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The Dreadful: Sophie Turner e Kit Harington tornano insieme, ma l’horror gotico trasforma la nostalgia di Game of Thrones in puro disagio

Due volti che hanno definito un’epoca televisiva tornano a condividere lo schermo, e per chi vive di cultura pop l’effetto è immediato: un misto di nostalgia, curiosità e leggero disagio. L’annuncio di The Dreadful ha acceso proprio questo cortocircuito emotivo, perché rimettere insieme Sophie Turner e Kit Harington significa inevitabilmente evocare l’ombra lunga di Game of Thrones, anche se draghi e intrighi dinastici restano fuori campo. Qui si entra in un territorio più cupo, sporco di fango medievale e superstizione, dove l’horror gotico prende il sopravvento e gioca deliberatamente con la memoria degli spettatori. Il progetto diretto e scritto da Natasha Kermani affonda le radici nel XV secolo, durante la Guerra delle Due Rose, scegliendo un contesto storico che amplifica isolamento, paura e tensioni morali. Sophie Turner veste i panni di Anne, una giovane donna povera che vive ai margini di una comunità rurale inglese, mentre il marito combatte lontano. Accanto a lei domina la figura della suocera Morwen, interpretata da una magnetica Marcia Gay Harden, presenza opprimente e manipolatrice che incarna una religiosità distorta e un controllo emotivo soffocante. L’equilibrio precario di questa micro-società femminile viene spezzato dall’arrivo di Jago, interpretato da Kit Harington, uomo legato al passato che porta notizie di morte e, con esse, desiderio e colpa.

Il vero elemento da nerd navigati, però, sta dietro le quinte. La presenza di Harington nel film nasce da un suggerimento diretto di Sophie Turner, un’idea che sulla carta poteva sembrare rassicurante, quasi una reunion tra vecchi colleghi. Sul set, invece, la situazione si è trasformata in qualcosa di profondamente strano. Turner non ha mai nascosto quanto girare scene intime con qualcuno che il pubblico associa visceralmente a un legame fraterno sia stato destabilizzante, persino sgradevole. Ed è qui che il cinema dimostra la sua natura più brutale e affascinante: gli attori non sono i personaggi, ma lo spettatore fatica a separare le due cose.

The Dreadful sfrutta consapevolmente questo attrito. Il film non chiede solo di seguire una storia di omicidi, passioni proibite e superstizioni, ma pretende un atto di fiducia emotiva. Chiede di lasciare andare Sansa Stark e Jon Snow, di dimenticare anni di immaginario collettivo per accettare Anne e Jago come amanti tragici. La regia di Kermani, già apprezzata per lavori come Imitation Girl e per il suo contributo a V/H/S/85, evita l’horror urlato e preferisce costruire un senso di inquietudine progressiva. Il male non esplode, si insinua. Cresce nei silenzi, negli sguardi abbassati, nelle profezie sussurrate e nelle decisioni prese per sopravvivere.

Le riprese in Cornovaglia, tra dicembre 2024 e gennaio 2025, sfruttano paesaggi aspri e cieli plumbei che sembrano giudicare i personaggi. Scogliere battute dal vento e villaggi isolati diventano parte integrante del racconto, quasi testimoni muti di una spirale di violenza e colpa. La produzione firmata Black Magic insieme a Redwire Pictures/Tunnel e Storyboard Media punta tutto su questa fusione tra ambiente e psicologia, trasformando la natura in una forza ostile quanto i personaggi stessi.

Per chi arriva da Westeros, l’esperienza promette di essere disturbante nel senso più interessante del termine. Vedere Turner e Harington condividere un’intimità carica di tensione, in un contesto che richiama vagamente il medioevo già familiare ai fan, crea uno straniamento inevitabile. Eppure è proprio questo disagio a rendere The Dreadful un oggetto pop degno di attenzione. Non si tratta di fan service, ma di una sfida allo spettatore, un invito a confrontarsi con quanto profondamente i personaggi televisivi possano sedimentarsi nella nostra percezione.

Con l’uscita prevista tra sala e on-demand, il film si prepara a dividere la community. Qualcuno faticherà ad accettare quel bacio, qualcun altro apprezzerà il coraggio di andare contro le aspettative. In ogni caso, The Dreadful sembra mantenere la promessa inscritta nel titolo: mettere a disagio, scavare sotto la pelle e trasformare la nostalgia geek in un’arma narrativa. La domanda resta sospesa, pronta a infiammare commenti e discussioni: riusciremo davvero a guardare Sophie Turner e Kit Harington senza pensare a Westeros, o sarà proprio quel ricordo a rendere l’orrore ancora più potente? La parola, come sempre, passa alla community nerd.

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa – Quando l’orrore smette di correre e diventa un culto

Da ieri, un brivido freddo è tornato a scorrere lungo la schiena del cinema di genere. Non è solo la paura del buio o il timore di un salto sulla sedia: è quell’inquietudine viscerale che solo la saga di 28 Giorni Dopo ha saputo codificare nel DNA della cultura pop contemporanea. Con l’uscita di 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, ci troviamo di fronte al quarto atto di un’epopea che ha trasformato lo zombie movie in un trattato sociologico, insegnando a più di una generazione di geek e cinefili che la rabbia non è solo un sintomo clinico, ma un fatto politico, umano e dolorosamente reale.

