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Toy Story 5: Woody contro il tablet Lilypad, il ritorno che cambia per sempre il gioco

Toy Story non appartiene più soltanto al cinema d’animazione. Dopo oltre trent’anni di avventure, risate e inevitabili lacrime, la saga Disney e Pixar è diventata una sorta di memoria collettiva condivisa tra generazioni diverse, un linguaggio emotivo capace di parlare a chi è cresciuto con le videocassette consumate a forza di riavvolgimenti e a chi ha conosciuto Woody e Buzz direttamente attraverso le piattaforme streaming. Per questo motivo l’arrivo di Toy Story 5 nelle sale italiane il 18 giugno 2026 non rappresenta semplicemente il ritorno di un franchise amatissimo, ma un nuovo capitolo di una storia che continua ad accompagnare l’evoluzione dell’infanzia, della tecnologia e perfino del nostro rapporto con i ricordi.

Il nuovo trailer finale diffuso da Disney Italia ha acceso immediatamente l’entusiasmo del fandom Pixar, mostrando una reunion che molti spettatori attendevano con una miscela di speranza e timore. Dopo gli eventi di Toy Story 4, che sembravano aver regalato una conclusione definitiva al percorso di Woody, ritrovare insieme il celebre cowboy, Buzz Lightyear, Jessie e il resto della banda provoca una sensazione difficile da descrivere. Non si tratta soltanto di nostalgia. È qualcosa di più complesso, qualcosa che parla direttamente al passare del tempo.

Questa volta la sfida che attende i giocattoli non arriva da un nuovo compagno di giochi, né da una collezione privata o da un trasloco inatteso. Il vero cambiamento prende la forma di Lilypad, un sofisticato tablet progettato per aiutare Bonnie a socializzare e costruire nuove amicizie. Un personaggio che racchiude in sé tutte le contraddizioni dell’epoca contemporanea e che promette di diventare uno degli elementi più interessanti dell’intera saga.

Toy Story 5 | Trailer Finale | Dal 18 Giugno solo al Cinema

Chiunque sia cresciuto immaginando mondi fantastici con una scatola di cartone trasformata in astronave o con una coperta diventata castello medievale percepisce immediatamente il peso simbolico di questa scelta narrativa. Toy Story ha sempre raccontato la paura dell’abbandono, il desiderio di sentirsi importanti e la necessità di trovare il proprio posto nel mondo. Oggi quel mondo è popolato da schermi, algoritmi, app educative, intelligenze artificiali e contenuti personalizzati. Pixar sembra aver deciso di affrontare direttamente questo cambiamento senza demonizzarlo, scegliendo una strada molto più interessante rispetto alla semplice nostalgia.

Lilypad non appare come un antagonista tradizionale. Non è il cattivo di turno pronto a conquistare la cameretta di Bonnie. È piuttosto l’incarnazione di una nuova idea di gioco, una presenza che rappresenta la tecnologia contemporanea e il modo in cui essa entra nella vita quotidiana dei bambini. Woody e Buzz si trovano così a confrontarsi con qualcosa che non possono comprendere fino in fondo, esattamente come accade a molti adulti di fronte alle trasformazioni culturali delle nuove generazioni.

Ad accompagnare questa nuova avventura troviamo un cast vocale italiano particolarmente ricco, costruito attorno a grandi ritorni e interessanti novità. Angelo Maggi torna naturalmente a prestare la voce a Woody, confermando ancora una volta quel legame ormai inscindibile tra il personaggio e uno dei doppiatori più amati dal pubblico italiano. Accanto a lui ritroviamo Massimo Dapporto come Buzz Lightyear e Ilaria Stagni nel ruolo di Jessie, tre interpretazioni che ormai fanno parte della storia stessa del doppiaggio italiano.

Toy Story 5 | Trailer Ufficiale | Da Giugno al Cinema

L’annuncio che ha sorpreso maggiormente gli appassionati riguarda però la partecipazione di Sal Da Vinci, chiamato a interpretare Pizza cu ‘e llente, uno dei nuovi personaggi introdotti in Toy Story 5. Figura affascinante e misteriosa, Pizza cu ‘e llente appartiene a una comunità di giochi dimenticati che vive nella vecchia casetta dei giocattoli di Blaze. Un personaggio che promette di aggiungere ulteriore profondità a una storia che sembra voler esplorare il destino degli oggetti lasciati indietro dal tempo.

Nella versione originale il ruolo è affidato a Bad Bunny, superstar mondiale capace di conquistare classifiche musicali e premi internazionali. La scelta di Sal Da Vinci per l’edizione italiana appare particolarmente intrigante, perché aggiunge al personaggio una personalità immediatamente riconoscibile e profondamente radicata nella cultura popolare italiana.

Le novità non finiscono qui. Katia Follesa entra ufficialmente nell’universo Pixar dando voce proprio a Lilypad, mentre Federico Basso interpreterà Smarty Pants, un curioso dispositivo educativo dimenticato da anni che sembra destinato a ritagliarsi uno spazio importante nella vicenda. Gianluca Gazzoli sarà invece Bullseye “Perfido”, una variante oscura e alternativa del celebre cavallo di Woody nata durante una sequenza immaginaria di gioco.

L’idea stessa di Bullseye “Perfido” richiama qualcosa che molti nerd conoscono molto bene. Chi è cresciuto inventando storie con action figure, modellini, personaggi LEGO o collezioni di miniature ricorda perfettamente quei momenti in cui gli eroi assumevano versioni alternative, corrotte, malvagie o provenienti da universi paralleli. È un concetto che appartiene tanto all’infanzia quanto ai fumetti Marvel e DC, agli anime, ai videogiochi e alle grandi saghe della cultura pop contemporanea.

Tra le altre voci spiccano Jacqueline Luna Di Giacomo nel ruolo di Snappy, Simone Mori come Atlas e il ritorno di Luca Laurenti nei panni di Forky, personaggio diventato rapidamente uno dei simboli più amati di Toy Story 4. Tornano inoltre interpreti storici come Carlo Valli per Rex, Ambrogio Colombo per Hamm, Cinzia De Carolis per Bo Peep e Corrado Guzzanti per Duke Caboom, contribuendo a creare una continuità che i fan della saga apprezzeranno enormemente.

Dietro la macchina da presa troviamo ancora una volta Andrew Stanton, autore che ha contribuito a definire l’identità stessa della Pixar attraverso capolavori come Alla ricerca di Nemo e WALL•E. La sua presenza rappresenta una garanzia importante per chi temeva che il franchise potesse trasformarsi in una semplice operazione nostalgica.

Stanton ha dimostrato più volte di possedere una straordinaria capacità di utilizzare l’animazione come strumento per raccontare emozioni universali. I suoi film non si limitano mai a intrattenere. Parlano di crescita, solitudine, cambiamento, memoria e relazioni umane attraverso personaggi che, sulla carta, potrebbero sembrare improbabili protagonisti. Pesci pagliaccio, robot abbandonati sulla Terra o giocattoli dimenticati diventano specchi in cui riconoscere noi stessi.

Anche la colonna sonora vedrà il ritorno di una figura fondamentale per l’identità della saga: Randy Newman torna infatti a comporre le musiche del suo quinto Toy Story. Una notizia che da sola basta a scatenare l’emozione di milioni di spettatori cresciuti ascoltando brani che ormai appartengono alla memoria collettiva del cinema d’animazione.

La frase promozionale scelta per accompagnare il film, “I tempi cambiano, gli amici restano per sempre”, sintetizza perfettamente l’anima di questa nuova avventura. Toy Story 5 sembra voler affrontare la trasformazione digitale del gioco senza rinnegare il passato e senza trasformare il presente in un nemico. Un approccio sorprendentemente maturo per una produzione destinata alle famiglie ma capace, come da tradizione Pixar, di parlare contemporaneamente ai bambini e agli adulti.

Dietro la storia di Woody, Buzz, Jessie e Bonnie si nasconde infatti una riflessione molto più ampia. Ogni generazione affronta il timore di essere sostituita, dimenticata o resa obsoleta dal cambiamento. I giocattoli di Toy Story hanno sempre incarnato questa paura universale. Oggi quella sensazione assume una forma diversa, fatta di schermi touchscreen, contenuti digitali e nuove modalità di interazione sociale.

Forse è proprio questo il motivo per cui la saga continua a rimanere attuale dopo oltre tre decenni. Non parla realmente di giocattoli. Parla di noi. Della nostra necessità di essere amati, ricordati e scelti anche quando il mondo cambia velocemente intorno a noi.

Mentre le prevendite italiane sono già aperte e l’attesa cresce giorno dopo giorno, una domanda continua a riecheggiare nella mente degli appassionati Pixar: quale posto avranno Woody e Buzz nell’infanzia del futuro? Toy Story 5 sembra pronto a esplorare proprio questo territorio, mettendo faccia a faccia tradizione e innovazione senza cercare vincitori o sconfitti.

E forse, in fondo, la risposta non riguarda soltanto Bonnie o i suoi giocattoli. Riguarda tutti noi che, nonostante gli anni passati, continuiamo ancora a emozionarci ogni volta che una stanza si svuota, una porta si chiude e qualcuno sussurra: verso l’infinito e oltre.

