L’odore di carta nuova mescolato al rumore dei controller. La sensazione precisa di essere nel posto giusto mentre qualcuno alle tue spalle discute se l’anime era meglio prima o se siamo solo diventati più cinici crescendo. Be Comics! Be Games! per me inizia sempre così, come un rumore di fondo che riconosci anche a occhi chiusi. E quest’anno quel rumore promette di alzare il volume. Il 21 e 22 marzo non sono soltanto due caselle su un calendario. Diventano una specie di checkpoint emotivo. Quelle date segnano il ritorno di Be Comics! Be Games!, che torna a occupare il Padova Hall con la sicurezza di chi sa di non essere più una promessa, ma una certezza. Chi c’era negli anni passati lo sente subito: l’aria è diversa, più densa, come se il festival avesse deciso di prendersi tutto lo spazio che merita, senza più chiedere permesso.
Si parla di edizione “expanded”, ma non nel senso pigro del termine. Qui l’espansione è mentale prima ancora che fisica. L’idea è quella di un luogo che non separa più fumetto e gioco, palco e padiglione, spettatore e performer. Tutto comunica. Tutto rimbalza. Un attimo stai sfogliando tavole originali, quello dopo stai guardando una sfida a colpi di joystick con la stessa concentrazione che riserveresti a una finale mondiale. E ti rendi conto che sì, è sempre stato questo il punto: non scegliere.
Dietro questa visione c’è ancora Fandango Club Creators, che negli ultimi anni ha capito una cosa fondamentale. La cultura geek non ha più bisogno di essere spiegata. Ha bisogno di essere vissuta bene. Con spazi che respirano, tempi che non ti fanno correre come un NPC impazzito e contenuti che parlano la lingua di chi li attraversa. Il risultato è un festival che cresce senza perdere intimità, che raddoppia le aree ma non diluisce l’identità.
Il bello è che non serve essere “fan di tutto” per sentirsi a casa. Basta avere quella curiosità un po’ irrequieta che ti porta a fermarti davanti a qualcosa che non conosci ancora. Manga, fumetto occidentale, videogiochi, giochi da tavolo, cosplay, K-pop, performance dal vivo. Tutto convive come in una playlist fatta alle tre di notte, quando non hai voglia di mettere ordine e lasci che siano le emozioni a scegliere per te.
A colpirmi, ogni volta, sono le figure che diventano simboli. Quest’anno il volto iconico del festival cambia pelle. La Lionesse, mascotte storica, si trasforma in supereroina sotto le matite di Federica Mancin. Non è solo una questione estetica. È una dichiarazione. La forza femminile smette di essere sottintesa e diventa manifesto visivo, tanto che a lei viene dedicata una mostra personale, un gesto che dice molto su come Be Comics! Be Games! stia ridefinendo anche il modo di raccontare chi crea immaginari, non solo chi li consuma.
Poi c’è quel momento in cui il Giappone sembra avvicinarsi di colpo. L’arrivo di Hitomi Odashima, mente creativa passata da titoli come My Hero Academia e Soul Eater, porta con sé un pezzo di industria vera, di artigianato dell’animazione che raramente esce dagli studi. Sentire parlare di character design e regia dell’animazione con chi lavora ogni giorno allo Studio Bones cambia la prospettiva. All’improvviso l’anime che ami non è più solo qualcosa che guardi, ma qualcosa che puoi capire un po’ di più.
Intanto Padova fa la sua parte. La città si prepara come si fa per le grandi occasioni, quando sai che per un weekend diventerai punto di ritrovo, crocevia di treni pieni di cosplay, zaini gonfi di acquisti e conversazioni iniziate in fila e finite mesi dopo su Discord. Il nord-est nerd, quello universitario, creativo, affamato di eventi che non trattino nessuno come comparsa, qui trova un palcoscenico che non giudica e non semplifica.
Mi piace pensare a Be Comics! Be Games! come a un grande spazio di riconoscimento. Ti riconosci negli altri, anche quando non condividi esattamente le stesse passioni. È quel sorriso complice che scatta quando vedi qualcuno con la maglietta di una serie che hai amato in silenzio per anni. È la sensazione di non dover spiegare perché sei lì. Lo sei e basta.
Marzo 2026 arriverà prima di quanto sembri. E quando succederà, Padova tornerà a essere quel luogo sospeso dove il tempo si misura in panel persi e scoperte inattese, dove prometti a te stessa che “fai solo un giro veloce” e poi esci che è già sera. Il resto verrà annunciato strada facendo, come è giusto che sia. L’importante è farsi trovare pronti, con lo spazio mentale aperto e la voglia di lasciarsi sorprendere ancora. Perché certe conversazioni non finiscono davvero. Si interrompono solo fino al prossimo incontro.