Ventotto anni fa, Jim correva tra le strade spettrali di una Londra svuotata, regalandoci una delle sequenze più iconiche della fantascienza moderna. Oggi, quell’universo non si accontenta di essere un ricordo sbiadito o un’operazione nostalgia per collezionisti di Blu-ray. Al contrario, pretende di evolversi, mutare e infettare nuovamente il nostro immaginario con una ferocia rinnovata. Lo fa rifiutando le scorciatoie del fan service banale, scegliendo invece una via rituale, disturbante e profondamente stratificata.

La visione di Nia DaCosta e l’eredità di Garland

Raccogliere il testimone da giganti come Danny Boyle e Alex Garland era una sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Eppure Nia DaCosta, già apprezzata per la sua capacità di maneggiare il trauma collettivo nel reboot di Candyman, dimostra una maturità autoriale sorprendente. La sua regia imprime alla pellicola una sacralità febbrile: non siamo più nel territorio dell’action puro, ma in una sorta di liturgia del post-apocalittico. Il montaggio alterna momenti di caos primordiale a pause silenziose e quasi religiose, dove la macchina da presa indugia sui sopravvissuti come fossero reliquie di un mondo che non esiste più. I colori saturi gridano, mentre l’orrore compie un salto evolutivo: non si limita a correre verso di noi, ma si inginocchia, contempla e aspetta il momento giusto per colpire.

Dietro le quinte, la mente architettonica di Alex Garland continua a tessere una tela di ambiguità morale. Lo sceneggiatore di Ex Machina e Civil War torna a casa, portando con sé quel pessimismo cosmico che rende le sue storie così magnetiche. Se il primo film del 2002 parlava di rabbia sociale e il sequel 28 Settimane Dopo esplorava l’occupazione militare e il fallimento delle istituzioni, questo nuovo capitolo – che segue il più intimo e filosofico 28 Anni Dopo del 2025 – sposta l’asse sul senso stesso del dolore. Cosa resta di noi quando smettiamo di scappare?

Ralph Fiennes e il culto della memoria

Al centro di questa nuova deriva troviamo il Dottor Kelson, interpretato da un Ralph Fiennes monumentale, capace di oscillare tra la lucidità dello scienziato e il misticismo del profeta. Il suo “Tempio delle Ossa” non è la tana di un folle, ma un progetto, una dottrina. È un archivio emotivo fatto di resti umani, un memoriale che costringe i vivi a guardare ciò che preferirebbero seppellire per sempre. In un mondo che non cerca più la cura medica, Kelson offre una cura per l’anima, o forse solo una nuova, raffinata forma di manipolazione.

A fargli da contraltare troviamo il giovanissimo Spike (Alfie Williams), il ponte generazionale verso il futuro, che deve vedersela con la minaccia più tossica di questo nuovo ordine mondiale: Sir Jimmy Crystal. Interpretato da un inquietante Jack O’Connell, Crystal è il leader che emerge dalle macerie usando i simboli del passato – dai frammenti religiosi alle icone pop più grottesche – come strumenti di controllo violento. La sua figura richiama inevitabilmente i populismi moderni, trasformando il film in uno specchio deformante della nostra realtà.

Oltre lo zombie movie: un’esperienza sensoriale

In questo capitolo, gli infetti sono diventati parte del paesaggio, una costante atmosferica come il cielo grigio della Gran Bretagna. La vera paura scaturisce dalle strutture di potere, dal modo in cui gli uomini riscrivono le regole quando la civiltà è solo un eco lontana. È un approccio che dialoga con capolavori come The Last of Us, ma con una ferocia ancora più politica e simbolica.

L’esperienza visiva è accompagnata dalle sonorità ipnotiche di Hildur Guðnadóttir, che riesce a far convivere sound design industriale e melodie strazianti, intervallate da una colonna sonora audace che spazia dai Radiohead agli Iron Maiden. È un cortocircuito estetico che spiazza e affascina, tipico del cinema che non vuole rassicurare ma scuotere.

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa è un film imperfetto e bizzarro, a tratti volutamente grottesco, ma proprio per questo vitale. È un laboratorio di idee che ci interroga sulla fragilità della nostra sicurezza e sul bisogno umano di aggrapparsi ai miti, anche quando sono fatti di ossa. E quel finale… quel finale promette di riaccendere discussioni che dureranno anni.


Cosa ne pensate di questo nuovo corso della saga? Credete che la visione di Nia DaCosta abbia reso giustizia all’eredità di Boyle, o preferivate l’approccio più crudo dei primi capitoli? Il Dottor Kelson è un salvatore o un folle pericoloso?

Send Help: Sam Raimi torna all’horror con un survival thriller psicologico tra ironia nera e paranoia

Quando il nome di Sam Raimi torna a campeggiare su un titolo cinematografico, tra i fan scatta quell’allerta primordiale che conosciamo fin troppo bene. È la stessa sensazione che si provava ai tempi di La Casa, quando l’orrore sapeva essere sporco, ironico e spietatamente umano, oppure durante l’era Spider-Man, quando il cinecomic imparava a giocare con il melodramma senza perdere ritmo. Con Send Help, il regista riapre quel cassetto di tensioni contrastanti e lo ribalta sul tavolo in forma di survival thriller dalla comicità horror, pronto a sbarcare nelle sale italiane il 29 gennaio.

Il nuovo trailer e il poster ufficiale targati 20th Century Studios non fanno nulla per rassicurare lo spettatore. Anzi, promettono una discesa controllata ma inesorabile in una storia dove la sopravvivenza non è soltanto una sfida fisica, bensì una partita a scacchi emotiva giocata sul filo del rancore. Il film mette al centro due colleghi sopravvissuti a un disastro aereo che li lascia naufraghi su un’isola deserta, isolati dal mondo e costretti a fare i conti con ciò che avevano accuratamente evitato di affrontare prima dell’impatto.