Jumpers – Un Salto tra gli Animali: la nuova scommessa Pixar che mescola fantascienza, natura e identità arriva su Disney+

Alcuni film iniziano a far discutere molto prima di raggiungere il pubblico. Non perché abbiano mostrato scene clamorose o rivoluzionato un genere, ma perché riescono a toccare qualcosa di più profondo: la curiosità. È esattamente ciò che sta accadendo con Jumpers – Un Salto tra gli Animali, il nuovo film d’animazione Disney e Pixar che debutta in streaming il 3 giugno su Disney+, una produzione che fin dal primo annuncio ha generato conversazioni, confronti e persino qualche piccola polemica tra appassionati. A scatenare il dibattito è stato persino il titolo italiano. L’originale Hoppers è diventato rapidamente argomento di discussione sui social, tra chi avrebbe preferito una traduzione più letterale e chi invece ha accolto con favore Un Salto tra gli Animali. Questioni apparentemente marginali che, per chi vive quotidianamente il mondo della cultura pop, raccontano sempre qualcosa di interessante. Se una community discute così tanto di un film ancora prima della sua uscita, significa che quel progetto è già riuscito a catturare l’attenzione.

E in effetti le premesse sono tutt’altro che banali.

Pixar ha costruito la propria identità raccontando emozioni, ricordi, sogni, paure e perfino concetti astratti trasformandoli in protagonisti memorabili. Stavolta il terreno di gioco cambia ancora una volta. Al centro della storia troviamo Mabel, una ragazza che ama profondamente gli animali e che si ritrova a utilizzare una tecnologia rivoluzionaria capace di trasferire la coscienza umana all’interno di sofisticati corpi animali robotici.

L’idea potrebbe sembrare uscita da un romanzo di fantascienza degli anni Sessanta o da qualche episodio particolarmente ispirato di una serie cyberpunk contemporanea. Eppure Pixar riesce a trasformarla in qualcosa di accessibile e immediatamente coinvolgente. Mabel non osserva semplicemente la natura. La vive. Attraverso il suo primo trasferimento di coscienza entra letteralmente nella prospettiva di un altro essere vivente, abbattendo la distanza che normalmente separa esseri umani e animali.

Per chi è cresciuto tra anime filosofici, film di fantascienza e videogiochi che giocano con il concetto di identità digitale, questa premessa risulta immediatamente affascinante. È impossibile non pensare a opere che hanno esplorato il rapporto tra coscienza e corpo, tra percezione e realtà. Solo che qui tutto viene filtrato attraverso il linguaggio emozionale tipico della Pixar, capace di rendere comprensibili anche i concetti più complessi.

Il primo compagno di viaggio di Mabel è Re George, un castoro destinato probabilmente a diventare uno dei personaggi più amati dell’intera produzione recente dello studio. Leader carismatico della comunità animale, George rappresenta quella rara combinazione di comicità, tenerezza e saggezza che Pixar ha spesso saputo trasformare in icona.

La sua presenza illumina gran parte del film. È buffo senza risultare ridicolo, ottimista senza apparire ingenuo, empatico senza diventare stucchevole. Nella versione italiana il personaggio acquista ulteriore personalità grazie alla voce di Giorgio Panariello, una scelta che sembra perfettamente allineata alla natura popolare e immediata del personaggio.

Se George rappresenta il lato più luminoso della storia, il sindaco Jerry Generazzo incarna invece l’altra faccia della medaglia. Ambizioso, affascinante e apparentemente impeccabile, il personaggio diventa simbolo di una visione del progresso che considera la natura soltanto un ostacolo da superare.

La contrapposizione tra ecosistema e sviluppo urbano costituisce uno degli elementi più interessanti della narrazione. Pixar evita di trasformare il conflitto in una lezione scolastica sull’ambientalismo e preferisce raccontarlo attraverso personaggi, emozioni e scelte morali. Il risultato è una riflessione che riesce a parlare tanto ai bambini quanto agli adulti.

Dietro la macchina da presa troviamo Daniel Chong, autore conosciuto soprattutto per aver creato la serie animata We Bare Bears. Chi ha amato quel lavoro sa bene quanto Chong sia capace di costruire personaggi apparentemente semplici che, con il passare della storia, rivelano una profondità sorprendente.

La produzione è affidata a Nicole Paradis Grindle, mentre la colonna sonora porta la firma di Mark Mothersbaugh, musicista che da decenni riesce a dare personalità sonora a mondi eccentrici, surreali e spesso difficili da classificare.

Dal punto di vista visivo, Jumpers – Un Salto tra gli Animali conferma ancora una volta l’impressionante livello tecnico raggiunto da Pixar. Gli animali robotici rappresentano molto più di una semplice sfida grafica. Le superfici sintetiche si fondono con movimenti incredibilmente naturali, creando creature che sembrano sospese tra tecnologia e biologia.

Ogni dettaglio contribuisce alla costruzione di un microcosmo credibile. Gli stagni, i boschi, le radure e gli ambienti naturali assumono una dimensione quasi epica se osservati dalla prospettiva degli animali. Quello che per un essere umano è un semplice corso d’acqua diventa un regno. Una recinzione può trasformarsi in una barriera invalicabile. Un cantiere diventa una minaccia esistenziale.

Proprio questa capacità di cambiare prospettiva sembra essere il vero tema centrale dell’opera.

Cambiare corpo significa cambiare punto di vista. Cambiare punto di vista significa mettere in discussione convinzioni che sembravano immutabili. Pixar sembra voler suggerire che comprendere davvero qualcuno richieda molto più dell’osservazione superficiale. Occorre vivere la sua realtà.

Naturalmente il film non è privo di imperfezioni. Alcune recensioni internazionali hanno evidenziato una certa discontinuità narrativa nella seconda metà della storia. Dopo una prima parte più intima e contemplativa, il racconto accelera improvvisamente verso situazioni sempre più folli e surreali. Il ritmo diventa frenetico, le gag si moltiplicano e l’equilibrio iniziale viene parzialmente sacrificato in favore dello spettacolo.

Si percepisce in alcuni momenti una volontà di avvicinarsi a un umorismo più diretto, quasi vicino a quello di produzioni contemporanee destinate a un pubblico molto giovane. Una scelta che potrebbe dividere gli spettatori. Alcuni la troveranno irresistibile, altri potrebbero rimpiangere la delicatezza della prima parte.

Eppure, anche nei momenti meno equilibrati, Jumpers continua a mostrare una personalità precisa. Non punta a replicare i grandi classici Pixar del passato, ma prova a percorrere una strada propria. Non sempre ci riesce perfettamente, ma il tentativo stesso merita attenzione.

L’ambientalismo rappresenta certamente uno dei pilastri del racconto, ma ridurre il film a questo tema sarebbe ingeneroso. La storia parla anche di fiducia, empatia, collaborazione e accettazione delle differenze. Argomenti che potrebbero sembrare semplici, quasi scontati, ma che assumono un significato particolare in un’epoca caratterizzata da divisioni sempre più marcate.

Proprio per questo motivo il messaggio finale risulta sorprendentemente attuale. L’idea che la comprensione reciproca nasca dalla capacità di guardare il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro appare oggi quasi rivoluzionaria nella sua semplicità.

Forse Jumpers – Un Salto tra gli Animali non entrerà automaticamente nell’Olimpo delle opere Pixar accanto a titoli come Ratatouille o Zootropolis, ma possiede abbastanza coraggio, identità e ambizione per distinguersi dalla produzione più ordinaria dello studio.

Alla fine resta una domanda che continua a riecheggiare ben oltre i titoli di coda. Quanto siamo davvero disposti ad abbandonare le nostre certezze per comprendere una realtà diversa dalla nostra? Mabel sceglie di compiere quel salto. Pixar invita noi a fare lo stesso.

E voi da che parte state? Avete accolto con entusiasmo il titolo italiano, vi incuriosisce questa insolita miscela di fantascienza e natura oppure sentite nostalgia della Pixar più classica? La discussione, come spesso accade tra appassionati, probabilmente è appena cominciata.

The Adventure Time Movie: il ritorno di Finn e Jake riaccende la magia di Ooo

Il ritorno di Ooo sul grande schermo ha qualcosa di profondamente strano e bellissimo, la stessa sensazione che si provava anni fa restando svegli troppo tardi davanti a Cartoon Network mentre il resto della casa dormiva e Finn e Jake attraversavano foreste zuccherose, regni post-apocalittici e crisi esistenziali mascherate da gag nonsense. La notizia che Adventure Time avrà finalmente un film ufficiale prodotto da Warner Bros. Discovery non sembra soltanto l’ennesima operazione nostalgia costruita per spremere un franchise amato. Ha il sapore diverso delle cose che tornano perché non hanno mai smesso davvero di parlare alla gente.

