterosessuali, ribaltando completamente identità, relazioni, percezioni… e sì, detta così sembra una provocazione bella pesante, ma il trailer suggerisce qualcosa di molto più sfumato, quasi satirico, con quella vibrazione da commedia animata che ti fa ridere e subito dopo ti lascia un retrogusto strano, tipo quelle scene in cui ridi e poi ti rendi conto che forse non c’era niente da ridere davvero.
Jim, protagonista assoluto, è il classico personaggio che in un altro contesto sarebbe solo un’icona superficiale, influencer, corpo perfetto, presenza magnetica, uno di quelli che su Instagram spaccano e nei cosplay verrebbero replicati mille volte, ma qui lo vediamo perdere tutto, follower, status, sicurezza, come se qualcuno avesse premuto reset sulla sua identità pubblica, e questa cosa – da gamer lo dico – ha proprio il sapore di una partita iniziata in modalità hardcore senza salvataggi, dove ogni scelta pesa e ogni errore cambia davvero il percorso.
E poi arriva Lucien, che è esattamente quel tipo di personaggio che ti affeziona senza che tu te ne accorga, un po’ timido, un po’ nascosto, uno che probabilmente in un anime slice of life sarebbe il protagonista silenzioso che cresce piano piano, e invece qui si ritrova dentro una storia completamente fuori scala, diventando l’unico punto fermo di Jim mentre tutto il resto collassa. Il loro viaggio per Parigi, alla ricerca di una cura misteriosa, sembra quasi una quest RPG urbana, con quartieri che diventano livelli, incontri che sembrano boss fight emotive e un obiettivo finale che non è solo “salvare Jim”, ma evitare qualcosa di molto più grande, quasi simbolico, come se la storia stesse giocando con l’idea stessa di identità come risorsa in via di estinzione.
Non riesco a non pensare a quanto questa trama suoni assurda e allo stesso tempo incredibilmente attuale, perché sotto la superficie c’è una riflessione che ti colpisce anche se stai cercando di guardarlo solo come intrattenimento, e forse è proprio questo il punto forte: usare un concept folle per parlare di cose reali senza mai diventare pesante o didascalico, cosa che – diciamolo – tanti prodotti più “seri” non riescono più a fare.
Il fatto che Jim Queen sia stato selezionato al Festival di Cannes, con tanto di passaggio nelle proiezioni di mezzanotte e nomination importanti come la Caméra d’Or e la Queer Palm, dice già tanto sul tipo di impatto che potrebbe avere, perché Cannes non è esattamente il posto dove finisce roba dimenticabile, e questa presenza lì sembra quasi una dichiarazione: l’animazione adulta europea sta giocando una partita tutta sua, senza inseguire per forza modelli americani o giapponesi, ma costruendo un linguaggio diverso, più sporco, più diretto, più libero.
E lo stile visivo, almeno da quello che si intravede nel trailer, sembra muoversi proprio su quella linea, con character design esagerati, colori saturi, ritmo frenetico, qualcosa che a tratti ricorda certe produzioni underground che circolano nei festival e nelle community online, quelle che magari scopri alle tre di notte mentre scrolli e poi ti ritrovi a condividerle con tutti perché “ok, questa roba è fuori di testa ma devi vederla”.
Tra l’altro, sapere che questo è il debutto alla regia per Marco Nguyen e Nicolas Athané aggiunge quel livello di curiosità in più, perché c’è sempre qualcosa di speciale nei primi film, quella sensazione di energia non filtrata, di idee che magari non sono ancora perfettamente controllate ma proprio per questo risultano più vive, più imprevedibili.
E sì, ammetto che mentre guardavo il trailer mi è venuto spontaneo immaginare già il cosplay di Jim, le versioni fan art, le discussioni infinite nei gruppi Telegram, le reaction su TikTok, perché questo è esattamente il tipo di prodotto che non resta confinato allo schermo, ma esce, si trasforma, diventa conversazione, meme, reinterpretazione continua… ed è lì che un film inizia davvero a vivere.
L’uscita nelle sale francesi è fissata per il 17 giugno, e onestamente sto già pensando a quanto tempo ci metterà ad arrivare da noi e in che modo, perché una cosa così o diventa un cult da passaparola o rischia di essere fraintesa completamente, e sarebbe un peccato enorme.
Alla fine quello che resta, almeno per ora, è quella sensazione di aver intravisto qualcosa di diverso, qualcosa che non segue le regole ma le piega, le ribalta, le prende in giro, e forse è proprio questo che serve ogni tanto: una storia che non ti spiega, non ti guida, non ti protegge, ma ti butta dentro e ti dice “ok, ora vedi tu cosa farne”.
E io sono curiosissima di sapere una cosa, senza filtri: voi come l’avete presa questa idea? Vi sembra una provocazione fine a se stessa o uno di quei racconti che sotto sotto hanno molto più da dire di quanto vogliono far credere? Perché ho la sensazione che questa conversazione sia appena iniziata… e non finirà tanto presto.