A incarnare questo duello psicologico arrivano Rachel McAdams e Dylan O’Brien, una coppia che sulla carta sembra lontana anni luce ma che proprio per questo sprigiona una chimica imprevedibile. Lei interpreta Linda Liddle, professionale, razionale, segnata da un passato lavorativo fatto di frustrazioni silenziose. Lui è Bradley Preston, carismatico e irritante, il classico collega che occupa spazio e potere senza mai chiedersi davvero chi sta schiacciando lungo la strada. L’isola diventa il luogo dove ogni maschera cade e dove le dinamiche aziendali, private di gerarchie e comfort, si trasformano in un campo minato.

Raimi costruisce la tensione con il suo tocco inconfondibile, evitando scorciatoie facili e puntando tutto sull’ambiguità. La paura non esplode mai in modo gratuito, ma serpeggia nei dialoghi, negli sguardi, nei silenzi troppo lunghi. Il sorriso che affiora sul volto di un personaggio non è mai rassicurante, e la risata che scappa allo spettatore ha sempre quel retrogusto amaro tipico dell’humour nero ben calibrato. Non si tratta di uno slasher mascherato né di una commedia travestita da thriller, bensì di una miscela che vive di equilibri instabili, proprio come le relazioni che racconta.

Dietro la macchina da presa, Raimi sembra divertirsi a sabotare le aspettative. Chi cerca un semplice film di sopravvivenza alla Cast Away resta spiazzato; chi spera in un horror classico scopre che il vero terrore nasce dalle parole e dai ricordi, non dai mostri. L’isola, con il suo aspetto da cartolina tropicale, diventa uno specchio crudele del mondo moderno del lavoro, dove competizione, burnout e desiderio di rivalsa covano sotto una superficie apparentemente ordinata. Qui non esistono riunioni o badge aziendali, ma il conflitto resta lo stesso, amplificato dalla necessità di collaborare per restare vivi.

A sostenere questa atmosfera contribuisce una colonna sonora che porta la firma di Danny Elfman, al suo ennesimo sodalizio con Raimi. Le musiche non si limitano ad accompagnare le immagini, ma sembrano commentarle con ironia sinistra, suggerendo allo spettatore quando ridere e quando iniziare seriamente a preoccuparsi. È una presenza costante, quasi un terzo personaggio invisibile che osserva i protagonisti mentre si avvitano in una spirale sempre più claustrofobica.

Il cast di supporto, che include volti come Dennis Haysbert, Chris Pang e Emma Raimi, arricchisce il film di presenze che funzionano come catalizzatori narrativi, reali o mentali, capaci di spingere i protagonisti verso decisioni sempre più estreme. Le riprese, effettuate tra Australia, Stati Uniti e Thailandia, restituiscono una natura bellissima e ostile allo stesso tempo, perfetta per un racconto che gioca costantemente sul contrasto tra apparenza e realtà.

Uno degli aspetti più affascinanti di Send Help è il modo in cui riesce a parlare del presente senza mai sembrare didascalico. La satira del mondo corporate si intreccia con l’istinto primordiale di sopravvivenza, suggerendo che, tolti i comfort e le regole sociali, restano le stesse dinamiche di potere, solo più nude e violente. Il film pone una domanda semplice ma devastante: cosa resta di noi quando nessuno ci osserva più, quando non esistono conseguenze se non quelle immediate?

McAdams offre una prova intensa, fatta di fragilità e determinazione, mentre O’Brien conferma una versatilità che gli permette di passare dal sarcasmo alla disperazione in un battito di ciglia. Il loro confronto diventa il vero motore della storia, un duello che potrebbe tranquillamente trasformare Send Help in uno di quei titoli destinati a essere riscoperti e citati negli anni, soprattutto dagli amanti di un cinema di genere che non ha paura di sporcarsi le mani con la psicologia.

Alla fine, il nuovo film di Sam Raimi non chiede allo spettatore soltanto di tifare per la sopravvivenza dei personaggi, ma di interrogarsi sulle proprie reazioni. Fino a che punto siamo disposti a spingerci pur di salvarci? E soprattutto, chi saremmo davvero se l’unico aiuto possibile dovesse arrivare da qualcuno che abbiamo sempre considerato un nemico?

L’attesa per gennaio si carica così di aspettative e curiosità, mentre una certezza resta incisa come un messaggio sulla sabbia: Send Help non vuole semplicemente intrattenere, ma mettere a disagio con un sorriso storto. E adesso la palla passa a voi, community nerd: riuscireste a fidarvi della persona sbagliata pur di restare vivi, o preferireste affrontare l’isola da soli?

La Mummia di Lee Cronin: l’horror ritorna alle origini tra mito, dolore e terrore sepolto

Alcune storie non chiedono di essere riportate alla luce. Restano sotto la sabbia per una ragione precisa, come moniti silenziosi lasciati alle generazioni future. La Mummia, però, sta per tornare. E lo fa con un volto nuovo, oscuro e decisamente inquietante, guidata dalla visione di Lee Cronin, autore che negli ultimi anni ha dimostrato di saper maneggiare l’orrore come pochi altri, trasformando il trauma familiare in incubo cinematografico. Dopo aver sconvolto pubblico e critica con Evil Dead Rise, Cronin si misura con uno dei miti più antichi e stratificati dell’immaginario horror mondiale. Non un’operazione nostalgia, non un reboot muscolare pieno di esplosioni e battute ironiche, ma una rilettura che promette di affondare le mani nella polvere dei secoli e tirare fuori qualcosa di profondamente disturbante. La Mummia arriverà nelle sale italiane il 16 aprile 2026, distribuita da Warner Bros. Pictures, e tutto lascia presagire che non ne usciremo indenni.