“The Adventure Time Movie” esiste davvero, ed è già sufficiente il titolo per riaccendere qualcosa in chi ha attraversato gli anni Dieci dell’animazione occidentale vivendo quella stagione assurda in cui i cartoni smisero improvvisamente di trattare i bambini come spettatori ingenui. Perché è impossibile raccontare l’impatto culturale di Adventure Time senza ricordare il terremoto creativo che ha provocato. Prima dell’arrivo di Finn e Jake, gran parte dell’animazione televisiva americana giocava ancora secondo regole molto precise: comicità episodica, reset finale, personaggi immobili nel tempo. Poi è arrivato Pendleton Ward e ha spalancato un portale psichedelico dove la malinconia conviveva con le battute idiote, dove una principessa gomma da masticare poteva parlare di scienza e controllo emotivo mentre un vampiro immortale cantava folk deprimente nel mezzo di una terra devastata da una guerra nucleare.

Chi c’era davvero durante quelle prime stagioni ricorda perfettamente il caos creativo che si respirava online. Tumblr esplodeva di fanart, DeviantArt sembrava colonizzato dal Regno di Ooo, YouTube si riempiva di AMV malinconici dedicati a Marceline e Princess Bubblegum molto prima che la serialità mainstream iniziasse ad affrontare certi temi con naturalezza. Adventure Time non era semplicemente un cartone animato. Era una sensibilità generazionale travestita da fantasy assurdo. Una serie capace di parlare di crescita, depressione, identità, memoria e paura del futuro usando panini parlanti e pinguini demoniaci.

Ed è probabilmente per questo che il film annunciato oggi genera un’aspettativa così diversa rispetto a tante operazioni revival viste negli ultimi anni. Perché dietro “The Adventure Time Movie” non troviamo manager che osservano numeri e algoritmi. Troviamo persone che quell’universo lo hanno costruito davvero. Il coinvolgimento di Rebecca Sugar basta da solo a mandare in tilt mezzo fandom dell’animazione contemporanea. Prima di creare Steven Universe, Rebecca Sugar aveva già lasciato un’impronta gigantesca dentro Adventure Time attraverso episodi che ancora oggi vengono citati come alcuni dei momenti più emotivamente devastanti della serie. Basta pronunciare “I Remember You” davanti a un fan storico per evocare immediatamente Simon Petrikov, la follia dell’Ice King e quella sensazione atroce di vedere qualcuno perdere lentamente sé stesso.

Accanto a lei torna anche Patrick McHale, mente dietro Over the Garden Wall, altro gioiello assoluto dell’animazione americana moderna, una serie che ancora oggi viene riscoperta ogni autunno come una specie di rituale collettivo tra horror folkloristico, infanzia e paura dell’ignoto. E poi Adam Muto, lo showrunner che ha accompagnato Adventure Time nella sua evoluzione più matura, più introspettiva, più dolorosamente adulta. Non è soltanto una reunion creativa. È quasi la ricomposizione di una vecchia band che aveva cambiato il linguaggio dell’animazione televisiva.

Per ora i dettagli sulla trama sono pochissimi. “Finn e Jake affrontano la loro avventura più grande.” Fine. Una frase quasi volutamente vaga, ma forse è giusto così. Adventure Time ha sempre funzionato meglio nelle zone imprevedibili, nei momenti in cui sembrava prendere una direzione e poi improvvisamente si trasformava in altro. Ed è difficile immaginare cosa significhi davvero “la più grande avventura” dopo tutto quello che questi personaggi hanno attraversato. Guerre cosmiche, divinità interdimensionali, traumi esistenziali, cicli di reincarnazione, universi alternativi. La forza di Adventure Time, però, non è mai stata la scala epica degli eventi. Era la capacità di trasformare l’assurdo in qualcosa di intimamente umano.

Finn, soprattutto, resta uno dei protagonisti più importanti prodotti dall’animazione occidentale degli ultimi vent’anni. Lo si vedeva crescere davvero. Sbagliare davvero. Soffrire davvero. Una rarità clamorosa per un personaggio nato teoricamente dentro un cartoon per ragazzi. Chi è cresciuto insieme a lui sa perfettamente quanto certe puntate abbiano colpito in momenti specifici della vita. Relazioni finite male, amicizie che cambiano, la sensazione di sentirsi fuori posto nel mondo. Adventure Time parlava di questo senza mai interrompere il proprio flusso folle fatto di demoni, party cloud e spade magiche.

Intanto il mondo di Ooo continua ad espandersi anche sul fronte televisivo, e qui si capisce chiaramente quanto Warner Bros. voglia trasformare Adventure Time in uno dei pilastri animati del futuro. Da una parte arriva “Adventure Time: Side Quests”, una serie che riporterà Finn e Jake alle atmosfere delle prime stagioni, quelle più leggere, scanzonate, quasi da fantasy slapstick con mostri da prendere a pugni e dungeon improvvisati. Una scelta intelligente, perché negli anni finali la serie originale era diventata talmente densa di lore, filosofia e malinconia da risultare quasi irriconoscibile rispetto agli inizi. Side Quests sembra voler recuperare quella sensazione di avventura spontanea che faceva sembrare ogni episodio una sessione impazzita di Dungeons & Dragons animata da artisti usciti da una scuola d’arte underground.

L’idea di tornare all’Ice King più caotico e tragicomico delle origini, di ritrovare personaggi iconici come Marceline, BMO e Princess Bubblegum in storie autoconclusive, ha qualcosa di rassicurante. Quasi da fumetto seriale del sabato mattina. E fa sorridere vedere come Adventure Time riesca ancora oggi a parlare a generazioni completamente diverse. Chi aveva vent’anni durante il boom originale ormai lavora, paga bollette, si lamenta della schiena e discute online della golden age di Cartoon Network con la stessa intensità con cui altri parlano di cinema d’autore. Nel frattempo nuovi spettatori stanno scoprendo Ooo attraverso streaming, meme, TikTok e clip spezzate che continuano a diventare virali anni dopo la conclusione della serie.

Poi c’è BMO. E sinceramente era inevitabile. “Adventure Time: Heyo BMO” punterà a un pubblico più giovane, quasi prescolare, ma il piccolo robot-console è sempre stato molto più di una mascotte kawaii infilata dentro la serie per vendere merchandise. BMO rappresentava quella strana innocenza malinconica tipica di Adventure Time. Un personaggio capace di sembrare adorabile e inquietante nello stesso momento, come certi Tamagotchi dimenticati in fondo a un cassetto o le vecchie console portatili consumate dall’uso durante i pomeriggi d’estate.

La cosa incredibile è che Adventure Time continua ad apparire modernissimo anche oggi. In un panorama dominato da franchise iper-calcolati, reboot senz’anima e universi condivisi che sembrano costruiti da un algoritmo, Ooo mantiene quella sua identità sporca, imperfetta, imprevedibile. Persino il design della serie originale, volutamente grezzo e quasi infantile, è diventato iconico proprio perché rifiutava la perfezione lucidata di tanta animazione contemporanea.

E forse il segreto è sempre stato quello. Adventure Time sembrava vivo. Non dava mai l’impressione di essere un prodotto progettato a tavolino. Ogni episodio trasmetteva la sensazione di un gruppo di artisti che si divertiva davvero a sperimentare, a infilare riferimenti musicali, horror, fantasy e cultura pop dentro un frullatore emotivo impossibile da replicare.

Pensandoci oggi, fa quasi impressione ricordare quanto quella serie abbia influenzato tutto ciò che è arrivato dopo. Senza Adventure Time probabilmente non avremmo avuto Steven Universe nella forma che conosciamo, né gran parte dell’attuale rinascita dell’animazione autoriale occidentale. Persino molte serie animate contemporanee che dominano streaming e social sembrano figlie indirette di quell’approccio narrativo libero, emotivo e profondamente nerd.

Per questo il film non è soltanto “un nuovo capitolo”. Per molti rappresenta un ritorno in un luogo mentale preciso. Un’epoca di internet diversa, più caotica e spontanea. Forum pieni di teorie assurde. Fan animation caricate di notte su Newgrounds. Discussioni infinite sulle origini della Mushroom War. Cosplay improvvisati alle fiere. Wallpaper di Marceline sui desktop Windows. Roba che oggi sembra appartenere quasi a un’altra era geologica del web.

Eppure Adventure Time continua a funzionare proprio perché sotto tutto quel surrealismo non ha mai parlato di moda o trend. Ha parlato della paura di crescere. Dell’idea che il mondo cambi continuamente mentre tu cerchi disperatamente di capire chi stai diventando. Una cosa che valeva nel 2010 e vale ancora oggi.

Adesso resta soltanto da capire fino a che punto “The Adventure Time Movie” avrà il coraggio di spingersi. Se sarà un’avventura nostalgica costruita per riportare i fan a casa oppure qualcosa di più ambizioso, capace ancora una volta di sorprendere e spiazzare. Con nomi come Rebecca Sugar, Patrick McHale e Adam Muto coinvolti, la speranza che succeda qualcosa di speciale viene quasi naturale.

E conoscendo Adventure Time, probabilmente la vera domanda non è dove ci porteranno Finn e Jake stavolta. La vera domanda è quanto saremo diversi noi quando torneremo a Ooo.