Il punto di partenza è semplice e, proprio per questo, terrificante. Una bambina scompare nel deserto senza lasciare traccia. Il tempo passa, il dolore resta, si incrosta nella vita di una famiglia che prova a sopravvivere alla perdita. Otto anni dopo, l’impossibile accade: la bambina ritorna. Cresciuta. Viva. Ma non più la stessa. Quello che dovrebbe essere un miracolo si trasforma lentamente in un incubo che scava nelle colpe, nei segreti e nei silenzi sepolti da anni. Cronin torna così a uno dei suoi temi più cari: la famiglia come luogo dell’orrore, non rifugio ma frattura, crepa da cui filtra qualcosa di antico e maligno.

A incarnare questo dramma troviamo un cast scelto con estrema attenzione. Jack Reynor e Laia Costa interpretano una coppia segnata dalla perdita, lontanissima dagli eroi invincibili del cinema d’avventura. Accanto a loro brillano May Calamawy e Verónica Falcón, mentre il ruolo più delicato, quello della figlia tornata dall’oscurità, è affidato a Natalie Grace. Volti capaci di reggere un horror che vive di sguardi, sospensioni e paura trattenuta, più che di urla.

Dietro le quinte, il progetto è una vera dichiarazione d’intenti. Alla produzione troviamo James Wan e Jason Blum, due nomi che da anni stanno ridefinendo il cinema horror contemporaneo attraverso Blumhouse Productions e Atomic Monster. Una coppia creativa che ha capito come la paura più efficace non nasca dal gigantismo, ma dall’intimità, dal dettaglio, dal non detto. Il passaggio sotto l’egida di New Line Cinema segna anche uno spartiacque simbolico: questa non è una prosecuzione del passato, ma una vera rinascita.

Chi è cresciuto con la versione anni Novanta di La Mummia, quella con Brendan Fraser, ricorda bene l’ironia, l’avventura, il gusto da serial domenicale travestito da kolossal. Era un cinema figlio del suo tempo, innamorato dell’esotico e dell’azione sopra le righe. Cronin prende deliberatamente le distanze da tutto questo. La sua Mummia non corre, non scherza, non ammicca. Attende. Osserva. Si insinua. È più vicina all’orrore folklorico, alla paura della morte che rifiuta di restare tale, alla violazione di ciò che dovrebbe restare sepolto.

Il regista lo ha spiegato senza giri di parole: non si tratta di reinventare la mitologia, ma di esplorarne i recessi meno battuti, quelli che non conosciamo davvero, anche se crediamo di sapere tutto. Studi sui riti funerari dell’Antico Egitto, attenzione maniacale all’atmosfera, una fotografia che promette di trasformare la sabbia in una materia viva e ostile. Cronin vuole costruire un enigma narrativo, un film che sia esso stesso un mistero da decifrare, un puzzle di segreti che si incastrano lentamente fino a rivelare l’orrore.

Le riprese, svolte tra Irlanda e Spagna, si sono appena concluse e ora il film è entrato nella fase più delicata, quella in cui il montaggio, le musiche di Stephen McKeon e il lavoro sul suono faranno la differenza. Tutto punta verso un’esperienza sensoriale densa, soffocante, capace di restare addosso anche dopo i titoli di coda.

È impossibile non leggere questa nuova Mummia come una risposta diretta ai fallimenti del passato recente, in particolare a quel tentativo maldestro di costruire un universo condiviso che aveva sacrificato la paura sull’altare del blockbuster. Qui la direzione è opposta: pochi personaggi, emozioni forti, un male antico che riflette il dolore umano. Un horror che parla di lutto, di trasformazione, di ciò che siamo disposti a fare pur di non perdere chi amiamo.

E allora sì, il sarcofago sta per aprirsi di nuovo. Ma questa volta non aspettatevi una corsa sfrenata tra piramidi ed effetti speciali. Aspettatevi silenzi, sguardi, sabbia che scivola lenta e una presenza che non avrebbe mai dovuto tornare. La Mummia di Lee Cronin non vuole intrattenere: vuole disturbare. E per chi ama l’horror capace di scavare sotto pelle, il conto alla rovescia è già iniziato.

Ora la domanda passa a voi, come sempre: siete pronti ad affrontare una Mummia che non cerca avventura, ma verità scomode? Parliamone, perché certe maledizioni funzionano meglio quando vengono condivise.

Hokum: il teaser del nuovo horror di Damian McCarthy con Adam Scott promette un incubo irlandese

Un cavallo umanoide che appare per un istante, uno sguardo perso nel vuoto di Adam Scott, una voce antica che sussurra storie di streghe irlandesi. Bastano quaranta secondi per capire che Hokum non è uno di quei film horror fatti con lo stampino, ma qualcosa che ti si infila sotto pelle e lì resta, come una cattiva idea che non riesci più a scrollarti di dosso. Il nuovo film di Damian McCarthy, in arrivo a maggio 2026, si è appena mostrato con un teaser che definire inquietante è riduttivo, e da quel momento l’attesa è diventata quasi insopportabile.

Damian McCarthy, per chi ama l’horror che gioca con il non detto, è ormai una certezza. Caveat aveva dimostrato quanto potesse essere disturbante una storia costruita su oggetti maledetti e silenzi soffocanti, mentre Oddity ha alzato ulteriormente l’asticella mescolando folklore, presenze spettrali e una bizzarra galleria di reliquie sinistre, tra cui impossibile dimenticare quel campanello da hotel che sembrava uscito direttamente da un incubo. McCarthy non è interessato agli spaventi facili, ma a quel senso di disagio persistente che ti accompagna anche dopo i titoli di coda. Hokum sembra inserirsi perfettamente in questa poetica, spingendola però in una direzione ancora più intima e psicologica.

Al centro della storia troviamo Ohm Bauman, interpretato da Adam Scott, uno scrittore di romanzi horror che decide di ritirarsi in una remota locanda irlandese per spargere le ceneri dei genitori. Il punto di partenza potrebbe sembrare quasi classico, ma McCarthy lo trasforma subito in qualcosa di profondamente perturbante. La locanda non è solo isolata, è carica di racconti e superstizioni che parlano di una strega antica, di una presenza che infesta una suite nuziale e che sembra nutrirsi delle paure di chi osa ascoltarne la leggenda. Quelle storie, sussurrate dallo staff e amplificate dall’atmosfera del luogo, iniziano a scavare nella mente di Ohm, mescolandosi al suo passato e risvegliando ricordi che forse era meglio lasciare sepolti.

Il teaser non racconta quasi nulla in modo esplicito, ed è proprio questo il suo punto di forza. Non c’è una trama spiegata, non ci sono jump scare urlati, solo frammenti. Adam Scott che osserva qualcosa fuori campo con un’espressione che è un misto di incredulità e terrore. Un anziano che parla di streghe come se stesse raccontando un fatto di cronaca, non una leggenda. E poi quell’immagine finale, assurda e disturbante, del cosiddetto “horse person”, una figura che sembra uscita da un rituale pagano o da un incubo lovecraftiano. Che cos’è? Un simbolo? Una creatura reale? Una proiezione della mente del protagonista? Il teaser non risponde, e proprio per questo funziona alla perfezione.

La scelta di Adam Scott come protagonista è uno degli elementi più intriganti del progetto. Abituati a vederlo spesso in ruoli ironici o comunque legati a un certo sarcasmo, qui lo ritroviamo in una dimensione completamente diversa. Ohm Bauman è un uomo introverso, segnato dal lutto e dalla propria immaginazione, un autore horror che si ritrova intrappolato in una storia che sembra scritta apposta per lui. È difficile non pensare a un gioco metanarrativo, con uno scrittore che diventa vittima delle stesse dinamiche che probabilmente ha sfruttato nei suoi libri. Adam Scott, con la sua capacità di passare dal quotidiano al disturbante in modo naturale, sembra la scelta ideale per rendere credibile questa discesa nell’oscurità.

Il cast di supporto, che include nomi come Peter Coonan e David Wilmot, contribuisce a rafforzare l’identità profondamente irlandese del film. Le riprese effettuate nel West Cork nel 2025 promettono location autentiche, paesaggi che non hanno bisogno di effetti speciali per risultare inquietanti. L’Irlanda di McCarthy non è quella cartolina verde e luminosa, ma una terra antica, carica di storie mai dimenticate, dove il confine tra mito e realtà è sempre sfumato.

Un dettaglio che ha fatto impazzire i fan più attenti riguarda un possibile collegamento con Oddity. Nel teaser di Hokum sembra comparire, anche se solo per un attimo, un oggetto che ricorda molto da vicino il famigerato campanello maledetto del film precedente. Potrebbe essere solo un easter egg, un gioco per chi segue la filmografia del regista con devozione, ma conoscendo McCarthy non è affatto detto che si tratti di una semplice strizzata d’occhio. In Oddity compariva anche il coniglio meccanico di Caveat, a dimostrazione che il regista ama costruire una sorta di universo tematico fatto di oggetti, simboli e presenze che ritornano. Se Hokum dovesse confermare questa tendenza, potremmo trovarci di fronte a un vero e proprio mosaico horror, in cui ogni film aggiunge un tassello a una mitologia personale e disturbante.

Anche la distribuzione contribuisce ad alzare l’hype. I diritti mondiali sono stati acquisiti da Neon, una garanzia per chi ama il cinema di genere che osa e sperimenta. Neon è il nome dietro a titoli che hanno saputo reinventare l’horror contemporaneo, e vedere Hokum sotto la loro ala fa pensare a un film che non verrà annacquato o addomesticato per piacere a tutti. L’uscita fissata per il 1° maggio 2026 negli Stati Uniti sembra lontana, ma dopo questo teaser l’attesa si è trasformata in una lenta tortura per chi vive di cinema horror.

Hokum non promette solo paura, ma un’esperienza. Un film che sembra voler parlare di lutto, di memoria, di quanto le storie che ascoltiamo possano diventare pericolose quando trovano terreno fertile nelle nostre fragilità. Damian McCarthy continua a dimostrare di essere uno degli autori più interessanti del panorama horror contemporaneo, capace di usare il genere come lente per esplorare le parti più scomode dell’animo umano.

Ora la palla passa a noi, alla community che ama perdersi in teorie, simbolismi e collegamenti nascosti. Quel cavallo umanoide è davvero una creatura del folklore o un incubo personale di Ohm? La strega è reale o rappresenta qualcosa di più profondo? E soprattutto, quali altri segreti ci aspettano quando finalmente vedremo Hokum nella sua interezza? Maggio 2026 sembra lontanissimo, ma se questo teaser è un assaggio di ciò che ci aspetta, l’attesa sarà ogni giorno più carica di tensione. E forse è proprio questo il vero incantesimo di Hokum.