Wildwood – I segreti del bosco proibito: il nuovo film LAIKA promette il fantasy dark più emozionante del 2026

Foglie nere che si muovono come creature vive, corvi che tagliano il cielo con un’eleganza quasi inquietante, foreste tanto belle da sembrare ostili. Bastano pochi secondi del teaser di LAIKA per capire che WILDWOOD – I segreti del bosco proibito non sarà soltanto uno dei film d’animazione più attesi del 2026, ma qualcosa di più raro e difficile da spiegare: uno di quei mondi fantasy capaci di insinuarsi nella testa settimane prima dell’uscita al cinema, lasciandoti addosso la sensazione di aver già attraversato quella foresta in sogno. L’arrivo nelle sale italiane è fissato per il 22 ottobre 2026 grazie a Notorious Pictures, e onestamente l’attesa sembra già insopportabilmente lunga. Chi ama davvero la stop-motion sa benissimo che ogni nuovo progetto LAIKA diventa automaticamente un piccolo evento collettivo per la community nerd. Non succede spesso. L’animazione contemporanea, soprattutto quella mainstream, ormai corre dietro ritmi industriali impressionanti, produzioni lucidissime costruite con pipeline perfette e rendering sempre più sofisticati. Poi arrivano loro, con pupazzi reali, miniature gigantesche, stoffe cucite a mano, volti stampati in 3D e set illuminati fotogramma dopo fotogramma come se il cinema fosse ancora una specie di magia artigianale tramandata in segreto. E all’improvviso ti ricordi perché da ragazzino restavi ipnotizzato davanti a film come Coraline o Kubo and the Two Strings.

Il bello è che Wildwood sembra voler spingere tutto ancora più in là. Più oscuro, più malinconico, più ambizioso. Guardando il teaser ho avuto quella stessa identica sensazione che anni fa mi aveva colpito davanti alle prime immagini di Coraline: il cervello continua a dirti che stai osservando pupazzi animati, ma gli occhi reagiscono come se quel mondo esistesse davvero. Una specie di cortocircuito emotivo che la CGI, per quanto incredibile, raramente riesce a provocare allo stesso modo.

La storia nasce dal romanzo di Colin Meloy illustrato da Carson Ellis, già amatissimo da chi frequenta fantasy young adult più strani e atmosferici, quelli che sembrano usciti da un incrocio tra fiaba gotica, folklore nordamericano e romanzo di formazione. Al centro troviamo Prue McKeel, adolescente impulsiva e piena di contraddizioni che si ritrova costretta a entrare nell’Impenetrabile Wilderness, una foresta segreta nascosta oltre Portland, dopo il rapimento del fratellino da parte di uno stormo di corvi. E già qui, diciamolo, la premessa ha quell’energia da leggenda urbana fantasy che manda in tilt qualsiasi fan cresciuto tra anime malinconici, manga dark e videogiochi narrativi.

Wildwood non sembra il classico regno fantasy patinato pieno di eroi predestinati e castelli luccicanti. Sembra sporco, umido, freddo, vivo. Un luogo abitato da animali parlanti, briganti, creature sospese tra tragedia e rabbia, figure consumate dall’ambizione o dal dolore. Quelle ambientazioni che ti fanno venire in mente contemporaneamente Princess Mononoke, Over the Garden Wall, certe zone boschive di Ni no Kuni e perfino l’atmosfera decadente dei giochi FromSoftware, dove il fascino della scoperta convive sempre con una leggera paura di ciò che potresti trovare dietro gli alberi.

Accanto a Prue ci sarà Curtis Mehlberg, compagno goffo ma leale che già dal teaser emana quell’energia da personaggio apparentemente secondario destinato a distruggerti emotivamente entro il finale. LAIKA è bravissima in questo tipo di scrittura. Non crea quasi mai protagonisti “perfetti”. Costruisce adolescenti fragili, disordinati, spesso pieni di paure, costretti a crescere dentro mondi enormi che sembrano sempre troppo grandi per loro. Ed è probabilmente questo il motivo per cui i loro film continuano a parlare così tanto anche agli adulti.

Dietro la regia torna Travis Knight insieme allo sceneggiatore Chris Butler, coppia che dopo Kubo and the Two Strings ha ormai raggiunto uno status quasi mitologico tra gli appassionati di animazione. Sapere che per Wildwood abbiano sviluppato nuove tecniche di movimento e soluzioni ingegneristiche completamente inedite per la stop-motion rende il progetto ancora più affascinante. Tradotto dal linguaggio tecnico a quello nerd: stanno tentando roba folle.

E forse è proprio questa follia artistica a rendere LAIKA così amata dalla community geek. In un’epoca dove tutto sembra progettato per diventare immediatamente clip da social o trend algoritmico, lo studio continua a investire su film lenti da produrre, costosissimi, imperfetti nel senso più umano e autentico del termine. Ogni singola inquadratura di Wildwood sembra gridare la presenza delle mani degli artisti dietro lo schermo. La polvere sulle superfici, il tessuto dei vestiti, il legno umido degli alberi, la luce che filtra tra i rami. Tutto comunica materia reale.

Visivamente il teaser è quasi ipnotico. Alcuni frame sembrano concept art fantasy trasformate in cinema vivo. Le foreste hanno una profondità incredibile, i corvi risultano davvero minacciosi, mentre le luci ricordano certe fotografie cosplay ultra cinematografiche che girano durante le competizioni internazionali più importanti. Guardandolo ho pensato anche a quanto internet abbia modificato il nostro modo di percepire il fantasy: oggi convivono nello stesso immaginario anime, videogiochi, folklore europeo, estetica dark accademia, cottagecore inquietante, RPG giapponesi e arte digitale malinconica. Wildwood sembra assorbire tutto questo senza perdere identità.

Anche il cast vocale lascia abbastanza senza parole. Ritrovarsi insieme nomi come Carey Mulligan, Mahershala Ali, Angela Bassett, Awkwafina, Jacob Tremblay, Tom Waits e Richard E. Grant dà quasi la sensazione di trovarsi davanti a una produzione fantasy gigantesca mascherata da film animato. Eppure la cosa più interessante è che, nonostante il peso delle star coinvolte, il vero protagonista continui a sembrare quel bosco proibito che domina ogni scena.

Anche perché il fantasy sta attraversando un momento stranissimo. Le grandi saghe cinematografiche sembrano sempre più ossessionate da universi condivisi, sequel infiniti e costruzioni seriali pensate per durare anni. Parallelamente, però, cresce il desiderio di storie più intime, più emotive, persino più dolorose. Basta osservare cosa succede online: fandom interi impazziscono per mondi malinconici, foreste stregate, protagonisti vulnerabili, immaginari sospesi tra meraviglia e trauma. Succede negli anime, nei videogiochi indie, nelle illustrazioni fantasy che invadono TikTok e Pinterest, perfino nelle campagne cosplay più artistiche.

Wildwood sembra inserirsi esattamente dentro quella fame emotiva. Non promette soltanto avventura. Promette immersione. Uno di quei mondi dove vorresti perderti anche sapendo che potrebbe spezzarti il cuore. La sensazione è identica a quella che provavi entrando per la prima volta in certi manga dark fantasy durante l’adolescenza, oppure attraversando le città decadenti di un soulslike alle tre del mattino con le cuffie addosso e il resto della casa immerso nel silenzio.

La cosa assurda è che tutto questo hype sia nato da un teaser di pochi minuti. Ma chi segue LAIKA da anni conosce bene il meccanismo. Ogni loro film diventa una specie di rito collettivo tra appassionati cresciuti con storie strane, creature inquietanti e mondi impossibili costruiti pazientemente fotogramma dopo fotogramma. E forse il vero motivo per cui WILDWOOD – I segreti del bosco proibito sta già facendo così tanto rumore non riguarda soltanto la qualità tecnica o il fascino della stop-motion. Riguarda quella sensazione rarissima di trovarsi davanti a qualcosa realizzato da persone che credono ancora nella capacità del fantasy di lasciare cicatrici emotive vere.

Ottobre 2026 sembra lontanissimo, ma la verità è che molti di noi sono già entrati dentro Wildwood senza accorgersene. E una volta attraversato quel confine fatto di alberi giganteschi, corvi e neve sporca di magia, uscire diventa decisamente complicato.

L’isola dimenticata: DreamWorks torna a farci perdere… per ricordare chi siamo davvero

Succede raramente, ma quando accade lo senti subito: quel momento preciso in cui un trailer non è solo un’anticipazione, ma una promessa emotiva, un piccolo varco che si apre dentro di te e ti fa intuire che sì, questa storia potrebbe restarti addosso più del previsto. L’isola dimenticata, il nuovo progetto di DreamWorks Animation, mi ha dato esattamente quella sensazione lì, quella che anni fa mi colpì guardando per la prima volta Il Gatto con gli Stivali 2: L’Ultimo Desiderio e, più recentemente, lasciandomi attraversare dalla poesia visiva de Il robot selvaggio.