Resident Evil: il ritorno dell’incubo – il reboot Sony arriva al cinema nel 2026

C’è qualcosa di ironico nel fatto che Resident Evil, il franchise più virale della storia del videogioco, continui a risorgere come una delle sue stesse creature. Ogni volta che pensiamo di aver chiuso la porta della Spencer Mansion per sempre, ecco che qualcuno la riapre. Stavolta tocca a Sony Pictures, che ha annunciato ufficialmente la data d’uscita del reboot cinematografico: 18 settembre 2026, una scelta non casuale che coincide con il 30° anniversario del primo capitolo Capcom. E sì, sarà di nuovo Raccoon City a diventare teatro dell’incubo, innevata e spettrale come mai prima d’ora. Le prime foto dal set, scattate a Praga, mostrano interi quartieri trasformati nella città simbolo del disastro Umbrella: autobus con targhe del Colorado, auto della polizia, vetrine abbandonate e una coltre di neve artificiale che amplifica il senso di isolamento. Dietro la macchina da presa troviamo Zach Cregger, già autore del disturbante Barbarian e del recente Weapons. Il suo nome non è una semplice scelta di stile: è una dichiarazione d’intenti. Cregger vuole riportare Resident Evil alle sue radici survival horror, restituendogli quella paura claustrofobica e quella tensione psicologica che i film di Paul W.S. Anderson avevano sostituito con fiumi di proiettili e acrobazie digitali.


Un ritorno alle origini (senza nostalgia sterile)

“Non voglio raccontare la storia di Leon o Jill, quella esiste già nei giochi”, ha dichiarato Cregger in un’intervista a Variety. “Il mio film sarà fedele alla lore, ma racconterà qualcosa di completamente nuovo”.

Una frase che suona come una presa di posizione netta contro il fan service vuoto. Resident Evil (2026) non sarà un remake né una cronaca di eventi noti, ma una storia inedita immersa nello stesso universo narrativo. Un mondo in cui l’Umbrella Corporation continua a giocare con la biotecnologia e l’etica, e in cui l’orrore nasce prima di tutto dal controllo e dalla manipolazione.

La pellicola promette quindi un equilibrio tra rispetto e rinnovamento, e questa potrebbe essere la chiave del successo. Dopo l’esperimento del 2021, Welcome to Raccoon City, che cercò di comprimere due giochi in novanta minuti con risultati modesti, Sony punta a un approccio più autoriale e più atmosferico.


Sony contro tutti: la guerra dei diritti

Il ritorno di Resident Evil non è stato un percorso lineare. Per assicurarsi il franchise, Sony ha dovuto combattere su più fronti, evitando che colossi come Warner Bros. e Netflix ne acquisissero i diritti. Una mossa che dimostra quanto la saga Capcom resti ancora un asset culturale e commerciale di enorme valore.

Dal debutto del primo gioco nel 1996, Resident Evil ha ridefinito l’horror videoludico e ispirato generazioni di sviluppatori, artisti e registi. I nomi di Leon S. Kennedy, Jill Valentine e Chris Redfield sono diventati archetipi, eroi tragici in un mondo dove la scienza ha superato la morale.

Eppure, il nuovo film farà a meno di loro: Cregger preferisce esplorare nuovi personaggi, nuovi orrori, nuove prospettive. “Il terrore nasce quando non conosci le regole”, ha spiegato in un panel a Los Angeles. “E voglio che lo spettatore torni a sentirsi vulnerabile, proprio come la prima volta che ha varcato la porta della villa Spencer.”


La squadra dietro l’incubo

A scrivere la sceneggiatura, insieme a Cregger, c’è Shay Hatten, già autore di John Wick 4 e Army of the Dead: due garanzie di ritmo e tensione visiva. La produzione coinvolge Vertigo Entertainment, PlayStation Productions e Constantin Film, la stessa casa che produsse la saga con Milla Jovovich.

Il presidente di Sony Pictures Motion Picture Group, Sanford Panitch, ha definito Cregger “uno dei registi emergenti più promettenti” e l’unico capace di “ridare vita a un franchise che si era trasformato in un cadavere ambulante”. Una definizione perfettamente in linea con lo spirito del progetto.


Un’eredità di sangue e pixel

Dal 2002 al 2016, i sei film diretti da Paul W.S. Anderson hanno incassato oltre 1,2 miliardi di dollari, consacrando Resident Evil come la saga videoludica più redditizia di sempre. Ma il prezzo fu alto: nel passaggio dal videogioco al cinema, l’essenza del survival horror si diluì in una spettacolarità ipertrofica, più vicina a Matrix che a Capcom.

Negli anni successivi, il franchise ha continuato a vivere attraverso serie animate, film CGI come Resident Evil: Death Island (2023) e reboot vari, ma senza mai ritrovare quella miscela di paura e curiosità che aveva reso il titolo originale un’esperienza quasi sensoriale.

Cregger, in questo senso, si trova davanti alla missione più difficile: riportare la paura vera. Quella fatta di passi che si avvicinano nel silenzio, di munizioni contate, di porte che scricchiolano troppo lentamente.

Vuole un horror intimo, non pirotecnico; un incubo che non esplode, ma si insinua.