Dietro questo nuovo viaggio troviamo ancora una volta Joel Crawford e Januel Mercado, due nomi che ormai non sono più semplicemente “promettenti”, ma veri e propri architetti di emozioni animate. E stavolta non si limitano a dirigere: firmano anche la sceneggiatura, come a voler dire che questa storia nasce proprio da loro, senza filtri, senza mediazioni. Una scelta che si sente già nei primi frame.

https://youtu.be/ShfkBvcxsiY

Due amiche, un mondo che non dovrebbe esistere… e un prezzo impossibile

Non è solo un’avventura fantasy, e si capisce subito. È una storia che parla di legami che cambiano, di strade che si separano, di quel momento strano e inevitabile in cui crescere significa anche perdere qualcosa. Jo e Raissa non sono eroine classiche: sono due ragazze che hanno condiviso tutto, e proprio quando la vita reale inizia a dividerle, vengono catapultate altrove, in un universo che sembra uscito da un sogno antico.

Quel mondo ha un nome che suona già come leggenda: Nakali. Un luogo sospeso tra mito e visione, costruito su suggestioni della mitologia filippina, e già questo dettaglio basta a rendere tutto incredibilmente fresco, lontano dalle solite estetiche fantasy occidentali che ormai conosciamo a memoria.

Ma il vero colpo emotivo arriva con la regola che governa quel mondo: per tornare indietro, bisogna rinunciare ai propri ricordi. Non a qualcosa di simbolico, non a un oggetto, non a un sacrificio “facile” da accettare… ma a tutto ciò che ti rende te stesso.

E a quel punto la domanda non è più “come torneranno a casa?”, ma “vale davvero la pena farlo, se il prezzo è dimenticare chi ami?”.

Una rivoluzione visiva che continua a evolversi

Chi ha seguito l’evoluzione recente dell’animazione lo sa: qualcosa sta cambiando, e non è un cambiamento timido. DreamWorks, negli ultimi anni, ha deciso di smettere di inseguire il fotorealismo a tutti i costi per abbracciare un linguaggio più illustrativo, più imperfetto, più umano.

L’isola dimenticata porta avanti questa rivoluzione con una sicurezza che fa quasi impressione. La CGI si fonde con il 2D, i movimenti diventano volutamente “a scatti”, quasi pittorici, e ogni inquadratura sembra un frame rubato a un artbook più che a un film tradizionale. Non è solo estetica: è un modo diverso di raccontare, di farti percepire il mondo come qualcosa di vivo, instabile, quasi onirico.

Non siamo ancora nel territorio radicale degli Spider-Verse targati Sony, ma la direzione è chiara, e soprattutto è coerente. DreamWorks sta costruendo una sua identità visiva forte, riconoscibile, e questo film sembra essere un altro tassello fondamentale di quel percorso.

Un’onda nuova nel cinema animato (e forse anche nel modo di raccontare le emozioni)

Quello che mi colpisce davvero, però, non è solo lo stile o l’ambientazione. È il fatto che sempre più spesso l’animazione mainstream stia smettendo di “semplificare” le emozioni. Non più storie che spiegano cosa provare, ma storie che ti mettono davanti a scelte impossibili e ti lasciano lì, a sentirle.

L’isola dimenticata sembra muoversi proprio in questa direzione: niente morale facile, niente percorso lineare, ma una tensione emotiva che nasce da qualcosa di profondamente umano. Crescere, cambiare, lasciarsi indietro pezzi di sé… o decidere di non farlo, pagando comunque un prezzo.

E mentre penso a questo film, mi torna in mente quanto l’animazione sia diventata, negli ultimi anni, uno dei linguaggi più coraggiosi del cinema. Quello che osa di più, che sperimenta, che rischia davvero.

Un ritorno atteso… ma soprattutto un viaggio da vivere insieme

L’uscita è fissata per il 24 settembre, distribuita da Universal Pictures, e sì, lo ammetto: l’hype è reale, tangibile, difficile da contenere. Non solo per quello che abbiamo visto finora, ma per quello che questo film promette di essere.

Una storia di amicizia che non si limita a celebrare il legame, ma lo mette alla prova nel modo più crudele possibile. Un mondo fantastico che non è solo spettacolo, ma metafora. Un’esperienza visiva che continua a ridefinire cosa significa “animazione” oggi.

E allora la vera domanda, forse, non è se Jo e Raissa riusciranno a tornare a casa… ma se noi, una volta entrati in Nakali, avremo davvero voglia di farlo.

E voi? Rinuncereste ai vostri ricordi per salvare qualcuno che amate… o è proprio la memoria ciò che rende quell’amore impossibile da perdere? 💭

Il Robot Selvaggio 2 è realtà: DreamWorks prepara la fuga di Roz e noi nerd siamo già emotivamente distrutti

Alcune storie non finiscono davvero quando scorrono i titoli di coda. Restano sospese nell’aria come una notifica mentale che continua a lampeggiare nella memoria. Un po’ come succede con certi anime che ti lasciano con la sensazione che il mondo dei personaggi continui a vivere anche quando spegni lo schermo.

La storia di Roz, il robot smarrito in mezzo alla natura selvaggia, è una di quelle. E proprio quando molti fan avevano iniziato ad accettare che quel viaggio emotivo fosse arrivato alla sua forma definitiva, DreamWorks ha deciso di riaprire il portale.

Sì, succede davvero. Il sequel de Il Robot Selvaggio è ufficialmente in produzione.

E il titolo già fa partire mille speculazioni nella testa di chi ama l’animazione quanto ama la fantascienza: The Wild Robot Escapes.

Una fuga. Un’evasione. Un nuovo viaggio.

E la mente corre subito lontano.


Roz, il robot che ha fatto piangere anche i nerd più cinici

Chi ha visto il primo film sa perfettamente perché questa notizia ha acceso la community dell’animazione. Il Robot Selvaggio non era semplicemente un film animato riuscito. Era una piccola bomba emotiva travestita da avventura per famiglie.

L’idea di base era quasi da racconto fantascientifico classico.
Un robot ultratecnologico.
Un’isola deserta.
Nessuna istruzione su come convivere con un ecosistema vivo.

Roz non nasce per capire gli animali, né per creare relazioni. È una macchina progettata per eseguire compiti. Eppure, passo dopo passo, quella macchina inizia a imparare qualcosa che nessun algoritmo aveva previsto.

Empatia.
Legame.
Appartenenza.

Guardando il film sembrava quasi di assistere a un esperimento filosofico travestito da avventura animata. Un po’ Wall-E, un po’ racconto di formazione, un po’ eco-fantascienza.

Non stupisce quindi che il pubblico abbia reagito in modo così forte.
Il film ha incassato oltre 334 milioni di dollari nel 2024, diventando uno dei titoli animati più amati dell’anno.

E sì, anche uno di quelli che hanno fatto discutere parecchio tra chi segue il cinema d’animazione con lo stesso entusiasmo con cui si segue una nuova stagione di un anime culto.


Dal libro allo schermo: il viaggio di Peter Brown

Dietro tutto questo c’è una storia che arriva dalla letteratura illustrata. Il film nasce infatti dai libri di Peter Brown, autore che negli Stati Uniti è diventato quasi una piccola leggenda nel mondo delle storie per ragazzi.

Il romanzo originale The Wild Robot raccontava proprio l’incontro tra tecnologia e natura attraverso gli occhi di un robot spaesato. Una premessa semplice, ma capace di generare una quantità incredibile di momenti emotivi.

Il sequel letterario si intitola The Wild Robot Escapes, ed è proprio lì che DreamWorks sembra aver deciso di pescare per costruire il nuovo film.

Questo significa una cosa abbastanza chiara per chi ha letto la saga.

Roz non resterà sull’isola per sempre.

E la direzione della storia potrebbe cambiare parecchio.


Chris Sanders torna… ma non dove pensavamo

La notizia che ha fatto discutere un po’ tutti riguarda il ritorno di Chris Sanders.

Chi mastica animazione sa bene quanto questo nome sia pesante nel settore. Parliamo del regista e autore dietro opere che hanno segnato generazioni di spettatori nerd, tra cui Lilo & Stitch e Dragon Trainer.

Sanders ha diretto il primo Il Robot Selvaggio, dandogli quella sensibilità narrativa che ha trasformato la storia di un robot disperso in qualcosa di molto più universale.

Nel sequel tornerà a lavorare sulla sceneggiatura.

Ma non sarà dietro la regia.

Ed è qui che la storia diventa interessante.


Il testimone passa a Troy Quane

A dirigere The Wild Robot Escapes sarà Troy Quane, regista che molti hanno imparato a conoscere grazie a Nimona, il film animato che ha conquistato critica e pubblico con la sua energia ribelle e il suo stile visivo potente.

Chi ha visto Nimona sa che Quane ha una capacità particolare nel raccontare personaggi outsider, figure che non trovano facilmente posto nel mondo che li circonda.

E Roz, in fondo, è esattamente questo.

Un essere che non appartiene davvero né al mondo delle macchine né a quello degli animali.

Ad affiancarlo ci sarà Heidi Jo Gilbert come co-regista, una figura che conosce bene l’universo DreamWorks e che ha lavorato anche su Il Gatto con gli Stivali: L’ultimo desiderio e I Croods: New Age.

Tradotto in linguaggio nerd: il progetto è in mani decisamente solide.


Un sequel che potrebbe cambiare completamente prospettiva

La parola “escapes” nel titolo non è casuale. E chi conosce i libri sa bene che la seconda storia prende una direzione molto diversa rispetto alla prima.

Se il primo capitolo era un racconto sull’adattamento e sulla nascita di una comunità improbabile tra specie diverse, il secondo introduce un conflitto molto più grande.

Roz deve confrontarsi con il mondo da cui proviene.

Un mondo dominato dalle macchine.

Un mondo dove l’idea stessa di empatia potrebbe essere vista come un errore di sistema.

Ed è qui che la saga assume una dimensione quasi cyberpunk.
Non nel senso estetico di neon e città futuristiche, ma nel conflitto tra tecnologia programmata e coscienza emergente.

Un tema che oggi suona incredibilmente attuale.

Viviamo immersi negli algoritmi.
Parliamo ogni giorno con intelligenze artificiali.
Delegiamo sempre più decisioni alle macchine.

E poi arriva un film che racconta la storia di una macchina che impara a diventare qualcosa di più.

Se ci pensate un attimo… è quasi inquietante.


L’animazione come fantascienza emotiva

Una delle cose più affascinanti del primo Il Robot Selvaggio era proprio il modo in cui usava l’animazione per parlare di temi enormi senza sembrare pesante.

Tecnologia contro natura.
Identità.
Famiglia scelta.

Temi giganteschi, raccontati con una semplicità disarmante.

E questo è uno dei motivi per cui il film ha colpito così forte anche tra gli spettatori adulti. Non era soltanto una storia per bambini. Era fantascienza emotiva.

Un po’ come succede nei migliori anime.

Chi è cresciuto con Ghost in the Shell, Ergo Proxy o persino con certi archi narrativi di Evangelion sa bene quanto sia potente il tema della coscienza nelle macchine.

Il viaggio di Roz si inserisce proprio in questa tradizione, ma lo fa con una delicatezza tutta occidentale.

E forse è proprio questo mix che lo rende così universale.


Quando uscirà Il Robot Selvaggio 2?

Al momento DreamWorks non ha ancora annunciato una data ufficiale.

Questo significa solo una cosa.

Siamo nella fase in cui il progetto sta prendendo forma.

Storyboard, sviluppo visivo, scrittura definitiva della storia.

Quella fase in cui un film animato inizia lentamente a esistere.

E chi segue l’animazione sa che questi processi richiedono tempo.
Tanto tempo.

Ma forse è anche questo il bello.

L’attesa.

L’hype.

Quella sensazione che qualcosa di speciale stia lentamente prendendo forma dietro le quinte.


Roz tornerà davvero a sorprenderci?

La vera domanda che aleggia tra i fan è una sola.

Il sequel riuscirà a replicare la magia del primo film?

Non è mai semplice tornare in un mondo narrativo che ha già emozionato milioni di spettatori. Le aspettative diventano altissime, e il rischio di perdere quell’equilibrio fragile tra spettacolo e sentimento è sempre dietro l’angolo.

Eppure la combinazione di talenti coinvolti nel progetto fa pensare che DreamWorks stia trattando questo ritorno con grande attenzione.

La storia di Roz non sembra affatto finita.

Anzi.

Sembra appena entrata nella sua fase più interessante.

E ora la parola passa a voi, community nerd.

Avete amato Il Robot Selvaggio quanto noi?
Pensate che The Wild Robot Escapes riuscirà a superare il primo capitolo oppure temete il classico sequel che non regge il confronto?

Io nel frattempo mi preparo psicologicamente.
Perché se Roz tornerà a farci piangere come l’ultima volta… sarà un viaggio emotivo mica da poco.

E sono curioso di sapere se anche voi siete pronti a tornare su quell’isola.

O forse… a scoprire cosa c’è oltre.

Goat: Sogna in Grande, il film d’animazione sportivo che trasforma i sogni impossibili in leggenda

Alcuni film arrivano così, senza bussare. Ti trovano mentre stai scrollando, mentre pensi di aver già visto tutto, mentre sei convinto che le storie di sport abbiano finito le carte migliori. Poi parte una scena, una vibrazione nei colori, un movimento che non ti aspetti, e capisci che no, non avevi previsto niente. GOAT: Sogna in grande fa questo effetto. Non perché reinventi l’universo, ma perché prende un sogno sproporzionato e lo mette in campo senza chiedere scusa. Si sente subito che dietro c’è Sony Pictures Animation. Non come marchio appiccicato all’inizio, ma come mentalità. Dopo Spider-Man: Into the Spider-Verse e Spider-Man: Across the Spider-Verse, l’animazione non è più un contenitore neutro. È linguaggio, ritmo, presa di posizione. Qui non serve addolcire la realtà, serve amplificarla. Per questo il mondo di GOAT è popolato solo da animali antropomorfi e funziona alla grande. Non come favola rassicurante, ma come arena emotiva. Lo sport non sta sullo sfondo. È il centro di tutto, è il posto dove vieni giudicato, ignorato, spinto ai margini o finalmente visto.

Il roarball, questo sport inventato che sembra una follia partorita da un gamer con troppe ore di adrenalina addosso, diventa credibilissimo dopo pochi minuti. Mischia basket, football, contatto fisico, velocità, strategia. Ma soprattutto mescola testa e corpo. Non vince chi è più grosso, vince chi legge il gioco. E questa cosa, se sei cresciuto tra anime sportivi, shōnen pieni di allenamenti impossibili e partite decise da un’intuizione all’ultimo secondo, ti colpisce dritto allo stomaco.

Il fatto che tra i produttori ci sia Stephen Curry non è una curiosità da trivia. È una chiave di lettura. Curry è uno che ha riscritto il manuale ignorando chi diceva “non hai il fisico”, “non è il tuo ruolo”, “non funziona così”. In GOAT quella filosofia diventa narrazione. Diventa carne, sudore, frustrazione. Diventa Will.

Will è una capra. Piccola. Fuori scala. In un campionato dominato da animali enormi e iperperformanti, lei sembra un errore di sistema. E il film non perde tempo a spiegartelo con le parole giuste o con la musica triste. Te lo fa sentire. Negli sguardi che scivolano via. Nei passaggi che non arrivano. Nella sensazione costante di essere nel posto sbagliato, anche quando sei tecnicamente dove hai sempre sognato di arrivare. Se almeno una volta nella vita ti sei sentito così, GOAT ti parla direttamente, senza filtri.

La regia di Tyree Dillihay, che qualcuno ricorderà per Bob’s Burgers, ha una cosa preziosa: non giudica mai i personaggi. Li segue. Li accompagna. Sa quando accelerare e quando fermarsi. Sa usare il silenzio come un time-out preso al momento giusto. E accanto a lui c’è una squadra creativa che ha chiarissimo come far convivere ironia, tensione sportiva e crescita personale senza trasformare tutto in una lezione morale.

Visivamente il film gioca sporco, nel senso migliore possibile. Linee che vibrano, colori che esplodono, movimento continuo che sembra rispondere al battito cardiaco della protagonista. L’eredità Spider-Verse si sente, ma non è copia. È libertà. È l’idea che l’animazione possa permettersi di essere sporca, emotiva, eccessiva, imperfetta. Esattamente come lo sport quando smette di essere statistica e diventa racconto.

Sotto tutto questo, però, c’è una cosa molto semplice e molto potente. GOAT parla di intelligenza di gioco. Di allenamento. Di resilienza emotiva. Di corpi che non rientrano negli standard. Di ruoli assegnati troppo in fretta. E lo fa senza alzare il dito, senza spiegarti cosa dovresti pensare. Ti mostra cosa succede quando smetti di giocare per dimostrare qualcosa e inizi a giocare davvero per la squadra. Se ami i grandi sport movie, da Rocky a Space Jam, qui riconosci i codici. Ma li vedi filtrati da una sensibilità contemporanea, nerd nel senso più puro del termine, capace di parlare a chi vive di cultura pop, social, hype e identità frammentate.

Per il pubblico italiano c’è un livello in più che funziona sorprendentemente bene. Il doppiaggio non è solo adattamento, è dialogo culturale. Alessandro Florenzi che presta la voce a Rusty, pipistrello commentatore iperattivo, insieme a Pierluigi Pardo nei panni di Chuck, crea una dinamica che sembra uscita da una telecronaca notturna vista con amici. Beatrice Arnera, come Olivia Burke, porta in scena il peso della popolarità, della pressione mediatica, dell’essere un’icona mentre stai ancora cercando di capire chi sei. Sono scelte che raccontano una visione precisa: sport, spettacolo e cultura pop non sono compartimenti stagni, sono lo stesso ecosistema.

Dopo il cinema, GOAT continuerà a vivere anche in streaming, e ha tutta l’aria di quei film che crescono col passaparola. Quelli che magari non esplodono subito, ma restano. Si sedimentano. Tornano fuori nelle conversazioni. Nei consigli dati a caso. Nei “oh, guarda questo, fidati”.

GOAT: Sogna in grande non chiede attenzione distratta. Chiede tifo. Chiede identificazione. Chiede di ricordarti perché, nonostante tutto, continuiamo ad amare storie così. Perché parlano di sogni troppo grandi, di tentativi improbabili, di quella scintilla che ti fa provarci anche quando la probabilità è ridicola. E se sei qui a leggere, probabilmente sai benissimo di cosa sto parlando.