L’incubo secondo Cregger

Le riprese notturne, previste tra il 29 ottobre e il 2 novembre, dalle 15 alle 3 del mattino, sembrano un manifesto estetico. Lavorare nel buio, nella neve finta e tra le luci spente di una città fantasma, è quasi un rituale per evocare l’atmosfera giusta.

Secondo i rumor, Cregger avrebbe chiesto agli attori di girare alcune scene senza colonna sonora, per enfatizzare il suono ambientale: il vento che fischia tra i vicoli, i passi sull’asfalto ghiacciato, il ronzio elettrico delle insegne. Tutto contribuisce a restituire quella sensazione di isolamento e minaccia costante che definisce Resident Evil da quasi trent’anni.


Un rischio (e una speranza) da 30 anni

Il reboot di Resident Evil è più di un nuovo film: è un esperimento di memoria collettiva. Un tentativo di riscoprire la paura nell’era degli effetti speciali onnipresenti.

Il 18 settembre 2026, quando le luci in sala si spegneranno, non vedremo solo l’ennesimo adattamento da videogioco: assisteremo a un ritorno alle origini dell’orrore, un viaggio nella mente di chi ha imparato che la curiosità può essere letale e che aprire una porta, a volte, è la peggiore delle scelte.

E tu? Sei pronto a tornare a Raccoon City?
Scrivilo nei commenti… ma ricordati: la Umbrella osserva sempre.

Victorian Psycho: il nuovo horror gotico che unisce Maika Monroe, Jason Isaacs e Thomasin McKenzie

Immaginate un’Inghilterra vittoriana sospesa tra ombre gotiche, corridoi infiniti e misteri che si insinuano come bisbigli tra le mura di un maniero isolato. È questo lo scenario di Victorian Psycho, l’atteso thriller horror diretto da Zachary Wigon e tratto dal romanzo omonimo di Virginia Feito, autrice che per l’occasione ha curato anche la sceneggiatura. Un progetto che si sta già ritagliando uno spazio speciale nell’immaginario dei fan dell’horror psicologico: un’opera che mescola atmosfere alla Rebecca – La prima moglie con suggestioni inquietanti alla Haunting of Bly Manor, promettendo un’esperienza cinematografica avvolgente e disturbante.


Un cast da brividi

Il cuore pulsante del film è il suo cast. La protagonista sarà Maika Monroe, già regina dell’horror contemporaneo con It Follows e Watcher, chiamata a vestire i panni di Winifred Notty, un personaggio enigmatico che non è ciò che sembra. Accanto a lei troviamo Thomasin McKenzie, interprete sensibile e intensa vista in Jojo Rabbit e Last Night in Soho, nel ruolo della misteriosa Ms. Lamb, mentre Jason Isaacs, volto iconico del cinema britannico (indimenticabile Lucius Malfoy nella saga di Harry Potter), darà vita al sinistro Mr. Pounds.

Il casting ha subito diverse metamorfosi: in origine il ruolo principale era stato affidato a Margaret Qualley, poi sostituita da Monroe. Una scelta che, secondo molti addetti ai lavori, potrebbe imprimere al film un tono ancora più disturbante, grazie alla capacità dell’attrice di trasmettere inquietudine con un semplice sguardo.


Produzione travagliata ma promettente

Il percorso produttivo di Victorian Psycho è già una piccola saga. Nato sotto l’ala di A24, il film ha visto poi il passaggio dei diritti di distribuzione statunitense a Bleecker Street, che ha fissato l’uscita nelle sale USA per il 2026. Nel frattempo, True Brit Entertainment si è assicurata la distribuzione per Regno Unito e Irlanda.

Le riprese sono partite nell’agosto 2025 in Irlanda, location perfetta per evocare la suggestione cupa e malinconica tipica dei racconti gotici. Alla produzione troviamo nomi di peso come Dan Kagan (reduce dal successo di Longlegs) e Sebastien Raybaud (produttore di Greenland: Migration), insieme alla prestigiosa Anton, che finanzia interamente il progetto e ne gestisce i diritti internazionali.


La trama: tra gotico e paranoia

Ambientato nell’Inghilterra vittoriana, il film racconta l’arrivo di una governante eccentrica in un remoto maniero. Un’entrata in scena che sembra uscita direttamente da un romanzo gotico ottocentesco, con il suo bagaglio di segreti e presagi. Ma ben presto, tra stranezze inspiegabili e tensioni sempre più oscure, emerge il sospetto che la donna non sia affatto chi dice di essere.

Una premessa che profuma di gaslight, paranoia e giochi di potere psicologici, e che promette di intrecciare l’eleganza decadente del periodo vittoriano con il ritmo serrato e disturbante del thriller moderno.


Perché aspettarlo con ansia

In un panorama horror spesso diviso tra jump scare facili e rivisitazioni di vecchi franchise, Victorian Psycho sembra voler riportare al centro un cinema di atmosfera e sottotesto. La mano di Zachary Wigon – già apprezzato per The Heart Machine e la sua attenzione alle dinamiche psicologiche – potrebbe rivelarsi l’ingrediente vincente per un’opera che unisce estetica e inquietudine, tradizione gotica e sensibilità contemporanea.

Il CEO di Bleecker Street, Kent Sanderson, ha descritto il progetto con parole emblematiche: “Ogni frame sarà scioccante, unico e, per mancanza di un termine migliore, tagliente”. Un manifesto d’intenti che fa presagire un film capace di incidere come una lama sulla pelle del pubblico.