Ora tocca a voi. Se il roarball fosse reale, che animale scegliereste di essere? E giochereste per brillare o per far brillare la squadra? La discussione è aperta, come ogni partita che vale davvero.

Arco – Un’amicizia per salvare il futuro: quando l’animazione osa guardare avanti senza scorciatoie

Succede ogni tanto, non spesso. Succede che un film d’animazione inizi a circolare sottopelle molto prima di arrivare davvero in sala. Lo senti nominare a bassa voce nei festival, lo intercetti nei discorsi degli addetti ai lavori che non stanno vendendo hype ma proteggendo una scoperta. Poi arriva il trailer, arriva una data, arriva una candidatura pesante, di quelle che spostano l’aria. E a quel punto capisci che Arco – Un’amicizia per salvare il futuro non è solo uno dei tanti titoli in arrivo, ma qualcosa che si è preso il suo tempo per crescere, per sedimentare, per diventare necessario.

Dal 12 marzo 2026 sarà finalmente al cinema anche da noi. E sì, nel frattempo è entrato nella cinquina degli Oscar 2026 come Miglior Film d’Animazione, ma quella è quasi una conseguenza, non il punto di partenza.

Dietro Arco c’è lo sguardo obliquo e raffinato di Ugo Bienvenu, uno che arriva dall’animazione ma anche dal mondo dei videoclip, dove il tempo è corto e le immagini devono dire tutto subito. Qui invece si prende spazio. Si prende silenzi. Si prende il lusso di non spiegare ogni cosa. E questa scelta si sente, eccome se si sente.

Arco viene da un futuro lontanissimo, l’anno 2932, uno di quei futuri che non sembrano usciti da un manuale di fantascienza ma da un sogno lucido. Case sospese, tecnologia integrata nel quotidiano senza ostentazione, una società che ha trovato soluzioni radicali per sopravvivere. Non è un paradiso, non è un inferno. È un equilibrio fragile, come tutti quelli che funzionano davvero. Arco è un bambino, e come tutti i bambini del suo tempo aspetta un momento preciso per poter viaggiare nel tempo. Non per cambiare la storia, non per fare il supereroe. Vuole vedere i dinosauri. Una motivazione così pura da sembrare quasi rivoluzionaria.

Poi qualcosa si inceppa. Un errore. Una caduta. Un salto sbagliato che lo scaraventa nel 2075, un futuro che per noi è ancora davanti ma che nel film ha già il sapore di un’occasione persa. Le città sono immense, tecnologicamente avanzate, eppure svuotate. I genitori lavorano lontano, i bambini crescono in spazi intermedi, accompagnati da fratelli maggiori e da robot che suppliscono alla presenza umana senza poterla sostituire davvero. In mezzo a tutto questo c’è Iris. E Iris non è la “spalla”, non è la guida, non è il personaggio funzionale. Iris è una ferita che cammina, una ragazzina che ha imparato troppo presto a cavarsela, e che riconosce in Arco qualcosa di irrimediabilmente fuori posto. Come lei.

Il loro incontro non ha nulla di carino, nulla di patinato. È ruvido, goffo, fatto di diffidenza e curiosità. Ed è lì che il film cambia marcia. Perché Arco non racconta il futuro come problema astratto, ma come somma di relazioni interrotte, di legami che non trovano spazio nei modelli produttivi. Il viaggio nel tempo diventa quasi secondario rispetto a quello emotivo. E la gemma che alimenta la tuta temporale, oggetto narrativo che potrebbe facilmente scivolare nel cliché, diventa invece il simbolo di qualcosa di molto più grande: l’energia che muove il mondo non è mai neutra, e se finisce nelle mani sbagliate, le conseguenze non sono mai solo tecnologiche.

Visivamente, Arco è un film che non cerca l’effetto wow facile. Non urla mai. Preferisce sussurrare con una palette cromatica che cambia insieme agli stati d’animo, con architetture che sembrano pensate più per essere abitate che ammirate. In certi momenti torna alla mente Studio Ghibli, non tanto per un’estetica imitata quanto per quella capacità rarissima di parlare di temi enormi attraverso gesti minuscoli. Un passo, uno sguardo, un silenzio tenuto un secondo più del previsto. È una parentela spirituale, non un riferimento diretto, ed è proprio questo a renderla onesta.

Il fatto che il film sia prodotto anche da Natalie Portman dice molto del tipo di progetto che Arco è diventato. Un’operazione che non nasce per intercettare un target, ma per raccontare una storia in cui qualcuno ha creduto fino in fondo. Lo stesso vale per il cast vocale internazionale, che include voci come Mark Ruffalo, America Ferrera, Will Ferrell e Flea. Presenze che non rubano la scena, ma la sostengono, come se tutti avessero capito che qui non si tratta di primeggiare, ma di accompagnare.

Il percorso festivaliero ha fatto il resto. Festival di Annecy lo ha premiato con il Cristal, gli European Film Awards lo hanno incoronato miglior film d’animazione, Cannes lo ha accolto senza clamore ma con rispetto. In Italia è passato da Lucca Comics & Games come quelle opere che arrivano già circondate da un’aura di racconto condiviso. Non la classica “scoperta”, ma qualcosa che senti di dover proteggere mentre cresce.

E poi eccoci qui, con una candidatura agli Oscar che pesa, con una distribuzione italiana affidata a I Wonder Pictures, con l’uscita fissata. Il 12 marzo 2026 non è solo una data sul calendario. È il momento in cui Arco smette di essere una voce di corridoio e diventa un’esperienza collettiva. In sala. Al buio. Con altre persone che respirano negli stessi silenzi.

Arco parla di ecologia senza slogan, di futuro senza prediche, di amicizia senza zucchero. Racconta un mondo che ha già pagato il prezzo delle scelte sbagliate e un altro che prova, forse troppo tardi, a rimediare. Ma soprattutto racconta due bambini che si incontrano in mezzo alle macerie emotive di un sistema che ha dimenticato come prendersi cura.

Non è un film che finisce quando partono i titoli di coda. Resta addosso. Resta nelle domande che ti fai uscendo dal cinema, in quelle immagini che tornano a galla giorni dopo, senza chiedere permesso. E forse è proprio questo il suo vero viaggio nel tempo: quello che continua anche dopo, dentro chi lo guarda.

Ora la palla passa a noi. Alla sala. Al pubblico. Alla community. Arco arriva, finalmente. E viene da chiedersi non tanto se siamo pronti a vederlo, ma che tipo di futuro siamo disposti a immaginare insieme a lui.

Il Gatto con gli Stivali 3: il ritorno della leggenda felina sta prendendo forma

La scia dorata della sua spada ricomincia a brillare. Il mantello svolazza di nuovo come se fosse pronto a sfidare il destino. Il cappello—quell’inseparabile simbolo di fascino, ironia e guai annunciati—torna a inclinarsi in quel modo irresistibile che solo lui sa rendere epico. Il Gatto con gli Stivali sta per fare il suo ritorno. E questa volta non si tratta di rumorini di corridoio, ma di segnali sempre più solidi che stanno infiammando il fandom da giorni. A riportare la notizia è uno degli insider più affidabili del panorama cinematografico, Daniel RPK, che ha sganciato la bomba: Il Gatto con gli Stivali 3 sarebbe già in lavorazione, con Antonio Banderas già pronto a indossare ancora una volta gli stivali più iconici della storia dell’animazione. Da quel momento, la community è esplosa. Come sempre succede quando un personaggio così amato torna a graffiare la scena.

Un ritorno annunciato dalle stelle… e dagli indizi

Gli appassionati più attenti ricordano bene che la possibilità di un terzo capitolo non è spuntata dal nulla. Già nel febbraio del 2023 Antonio Banderas aveva lasciato intuire che il destino del Gatto non fosse affatto chiuso. L’attore aveva spiegato come il futuro del franchise dipendesse dal pubblico. E dopo il successo clamoroso de Il Gatto con gli Stivali: L’ultimo Desiderio, era solo questione di tempo prima che la DreamWorks decidesse di aprire un nuovo sentiero narrativo.

D’altronde, L’ultimo Desiderio non solo aveva riconquistato il pubblico, ma lo aveva fatto con una profondità emotiva sorprendente. La paura della morte, il peso delle scelte e un villain degno delle migliori leggende avevano trasformato il sequel in una piccola gemma dell’animazione moderna. Il finale, poi, aveva alimentato una promessa che nessuno aveva dimenticato: un potenziale ritorno a Far Far Away… e a un certo orco verdastro che tutti sappiamo essere sulla lista d’attesa per un nuovo film.

Non meno importante era stata l’intervista rilasciata nello stesso periodo dal co-regista Joel Crawford a The Playlist. Senza sbilanciarsi, Crawford aveva lasciato trasparire un desiderio sincero: continuare a raccontare storie con il Gatto e con Shrek, pur non potendo confermare nulla. Quelle parole, a posteriori, suonano come la più classica delle semine narrative: quando un autore spera pubblicamente in un sequel, spesso significa che dietro le quinte si sta già muovendo qualcosa.