Un tassello nella nuova ondata horror

L’arrivo di Victorian Psycho si inserisce in una fase di grande fermento per il cinema horror internazionale. Bleecker Street sta puntando forte sul genere, con titoli come Bone Lake e Harmonia di Guy Nattiv, mentre il successo di film come Talk to Me, Hereditary o The Witch dimostra come l’horror sia oggi uno dei territori più fertili per il cinema d’autore e commerciale insieme.

Victorian Psycho ha tutte le carte in regola per diventare non solo un cult del nuovo gotico cinematografico, ma anche un’opera capace di dialogare con i fan più esigenti, quelli che cercano nel buio della sala non solo paura, ma anche riflessione e bellezza disturbante.


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The Third Parent: quando l’orrore bussa alla porta e la famiglia diventa una prigione

La cosa inquietante non è il mostro che arriva urlando. È quello che bussa educatamente, mentre fuori scoppiano i fuochi d’artificio e l’aria profuma di hot dog e bandiere stirate. The Third Parent nasce esattamente in quel punto cieco della normalità, dove l’orrore non irrompe: si siede sul divano, ti guarda negli occhi e pretende di educarti. Chi ha frequentato le notti insonni di Reddit lo sa. Tommy Taffy non è una creatura che si spiega, è una presenza che si subisce. Arriva durante il 4 luglio, il giorno più americano che esista, quello in cui l’idea di famiglia viene celebrata come un dogma e la libertà come un diritto acquisito. Ed è proprio lì che qualcosa si incrina. Una porta si apre. Un uomo entra. E decide che, da quel momento, esiste un terzo genitore.

La storia che ora si prepara a prendere forma sul grande schermo nasce dalla penna disturbante di Elias Witherow, uno di quegli autori capaci di insinuare il terrore senza bisogno di mostri tentacolari o dimensioni parallele. Il suo Tommy Taffy è un concetto prima ancora che un personaggio: disciplina come violenza, educazione come ricatto, autorità come incubo. Un’idea talmente semplice da risultare quasi offensiva per quanto è efficace. Forse è per questo che ha attecchito così forte nell’immaginario collettivo, passando dal subreddit r/nosleep a romanzi, racconti e ora al cinema.

La trasposizione cinematografica non cerca scorciatoie rassicuranti. Alla regia e alla sceneggiatura c’è David Michaels, che sceglie di non addomesticare il materiale di partenza ma di lasciarlo respirare, sporco e scomodo com’è. L’ambientazione suburbana non è un semplice fondale: diventa una gabbia lucida, fatta di sorrisi forzati e tende ben stirate. Dentro, la famiglia Hollow prova a mantenere una parvenza di equilibrio mentre qualcosa di profondamente sbagliato si installa tra le mura domestiche.

Mason e Megan, interpretati da Rob Lowe e Roselyn Sánchez, non sono eroi. Sono genitori stanchi, imperfetti, credibili. Ed è proprio questa normalità a rendere tutto più doloroso. Perché quando Tommy Taffy entra in scena, non chiede il permesso. Impone regole. Le chiama lezioni di vita. E ogni rifiuto ha un prezzo che nessun genitore dovrebbe mai essere costretto a immaginare.

Poi c’è lui. Crispin Glover. Un nome che, già da solo, porta con sé una certa inquietudine sedimentata nel tempo. La sua filmografia è una galleria di figure fuori asse, corpi che sembrano non appartenere del tutto a questo mondo. Affidargli Tommy Taffy non è una scelta di casting furba, è una dichiarazione d’intenti. Il suo volto, la sua voce, quel modo di stare in scena come se ogni gesto fosse leggermente sbagliato… tutto concorre a costruire un villain che non ha bisogno di urlare o correre. Gli basta restare fermo, al centro della stanza, mentre gli altri crollano.

Non sorprende che Bleecker Street abbia deciso di puntarci con convinzione, parlando apertamente di “prossimo grande villain horror”. Parole grosse, certo, ma non campate in aria. Qui non si gioca con l’effetto nostalgia o con l’horror da luna park. Qui si lavora su una paura più sottile, più adulta. Quella di perdere il controllo. Quella di non essere più padroni della propria casa, dei propri figli, delle proprie scelte.

La produzione si muove tra Budapest e Los Angeles, come se anche geograficamente il film volesse stare in bilico tra mondi diversi. E dietro le quinte si muovono nomi che fanno drizzare le antenne a chi ama l’horror costruito con cura: fotografia, scenografia, colonna sonora non sono semplici reparti tecnici, ma strumenti narrativi chiamati a sostenere una tensione che non esplode subito, che scava.

L’uscita statunitense fissata per agosto 2026 sembra lontana, ma l’attesa fa parte del gioco. Perché The Third Parent non promette solo spaventi. Promette disagio. Promette quella sensazione fastidiosa che resta addosso anche dopo i titoli di coda, quando inizi a ripensare a certe dinamiche familiari, a certe frasi dette “per il tuo bene”, a certe autorità mai messe davvero in discussione.

E forse è proprio qui che il film gioca la sua partita più interessante. Non nel sangue, non negli scatti improvvisi, ma in quella domanda che rimane sospesa: cosa succede quando l’orrore non viene da fuori, ma assume la forma di una regola, di un dovere, di un adulto che dice di sapere cosa è giusto per te?

Tommy Taffy bussa. I fuochi continuano a esplodere nel cielo. La porta, una volta aperta, difficilmente si richiude davvero. E la sensazione è che questa storia, una volta arrivata al cinema, non se ne andrà in silenzio. Come ogni buon incubo che si rispetti, aspetterà il momento giusto per tornare a farsi sentire.