Perché il terzo capitolo era inevitabile

Il Gatto con gli Stivali è uno di quei personaggi che trascendono le generazioni. Nato come spalla comica nella saga di Shrek, si è trasformato in un’icona capace di reggere una serie tutta sua. Il suo carisma—metà cappa e spada, metà meme involontario—ha sempre funzionato come collante perfetto tra azione, parodia e un’identità estetica inconfondibile.

Il secondo film ha aggiunto quel tassello che mancava: una dimensione emotiva più adulta. Quel mix ha creato un effetto irresistibile per un pubblico moderno che vuole divertimento, sì, ma anche storie in grado di evolvere insieme ai propri personaggi. Il terzo film, dunque, era una naturale conseguenza.

E se la produzione è davvero iniziata, significa che la DreamWorks non vuole solo cavalcare un successo: vuole espandere una mitologia che non ha ancora detto tutto ciò che ha da dire.

Che storia potrebbe raccontare il terzo film?

È qui che entrano in gioco le speculazioni—quelle che fanno vibrare l’anima nerd tanto quanto un nuovo trailer Marvel o il reveal di un gioco di ruolo atteso da anni. Il finale de L’ultimo Desiderio ha suggerito una possibile rotta verso il regno di Shrek. Non è un dettaglio casuale: negli anni, la DreamWorks ha imparato quanto il pubblico desideri rivedere il cast originale. E, nel frattempo, il nome di Shrek continua a rimbalzare nelle interviste, nei leak, nelle dichiarazioni sibilline dei doppiatori.

Una possibilità concreta è quella di una storia che unisca nuovamente i due mondi: la vita da eroe del Gatto, ormai costretto a fare i conti con la propria mortalità e con un futuro che potrebbe richiedere nuove responsabilità, e il ritorno al mondo fiabesco che ha fatto da culla al personaggio.

Oppure, la produzione potrebbe scegliere una strada completamente diversa: un’avventura autonoma, con nuovi antagonisti capaci di superare la tensione quasi horror del Lupo dell’ultimo film. Il Gatto è un personaggio troppo ricco per essere chiuso in un solo tipo di storia.

Antonio Banderas: un’energia che non invecchia

Sarebbe difficile immaginare un Gatto senza la sua voce. Quando Banderas entra in scena, il personaggio cambia consistenza, passa da essere un’animazione brillante a una presenza quasi fisica. Lo ha dimostrato negli anni e lo ha ribadito nel 2023, quando aveva dichiarato che interpretare il Gatto è uno dei ruoli che più ama in assoluto. Il fatto che sia pronto a tornare non è solo una conferma tecnica: è un segnale emotivo. Significa che il personaggio avrà continuità, identità e quell’ironia latente che nessun’altra voce potrebbe replicare allo stesso modo.

Il futuro del franchise: un universo in espansione?

La mossa della DreamWorks sembra allinearsi alla tendenza degli ultimi anni: creare universi coerenti, dove franchise già amati possano convivere, contaminarsi, evolversi e ampliarsi. Shrek, Gatto, Fiona, Ciuchino… tutti sono pezzi di una mitologia pronta a rinnovarsi. Essendo stato già annunciato un nuovo capitolo di Shrek e, parallelamente, un terzo film dedicato al Gatto, potremmo trovarci di fronte al ritorno di un intero immaginario che ha definito l’umorismo degli anni Duemila e continua a vivere come fonte inesauribile di meme e nostalgia.

E allora la domanda non è più “tornerà il Gatto?”, ma “quanto grande diventerà questo nuovo mondo?”.

Perché questo annuncio sta infiammando il fandom

Il Gatto con gli Stivali è, da sempre, quel tipo di personaggio che abbatte le barriere generazionali. I più piccoli lo adorano per lo stile e l’azione; gli adulti per l’ironia meta-fiabesca e l’abilità di essere sempre un passo più intelligente della trama. Gli appassionati di cinema d’animazione, invece, gli riconoscono una qualità rara: la capacità di cambiare forma senza perdere identità.

Un terzo film non rappresenta solo un nuovo capitolo della saga, ma un’occasione per vedere dove può arrivare un personaggio che è già diventato iconico.

Un graffio che promette scintille

Per ora, non abbiamo trailer, poster o concept art. Abbiamo però indizi, dichiarazioni passate, insider con ottime percentuali di affidabilità e una community che conosce bene il valore della “hype generation” (e che, ammettiamolo, ci sta già nuotando dentro a testa bassa).

E forse è proprio questo il bello: l’attesa, la speculazione, la sensazione di essere di nuovo davanti a un franchise amato che tende la mano e invita a seguirlo in una nuova avventura. Come ogni buona storia nerd insegna, l’hype non è un effetto collaterale: è parte integrante del viaggio.

Siete pronti a tornare nel mondo fiabesco più sarcastico di sempre?
Gli stivali sono di nuovo allacciati. La spada è affilata. E il Gatto sta preparando il suo inchino.

La vera domanda è: quale sarà la prossima leggenda da scrivere?

The Pout-Pout Fish: il film d’animazione che conquista l’America e ci fa aspettare l’uscita internaziona

Qualcosa di irresistibilmente familiare scatta ogni volta che un personaggio nasce con il broncio stampato in faccia. Non importa che viva sul fondo dell’oceano o che parli con la voce roca di Nick Offerman: quel broncio lo riconosci subito. È lo stesso che abbiamo visto mille volte nell’animazione, nei fumetti, persino nei giochi da tavolo più ironici. Ed è forse per questo che Il pesce broncio mi è rimasto addosso già dal primo trailer, con quella sensazione strana di trovarmi davanti a qualcosa che non sta semplicemente cercando di intrattenere, ma di raccontare un umore. Il progetto nasce lontano dai soliti hub dell’animazione iper-industrializzata, con un’energia che sa di oceano aperto e di studi creativi australiani che si sporcano le mani con la CG senza cercare l’effetto vetrina. La regia condivisa di Ricard Cussó e Rio Harrington si avverte subito: colori pieni, personaggi volutamente “imperfetti”, una messa in scena che non ha paura di essere buffa e malinconica nello stesso istante. È un tono che mi ricorda certe produzioni ibride tra favola e commedia che, negli anni, sono riuscite a parlare ai bambini senza mentire agli adulti.

Mr. Fish non è un eroe nel senso classico. È chiuso, scorbutico, allergico all’entusiasmo. Pip, il drago marino giallo che gli rimbalza accanto come un pensiero non richiesto, è l’opposto. Eppure è proprio da questo attrito che nasce il film, più che dalla missione in sé o dal pesce leggendario da trovare. C’è qualcosa di sorprendentemente onesto nel modo in cui l’amicizia viene raccontata qui, come un processo faticoso, pieno di fastidio e silenzi, non come un’illuminazione improvvisa.

Il cast vocale gioca una partita interessante, perché non punta solo su nomi riconoscibili ma su voci che sanno caratterizzare senza strafare. La presenza di Miranda Otto, Amy Sedaris e Jordin Sparks aggiunge strati diversi al mondo sottomarino, con personaggi che sembrano pensati per restare impressi più per il carattere che per il design. Ed è una scelta che apprezzo, soprattutto in un’epoca in cui l’animazione spesso confonde la memorabilità con l’eccesso.

Dietro tutto questo c’è l’ombra lunga di una saga editoriale che ha già attraversato le camerette e le biblioteche di mezzo mondo. I libri di Deborah Diesen hanno venduto milioni di copie, sono stati tradotti ovunque e hanno accompagnato una generazione di lettori con quell’idea semplice ma potentissima: anche chi ha sempre il muso lungo può imparare a sorridere, senza smettere di essere se stesso. Il film non sembra voler “modernizzare” a tutti i costi questo messaggio, e forse è proprio qui che sta la sua forza.

La data americana del 20 marzo 2026 è lì, ben piantata come una boa luminosa nell’oceano delle uscite future. Negli Stati Uniti l’arrivo in sala è già un fatto concreto, sostenuto da una distribuzione che crede molto nel potenziale family e nel respiro da franchise. Qui, dall’altra parte dell’Atlantico, resta quella sensazione mista di entusiasmo e frustrazione che conosciamo fin troppo bene. Guardi il trailer, riconosci la cura, ti immagini la sala piena di bambini e genitori che ridono insieme… e poi ti chiedi quando, e soprattutto come, toccherà a noi.

Non è solo una questione di calendario. È il desiderio di vedere questo tipo di animazione arrivare anche fuori dal circuito anglofono senza passare direttamente dallo streaming, senza perdersi nel rumore di fondo. Perché Il pesce broncio ha l’aria di quei film che funzionano meglio al cinema, con il buio in sala e il pubblico che reagisce in tempo reale ai silenzi di Mr. Fish e alle esplosioni di Pip.

Forse la risposta arriverà presto, forse no. Intanto resta quell’attesa sospesa che accomuna chi ama l’animazione e sa riconoscere quando un progetto nasce da una storia che ha già fatto strada, invece di inseguire l’algoritmo del momento. La curiosità è lì, viva. E la domanda rimbalza tra i fan come una bolla d’aria che sale lentamente verso la superficie: quando potremo incrociare davvero, anche qui, lo sguardo imbronciato di Mr. Fish sul grande schermo?